Mario Del Pero

Generale

Università, diseguaglianze e privilegi

Tutti i nove giudici della Corte Suprema vengono da università della Ivy League. Così come gli ultimi 5 presidenti (sì, non si direbbe mai, ma pure Trump ha una laurea da UPenn anche se, come di consueto, ha mentito per anni sostenendo di aver fatto lì un ben più prestigioso MBA). Così come una metà delle persone più ricche negli Usa (gli altri sono techno wiz kids come Gates o sono andati al MIT come i fratelli Koch). Tutti maschi bianchi, peraltro, i componenti di questa top ten; come i presidenti, con l’eccezione di Obama; come i cinque membri della Corte Suprema nominati da presidenti repubblicani (con l’eccezione di Clarence Thomas, cfr immagine sotto)

Il mito delle università come vettori capaci di generare mobilità sociale e ridurre diseguaglianze rimane forte. I dati ci mostrano però come questa capacità si sia negli ultimi decenni di molto ridotta. Come evidenzia questa ricerca di un gruppo di famosi economisti, i figli di chi sta tra l’1% più ricco del paese ha 77 volte più chance di essere ammesso a un’università della Ivy League dei figli di chi sta nel quintile più basso in termini di reddito …

http://www.nber.org/papers/w23618-

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Un nuovo giudice alla Corte Suprema

La nomina del nuovo giudice della Corte Suprema – Brett Kavanaugh – è giunta. Pur diviso, 51 a 47 (con due indipendenti che però si schierano coi dems), il Senato presumibilmente l’approverà con rapidità. E la Corte avrà una solida maggioranza repubblicana-conservatrice, in cui l’ago della bilancia diventerà il suo Presidente Roberts (nominato da Bush nel 2005; nell’amministrazione Bush lavorò per alcuni anni Kavanaugh, che fece parte anche del team legale che assistette l’ex Presidente durante il famoso recount in Florida del 2000). Quattro rapidissime considerazioni:

a) Forse si andrà davvero allo scontro sull’aborto e sulla famosa sentenza Roe vs. Wade del 73. Sul breve è però più probabile assisteremo a un’azione in continuità con quella degli ultimi anni, tutta tesa a limitare la capacità di regolamentazione del potere federale (e quindi a colpire politiche che limitino i finanziamenti privati alle campagne elettorali, tutelino l’ambiente, garantiscano i diritti dei sindacati e via discorrendo)

b) È una nomina non provocatoria, quella di Trump. Che qualsiasi altro repubblicano avrebbe fatto. Kavanaugh (che è del 1965) è un prodotto dell’establishment. Ha studiato a Yale negli anni Ottanta e Novanta. Gorsuch (del 1967) – l’altro giudice nominato da Trump – ha studiato a Harvard negli stessi anni. Si collocano entrambi entro una svolta politica, culturale e, sì, anche costituzionale. Figli dell’“età di Reagan”, per citare lo storico Sean Wilentz. E questo ripropone la questione di quanto il trumpismo, con tutti i suoi grotteschi e imbarazzanti eccessi, non sia esso stesso il prodotto, spurio ma coerente, di questa evoluzione/involuzione del conservatorismo statunitense

c) Due giudici della Corte Suprema; più di venti giudici già confermati sia nelle corti d’appello che in quelle distrettuali; decine di altri che aspettano solo di essere confermati. È chiaro quali siano state le priorità di questa amministrazione (l’immagine di cui sotto è di fine 2017, ma serve per dare un’idea). Questi giudici sono per la gran parte uomini bianchi: solo tre donne, ad esempio figurano tra i 21 già confermati alle Corti d’Appello; nessuno, mi pare, tra quelli confermati è ispanico o afro-americano . L’ostruzionismo, talora ai limiti dell’eversione costituzionale, praticato dai repubblicani negli anni di Obama ha lasciato campo aperto a questa amministrazione; e queste nomine sono un lascito, potenzialmente assai tossico, di Trump, qualsiasi sia l’esito delle elezioni di novembre o del 2020

d) In controtendenza con quanto scritto sopra, la storia ci dice anche che la Corte Suprema, e il potere giudiziario più in generale, seguono e talvolta cavalcano quello che per semplicità potremo definire l’”umore pubblico”. È una battaglia per l’egemonia culturale quella che liberal e sinistra devono attrezzarsi a combattere. Cosa che la destra ha fatto, con efficacia e abilità, dagli anni settanta in poi e della quale sembra ora raccogliere i frutti

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Ma la NATO ha ancora un senso (e può sopravvivere a Trump)?

Trump, al solito, ha caricato a testa bassa. In una lettera inviata a un gruppo di membri non sufficientemente leali della NATO, guidato ovviamente dalla Germania, ha denunciato il loro insufficiente impegno nell’Alleanza e minacciato un possibile disimpegno statunitense. All’approssimarsi del vertice di mercoledì e giovedì prossimo, la NATO appare nuovamente in crisi e da più parti si ritiene che la sua stessa sopravvivenza sia a rischio.

Ma è davvero così? O si tratta dell’ennesimo momento di difficoltà in una relazione – quella tra gli Usa e i loro partner europei – in cui contrasti e tensioni sono inevitabili e per molti aspetti strutturali?

Una risposta univoca a queste domande non è data. Proviamo allora a elencare tre ragioni pro e contro l’idea che l’Alleanza Atlantica sia obsoleta e che con Trump gli Stati Uniti le daranno il colpo di grazia.

I contro, innanzitutto. Il primo è rappresentato dalla conclamata resilienza istituzionale di una struttura complessa come quella atlantica. Che offre una forma profonda, ancorché parziale, di governance della sicurezza nello spazio euro-americano; che ha promosso collaborazione e finanche integrazione tra gli apparati militari dei soggetti che ne fanno parte; che ha creato negli anni una rete di élite e lobby atlantiche, politicamente attive e influenti. Smantellare tutto questo è molto difficile e di certo non basta il colpo di penna di un Presidente statunitense. La seconda ragione per dubitare che la NATO sia in una crisi terminale ce la offre la storia stessa. Che è segnata da un dibattito analogo a quello cui stiamo assistendo oggi. Una discussione, cioè, su una ripartizione di oneri– sulla “condivisione del fardello” (burden-sharing) – che rimane fortemente squilibrata e nella quale la percentuale del PIL destinato alla Difesa degli Usa continua a essere il doppio o più rispetto a quello degli altri. E una discussione in cui molti paesi – Germania inclusa – stanno in realtà cercando di andare incontro alle richieste degli Usa. Terzo e ultimo: la rinnovata validità della motivazione strategica primaria, il contenimento dell’URSS/Russia, che portò alla creazione dell’Alleanza. Con la crisi ucraina, l’annessione russa della Crimea e le minacce nemmeno tanto velate di Mosca ai paesi baltici – si argomenta da più parti – la NATO ha finalmente trovato quella ragion d’essere vanamente cercata, e vagamente definita, dopo la fine della Guerra Fredda.

Su questo, però, il tavolo può essere facilmente ribaltato. Già con Obama, l’Europa ha visto grandemente decrescere la sua importanza nella gerarchia degli interessi statunitensi, che si concentrano sempre più sul Pacifico e sulla relazione con la Cina. La NATO, in altre parole, sarebbe meno importante perché meno centrale starebbe diventando lo spazio transatlantico. Con Trump, secondo fattore, questo aspetto si acuirebbe ancor più. Nel suo approccio scopertamente nazionalista non vi è posto per quel baratto su cui si è in fondo sempre retta l’Alleanza: privilegi semi-imperiali in cambio di onerosa responsabilità per la difesa altrui, nel caso degli Usa; perdita di sovranità in cambio di protezione, per gli europei. Terzo: Putin o meno, la Guerra Fredda è finita. Non vi è da tempo la minaccia esistenziale che aveva giustificato la creazione della NATO. Non averlo capito, avrebbe anzi provocato alcune delle scelte più scellerate compiute negli ultimi 25 anni.

Entrambe queste letture contengono degli elementi di verità. Entrambe sono parziali. La storia, lo sappiamo, offre dei moniti, non delle lezioni inequivoche. Il primo – che Trump sembra essere congenitamente incapace di comprendere – sarebbe però quello di gestire i dossier internazionali con un surplus di cautela e con un lessico appropriato alla complessità dei problemi con i quali ci si deve confrontare.

Il Giornale di Brescia, 9.7.2018

 

 

 

Trump e i giudici

Non risparmia i fuochi d’artificio la Corte Suprema degli Stati Uniti in questa sessione estiva. Prima due sentenze di grande rilevanza che affermano la validità del travel ban di Trump (precedentemente bloccato dalle corti perché discriminava in base alla religione) e che colpiscono duramente i sindacati, affermando che i lavoratori federali non iscritti ai sindacati non sono obbligati a versare i contributi per la contrattazione collettiva. Poi l’annuncio del giudice Anthony Kennedy di dimettersi dalla Corte e la conseguente possibilità per Trump di avere a sua disposizione una seconda nomina dopo quella di Gorsuch. Nomina rigorosamente conservatrice/constructionist, è facile prevedere, che potrebbe alterare per lungo tempo gli equilibri della Corte e portarla a intervenire su questioni fondamentali dall’aborto alla pena capitale. In fondo la polarizzazione ha pienamente raggiunto la stessa Corte Suprema, le due ultime sentenze sono state votate 5 a 4 e la partizione liberal/conservatori – con Kennedy spesso nel mezzo – è stata la regola negli ultimi anni. Più in generale è proprio intervenendo sul potere giudiziario – più che in un’azione politica incoerente e sconclusionata o in un processo legislativo disfunzionale e improduttivo – che questi anni di Trump sembra stiano lasciando un segno profondo e potenzialmente indelebile. L’ostruzionismo repubblicano sotto Obama – che raggiunse il limite dell’eversione costituzionale quando gli fu impedito per più di un anno di nominare il giudice Garland alla Corte Suprema – ha fatto sì che Trump giungesse alla Casa Bianca con più del doppio di nomine di giudici federali di quante ne avesse Obama nel 2009 (112 contro 53). Trump sta procedendo speditamente, grazie a un Senato controllato dai repubblicani che gli permette tempi di nomina che sono la metà di quelli di Obama. Con poca attenzione per le competenze delle persone prescelte, che in alcuni casi (cfr. video qui sotto), sono a dir poco imbarazzanti, e che sono state in più casi severamente criticate dall’American Bar Association. E con ancor meno attenzione per la diversità: il 90% dei nominati sono bianchi; solo il 20% donne; per il momento nessun ispanico o afro-americano. E forse è il caso che sulla prossima nomina alla Corte Suprema i democratici escano finalmente dal loro letargo.

https://edition.cnn.com/videos/politics/2017/12/15/matthew-spencer-petersen-kennedy-judicial-nomination-bts.senate-tv

Azzardi e ritirate

E alla fine il tanto atteso summit tra Trump e Kim Jong-un – quel momento storico che ha indotto addirittura a candidare il Presidente statunitense per il premio Nobel per la pace – pare proprio non avrà luogo. Trump ha annunciato l’annullamento del previsto vertice di Singapore del 12 giugno prossimo, anche se ha lasciato aperta la porta per futuri ripensamenti. Una marcia indietro precipitosa, la sua, mentre da parte nordcoreana si riattivava il tradizionale e violento lessico anti-statunitense che era stato messo in naftalina negli ultimi mesi.
Accettare il summit con Kim era stato in realtà un azzardo. Basato su una premessa – che qualsiasi accordo dovesse partire dalla completa de-nuclearizzazione della Corea del Nord – del tutto irrealistica. Il regime nordcoreano nello sviluppo e nella realizzazione di questa capacità nucleare ha investito ingenti risorse, imponendo sacrifici straordinari alla sua popolazione e accettando, consapevolmente, l’isolamento e le durissime sanzioni che sono conseguite. Quel nucleare ha un valore simbolico elevatissimo, quasi identitario: certifica e sostanzia lo status di potenza di Pyongyang; ne rafforza l’autonomia e l’indipendenza, anche dall’ingombrante vicino cinese. E rappresenta ovviamente la polizza vita di cui oggi dispongono la Corea del Nord e il suo giovane dittatore. Combinato con una strumentazione militare convenzionale capace d’infliggere danni immensi alla Corea del Sud e alle truppe statunitensi lì dispiegate, esso costituisce il deterrente fondamentale contro qualsiasi azione militare finalizzata a rovesciare il regime. Per Kim parlare di denuclearizzazione voleva dire al massimo congelare allo stato attuale il suo arsenale, bloccandone l’ulteriore sviluppo, eventualmente rientrando nel trattato di non proliferazione firmato nel 1985 e abbandonato nel 2003, e vincolando tali concessioni a risultati più ampi, nel teatro regionale e nelle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti. Legando cioè questa ritrovata moderazione a gesti concreti da parte degli Usa, a partire dalla riduzione della collaborazione militare con la Corea del Sud, e a una distensione economica che avrebbe potuto, nel tempo, gradualmente affrancare la Corea del Nord da una dipendenza fortissima nei confronti della Cina (con il quale ha il 90% e più dei suoi scambi commerciali).
Per Kim si trattava insomma di rilanciare un processo negoziale graduale e incrementale, non dissimile da quelli tentati in passato, con Clinton e lo stesso Obama, ma nel quale l’acquisita capacità nucleare rappresentava una variabile, e una risorsa, nuova e importantissima. Trump quei processi e quelle modalità negoziali li ha frequentemente denunciati, sostenendo che la linea della durezza e la concreta minaccia di un’azione militare statunitense avessero alterato i termini della relazione e infine piegato Kim. Non è ovviamente così, come peraltro il governo sud-coreano, tutto proteso al rilancio del dialogo, non ha mancato di sottolineare in queste ultime settimane. Non hanno di certo aiutato le parole del Consigliere della Sicurezza Nazionale, John Bolton, che in riferimento alla Corea del Nord ha parlato della possibile realizzazione del “modello libico”. Il riferimento era all’abbandono, nel 2003, da parte di Gheddafi del suo programma nucleare in cambio della fine delle sanzioni e di aiuti economici che la Libia ottenne in realtà solo in minima parte. Ma vista la fine del dittatore libico, quel modello tutto sembra consigliare meno di rinunciare al deterrente nucleare. E non ha infine aiutato la decisione di Trump di abbandonare l’accordo con l’Iran. Quella scelta, da un lato ha messo in discussione una volta ancora la credibilità degli impegni statunitensi. E dall’altro ha imposto una soglia assai alta a qualsiasi possibile accordo fosse stato raggiunto con la Corea del Nord, i cui termini – anche in materia d’invasività di eventuali ispezioni – non sarebbero potuti essere da meno. Insomma, con buona pace di chi frettolosamente celebrava il genio diplomatico neo-reaganiano di Trump, si trattava di un azzardo, avventato e finanche dilettantesco. E qualcuno, al Presidente, deve infine essere riuscito a farlo comprendere.

Gli Usa e Israele

Gallup ci indica qui – http://news.gallup.com/poll/229199/americans-remain-staunchly-israel-corner.aspx – come è cambiata la posizione dell’opinione pubblica statunitense rispetto al conflitto israelo-palestinese. I dati recenti non sorprendono: vi è una chiara preferenza per Israele, che è decisamente più marcata tra i repubblicani. Due cose però colpiscono. La prima è che anche su questo si è assistito a una progressiva polarizzazione che ha eroso, e di fatto quasi azzerato, qualsiasi posizione mediana. Per gran parte degli anni Novanta – l’ultima fase in cui gli Usa cercarono davvero di essere broker seri e imparziali, con le iniziative prima di Bush/Baker e poi di Clinton – tra il 30 e il 50% non sceglieva alcuna delle due parti. Ora quella percentuale è attorno al 15% La seconda è il forte impatto dell’11 settembre, del fallimento dell’ultimo serio tentativo di pace, della convergenza neocon tra i governi dei due paesi e dei successi di Hamas su un elettorato repubblicano/conservatore che da tempo si stava schierando dalla parte d’Israele

Le relazioni transatlantiche ai tempi di Trump

La decisione di Trump di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano, il trasferimento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme e le diverse posizioni assunte da Usa ed Europa rispetto a questa ennesima, drammatica fase del conflitto israelo-palestinese espongono una volta ancora le fratture profonde, e forse insanabili, venutesi a determinare tra le due sponde dell’Atlantico. Da parte americana si tuona contro un’Europa pavida e ingrata; e si minacciano azioni pesanti contro quelle aziende e quei paesi che proveranno a sfidare la riattivazione delle sanzioni statunitensi verso Teheran, provocando la dura risposta della UE. Si rilanciano, insomma, i codici di un anti-europeismo che, per quanto adattato, ha matrici antiche e da tempo distingue la retorica della destra statunitense. È un’Europa femminea, debole e opportunista quella che domina questa narrazione. Ed è uno di quegli “Altri” contro i quali si cerca di costruire l’antinomica rappresentazione del virile e marziale nazionalismo trumpiano. Non è un caso che dentro questa narrazione, ad alto testosterone sciovinista e misogino, un posto centrale sia assegnato ad Angela Merkel, che è stata oggetto da parte di Trump di numerosi, sconcertanti, atti di scortesia istituzionale: dal famoso rifiuto a stringerle la mano in occasione del loro primo incontro ai tempi strettissimi in cui è stato confinato il recente vertice tra la Cancelliera e il Presidente, pochissimi minuti che seguivano – con un contrasto stridente e deliberato – la roboante tre giorni di Stato concessa invece a Emmanuel Macron.

Nel grossolano machismo di Trump – condensato nei suoi tweet bulleschi in cui spesso s’irridono le donne per il loro aspetto fisico – Angela Merkel e la sua Germania offrono un bersaglio ideale, che può essere declinato in chiave deliberatamente anti-europea. Diversamente dalla Francia macroniana, la Germania merkeliana – si afferma – non può offrire un serio dispositivo di potenza militare da dispiegare nella comune campagna globale contro il terrorismo. Non garantisce il sufficiente appoggio diplomatico alle azioni statunitensi in Siria. Accoglie irresponsabilmente sul suo territorio centinaia di migliaia di profughi, tra i quali si nascondono inevitabilmente jihadisti pronti a colpire. Soprattutto, agisce spregiudicatamente per derubare gli Stati Uniti, non contribuendo in modo dovuto alla difesa comune nella NATO e beneficiando di ampissimi, e in ultimo inaccettabili, attivi nella sua bilancia commerciale bilaterale (il surplus di Berlino è stato di 64.2 miliardi di dollari nel 2017, secondo solo a quelli di Cina e, di poco, di Messico e Giappone).

Proprio questi ultimi dati ci rivelano però la debolezza, e intrinseca contraddittorietà, della posizione di Trump. Che riflette un’evidente fragilità degli Stati Uniti e del loro sistema imprenditoriale, spesso incapace di competere con quello – dinamico e innovativo – della Germania. Che nel suo sogno d’indebolire e dividere l’Europa, sta finendo paradossalmente per renderla più unita e coesa, come il comune fronte franco-britannico-tedesco sull’Iran ha ben rivelato. Che nel suo scendere in campo, in modo così partigiano e sconsiderato, nel conflitto israelo-palestinese, abdica in modo definitivo al suo ruolo di broker e apre uno spazio diplomatico nuovo proprio all’Europa. Che, infine, nel dare sfogo a un anti-europeismo rozzo e stereotipato finisce per riattivare un fattore, forzoso ma efficace, di coesione europea: un’ostilità verso gli Usa e chi li guida – uno speculare anti-americanismo – la cui forza e i cui effetti abbiamo già avuto modo di verificare nella crisi sull’Iraq del 2002-2003. E con opinioni pubbliche nazionali che, stando ai sondaggi, detestano Trump ancor più di Bush Jr., l’incentivo politico ed elettorale a contrapporsi ancor più esplicitamente agli Usa sembra farsi in Europa ogni giorno più forte.

Il Giornale di Brescia, 21 maggio 2018

Un’altra strage

Inutile girarci attorno. Sarà anche vero che i morti per armi da fuoco negli Usa sono calati negli ultimi trent’anni e che per la stragrande maggioranza si tratta di suicidi. Ma sono cresciute, con un drammatico processo emulativo, le stragi, soprattutto nelle scuole (i cinque peggiori mass shootings nella storia americana sono tutti avvenuti negli ultimi dieci anni). E lo scarto tra gli Usa e il resto del mondo rimane difficile a credersi come mostra bene il grafico qui sotto:

 

http://www.bbc.co.uk/news/world-us-canada-41488081

Trump, Merkel e deficit commerciali

Nel 2017 il deficit commerciale statunitense con la Germania è stato equivalente a ca. il 42% di quello che gli Usa hanno complessivamente con i paesi della UE. Nei primi tre mesi del 2018, a fronte di una riduzione non irrilevante del deficit commerciale, gli Usa hanno visto invece continuare a crescere quello con la Germania e la UE (https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c4280.html). È questa una delle due cause della livida ostilità di Trump ad Angela Merkel. L’altro è che, nella testa (e nel lessico) di uno come Trump, la Merkel è ahimè una “culona, ecc. ecc. ecc.”

La discesa in campo delle donne

Mai tante donne candidate come in questa tornata di mid-term: quasi 500 nelle varie primarie per la Camera; 57 per il Senato; un’ottantina per i vari governatorati (ne ha parlato qualche settimana fa Margaret Talbot in un bell’articolo per il New Yorker: https://www.newyorker.com/news/news-desk/2018-midterm-elections-women-candidates-trump). Poco meno del doppio rispetto al 2012, il termine di paragone più logico. Per la gran parte si tratta di candidate democratiche, motivate dalla sconfitta di Clinton nel 2016 e dalla grossolana misoginia trumpiana. Nelle primarie di due giorni fa, le donne hanno fatto l’en plein in Pennsylvania, dove tutti i 18 rappresentanti sono oggi uomini e dove in novembre dovrebbero esservi almeno 7 candidate democratiche (https://www.vox.com/policy-and-politics/2018/5/16/17360286/pennsylvania-primary-election-2018-women-democrats). La Pennsylvania è particolarmente importante: perché la Corte Suprema dello Stato ha ridisegnato i collegi, cancellando l’obbrobrio prodotto dalle spregiudicate pratiche di gerrymandering dei repubblicani; perché alcuni distretti che gravitano verso le principali città (Philadelphia e Pittsburgh) possono essere vinti dai democratici, che oggi hanno solo 5 dei 18 deputati; perché l’impopolarità di Trump e la mobilitazione contro il Presidente sono fattori che possono portare più elettori al voto. Le donne rappresentano il 52/3% dell’elettorato complessivo (più o meno stessa percentuale in Pennsylvania); hanno votato circa 55 a 40 per la Clinton nel 2016 (percentuale simile per Obama nel 2008/12); il 39% sono registrate come democratiche contro il 25% registrate come repubblicane (http://www.people-press.org/2018/03/20/1-trends-in-party-affiliation-among-demographic-groups/). L’onda femminile potrebbe insomma essere decisiva nel tentativo democratico di riconquistare la Camera. Un tentativo comunque non semplice: che la base trumpiana rimane compatta e unita dietro il Presidente; e che tra gerrymandering e distribuzione meno efficiente del loro elettorato – concentrato nei conglomerati urbani e nella prima suburbia – i democratici dovranno ottenere svariati punti percentuali in più dei repubblicani su scala nazionale, addirittura 10 secondo alcune stime recenti (https://www.brennancenter.org/publication/extreme-gerrymandering-2018-midterm). Stime forse eccessive, ma è utile ricordare che nel 2016, alla Camera i repubblicani presero il 49% dei voti e il 55% dei seggi.