Mario Del Pero

Generale

MIDTERM

I DEMOCRATICI ALLA PROVA DEL MIDTERM

I sondaggisti una piccola rivincita se la sono presa, dopo la débâcle del 2016. Non mancano ovviamente alcune sorprese – i democratici che tornano a governare il Kansas; i repubblicani che conquistano con maggioranze ampie e inattese i seggi senatoriali in Missouri e Indiana – ma in termini generali l’esito del voto è in larga misura quello predetto: Senato ai repubblicani e Camera ai democratici, che riconquistano anche molti governatorati, sottraendone addirittura 7 ai repubblicani, oltre a numerose assemblee legislative statali. Partiamo da quest’ultimo punto, per provare a riflettere su cosa ci dica questo voto dello stato del partito democratico. Che, uscito letteralmente a pezzi dall’elezione di Trump, si è in parte ripreso, senza però conseguire un successo larghissimo o inequivoco. È, appunto, su scala locale che i democratici hanno ottenuto alcuni risultati particolarmente rilevanti. Certo, vi è molta delusione per le sconfitte di candidati progressisti (e neri) in Florida e Georgia, ma le vittorie sono numerose e significative anche perché avvengono spesso in quelle aree del Midwest post-industriale – Pennsylvania, Michigan e Wisconsin – dove Trump costruì il suo trionfo nel 2016. In termini generali la svolta non è da poco: i repubblicani passano da una superiorità (schiacciante) di 33 governatori a 16 a una di 26/27 governatori a 22/23. Perdono inoltre spesso il controllo assoluto – Governatore e Congresso – che avevano in più di una metà degli Stati: dato questo particolarmente importante, all’avvicinarsi del censimento del 2020 cui seguirà poi il ridisegno dei collegi della Camera del quale sono in larga maggioranza responsabili i Congressi statali. A ciò si aggiungono i numerosi successi democratici nelle elezioni municipali, che si sono tenute ieri e nell’ultimo anno (nelle trenta principali città statunitense sono appena 5 i sindaci repubblicani), a testimonianza che proprio a livello locale è emersa una incisiva risposta, politica e di governo, a Trump. Questo si somma al successo di una mobilitazione nazionale contro il Presidente particolarmente visibile nei risultati per il voto alla Camera. Dove i democratici portano un numero senza precedenti di donne (nel biennio prossimo le deputate dovrebbero essere 98, di cui ben 84 democratiche). Infine, il voto giovane – che in passato è spesso oscillato tra i due partiti – dimostra oggi di essere massicciamente democratico, mentre trasformazioni politiche e demografiche confermano il profondo mutamento in atto in alcune regioni: in Texas, ad esempio, è mancato davvero poco che uno degli astri nascenti del partito, il deputato Beto O’Rourke, sconfiggesse un peso massimo come il senatore Ted Cruz (che aveva vinto di 16 punti nel 2012 e appena di 2.5 ieri).

A uno sguardo più attento, questi dati rivelano però il loro doppio volto e mostrano alcune debolezze e fragilità dei democratici. Che non fosse immaginabile una loro riconquista del Senato era noto da tempo. Che i candidati repubblicani – con una retorica e una proposta pienamente trumpiane anche nella loro radicalità – vincessero tanto largamente in Indiana, in Missouri e in altri Stati sorprende e dice molto. Ci mostra, innanzitutto, come la mobilitazione democratica fatichi a estendersi dalle aree metropolitane a un mondo rurale dove il messaggio di Trump rimane straordinariamente popolare. Mondo, questo, che per come funziona il voto negli Usa è sovra-rappresentato, e quindi elettoralmente più pesante, nel voto sia per il Senato sia per la Presidenza. A fronte di un partito repubblicano assai coeso ed omogeneo nella sua piena trumpizzazione – un partito cioè primariamente bianco, maschile e non-giovane – i democratici contrappongono una realtà assai più composita ed eterogenea. Che può rappresentare una ricchezza, ci mancherebbe. Ma che tende a produrre un partito più frammentato (in primis lungo il cleavage liberal vs. sinistra), litigioso e indisciplinato. Lo si è visto nelle primarie; lo si sta già vedendo nella divisione sulla possibile conferma della leadership di Nancy Pelosi alla Camera; lo si vedrà, presumibilmente, nelle diverse posizioni su come sfruttare la ritrovata maggioranza alla Camera, con una parte incline a chiedere di dispiegare in modo aggressivo contro il Presidente i poteri d’investigazione di cui dispongono molte commissioni e un’altra più cauta, consapevole che da un’escalation dello scontro e della polarizzazione Trump rischia solo di beneficiare. Infine, questa tornata elettorale non ha operato da investitura di un vero leader nazionale, capace appunto di unire il partito e sfidare il Presidente. Potevano esserlo O’Rourke o il candidato a governatore della Florida Andrew Gillum, se avessero vinto. Così non è stato e a dispetto di tutto in prospettiva 2020 i democratici debbono ancora affidarsi a esponenti della vecchia guardia, a partire dall’ex vice-Presidente Joe Biden

Il Mattino, 8 novembre 2018

COSA DICE QUESTO VOTO DI MIDTERM

Vincono (e di riflesso perdono) un po’ tutti in questo voto di mid-term. Vince Trump laddove i repubblicani consolidano la loro maggioranza al Senato, istituzione cruciale per il progetto trumpiano – finora realizzato con efficacia – di modificare in profondità le corti, nominando giudici conservatori. Vincono i democratici, che ottengono una chiara maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e proseguono l’opera di modifica degli equilibri politici nel paese, sottraendo numerose assemblee legislative statali e ben 7 governatorati ai repubblicani (che passano così da una situazione di 33 governatori a 16 a una di 26/27 a 22/23). Vince la destra più estrema in taluni collegi, ma vincono anche forze fresche e nuove tra i democratici, che portano un numero senza precedenti di donne al Congresso (alla Camera dovrebbero essere 98, 84 delle quali democratiche).

Cosa ci dice questo voto e cosa lascia presagire per il biennio che seguirà? Due considerazioni sono possibili. In primo luogo, il mid-term 2018 evidenzia quanto profonda, e verrebbe voglia dire strutturale, sia la frattura politica esistente oggi negli Usa. La mobilità elettorale si è grandemente ridotta. E con essa si sono ancor più irrigiditi due campi, il cui perimetro è definito da una serie di fattori facilmente identificabili: l’anagrafe (i giovani votano in larga maggioranza democratico; gli over 50, soprattutto se bianchi, repubblicano); la geografia e la densità abitativa (le aree metropolitane sono roccaforti democratiche; quelle rurali saldamente repubblicane); la razza (il partito repubblicano è maggioritariamente bianco; le minoranze, a partire da quella afro-americana, costituiscono la spina dorsale dei democratici); il genere (il voto femminile va in larga maggioranza ai democratici, quello maschile ai repubblicani). Le linee di frattura sono plurime; l’esito è di acuire la contrapposizione politica e la polarizzazione elettorale. Il voto, secondo aspetto, ci mostra però anche come questa condizione offra una sorta di habitat ideale a Donald Trump: un Presidente che la Casa Bianca non ha in alcun modo moderato e le cui posizioni spesso estreme sono oggi egemoni e incontestate tra i repubblicani (oltre che in larga misura sdoganate nel discorso pubblico). Trump non esce affatto indebolito da questo voto, in altre parole. La quasi totalità degli eletti repubblicani ha offerto un messaggio pienamente trumpiano, nei contenuti e nella retorica. Nell’estremo bipolarismo odierno, un polo è a tutti gli effetti quello di Donald Trump.

Cosa attendersi allora? Nancy Pelosi, che quasi certamente tornerà a essere Presidente della Camera, ha teso la mano e promesso disponibilità alla collaborazione bipartisan. Difficile, anzi impossibile, che ciò avvenga. Da questo governo diviso, e da questo contesto polarizzato, è probabile attendersi una prosecuzione dello scontro e un contestuale stallo legislativo. I democratici sfrutteranno i poteri d’investigazione di cui dispongono molte commissioni della Camera per aprire inchieste sui tanti lati opachi del Presidente, dei suoi affari e della sua campagna del 2016. Trump continuerà a usare con spregiudicatezza la leva esecutiva, anche per compensare la quasi impossibilità di legiferare. Su scala locale, stati e municipalità democratici proseguiranno nella loro azione di contrasto alle iniziative del Presidente. Uno scontro politico senza quartiere, insomma, nel contesto di una campagna, quella per le Presidenziali del 2020, che si è di fatto aperta nel momento in cui si chiudevano le urne di questo voto di mid-term.

Il Giornale di Brescia, 8 novembre 2018

Voto

È il primo grande test elettorale dell’era Trump, il voto di mid-term di oggi. Gli americani sono chiamati a votare per il rinnovo di poco più di un terzo del senato (35 senatori su 100), l’intera Camera dei Rappresentanti, numerosi governatori e assemblee legislative statali. I sondaggi – da prendere ovviamente con cautela – indicano che l’esito più probabile sia un governo diviso, con i democratici capaci di riconquistare la Camera e i Repubblicani ancora in controllo del Senato. Il successo democratico dovrebbe estendersi anche su scala locale, alterando uno stato di cose che vede i repubblicani ancora dominanti (hanno oggi 33 governatorati contro i 16 dei democratici), ma spesso in difficoltà come si è visto in varie elezioni suppletive recenti. Un voto – quello negli stati – la cui importanza non va sottostimata, anche perché è lì, oltre che nelle grandi aree metropolitane, che è emersa in questi due anni l’opposizione più efficace alle politiche di Trump, dall’ambiente all’immigrazione.

In attesa di scoprire se le previsioni saranno confermate, due sembrano essere le principali indicazioni che questo voto offre. La prima è la piena nazionalizzazione – e in una certa misura “trumpizzazione” – della campagna elettorale. Divenuta ben presto un referendum sul Presidente e sul suo operato. Ovvero declinata in chiave di sostegno fideistico o di opposizione senza quartiere a Trump. Pesa qui l’azione e ancor più il lessico – violento e grossolano – di un Presidente che ostruisce qualsiasi mediazione, infiamma invariabilmente lo scontro e nutre una contrapposizione sempre più accesa. Incide la trasformazione del partito repubblicano ostaggio, anche nelle sue frange più moderate, del Presidente e di una base che è in larghissima maggioranza al suo fianco, pronta a punire, già nelle primarie, qualsiasi defezione. Ma opera anche l’incapacità democratica di sottrarsi a questa morsa micidiale: di evitare una costante rincorsa polemica con un Presidente radicale ed estremo come mai nella storia del paese, che riesce però continuamente a dettare temi e tempi della discussione.

Con un partito e un elettorato repubblicani ormai pienamente trumpiani, si accentua un dato caratterizzante la democrazia statunitense: una polarizzazione in due campi sempre più impermeabili, con un evidente effetto nocivo sulla governabilità del paese. È questa la seconda indicazione che emerge dal voto. Trump è per tanti aspetti il portato di questa polarizzazione: della radicalizzazione che essa genera e del contestuale imbarbarimento del confronto politico. Ma è anche agente altamente tossico, che dal pulpito presidenziale irrora la società statunitense con la sua retorica volgare, spregiudicata e talora esplicitamente razzista. Qualsiasi sia l’esito del voto, è difficile se non impossibile credere vi possa essere una ricomposizione a breve della frattura. Una Camera controllata dai democratici, oltre a paralizzare il processo legislativo, si trasformerà inevitabilmente in una sorta di tribunale dal quale i democratici, facendo leva sui poteri congressuali d’inchiesta (a partire da quelli della Commissione Intelligence), lanceranno le loro indagini su Trump, i suoi affari torbidi, i suoi mille conflitti d’interesse e, soprattutto, le ingerenze russe nella campagna del 2016. Una vittoria di Trump legittimerà molte delle degenerazioni in atto, lasciando campo aperto a un Presidente il cui deficit di cultura e sensibilità democratiche si manifesta ormai quotidianamente in forma quasi caricaturale.

Il Giornale di Brescia, 6 novembre 2018

POLITICA E GUERRA

I media danno oggi ampio risalto alla notizia della tragica morte in Afghanistan del maggiore Brent Taylor (https://www.nytimes.com/…/afghanistan-us-soldier-killed.html). Taylor era sindaco della cittadina di North Ogden, una sessantina di chilometri a nord di Salt Lake City, nello Utah. Riservista, aveva preso un congedo per andare in Afghanistan con la guardia nazionale dello stato. Di casi simili ve ne sono molti, il più noto – di cui si è già parlato qui (https://mariodelpero.italianieuropei.it/…/south-bend-india…/) è il famoso sindaco di South Bend Pete Buttigieg. Nel mentre, alle elezioni di mid-term di martedì prossimo partecipa un numero record di veterani e veterane, soprattutto delle ultime guerre in Iraq e Afghanistan: più di 170 secondo alcune stime, in maggioranza – circa 110 a 60 – repubblicani, anche se tutte le donne con l’eccezione di una corrono per i democratici (https://www.militarytimes.com/…/here-are-the-172-veterans-…/; cifre in parte diverse sono invece fornite dahttps://www.axios.com/2018-midterms-military-veterans-runni…). A questo intreccio tra politica e forze armate concorrono molteplici fattori: la tradizione, mai venuta meno, di un ethos repubblicano che si sublima nella figura del cittadino-soldato, del servitore pubblico sempre pronto al sacrifico estremo; il discredito della politica e di tante altre istituzioni e la contestuale popolarità delle forze armate, oggi riverite come nessun altro nel paese (fig.1 per i dati Gallup); il tragico fallimento delle guerre americane del XXI secolo, che come in passato ha – e in parte comprensibilmente – alimentato l’idea che la responsabilità sia stata primariamente di una politica opportunistica, incompetente e auto-referenziale, che la guerra non la conosce e la utilizza con incoscienza e spregiudicatezza. Ma vi è anche il paradosso – che lo storico Andrew Bacevich ha illustrato magistralmente soprattutto in “The New American Militarism” (https://global.oup.com/…/the-new-american-militarism-978019…&) – di un paese e di un ceto politico sedotti dalla guerra e dalla possibilità di dispiegare l’impareggiabile superiorità di potenza militare di cui gli Usa dispongono, ma che da quella guerra – dalle sue pratiche, dai suoi effetti, dalla sua conduzione – sono sempre più distanti e separati. Bacevich è studioso conservatore, colonnello e veterano del Vietnam che – dopo aver letteralmente scoperto alcuni classici della storiografia progressista e revisionista, Charles Beard e l’amato William Appleman Williams su tutti – ha denunciato, talora in modo un bel po’ binario va detto, tutte le guerre statunitensi del dopo guerra fredda, liberal e conservatrici, democratiche e repubblicane. Che ha rubricato come parte di un’inarrestabile militarizzazione della politica statunitense, del lessico che la informa e della simbologia che l’accompagna. Di un paese, insomma, infatuato della guerra perché la guerra non la conosce; che celebra i suoi soldati (tra i quali numerosi immigrati che attraverso il servizio militare ottengono una via più rapida alla cittadinanza), ma li sottopaga (fig.2) e non garantisce loro adeguate cure mediche, come i numerosi scandali di questi anni hanno una volta ancora rivelato; che la guerra la osserva da lontano, facendo inizialmente il tifo come fosse allo stadio o dimenticandola rapidamente. Per Bacevich una soluzione sarebbe il ritorno alla leva obbligatoria e universale: utile perché la figura del cittadino-soldato torni a essere una realtà, perché renderebbe tutti gli americani più consapevoli delle conseguenze della guerra e meno inclini a intraprenderla con leggerezza e, infine, perché contrasterebbe la degenerazione di una repubblica sempre più iniqua del distribuire responsabilità, oneri e sacrifici. Il primo figlio di Bacevich, Andrew Jr., ha seguito alla lettera la lezione del padre; volontario, è stato ucciso in Iraq nel 2007.

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Mid-Term

35 senatori su 100; l’intera Camera dei Rappresentanti; 12 governatori; numerosi sindaci e consigli comunali; vari referendum statali, che spaziano dal salario minimo alla legalizzazione della cannabis. E un giudizio su Trump e la sua Presidenza. Gli americani saranno chiamati a esprimersi su tutto ciò il 6 novembre prossimo. I sondaggi ci dicono che il Senato quasi certamente resterà in mano ai repubblicani e che la Camera dovrebbe invece passare ai democratici. Ma sono sondaggi volatili, nel contesto di un dibattito i cui termini sono quotidianamente modificati dagli eventi, come ben abbiamo visto in questi giorni quando la discussione è stata dominata prima dalla carovana di migranti centro-americani diretti al confine tra Usa e Messico (e ciò favoriva i repubblicani) e poi dai pacchi bomba spediti da un sostenitore di Trump a vari avversari del Presidente (e ciò aiuta i democratici).

È un’America spaccata, quella che si reca alle prime elezioni nazionali dell’era Trump. E tale polarizzazione costituisce il primo dei tre aspetti sui quali è necessario soffermarsi per meglio comprendere questo ciclo elettorale. La divisione ha matrici plurime e di lungo periodo. Che l’elezione del 2016 ha però ulteriormente acuito. La percentuale di elettori che considera l’altro partito non solo un avversario ma un vero e proprio pericolo per la democrazia è cresciuta a dismisura; di riflesso, è scesa a livelli bassissimi la mobilità elettorale: la disponibilità a scegliere candidati di partiti diversi a seconda delle cariche o del ciclo elettorale. Si hanno, cioè, due basi di militanti e di votanti sempre più impermeabili e pienamente mobilitate l’una contro l’altra.

La conseguenza – e questo è il secondo aspetto – è un evidente imbarbarimento del confronto politico. Di fronte ad avversari che in quanto tali sono illegittimi, qualsiasi arma diviene lecita e la discussione scivola molto facilmente verso escalation di accuse, colpi bassi e diffamazioni. Il limine che separa tutto ciò dalla violenza si fa quindi molto sottile, come abbiamo potuto vedere nei recenti episodi di cronaca.

Ma – terzo e ultimo aspetto – le responsabilità di questo degrado, per quanto diffuse, non possono essere distribuite in egual misura alle due parti. Gravi e maggiori sono quelle dei repubblicani e del Presidente. Il contrasto tra Obama e Trump nell’utilizzo del pulpito presidenziale è quasi caricaturale. Tanto il primo cercò di contrastarlo, tale degrado, quanto il secondo lo ha cavalcato, alimentato e acuito. Trump ha presentato normali manifestazioni di protesta come pericolosi attacchi alla democrazia di folle violente e anti-democratiche. Ha strumentalizzato il caso di poche migliaia di migranti centro-americani, annunciando di voler inviare l’esercito al confine (da cui la carovana dista ancora circa 2mila chilometri) e denunciando senza prova alcuna la presenza nel gruppo di pericolosi “mediorientali”. Ha, come suo solito, insultato e dileggiato. E ha avallato l’azione di alcuni governi statali a guida repubblicana – Kansas e Georgia su tutti – tesi a ridurre la possibilità di accesso al voto di elettori ispanici e neri. Se i repubblicani, contro tutte le previsioni, dovessero preservare la loro maggioranza alla Camera, queste e altre azioni contro la democrazia statunitense potrebbero addirittura intensificarsi. Se così non fosse, dalle urne uscirà un paese ancor più incline allo scontro e alla contrapposizione. In una notte della ragione dalla quale – anche a causa della piena trumpizzazione del partito repubblicano – si fatica davvero a intravedere una via d’uscita.

Il Giornale di Brescia, 28 ottobre 2018

IL DIRITTO DI VOTARE

È uno dei problemi storici della democrazia americana, la “voter suppression”: rendere più difficile o impedire del tutto l’accesso al voto a pezzi dell’elettorato, soprattutto quelle minoranze che avrebbero potuto sfidare il sistema di segregazione razziale o che oggi votano in larghissima maggioranza democratico. La competenza è statale e le leggi variano quindi in modo significativo. Lo vediamo bene, ad esempio, per il diritto di voto dei carcerati (tra quali, si sa, sono largamente sovra-rappresentati gli afro-americani) . In due stati molto progressive (Maine e Vermont) non lo perdono nemmeno mentre scontano la condanna; in 14 vi è un recupero automatico del diritto di voto una volta terminato il periodo in carcere; negli altri vi è una finestra più o meno lunga di attesa o, per certi crimini, la perdita definitiva del diritto di voto (“A person convicted of murder, rape, bribery, theft, arson, obtaining money or goods under false pretense, perjury, forgery, embezzlement or bigamy » cessa di essere « a qualified elector” recita ad esempio la costituzione del Mississippi). Ma a vedere limitato il proprio diritto di voto non sono solo i carcerati. Richieste di documenti d’identificazione di cui molti elettori non dispongono, spesso giustificate da presunte (o grandemente esagerate) frodi elettorali; gerrymandering e creazione di collegi elettorali che rendono praticamente superfluo il votare; ostacoli di vario tipo, inclusa la riduzione del numero di seggi in giornate elettorali che sono anche lavorative: gli strumenti sono diversi e ampiamente utilizzati. Ha fatto scalpore in queste settimane il caso della Georgia, uno stato che non ha mai avuto un governatore nero, e dove la candidata democratica Stacey Abrams ha la concreta possibilità di essere la prima donna eletta alla carica oltre che la prima donna afroamericana a conquistare un governatorato. Il suo avversario, Brian Kemp, è l’attuale segretario di Stato: ossia la persona responsabile per la gestione delle operazioni elettorali (posizione, a dispetto di un evidente conflitto d’interessi, dalla quale si è rifiutato di dimettersi). Un ruolo che pare stia svolgendo con grande zelo e che ha indotto numerose associazioni per i diritti civili a mobilitarsi e a denunciare Kemp, in particolare dopo la scoperta che la registrazione elettorale di più di 50mila elettori è stata congelata per discrepanze tra i moduli presentati e i registri statali (a quanto pare si tratta in taluni casi di discrepanze minime, un trattino mancante in un cognome, ad esempio, o un secondo nome non inserito). Il 70% di questi elettori sono neri e concentrati nelle dieci contee più urbane dello Stato o nei sobborghi di Atlanta (https://www.citylab.com/…/where-voters-color-are-su…/573367/ e fig.1). La Georgia non è però un caso isolato e oggi il Times dà conto della sconcertante vicenda di Dodge City, Kansas, città dove il 60% della popolazione è ispanica (https://www.nytimes.com/…/26/us/dodge-city-kansas-voting.ht…). E dove per il voto del 6 novembre prossimo è previsto un solo seggio, fuori dai confini municipali, difficilmente raggiungibile per quella parte della popolazione che usa principalmente mezzi pubblici (a quanto pare Lyft si sta attivando per fornire un servizio gratuito quel giorno, è in una certa misura ironico che i ricchi neoliberal di San Francisco diventino i salvatori della democrazia americana ma tant’è …). Anche qui abbiamo un segretario di Stato, Kris Kobach, candidato governatore. Un avversario storico dell’ACLU e delle principali organizzazioni per i diritti civili, il buon Kobach. Da tempo impegnato nella campagna contro le frodi elettorali oltre che architetto (e vice-presidente) della commissione istituita da Trump in seguito alle sue denunce sui presunti milioni di voti irregolari ottenuti dalla Clinton nel 2016. La commissione ha avuto vita breve e non ha prodotto evidenza alcuna. In Kansas, Korbach ha lanciato una sua azione parallela contro il voto di persone non autorizzate, che dopo mesi d’inchiesta ha portato a individuare nove casi sospetti e ottenere una condanna…-

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L’omicidio Khashoggi e i rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita

A modo suo – con le consuete incongruenze e approssimazioni – Donald Trump sta cercando di gestire la crisi che l’omicidio di Stato del giornalista Jamal Khashoggi ha provocato nelle relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Relazioni importanti, queste, fattesi nuovamente nodali con l’elezione di Trump e la ridefinizione di alcune coordinate di fondo della strategia mediorientale degli Usa. Ma che non possono non essere condizionate dall’azione – agghiacciante nella sua gestione – che ha portato all’assassinio di un columnist del Washington Post come Khashoggi, che da più di un anno risiedeva legalmente negli Stati Uniti.

È possibile che, superato lo shock iniziale, Washington accetti le improbabili spiegazioni ufficiali che stanno giungendo da Riad. Che il fronte critico nei confronti del principe saudita Mohammed bin Salman – guidato dall’influente senatore Lindsey Graham – rientri progressivamente nei ranghi. Il partito repubblicano è oggi, a tutti gli effetti, il partito di Donald Trump. Anche sulla politica estera, le defezioni non sono ammesse o politicamente contemplabili. Dopo alcune giornate di smarrimento, i media più vicini al Presidente e alla destra radicale hanno iniziato un’opera di delegittimazione di Khashoggi, presentandolo come uomo in odore di radicalismo islamico.

L’Arabia Saudita è insomma troppo importante per gli Usa per poter essere scaricata. Nel disegno strategico statunitense ha un ruolo centrale, consolidatosi dagli anni Settanta a oggi, che solo Obama provò a contestare e qualificare e che Trump ha invece rilanciato con forza. È baluardo di un fronte che da anti-sovietico si è fatto progressivamente anti-siriano e, soprattutto, anti-iraniano. È attore centrale dentro l’OPEC e soggetto cui gli Usa delegarono il compito, vitale, di calmierare il prezzo del petrolio, dopo che gli shock petroliferi parvero mettere in ginocchio l’economia statunitense e il capitalismo globale. È uno degli alleati che più ha contribuito a puntellare l’egemonia del dollaro, con il suo continuo shopping di armi sofisticate dagli Usa, il conseguente trasferimento di petrodollari e l’acquisto di titoli del debito statunitense (dei quali, dopo Cina e Giappone, l’Arabia Saudita è tra i principali detentori).

Ma Riad è anche partner difficile, ingestibile e – come questa vicenda ben evidenzia – spesso assai poco presentabile. Regime autoritario e finanche medievale nel suo oscurantismo e nella sua mancanza di rispetto di elementari diritti civili e politici; sostenitore (e finanziatore) di modelli islamici radicali, sul piano teologico e politico; agente di destabilizzazione di un contesto perennemente fragile e altamente infiammabile come quello mediorientale.

Con questi dilemmi e queste contraddizioni Obama cercò in qualche modo di fare i conti. Le aperture all’Iran, la decisione di scaricare Mubarak in Egitto e le (caute) critiche a Israele si ponevano l’obiettivo di modificare con gradualità una politica di alleanze in Medio Oriente non più sostenibile anche a causa dello scomodo alleato saudita. Bush e i neoconservatori – da sempre molto critici nei confronti di Riad e della partnership saudita-statunitense – movevano a loro volta da premesse simili e la sciagurata operazione irachena del 2003 si poneva tra i suoi obiettivi anche quello di liberare gli Usa da questa dipendenza nei confronti dell’Arabia Saudita. Trump ha scelto un’altra linea: più cinica e, asseriscono i suoi difensori, più realistica. Che probabilmente non piace a una maggioranza del paese, ma continua a essere apprezzata da larga parte dell’elettorato repubblicano.

Il Giornale di Brescia, 21 ottobre 2018

 

CORRUZIONI

ProPublica ci offre un gran (ovvero terrificante) ritratto del magnate dei casino Sheldon Adelson ovvero del “patron in chief” di Trump (https://features.propublica.org/…/sheldon-adelson-casino-m…/). Falco filo-Netanyahu – invitato all’inaugurazione della nuova ambasciata di Gerusalemme – Adelson è oggi tra i maggiori finanziatori di Trump (cui ha dato 25 milioni di dollari nel 2016, 5 solo per la cerimonia d’insediamento) e dei repubblicani (38 spesi nella campagna per il prossimo mid-term). Non aveva puntato su Trump, inizialmente, Adelson, preferendogli Marco Rubio. Ma si è poi prontamente ravveduto. E ottenendo, a quanto pare, quello che gli stava più a cuore: una netta presa di posizione filo-israeliana e, ancor più, anti-palestinese. Ma la politica, va da sé, s’intreccia agli affari: il cuore al portafoglio. E a quanto pare Adelson sta avendo molto in ritorno: secondo alcune stime, grazie ai tagli alle tasse di Trump la sua compagnia – la Las Vegas Sands Corporation – avrebbe ottenuto un risparmio di 1200 miliardi di dollari (nel solo primo quadrimestre del 2018, Adelson si è aumentato il compenso da 12.7 a 26 milioni di dollari; la Sands ha fatto un più 31% di profitti nello stesso periodo; https://www.nytimes.com/…/…/tax-cuts-republicans-donors.html). Facendo inorridire diplomatici e interlocutori giapponesi, Trump avrebbe addirittura fatto lobbying pro-Adelson durante i suoi incontri col premier giapponese Abe; con una decisione molto controversa e contestata, Tokyo ha infatti deciso di concedere tre licenze per l’apertura di casino e Adelson sta puntando pesantemente su un mercato dal grandissimo potenziale.
Adelson è peraltro solo l’esempio estremo di un sistema decisamente malato: contaminato da finanziamenti alla politica che soprattutto dopo la sentenza Citizens United del 2010 sono andati completamente fuori controllo. In ogni ciclo elettorale viene battuto un record; Trump ha già messo in cassaforte più di 100 milioni di dollari in prospettiva 2020; i democratici stanno rispondendo più con contributi diffusi – sui collegi in ballo alla Camera il rapporto tra dems e reps è al riguardo di 3 a 1 (https://www.nytimes.com/…/campaign-finance-small-donors.html) – e con una crescente disponibilità a fare donazioni a candidati in stati e collegi diversi da quelli dove si risiede (il buon Beto O’Rourke ha fatto il pieno, ma è un fenomeno più ampio e generale: https://www.publicintegrity.org/…/out-state-donors-pour-cas…). Anche i democratici hanno però la loro bella lista di megadonors (fig.1), a partire ovviamente da Tom Steyer, il finanziere liberal e ambientalista newyorches-californiano che vorrebbe mettere Trump sotto impeachment…

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SURRISCALDAMENTI, DEFICIT E RETRIBUZIONI

Il meccanismo è quello classico e, dagli anni Ottanta in poi, visibile a tutti quelli che non sono accecati dall’ideologia del supply side e della trickle down. L’equazione è semplice e banale: tagli alle tasse e sgravi di ogni tipo, alte spese militari, costi per previdenza e sanità intoccabili e, vista la curva demografica, in aumento = deficit crescenti e potenzialmente fuori controllo. E così, nel primo vero anno di fiscalità trumpiana – quando cioè si iniziano a palesare pienamente gli effetti delle politiche di questa amministrazione – scopriamo che il deficit è cresciuto in un anno del 17%, sfiorando gli 800 miliardi di dollari. Si tratta dell’aumento più ampio dal 2012. Nei primi tre anni di Obama fu maggiore, ma allora si scontavano gli effetti delle politiche di spesa adottate in risposta alla recessione del 2008. Oggi il tutto avviene con tassi di crescita del PIL che stanno tra il 3 e il 4%. E con un amministrazione che in anni di vacche grasse, taglia le tasse e aumenta le spese (nel 2017 il gettito è cresciuto di appena l’1%; la spesa del 7: https://www.cbo.gov/publication/54442, fig. 1 e 2) . Siamo in pieno surriscaldamento, dettato peraltro anche da considerazioni di ordine elettorale in un ciclo che non ha ormai più soluzione di continuità: scollinato il mid-term s’inizierà subito a pensare al 2020. Ma non è solo il deficit a colpire tra i dati appena comunicati dal Tesoro. Che ci dicono anche come nel 2017-18 i salari siano cresciuti in media solo dell’1.4% e il reddito familiare dell’1.8% (era stato del 4.1 l’anno precedente). A fronte di una disoccupazione scesa stabilmente sotto il 4% e un contestuale, ancorché lento, aumento della percentuale della popolazione in cerca di lavoro, questo secondo dato si fa fatica a interpretarlo ovvero sembra indicare una strutturale fragilità della ripresa. In attesa che i dati vengano disaggregati e il quadro risulti più completo, ci si deve affidare a quelli del luglio scorso (cfr. https://www.epi.org/…/average-wage-growth-continues-to-fla…/). Che ci mostrano un quadro pieno di chiaroscuri. Al netto dell’inflazione la crescita dei salari è a dir poco anemica; ma vi sono aumenti consistenti nei quattro percentili di reddito più bassi (tra il 2 e il 4%). Che sono spiegabili con l’offerta di lavori a bassa qualifica (e reddito conseguente), con il fatto che la disponibilità di forza lavoro non sia stata ancora interamente assorbita e, ancor più, con le politiche adottate da molti stati in materia di salario minimo (di cui si dava conto in un precedente commento: https://mariodelpero.italianieuropei.it/…/amazon-e-la-mini…/). Sia come sia, il dato che rimane è quello di retribuzioni che non tengono il passo con la crescita per quei redditi mediani che già sono stati tra i più duramente colpiti dalla crisi (fig.3). E un contestuale aumento dei consumi a debito come elemento compensativo, facilitato da politiche creditorie che beneficiano dell’intensa deregolamentazione promossa dall’amministrazione repubblicana: anche se rimaniamo lontani dai picchi pre-crisi, il tasso di risparmio individuale come percentuale del reddito disponibile è tornato a scendere (sta sotto il 7% nell’ultimo dato della FRED di
St.Louis: https://fred.stlouisfed.org/series/PSAVERT) e di certo – nel contesto artificialmente surriscaldato della crescita corrente – è solo destinato a diminuire

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Milionari che non pagano tasse

Sono pezzi di alto, altissimo giornalismo quelli che il Times sta pubblicando sulle spregiudicate politiche fiscali degli immobiliaristi newyorchesi – i Trump e i Kushner – che contro tutte le leggi del buon senso (e del buon gusto) sono infine giunti alla guida del paese (https://www.nytimes.com/…/donald-trump-tax-schemes-fred-tru…). Inchieste giornalistiche come si vedono sempre più raramente: mesi di lavoro, montagne di dati, coinvolgimento di decine di studiosi ed esperti. Ahimè, nel volgarissimo tritacarne che è l’informazione corrente esse durano lo spazio di un battito di ciglia e forse nemmeno quello. Del banditismo di Trump sapevamo già molto: bancarotte plurime; corruzione diffusa; furberie di vario tipo; rapporti opachi con la politica, le banche e imprese costruttrici spesso in odore di malavita; discriminazioni razziali verso acquirenti e, ancor più, affittuari. Più interessante è però il caso del giovin Kushner (https://www.nytimes.com/…/busine…/kushner-paying-taxes.html…). Perché qui tutto avviene alla luce del sole, sfruttando una normativa dolosamente lacunosa, fatta apposta per favorire i grandi immobiliaristi e le loro speculazioni. Scopriamo così che Kushner – ricchezza odierna stimata di 324 milioni di dollari – non ha pagato un cent di tasse federali nell’ultimo decennio. Come ha fatto? In estrema sintesi ha preso soldi a prestito, a tassi bassissimi, da banche amiche; acquistato-rinnovato-rivenduto-affittato immobili; detratto dai profitti il costo di deterioramento (stravalutato) dell’immobile; dichiarato un passivo e ottenuto addirittura un credito fiscale conseguente. Abbastanza disgustoso, ovvio. Ma legale, vuoi per le responsabilità del legislatore – che permette a un simile, diabolico meccanismo, di operare – vuoi per l’assenza del controllore/regolamentatore. E però la vicenda ci dice tre cose importanti, strettamente interrelate:

a) La prima è che questo meccanismo di agevolazione della speculazione immobiliare sta dentro quella bolla – sgonfiata ma in ricrescita (fig.1 e fig.2 per NY) – che ha costituito il pilastro di una crescita trainata dai consumi a debito. Ovvero da una capacità di consumare dipendente dal continuo aumento del valore d’immobili messi a collateral e trasformati quindi in sorta di bancomat

b) Il codice fiscale statunitense è una groviera piena di buchi e interstizi – i famosi loopholes – che non sono nati per caso, ma che sono figli di scelte deliberate ovvero di scambi machiavellici a cui hanno partecipato non di rado i democratici (molti dei quali con la finanza hanno rapporti strettissimi)

c) Che questi loopholes riflettono però un più generale un discorso anti-tasse che dagli anni settanta in poi ha dominato la discussione politica e al quale nessuno, nemmeno Obama o Clinton, si è potuto sottrarre. Lo vediamo bene, ovviamente, nella modifica delle aliquote sui redditi più alti (dal 91% del 1965 all’attuale 37%, fig.3); lo vediamo sul capital gain (fig.4: fece scalpore Romney, nel 2012, che dichiarò di aver pagato il 14% su 13.69 milioni di dollari; ma Trump – primo presidente a non rendere pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi – è probabile non abbia pagato nulla); lo vediamo appunto in queste sconcertanti agevolazioni di cui ha beneficiato Jared Kushner

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TRUMP E LE PAURE DELL'”UOMO BIANCO”

Dietro il trumpismo, lo sappiamo bene, c’è la paura di un pezzo d’America, bianca e maschile (oltre che primariamente over 30), che costituisce la spina dorsale dell’elettorato che ha portato questo improbabile immobiliarista newyorchese alla Casa Bianca. Nel 2016, il voto bianco maschile andò a Trump 62 a 32 (http://www.people-press.org/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/ e fig.1);). Non solo: l’elettorato bianco maschile fu, tra i vari segmenti in cui possiamo dividere chi vota, quello con il tasso di partecipazione elettorale tra i più alti, tanto da costituire circa un terzo dei votanti totali. E il suo sostegno a Trump non è affatto scemato in questi due anni, come abbiamo peraltro visto bene nella recente discussione sulla nomina del giudice Kavanaugh. Sondaggi recenti ci dicono che il tasso di approvazione dell’operato del Presidente tra gli elettori maschi bianchi rimane stabile e alto (https://poll.qu.edu/national/release-detail?ReleaseID=2544 e https://myopportunity.com/data-science/middle-aged-white-men-remain-steadfast-in-their-support-for-donald-trump) . Agiscono processi demografici che sembrano ridurre – per altro con grande gradualità – il peso relativo di questo gruppo; operano trasformazioni economiche che hanno colpito una certa middle class bianca impoverita anche in conseguenza della crisi del 2008 e della difficoltà di avere accesso a consumi a debito che dagli anni 70 in poi hanno costituito indiretto ammortizzatore sociale e fattore in qualche modo compensativo per redditi stagnanti e disuguaglianza crescente (ed è su questa middle class, più che sulla working class travolta dalla globalizzazione che tanto piace a molti analisti come facile spiegazione del trumpismo, che ci si deve soffermare nelle analisi); incidono alcuni eccessi del politically correct, del MeToo e delle irrealistiche e talora quasi caricaturali bolle liberal-progressiste che sono divenuti molti college statunitensi (il buon Mark Lilla lo si può di certo criticare su tante cose, ma sugli eccessi di una deriva identitaria temo abbia più di una ragione: https://tocqueville21.com/focus/focus-liberalism-and-identity-politics/ ). Ma il vittimismo dell’“uomo bianco statunitense,” per usare questa brutta formula, è un vittimismo che deriva primariamente dal timore di perdere i privilegi di cui – comparativamente – ancora gode e dal tentativo di rispondere alle dinamiche in atto riaffermando una visione sostanzialmente statica, essenzialista e normativa di quel che l’America è e deve essere. Il reddito medio rimane più alto (di ca. il 30/35% rispetto a neri e ispanici; di circa il 15/20% rispetto alle donne bianche: https://www.census.gov/library/publications/2018/demo/p60-263.html) ; il tasso di disoccupazione per i bianchi più basso (3.2% contro il 6.5 dei neri https://www.bls.gov/web/empsit/cpsee_e16.htm), così come quello di famiglie bianche che stanno sotto la soglia della povertà (circa la metà rispetto a quelle nere); per quanto la situazione sia lievemente migliorata negli ultimi anni, la distribuzione della popolazione carceraria (esempio classico), ci dice che i neri – ca. il 12% della popolazione complessiva – sfiorano il 40% (https://www.bop.gov/about/statistics/statistics_inmate_race.jsp e fig.2). Il dramma Kavanaugh, molto mal gestito dai democratici va detto, in fondo questo ci ha mostrato una volta ancora. Non tanto rispetto a una questione – la presunta aggressione sessuale di 35 anni fa – sulla quale poco continuiamo a sapere, ma sulla reazione del giudice e dei suo sostenitori: di un’America maschile e bianca che presenta privilegi come diritti, la preservazione dei privi come la tutela dei secondi