Mario Del Pero

Generale

UNIVERSITÀ E SPIE STRANIERE

 

Qualche giorno fa, alla riunione del comité pédagogique della Paris School of International Affairs (PSIA) di SciencesPo si sono celebrati gli eccellenti risultati della scuola che in neanche un decennio ha visto crescere il numero di studenti da poco più di 300 a ca.1700, diventando al contempo assai più selettiva nel processo di ammissione e internazionale nel corpo studentesco (nel mio corso dell’autunno scorso, su 34 studenti solo 7 erano francesi). Particolarmente stridente è il contrasto con programmi simili offerti da università statunitensi, molti dei quali sono già da alcuni anni in grande difficoltà e soffrono – si pensi a SAIS della Hopkins – di un costante calo delle domande di ammissione e degli iscritti. Un calo che, per quanto riguarda gli studenti stranieri, si è esteso nell’ultimo biennio trumpiano a tutto il sistema universitario statunitense (fig.1). Nel 2017-18, gli studenti stranieri iscritti a università statunitensi sono calati del 6.3% nei programmi undergraduate e del 5.5% nei programmi graduate. Un calo che, sia pure più contenuto, pare essere proseguito nell’a.a. 2018-19. Alto e lievemente in crescita resta per il momento il numero di studenti cinesi, che da soli costituiscono circa un terzo degli universitari stranieri negli Usa (se si aggiunge l’India si ha circa la metà degli studenti non statunitensi, fig.2-5). Diminuiscono invece in modo significativo gli studenti del secondo, terzo e quarto contingente estero: indiani, appunto, sud coreani e sauditi. I fattori sono plurimi e tra questi vanno considerati i costi ormai fuori controllo delle rette universitarie e una concorrenza che anche per l’istruzione superiore si è fatta globale.
Pesano però anche le incertezze sulla politica relativa ai visti per gli studenti; incidono ovviamente le azioni dell’amministrazione Trump, a partire dal travel ban; e agisce il più generale clima politico. Vedremo se questo calo proseguirà negli anni a venire, ma da più parti lo si considera oggi come uno dei tanti effetti collaterali dell’elezione di Trump (https://www.insidehighered.com/…/new-international-student-…https://www.insidehighered.com/…/year-later-trump-administr…https://www.washingtonpost.com/…/7b1bac92-e68b-11e8-a939-94…). Il quale pare avere dichiarato che ogni studente cinese che è negli Usa sia in realtà “una spia” (https://www.politico.com/…/trump-executive-dinner-bedminste…)….

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I DEFICIT E IL RITORNO DELL’IMPERO DEI CONSUMI

Doveva servire, l’ostentato protezionismo trumpiano, per rendere l’America “great again”. Per re-industrializzare il paese, difendere i lavoratori statunitensi, riportare negli Usa produzioni delocalizzate. Ed erano la bilancia commerciale e quella delle partite correnti a costituire gli indicatori fondamentali usati da Trump per denunciare il declino dell’America dolosamente promosso dai suoi predecessori: le variabili sulle quali sarebbe stato possibile misurare la rinascita del paese. Ed ecco quindi la denuncia del NAFTA (e la sua revisione, in gran parte cosmetica con il nuovo USMCA), il ritiro dal accordo transpacifico (TPP, anche qui molta cosmesi, che l’accordo era già morto da tempo), le facce truci e le mancate strette di mano con la Merkel, i dazi su acciaio e alluminio, le guerre commerciali ad alto contenuto testoteronico con la Cina. Pare che i negoziati in corso con Pechino porteranno alla cancellazione di molte delle misure adottate solo il luglio scorso (“Pare” che con Trump non si sa mai, come abbiamo ben visto con il vertice con Kim). E d’altronde il corto-circuito delle politiche trumpiane – strette tra protezionismo e deregulation, desiderio (e assoluta necessità politica) di rilanciare appieno i consumi a debito e retorica del “buy American” – era (ed è) particolarmente acuto e chiaro a chiunque non sia accecato da paraocchi ideologici. Nel mentre nel 2018, il deficit esterno torna ad avvicinarsi ai picchi pre-crisi (fig.1), la bilancia commerciale con la Cina vede nei due anni di Trump alla Casa Bianca i suoi più alti passivi di sempre (fig.2) e lo stesso vale per il Messico (fig.3). L’America andava fatta “nuovamente grande” non solo con gli attivi commerciali, ma anche con politiche fiscali responsabili, in grado di ridurre deficit interno e debito. Quello era l’altro parametro invocato da Trump e, più in generale, dai repubblicani, che su questo avevano condotto una battaglia senza tregua contro Obama. Orbene, in anni di (drogata, attraverso tagli alle tasse e immutata spesa pubblica) crescita economica, lo scarto tra gettito e spesa ha acuito la sofferenza dei conti pubblici e mentre si affievolisce l’effetto della riforma fiscale del 2017 – e il tasso di crescita rallenta – cresce ulteriormente il debito (prossimo a raggiungere il livello più alto dalla Seconda Guerra Mondiale) e le proiezioni sul deficit indicano che si attesterà attorno al 4/5% del PIL annuo durante tutto il decennio 2019-2029 (fig.4 e 5). Insomma, l’austerity e la responsabilità fiscale per i repubblicani vanno di moda solo quando c’è un democratico alla Casa Bianca (magari costretto a usare la leva fiscale per rispondere a crisi causate dal suo predecessore, come fu in modi diversi per Clinton e Obama). Che è in fondo la storia degli ultimi quattro decenni, con amministrazioni democratiche costrette invariabilmente a intervenire in risposta ai casini prodotti da quelle che le avevano precedute. Vien da sorridere a pensare agli allocchi nostrani – alcuni particolarmente attivi su Facebook peraltro – che si sono bevuti la storia del Trump pronto a difendere la tanto bistrattata working class americana alla quale – come del resto Bush – offre invece al meglio facili consumi a debito, attraverso credito deregolamentato, oltre a un bel razzismo d’antan, che rappresenta la vera cifra distintiva di questo Presidente.

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MILLENNIAL CANDIDATE

Mi era già capitato di scriverne (https://mariodelpero.italianieuropei.it/2018/09/south-bend-indiana/). Oggettivamente limitate sono le possibilità che esca dal pack e – se si ripeterà, come presumibile, il modello delle primarie repubblicane del 2015-16 – possa accedere ai dibattiti televisivi riservati ai primi dieci nei sondaggi, anche se dispone indubbiamente di ottima stampa (per alcuni esempi: https://www.washingtonpost.com/news/magazine/wp/2019/01/14/feature/could-pete-buttigieg-become-the-first-millennial-president/?utm_term=.e802fb349670; https://www.theatlantic.com/politics/archive/2019/01/buttigieg-announces-his-run-presidency/580984/; https://www.newyorker.com/news/the-political-scene/pete-buttigiegs-quiet-rebellion; https://www.nytimes.com/2019/01/24/opinion/pete-buttigieg-2020-election.html; https://www.washingtonpost.com/outlook/can-a-midwestern-mayor-prove-hes-ready-for-the-presidency/2019/02/28/08c9e8da-33b5-11e9-854a-7a14d7fec96a_story.html?utm_term=.3d023727023c). E però Pete Buttigieg è figura davvero interessante. Non solo e non primariamente per un curriculum tanto eterodosso quanto impressionante (Harvard; Rhodes a Oxford; McKinsey; Veterano dell’Afghanistan; Gay; Sindaco di una di quelle città della rustbelt postindustriale – South Bend, Indiana – che tutti danno per defunte e che, sotto la sua guida, sembra essere riuscita a rinascere), quanto per la sofisticatezza e il rigore che porta alla discussione politica, anche quella che avviene nei tempi ristretti di programmi d’intrattenimento della tv generalista (per un esempio: https://www.youtube.com/watch?v=PI6IbymfkX8). Denuncia l’anacronismo poco democratico del collegio elettorale (giusto, ma su quello non farà molta strada) e per giustificare la propria candidatura offre una lettura generazionale che rifugge però il conflitto intergenerazionale: per la nostra generazione, dice il 37enne Buttigieg, i problemi sono “più diretti e personali”: “Se hai la mia età o sei più giovane, ti trovavi alla high school quando le stragi con armi da fuoco (school shootings) avvenivano; dovrai confrontarti in modo preciso e specifico con gli effetti del cambiamento climatico durante tutta la tua vita adulta; con le conseguenze dei tagli alle tasse e degli effetti sul debito; quasi certamente questa sarà la prima generazione che guadagnerà meno dei propri genitori; e questa generazione è quella che ha fornito le truppe alle guerre del dopo 11 settembre ed ha subito più di tutti le conseguenze di queste guerre”. Tra le gemme della sua biografia, il padre maltese e docente a Notre Dame Joseph Buttigieg, che molti di noi hanno conosciuto come traduttore dei Quaderni dal Carcere per Columbia UP e come fondatore e presidente della International Gramsci Society

Fake emergencies

I fatti, innanzitutto. Dopo un estenuante braccio di ferro – che ha pure provocato la chiusura per più di un mese di varie attività del governo federale – il Congresso ha infine raggiunto un compromesso per stanziare un miliardo e trecento milioni di dollari per estendere e migliorare le barriere poste in alcuni tratti del confine tra Messico e Stati Uniti. È meno di un quarto di quanto chiedeva Trump e infinitamente meno della cifra – che varie stime collocano tra i 20 e i 40 miliardi di dollari – necessaria per costruire una barriera completa (e che il Presidente aveva promesso sarebbe stata interamente pagata dal Messico). Trump ha considerato la possibilità di porre il veto allo stanziamento congressuale, rischiando però che esso sia annullato da un secondo voto a maggioranze qualificata dei 2/3 delle due Camere. Ha quindi scelto l’opzione estrema, paventata più volte nelle ultime settimane: firmare l’accordo trovato al Congresso; contestualmente, utilizzare una legge del 1976 per proclamare un’emergenza nazionale e dirottare alla costruzione del muro, e senza autorizzazione congressuale, circa 8 miliardi di dollari provenienti da vari altri programmi di spesa, principalmente del dipartimento della Difesa. Una decisione che potrebbe indurre un Congresso esautorato di una sua funzione fondamentale ad agire – aprendo un profondo conflitto istituzionale – e che vari gruppi hanno già contestato legalmente, dando il via a una disputa destinata a durare a lungo e a terminare presumibilmente alla Corte Suprema.

L’emergenza in realtà non esiste. Ovvero esiste un’emergenza umanitaria – quella delle famiglie prevalentemente centro-americane che arrivano al confine per richiedere asilo umanitario – che nulla ha a che fare con l’immigrazione illegale e che non sarebbe in alcun modo modificata dalla costruzione del muro. Nel giustificare la sua decisione, Trump ha dispiegato il suo consueto, e scolastico, lessico apocalittico: “abbiamo un’invasione di droghe, di gang, di persone e questo è inaccettabile”, ha dichiarato. Poco o nulla di quel che ha detto corrisponde al vero. Il numero d’immigrati che vengono bloccati al confine è calato di quasi l’80% in meno di venti anni; le droghe che entrano dal Messico negli Stati Uniti vi accedono per i normali punti di accesso e a nulla servirebbe il muro per fermarle; le città di frontiera – San Diego, Nogales, El Paso, Laredo, Brownsville – non sono affatto tra le più violente del paese (nel 2017 il tasso di omicidi per 100mila abitanti è stato di 2.76 a El Paso e di 3.84 a Laredo contro il 66 di St Louis, il 55 di Baltimora e il 39 di Detroit).

Quella di Trump è quindi un’iniziativa tutta ideologica e politica, indifferente ai fatti e priva di qualsivoglia buon senso. Iniziativa intrinsecamente autoritaria nelle modalità adottate e nel tentativo di esautorare il Congresso di una sua responsabilità fondamentale, sancita dalla Costituzione. Iniziativa funzionale ad alimentare la retorica ipernazionalista del Presidente e a soddisfare una base elettorale bianca e primariamente maschile, in un paese dove peraltro un’ampia maggioranza sembra oggi avere crescente consapevolezza della inutilità del muro. Iniziativa che differisce ancora una volta la presa di decisioni – delegate di fatto al potere giudiziario – e che rivela, se mai ve ne fosse ancora bisogno, la debolezza di una Politica dove le urla sguaiate – in questo caso quelle di Trump – sono vieppiù usate per occultare l’assenza di progetti e l’incapacità di governare.

Il Giornale di Brescia, 17 febbraio 2019

La fine dell’INF

Era stata annunciata da tempo, la decisione dell’amministrazione Trump di abbandonare il trattato INF del 1987, l’accordo siglato a suo tempo da Stati Uniti e Unione Sovietica che proibiva il dispiegamento di missili basati a terra, con una capacità di gittata tra i 500 e i 5500 chilometri. L’annuncio è stato subito seguito da quello analogo di Putin; anche la Russia dichiara di non sentirsi più vincolata dai termini dell’accordo. Il trattato costituì un momento nodale, dall’alta valenza simbolica e politica: una tappa cruciale di un processo che aveva indotto le due superpotenze a istituzionalizzare il meccanismo della deterrenza – ad accettare una forma di sicurezza fondata sulla certezza della reciproca distruzione in caso di conflitto – e a promuovere forme consensuali di riduzione del rischio per il tramite di un contestuale processo di disarmo. Da questo regime di accordi oggi si decide di uscire. Gli Stati Uniti lo fanno per tre ragioni, strettamente interdipendenti, che per convenienza analitica potremmo definire strategiche, ideologiche e politiche. Si aprono così scenari potenzialmente molto pericolosi, che di tutto l’Europa e il mondo hanno oggi bisogno meno che di una nuova corsa agli armamenti.

Strategia, ideologia e politica, si diceva. La strategia è quella che lega questa decisione alle minacce, nuove e antiche, che gli Usa devono fronteggiare. Tra le seconde vi è la rinnovata sfida di una Russia che – monodimensionale nella sua capacità di potenza – investe nella sua risorsa fondamentale, l’arsenale nucleare, ammodernando tra l’altro la sua dotazione di missili a raggio intermedio, in probabile violazione dell’INF. Tra le prime, vi è invece una Cina che, pur avendo rinunciato a essere potenza nucleare alla pari con Mosca e Washington, molto sta investendo in missili a gittata limitata, che gli Usa pensano di poter bilanciare con strumenti analoghi, meno onerosi da dispiegare rispetto a quelli trasportabili per mare o aria. Secondo questa logica, condivisa anche da esperti altrimenti critici nei confronti di Trump, uscire dall’INF è indispensabile per rispondere alla rinnovata minaccia cinese e russa. A ciò si aggiunge l’ideologia, plasticamente incarnata dall’attuale Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, da decenni critico feroce degli accordi stipulati dagli Usa in materia di armamenti. Nazionalista e sovranista come nessun altro, Bolton denuncia l’accettazione della deterrenza come una inaccettabile cessione di sovranità: come un vero tradimento perpetrato da chi accetta dolosamente di porre gli Usa in una condizione di rischio esistenziale, mettendo la sicurezza, invero la stessa sopravvivenza, dell’America nelle mani dei suoi nemici. Uscire dall’accordo INF è quindi solo un tassello di una strategia finalizzata a riacquisire una superiorità preponderante, da completare investendo negli ambiziosissimi progetti di difesa anti-missilistica che Bolton e altri sostengono. E questo ci porta all’elemento politico: a un approccio che promette di riportare gli Usa in una condizione di primato incontestabile, di rendere l’America nuovamente “grande” per usare lo slogan trumpiano che tanto piace alla base repubblicana.

I rischi sono però evidenti. Pur parziale e incompleto, il regime di non proliferazione nucleare costruito nell’ultimo mezzo secolo ha sortito risultati importanti. Esso si fonda primariamente sulla disponibilità delle due superpotenze nucleari a fare la loro parte, riducendo i rispettivi arsenali. Una condizione, questa, che ora sembra venir meno e che apre la prospettiva spaventevole di una nuova, incontrollata corsa agli armamenti.

Il Giornale di , 4 febbraio 2019

“VOUCHERS DEMOCRATICI”

È ovviamente oscurato dalla discussione sullo shutdown e dagli sguaiati tweet presidenziali. Ma il primo (H.R.1) disegno di legge presentato dalla nuova maggioranza democratica alla Camera (https://www.npr.org/…/house-democrats-introduce-anti-corrup…) è indicativo del tipo di battaglia politica che i democratici intendono condurre ovvero delle risposta che essi intendono dare sia a una delegittimazione delle élite politiche che Trump ha demagogicamente cavalcato sia a una degenerazione della democrazia statunitense di cui il Presidente è tanto il prodotto quanto, oggi, l’agente primario. H.R.1 non ha possibilità alcuna di essere approvato dal Senato. Serve, appunto, per dare un messaggio. E il messaggio è inequivoco: servono regole e controlli per conferire contenuti e credibilità a una democrazia oggi in balia di interessi privati, finanziamenti opachi, condizionamenti altamente corruttivi (fig.1-3 e https://fivethirtyeight.com/…/money-and-elections-a-compli…/ su quanto siano aumentate le spese per le campagne elettorali). Regole e controlli che una vasta maggioranza dell’opinione pubblica chiede peraltro a gran voce, come indicano tutti i sondaggi (le fig. 4 e 5 sono di un recente sondaggio della University of Maryland, secondo il quale una nettissima maggioranza sarebbe favorevole a una regolamentazione dei finanziamenti elettorali e addirittura a un emendamento costituzionale che annulli la controversa sentenza della Corte Suprema “Citizens United vs. FEC” del 2009, che tolse la possibilità di limitare i contributi di corporations e sindacati alle campagne elettorali). Le misure di H.R.1 sono plurime; tra le più interessanti ve n’è una presa ancora una volta da esperienze partite su scala locale: quella di usare crediti fiscali e i cosiddetti “democracy vouchers” per introdurre nuove forme di finanziamento pubblico alle campagne elettorali (http://nymag.com/…/house-democrats-first-bill-would-actuall…). Piccoli contributi beneficerebbero di consistenti detrazioni, laddove alcuni stati pilota replicherebbero il modello adottato per primo da Seattle, dove ogni elettore ha ricevuto quattro voucher di 25 dollari l’uno da donare a un candidato di sua scelta (o da restituire alla città). I candidati beneficiari di questi voucher dovrebbero ovviamente accettare varie restrizioni alle modalità di finanziamento delle loro campagne. H.R.1 non andrà da nessuna parte, ovviamente. Resta da capire, però, se definirà il messaggio politico dei democratici, a partire dalle primarie per le Presidenziali del 2020.

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La sfida delle città

Le città, lo sappiamo bene, sono realtà complesse, polimorfiche, contraddittorie. Tessuti delicati dove le scelte della politica entrano in circolo più rapidamente: rivelano – senza infingimenti retorici o facili ideologie – i loro effetti sulla quotidianità immediata di chi le vive. Luoghi ambivalenti, spesso attraversati da divisioni, differenze e squilibri. Spazi fragili, dove crisi e difficoltà si manifestano in modo più crudo e immediato. Ma anche naturali laboratori, dove testare scelte eterodosse e progetti visionari.

La storia, recente e meno, ci offre mille esempi di tutto ciò. C’indica le sfide con cui le città si sono dovute confrontare; ci mostra ricorrenze e discontinuità; ci dice che le città hanno spesso anticipato processi poi estesisi su scala regionale, nazionale e globale. Anche perché la natura intrinsecamente dialettica delle realtà urbane si manifesta in una dualità, e una sfida conseguente, alla quale non possono mai sfuggire: quella di essere simultaneamente locali e globali, ancorate al particolare del loro luogo e parte di dinamiche più ampie che le accomunano e uniscono. Un’identità vissuta in modo chiuso ed esclusivo le marginalizza e ghettizza; una incapacità di preservare e aggiornare tale identità le getta in pasto a processi di omologazione alienanti e abbruttenti. In termini concreti, la prima produce folcloristici assessorati alle culture e tradizioni locali che diventano paraventi per il più gretto localismo; la seconda trasforma le piazze e le vie principali in sorta di non-luoghi: spazi occupati da negozi in franchising e centri commerciali che rendono le città indistinguibili le une dalle altre, a prescindere dalla loro storia e latitudine.

È in questo delicato equilibrio tra apertura e identità, tra cambiamento e tradizione, che si misura la forza di una città e la qualità di chi la guida. Le politiche urbane sono spazio d’indagine privilegiato di studiosi costretti giocoforza ad adottare un approccio pluridisciplinare, indispensabile per esaminare realtà sì complesse e plurali. In un gioco di comparazioni e confronti storici, essi ci dicono che tali politiche sono sempre state globali laddove esperienze e azioni di governo hanno circolato, e circolano, da una parte all’altra del mondo: che i modelli di amministrazione urbana, anche quelli più innovativi e iconoclasti, hanno invariabilmente costituito il portato di scambi, plagi creativi e ibridazioni conseguenti. Lo vediamo anche oggi con mille città grandi e piccole che collaborano, trasferiscono idee, mutuano expertise e vissuti. Immaginando e costruendo, nel processo, spazi negoziati e condivisi di governance globale che integrano, e talora addirittura sostituiscono, quelli interstatuali delle grandi organizzazioni internazionali. Lo fanno talvolta in sintonia con il quadro nazionale e sovranazionale di cui fanno parte e talora in contrapposizione esplicita a esso: alle sue scelte più miopi, strumentali e ideologiche. Negli Stati Uniti – per menzionare il mio ambito di competenza – sono spesso le città che hanno lanciato coraggiosi progetti pilota in materia di politica ambientale, che stanno rigettando il grottesco negazionismo di Trump rispetto al cambiamento climatico o che stanno sfidando l’amministrazione sul tema, nodale e complesso, della gestione dei processi migratori. Città alleatesi tra di loro, in gruppi e consorzi; ovvero città entrate a far parte di network globali come il C40 che riunisce oggi quasi 100 grandi metropoli – da New York a Seul, da Parigi a Sidney – nell’azione contro l’inquinamento globale. Perché le città, e chi le governa con serietà e consapevolezza, sanno bene che le scelte non vanno procrastinate; che ai problemi, grandi e piccoli, va data risposta; che tatticismi, ideologie e opportunismi, quelli nello spazio urbano perdono rapidamente diritto di cittadinanza.

 

Supplemento “Città: qualità della vita”, Il Giornale di Brescia, 14.12.2018

“IL MIGLIOR PRESIDENTE STATUNITENSE”, LO SHUTDOWN E ER CHE DE NOANTRI

Tra i tanti, quotidiani imbarazzi che la politica italiana e i suoi detriti generano, pochi o forse nessuno possono competere con le esternazioni quotidiane del nostro Che dei due mondi, il fu deputato (e presumibilmente sarà ministro) Alessandro Di Battista, che par di capire sia prossimo a un trionfale rientro in Italia. L’ultima, spettacolare, è che in politica estera Trump sarebbe il miglior presidente statunitense della storia, di certo molto meglio di “quel golpista di Obama”. Sì, proprio Trump: quello dell’abbandono dell’accordo sul nucleare iraniano, quello che ha portato gli Usa fuori dagli accordi di Parigi, sta mettendo vari ostacoli al tentativo avviato da Obama di migliorare le relazioni con Cuba, quello che ora sta imponendo al paese uno stop di varie attività del governo federale perché il Congresso non gli concede il finanziamento per costruire il suo benedetto muro al confine con il Messico. Ma il “Che de noantri” mica si fa ingannare, come noi creduloni. “Ah”, chiosa nel suo post ripetendo una delle tante bufale che girano, “gran parte del muro lo hanno fatto i democratici”. Posto che la politica di deportazioni d’immigrati illegali promossa sotto Obama fu molto, molto aggressiva, e fortemente criticata da molte associazioni per i diritti degli immigrati, quell’azione era nelle intenzioni parte di un baratto che avrebbe dovuto permettere di ottenere in cambio una qualche sanatoria dei circa 11 milioni d’immigrati non regolari che risiedono negli Usa (storia troppo lunga da ricordare qui, ma decisivo fu l’affondamento repubblicano di un progetto bipartisan presentato da 8 senatori, 4 per parte, nel 2013). Soprattutto, il progetto di costruire una barriera (fence) al confine col Mexico, che replicasse in dimensioni assai maggiori quella costruita tra San Diego e Tijuana negli anni Novanta, è stato approvato dal Congresso nel 2006, sotto Bush, e costruito in gran parte (circa il 90%) prima dell’elezione di Obama, il quale era sì disponibile a potenziare ed estendere questa barriera ma solo in cambio di una soluzione più ampia e onnicomprensiva (la stessa logica adottata, senza successo, dai democratici dopo l’elezione di Trump). Nel mentre la chiusura di varie attività del governo federale (full disclosure here: la cosa mi sta particolarmente sul gozzo che a inizio gennaio ho un viaggio programmato da tempo in Texas e rischio di trovarmi la Bush Library chiusa…) è giustificata da Trump come necessaria per difendere il paese da flussi incontrollati d’immigrati illegali e, ancor più, dal rischio che tra questi si nascondano pericolosissimi terroristi. Stesse giustificazioni che il Presidente ha utilizzato nelle sue tirate pre-elettorali contro la carovana di migranti/rifugiati centro-americani (alla quale, par di capire, dopo il voto non ha più dedicato lo straccio di un tweet). I numeri, si sa, non piacciono granché ai nostri pentastellati come abbiamo visto con questa storiaccia della Finanziaria; e nemmeno pare piacessero granché al Che vero, come evidenziano i suoi strampalati progetti del periodo in cui gli fu chiesto di trasformare l’economia cubana. Almeno su questo, insomma, il bonsai nostrano del Che vero può vantare qualche affinità con quello reale. I numeri, si diceva. Tra il 1975 e il 2015, evidenziano studi della Rand Corporation e del CATO institute, su 3,252, 493 rifugiati ammessi negli Usa, 20 erano terroristi (corrispondente alla stratosferica percentuale dello 0.00062%; cfr. fig.1). Tre sono stati gli assassini commessi in trent’anni da questi rifugiati-terroristi. Tre in 30 anni. Tutti e tre sono stati commessi da rifugiati cubani, che uccisero un dissidente cileno, un suo aiutante e un esule cubano non sufficientemente anti-castrista. Quanto all’immigrazione “incontrollata” – alle orde di messicani e centro-americani che terrorizzano gli Stati Uniti – vi è stato un significativo calo dopo il 2007, a cui hanno contribuito diversi fattori, ma rispetto alla quale decisiva è stata la riduzione d’immigrati che giungono dal Messico (fig.2 e 3). Immigrati non regolari in calo e che commettono, statisticamente, molti meno reati dei nativi, come dimostrato da molteplici studi (cfr. fig.4). Ma “il miglior presidente americano di sempre” – come i suoi tanti ammiratori nostrani – ai numeri non sembra dare granché bada, almeno non siano relativi al tasso di consenso di cui gode tra una base repubblicana inebriata da un decennio di menzogne e isterie e che oggi quel muro lo reclama a gran voce.

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EVERSIONE VS. POLITICA

Lo sappiamo fin troppo bene, a questo punto: un tratto distintivo degli Stati Uniti oggi è l’intensa polarizzazione politica ed elettorale (misurabile attraverso vari indicatori, finanche il decrescente tasso di matrimoni inter-partitici, fig.1 …). Polarizzazione che acutizza lo scontro, radicalizza le due parti, nuoce all’efficienza di un processo legislativo che abbisogna invece di mediazioni e compromessi. E però l’enfasi doverosa e necessaria su questo elemento genera spesso una sorta di cerchiobottismo analitico: a trattare le due parti come egualmente responsabili della disfunzionale degenerazione della democrazia statunitense e del crescente degrado del discorso pubblico. Così non è e il caso recente del New Jersey è lì a ricordarcelo. La maggioranza democratica stava procedendo a una revisione assai complessa, ma negli esiti alquanto gerrymandered e banditesca, della mappa elettorale dello Stato (per una descrizione https://slate.com/…/12/new-jersey-gerrymandering-plan-bad.h…). Azione contestata dentro il partito, denunciata da molti media liberal (cfr. https://www.vox.com/…/new-jersey-democrats-gerrymandering-2…), ma soprattutto bersaglio di una mobilitazione della base che l’ha infine affondata, godendo dell’appoggio ultimo del governatore democratico Phil Murphy. Nel mentre, in Wisconsin il governatore in uscita Scott Walker firmava una serie di provvedimenti finalizzati a limitare grandemente i poteri del suo successore democratico, Tony Evers, eletto in novembre. Un’iniziativa spregiudicata come poche, questa, che segue quella di un paio di anni fa in North Carolina e che viene replicata anche in Michigan (https://thehill.com/…/421426-walker-signs-bills-to-weaken-d…). Se si perdono le elezioni, insomma, si cambiano le regole e si riducono grandemente le prerogative di chi governerà, impedendogli/le di realizzare le politiche promesse. Qualcosa che a livello federale abbiamo ben visto con Obama, quando l’obiettivo deliberato dei repubblicani fu impedire l’azione di governo anche a costo di paralizzare il processo legislativo (cfr. fig.2) con metodi ostruzionistici mai visti, che raggiunsero il picco durante la discussione su un provvedimento fino allora poco più formale come l’aumento del tetto del debito. In quella occasione i repubblicani si presentarono come il partito della responsabilità fiscale e della spesa oculata. Abito ben presto dismesso dopo l’elezione di Trump, tanto che in anni d’intensa (e drogatissima) crescita economica il deficit va a collocarsi tra il 4 e il 5% del PIL. Insomma, in questi Usa polarizzati, vi è un partito – quello democratico – che fa politica in modo spesso spregiudicato e discutibile e un altro – quello repubblicano – che ormai pare essere diventato a tutti gli effetti un soggettivo eversivo dell’ordine democratica

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Un cerchio che si chiude?

Il cerchio sembra chiudersi implacabile attorno a Donald Trump e alla sua famiglia. I magistrati di New York hanno affermato che nel comprare il silenzio di due donne che minacciavano di rivelare le loro relazioni con il Presidente, l’avvocato di Trump, Michael Cohen – arrestato l’agosto scorso – abbia agito “in coordinamento con, e sotto la direzione de, l’Individuo 1”, con l’obiettivo ultimo “d’influenzare la campagna presidenziale del 2016 (“Individuo 1” sta appunto per Donald Trump). Il crimine, in questo caso, è la violazione della legge sul finanziamento delle campagne elettorali: un reato federale dal quale Trump si potrà proteggere fintanto che sarà alla Casa Bianca e i cui termini di prescrizione scadranno nel 2022. Nel mentre, il procuratore Robert Mueller, che conduce l’inchiesta sulle ingerenze russe nelle elezioni del 2016, ha elogiato Cohen per la collaborazione fornita, facendo esplicito riferimento a contatti tra Mosca e l’entourage di Trump avvenuti nell’autunno del 2015, quando stavano per iniziare le primarie repubblicane. Infine, sempre Mueller ha dichiarato che l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, Michael Flynn, ha pienamente collaborato all’inchiesta e auspicato che gli sia comminata una mite pena alternativa alla detenzione in carcere.

Solo chi crede alle teorie cospirative del deep state – di uno stato “profondo” che mai avrebbe accettato l’elezione di Trump – può ritenere che le indagini in atto siano un complotto ordito ai danni del Presidente. Per certi aspetti quel cui stiamo assistendo era inevitabile. Trump porta con sé quasi mezzo secolo di attività imprenditoriale sempre ai limiti della legalità, fatta di iniziative spregiudicate, politiche fiscali borderline e rapporti frequenti con ambienti in odor di malavita. Un monte di conflitti d’interesse e questioni irrisolte, insomma, destinati a esplodere una volta giunto alla Casa Bianca, a maggior ragione quando tutto ciò si è intrecciato con i torbidi rapporti politici e imprenditoriali che la Trump Organization ha da tempo con settori vicini al Cremlino.

Cosa ne può conseguire? L’impeachment è da escludere. Mancano le condizioni – una chiara maggioranza al Congresso – ovvero manca la disponibilità di un numero rilevante di deputati e senatori repubblicani a scaricare il loro Presidente. Il motivo è presto detto: Trump ha scalato e in ultimo conquistato il Partito Repubblicano; la base è con lui, come si è visto anche al voto di mid-term del mese scorso. Tra i repubblicani il tasso di approvazione del suo operato è attorno al 90%: una cifra altissima e sostanzialmente immutata rispetto al giorno del suo insediamento (tanto per intenderci, nello stesso periodo Obama aveva perso dieci punti tra i pur fedelissimi elettori democratici). Un recente sondaggio NPR/PBS rivela come meno del 20% dei repubblicani consideri l’indagine di Mueller “equa” e più del 70% condivida l’affermazione di Trump secondo la quale si tratterebbe invece di una “caccia alle streghe”. Ed ecco che le elezioni del 2020 diventano, per Trump, qualcosa di più di una semplice competizione per la riconferma: potrebbero a tutti gli effetti costituire l’ultima ancora di salvataggio di cui dispone per evitare il carcere. Se confermati, i capi d’imputazione della procura di New York valgono l’arresto del Presidente: laddove il suo mandato terminasse nel 2020 rimarrebbe infatti una finestra di due anni prima della prescrizione. E tutto ciò inserisce un altro elemento di conflitto in un paese di suo spaccato e polarizzato come raramente nella sua storia.

Giornale di Brescia, 13 dicembre 2018