Mario Del Pero

Generale

“VOUCHERS DEMOCRATICI”

È ovviamente oscurato dalla discussione sullo shutdown e dagli sguaiati tweet presidenziali. Ma il primo (H.R.1) disegno di legge presentato dalla nuova maggioranza democratica alla Camera (https://www.npr.org/…/house-democrats-introduce-anti-corrup…) è indicativo del tipo di battaglia politica che i democratici intendono condurre ovvero delle risposta che essi intendono dare sia a una delegittimazione delle élite politiche che Trump ha demagogicamente cavalcato sia a una degenerazione della democrazia statunitense di cui il Presidente è tanto il prodotto quanto, oggi, l’agente primario. H.R.1 non ha possibilità alcuna di essere approvato dal Senato. Serve, appunto, per dare un messaggio. E il messaggio è inequivoco: servono regole e controlli per conferire contenuti e credibilità a una democrazia oggi in balia di interessi privati, finanziamenti opachi, condizionamenti altamente corruttivi (fig.1-3 e https://fivethirtyeight.com/…/money-and-elections-a-compli…/ su quanto siano aumentate le spese per le campagne elettorali). Regole e controlli che una vasta maggioranza dell’opinione pubblica chiede peraltro a gran voce, come indicano tutti i sondaggi (le fig. 4 e 5 sono di un recente sondaggio della University of Maryland, secondo il quale una nettissima maggioranza sarebbe favorevole a una regolamentazione dei finanziamenti elettorali e addirittura a un emendamento costituzionale che annulli la controversa sentenza della Corte Suprema “Citizens United vs. FEC” del 2009, che tolse la possibilità di limitare i contributi di corporations e sindacati alle campagne elettorali). Le misure di H.R.1 sono plurime; tra le più interessanti ve n’è una presa ancora una volta da esperienze partite su scala locale: quella di usare crediti fiscali e i cosiddetti “democracy vouchers” per introdurre nuove forme di finanziamento pubblico alle campagne elettorali (http://nymag.com/…/house-democrats-first-bill-would-actuall…). Piccoli contributi beneficerebbero di consistenti detrazioni, laddove alcuni stati pilota replicherebbero il modello adottato per primo da Seattle, dove ogni elettore ha ricevuto quattro voucher di 25 dollari l’uno da donare a un candidato di sua scelta (o da restituire alla città). I candidati beneficiari di questi voucher dovrebbero ovviamente accettare varie restrizioni alle modalità di finanziamento delle loro campagne. H.R.1 non andrà da nessuna parte, ovviamente. Resta da capire, però, se definirà il messaggio politico dei democratici, a partire dalle primarie per le Presidenziali del 2020.

No photo description available.
No photo description available.
No photo description available.
No photo description available.
No photo description available.

La sfida delle città

Le città, lo sappiamo bene, sono realtà complesse, polimorfiche, contraddittorie. Tessuti delicati dove le scelte della politica entrano in circolo più rapidamente: rivelano – senza infingimenti retorici o facili ideologie – i loro effetti sulla quotidianità immediata di chi le vive. Luoghi ambivalenti, spesso attraversati da divisioni, differenze e squilibri. Spazi fragili, dove crisi e difficoltà si manifestano in modo più crudo e immediato. Ma anche naturali laboratori, dove testare scelte eterodosse e progetti visionari.

La storia, recente e meno, ci offre mille esempi di tutto ciò. C’indica le sfide con cui le città si sono dovute confrontare; ci mostra ricorrenze e discontinuità; ci dice che le città hanno spesso anticipato processi poi estesisi su scala regionale, nazionale e globale. Anche perché la natura intrinsecamente dialettica delle realtà urbane si manifesta in una dualità, e una sfida conseguente, alla quale non possono mai sfuggire: quella di essere simultaneamente locali e globali, ancorate al particolare del loro luogo e parte di dinamiche più ampie che le accomunano e uniscono. Un’identità vissuta in modo chiuso ed esclusivo le marginalizza e ghettizza; una incapacità di preservare e aggiornare tale identità le getta in pasto a processi di omologazione alienanti e abbruttenti. In termini concreti, la prima produce folcloristici assessorati alle culture e tradizioni locali che diventano paraventi per il più gretto localismo; la seconda trasforma le piazze e le vie principali in sorta di non-luoghi: spazi occupati da negozi in franchising e centri commerciali che rendono le città indistinguibili le une dalle altre, a prescindere dalla loro storia e latitudine.

È in questo delicato equilibrio tra apertura e identità, tra cambiamento e tradizione, che si misura la forza di una città e la qualità di chi la guida. Le politiche urbane sono spazio d’indagine privilegiato di studiosi costretti giocoforza ad adottare un approccio pluridisciplinare, indispensabile per esaminare realtà sì complesse e plurali. In un gioco di comparazioni e confronti storici, essi ci dicono che tali politiche sono sempre state globali laddove esperienze e azioni di governo hanno circolato, e circolano, da una parte all’altra del mondo: che i modelli di amministrazione urbana, anche quelli più innovativi e iconoclasti, hanno invariabilmente costituito il portato di scambi, plagi creativi e ibridazioni conseguenti. Lo vediamo anche oggi con mille città grandi e piccole che collaborano, trasferiscono idee, mutuano expertise e vissuti. Immaginando e costruendo, nel processo, spazi negoziati e condivisi di governance globale che integrano, e talora addirittura sostituiscono, quelli interstatuali delle grandi organizzazioni internazionali. Lo fanno talvolta in sintonia con il quadro nazionale e sovranazionale di cui fanno parte e talora in contrapposizione esplicita a esso: alle sue scelte più miopi, strumentali e ideologiche. Negli Stati Uniti – per menzionare il mio ambito di competenza – sono spesso le città che hanno lanciato coraggiosi progetti pilota in materia di politica ambientale, che stanno rigettando il grottesco negazionismo di Trump rispetto al cambiamento climatico o che stanno sfidando l’amministrazione sul tema, nodale e complesso, della gestione dei processi migratori. Città alleatesi tra di loro, in gruppi e consorzi; ovvero città entrate a far parte di network globali come il C40 che riunisce oggi quasi 100 grandi metropoli – da New York a Seul, da Parigi a Sidney – nell’azione contro l’inquinamento globale. Perché le città, e chi le governa con serietà e consapevolezza, sanno bene che le scelte non vanno procrastinate; che ai problemi, grandi e piccoli, va data risposta; che tatticismi, ideologie e opportunismi, quelli nello spazio urbano perdono rapidamente diritto di cittadinanza.

 

Supplemento “Città: qualità della vita”, Il Giornale di Brescia, 14.12.2018

“IL MIGLIOR PRESIDENTE STATUNITENSE”, LO SHUTDOWN E ER CHE DE NOANTRI

Tra i tanti, quotidiani imbarazzi che la politica italiana e i suoi detriti generano, pochi o forse nessuno possono competere con le esternazioni quotidiane del nostro Che dei due mondi, il fu deputato (e presumibilmente sarà ministro) Alessandro Di Battista, che par di capire sia prossimo a un trionfale rientro in Italia. L’ultima, spettacolare, è che in politica estera Trump sarebbe il miglior presidente statunitense della storia, di certo molto meglio di “quel golpista di Obama”. Sì, proprio Trump: quello dell’abbandono dell’accordo sul nucleare iraniano, quello che ha portato gli Usa fuori dagli accordi di Parigi, sta mettendo vari ostacoli al tentativo avviato da Obama di migliorare le relazioni con Cuba, quello che ora sta imponendo al paese uno stop di varie attività del governo federale perché il Congresso non gli concede il finanziamento per costruire il suo benedetto muro al confine con il Messico. Ma il “Che de noantri” mica si fa ingannare, come noi creduloni. “Ah”, chiosa nel suo post ripetendo una delle tante bufale che girano, “gran parte del muro lo hanno fatto i democratici”. Posto che la politica di deportazioni d’immigrati illegali promossa sotto Obama fu molto, molto aggressiva, e fortemente criticata da molte associazioni per i diritti degli immigrati, quell’azione era nelle intenzioni parte di un baratto che avrebbe dovuto permettere di ottenere in cambio una qualche sanatoria dei circa 11 milioni d’immigrati non regolari che risiedono negli Usa (storia troppo lunga da ricordare qui, ma decisivo fu l’affondamento repubblicano di un progetto bipartisan presentato da 8 senatori, 4 per parte, nel 2013). Soprattutto, il progetto di costruire una barriera (fence) al confine col Mexico, che replicasse in dimensioni assai maggiori quella costruita tra San Diego e Tijuana negli anni Novanta, è stato approvato dal Congresso nel 2006, sotto Bush, e costruito in gran parte (circa il 90%) prima dell’elezione di Obama, il quale era sì disponibile a potenziare ed estendere questa barriera ma solo in cambio di una soluzione più ampia e onnicomprensiva (la stessa logica adottata, senza successo, dai democratici dopo l’elezione di Trump). Nel mentre la chiusura di varie attività del governo federale (full disclosure here: la cosa mi sta particolarmente sul gozzo che a inizio gennaio ho un viaggio programmato da tempo in Texas e rischio di trovarmi la Bush Library chiusa…) è giustificata da Trump come necessaria per difendere il paese da flussi incontrollati d’immigrati illegali e, ancor più, dal rischio che tra questi si nascondano pericolosissimi terroristi. Stesse giustificazioni che il Presidente ha utilizzato nelle sue tirate pre-elettorali contro la carovana di migranti/rifugiati centro-americani (alla quale, par di capire, dopo il voto non ha più dedicato lo straccio di un tweet). I numeri, si sa, non piacciono granché ai nostri pentastellati come abbiamo visto con questa storiaccia della Finanziaria; e nemmeno pare piacessero granché al Che vero, come evidenziano i suoi strampalati progetti del periodo in cui gli fu chiesto di trasformare l’economia cubana. Almeno su questo, insomma, il bonsai nostrano del Che vero può vantare qualche affinità con quello reale. I numeri, si diceva. Tra il 1975 e il 2015, evidenziano studi della Rand Corporation e del CATO institute, su 3,252, 493 rifugiati ammessi negli Usa, 20 erano terroristi (corrispondente alla stratosferica percentuale dello 0.00062%; cfr. fig.1). Tre sono stati gli assassini commessi in trent’anni da questi rifugiati-terroristi. Tre in 30 anni. Tutti e tre sono stati commessi da rifugiati cubani, che uccisero un dissidente cileno, un suo aiutante e un esule cubano non sufficientemente anti-castrista. Quanto all’immigrazione “incontrollata” – alle orde di messicani e centro-americani che terrorizzano gli Stati Uniti – vi è stato un significativo calo dopo il 2007, a cui hanno contribuito diversi fattori, ma rispetto alla quale decisiva è stata la riduzione d’immigrati che giungono dal Messico (fig.2 e 3). Immigrati non regolari in calo e che commettono, statisticamente, molti meno reati dei nativi, come dimostrato da molteplici studi (cfr. fig.4). Ma “il miglior presidente americano di sempre” – come i suoi tanti ammiratori nostrani – ai numeri non sembra dare granché bada, almeno non siano relativi al tasso di consenso di cui gode tra una base repubblicana inebriata da un decennio di menzogne e isterie e che oggi quel muro lo reclama a gran voce.

No automatic alt text available.
Image may contain: text
Image may contain: text
No automatic alt text available.

EVERSIONE VS. POLITICA

Lo sappiamo fin troppo bene, a questo punto: un tratto distintivo degli Stati Uniti oggi è l’intensa polarizzazione politica ed elettorale (misurabile attraverso vari indicatori, finanche il decrescente tasso di matrimoni inter-partitici, fig.1 …). Polarizzazione che acutizza lo scontro, radicalizza le due parti, nuoce all’efficienza di un processo legislativo che abbisogna invece di mediazioni e compromessi. E però l’enfasi doverosa e necessaria su questo elemento genera spesso una sorta di cerchiobottismo analitico: a trattare le due parti come egualmente responsabili della disfunzionale degenerazione della democrazia statunitense e del crescente degrado del discorso pubblico. Così non è e il caso recente del New Jersey è lì a ricordarcelo. La maggioranza democratica stava procedendo a una revisione assai complessa, ma negli esiti alquanto gerrymandered e banditesca, della mappa elettorale dello Stato (per una descrizione https://slate.com/…/12/new-jersey-gerrymandering-plan-bad.h…). Azione contestata dentro il partito, denunciata da molti media liberal (cfr. https://www.vox.com/…/new-jersey-democrats-gerrymandering-2…), ma soprattutto bersaglio di una mobilitazione della base che l’ha infine affondata, godendo dell’appoggio ultimo del governatore democratico Phil Murphy. Nel mentre, in Wisconsin il governatore in uscita Scott Walker firmava una serie di provvedimenti finalizzati a limitare grandemente i poteri del suo successore democratico, Tony Evers, eletto in novembre. Un’iniziativa spregiudicata come poche, questa, che segue quella di un paio di anni fa in North Carolina e che viene replicata anche in Michigan (https://thehill.com/…/421426-walker-signs-bills-to-weaken-d…). Se si perdono le elezioni, insomma, si cambiano le regole e si riducono grandemente le prerogative di chi governerà, impedendogli/le di realizzare le politiche promesse. Qualcosa che a livello federale abbiamo ben visto con Obama, quando l’obiettivo deliberato dei repubblicani fu impedire l’azione di governo anche a costo di paralizzare il processo legislativo (cfr. fig.2) con metodi ostruzionistici mai visti, che raggiunsero il picco durante la discussione su un provvedimento fino allora poco più formale come l’aumento del tetto del debito. In quella occasione i repubblicani si presentarono come il partito della responsabilità fiscale e della spesa oculata. Abito ben presto dismesso dopo l’elezione di Trump, tanto che in anni d’intensa (e drogatissima) crescita economica il deficit va a collocarsi tra il 4 e il 5% del PIL. Insomma, in questi Usa polarizzati, vi è un partito – quello democratico – che fa politica in modo spesso spregiudicato e discutibile e un altro – quello repubblicano – che ormai pare essere diventato a tutti gli effetti un soggettivo eversivo dell’ordine democratica

Image may contain: text
No automatic alt text available.

Un cerchio che si chiude?

Il cerchio sembra chiudersi implacabile attorno a Donald Trump e alla sua famiglia. I magistrati di New York hanno affermato che nel comprare il silenzio di due donne che minacciavano di rivelare le loro relazioni con il Presidente, l’avvocato di Trump, Michael Cohen – arrestato l’agosto scorso – abbia agito “in coordinamento con, e sotto la direzione de, l’Individuo 1”, con l’obiettivo ultimo “d’influenzare la campagna presidenziale del 2016 (“Individuo 1” sta appunto per Donald Trump). Il crimine, in questo caso, è la violazione della legge sul finanziamento delle campagne elettorali: un reato federale dal quale Trump si potrà proteggere fintanto che sarà alla Casa Bianca e i cui termini di prescrizione scadranno nel 2022. Nel mentre, il procuratore Robert Mueller, che conduce l’inchiesta sulle ingerenze russe nelle elezioni del 2016, ha elogiato Cohen per la collaborazione fornita, facendo esplicito riferimento a contatti tra Mosca e l’entourage di Trump avvenuti nell’autunno del 2015, quando stavano per iniziare le primarie repubblicane. Infine, sempre Mueller ha dichiarato che l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, Michael Flynn, ha pienamente collaborato all’inchiesta e auspicato che gli sia comminata una mite pena alternativa alla detenzione in carcere.

Solo chi crede alle teorie cospirative del deep state – di uno stato “profondo” che mai avrebbe accettato l’elezione di Trump – può ritenere che le indagini in atto siano un complotto ordito ai danni del Presidente. Per certi aspetti quel cui stiamo assistendo era inevitabile. Trump porta con sé quasi mezzo secolo di attività imprenditoriale sempre ai limiti della legalità, fatta di iniziative spregiudicate, politiche fiscali borderline e rapporti frequenti con ambienti in odor di malavita. Un monte di conflitti d’interesse e questioni irrisolte, insomma, destinati a esplodere una volta giunto alla Casa Bianca, a maggior ragione quando tutto ciò si è intrecciato con i torbidi rapporti politici e imprenditoriali che la Trump Organization ha da tempo con settori vicini al Cremlino.

Cosa ne può conseguire? L’impeachment è da escludere. Mancano le condizioni – una chiara maggioranza al Congresso – ovvero manca la disponibilità di un numero rilevante di deputati e senatori repubblicani a scaricare il loro Presidente. Il motivo è presto detto: Trump ha scalato e in ultimo conquistato il Partito Repubblicano; la base è con lui, come si è visto anche al voto di mid-term del mese scorso. Tra i repubblicani il tasso di approvazione del suo operato è attorno al 90%: una cifra altissima e sostanzialmente immutata rispetto al giorno del suo insediamento (tanto per intenderci, nello stesso periodo Obama aveva perso dieci punti tra i pur fedelissimi elettori democratici). Un recente sondaggio NPR/PBS rivela come meno del 20% dei repubblicani consideri l’indagine di Mueller “equa” e più del 70% condivida l’affermazione di Trump secondo la quale si tratterebbe invece di una “caccia alle streghe”. Ed ecco che le elezioni del 2020 diventano, per Trump, qualcosa di più di una semplice competizione per la riconferma: potrebbero a tutti gli effetti costituire l’ultima ancora di salvataggio di cui dispone per evitare il carcere. Se confermati, i capi d’imputazione della procura di New York valgono l’arresto del Presidente: laddove il suo mandato terminasse nel 2020 rimarrebbe infatti una finestra di due anni prima della prescrizione. E tutto ciò inserisce un altro elemento di conflitto in un paese di suo spaccato e polarizzato come raramente nella sua storia.

Giornale di Brescia, 13 dicembre 2018

AUTORITARISMO DAL BASSO

 

Ho scritto spesso che è a livello locale – statale e municipale – che una resistenza più incisiva alle politiche trumpiane si è manifestata. Laboratori, questi, d’importanti esperienze di governo e di una sperimentazione talora coraggiosa se non visionaria. E però la storia vicina e lontana degli Usa ci dice anche che sempre a livello locale si può assistere a involuzioni quasi autoritarie, capaci anch’esse di divenire modelli per la politica nazionale. Il caso delle carte elettorali gerrymandered – spregiudicatamente ridisegnate per avvantaggiare una forza politica (negli ultimi anni quasi sempre in repubblicani) – è uno dei più eclatanti (https://www.brennancenter.org/…/what-we-got-wrong-and-right… e fig.1). In North Carolina, i democratici hanno ottenuto appena il 23% dei rappresentanti (3 su 13) pur avendo ottenuto il 50% dei voti (la fig.2 ci dà un’idea di come il gerrymandering abbia operato nel 2012 e 2014; il 2018 è ancor più eclatante); in Ohio col 47% dei voti i democratici ottengono appena 4 seggi su 16 (il 25%). Risultati simili sono visibili a livello statale: nella camera dei Rappresentanti dell’Ohio, i repubblicani mantengono una supermaggioranza (62 su 99; il 63%) pur avendo ottenuto solo il 52% dei voti; in Wisconsin, i democratici conquistano il 54% dei voti, ma appena il 37% dei rappresentanti della camera bassa. E proprio in Wisconsin (oltre che in Michigan) si sta assistendo in questi giorni a una vicenda sconcertante: il tentativo dell’assemblea legislativa a supermaggioranza repubblicana (63 a 35) di approvare un pacchetto di provvedimenti il cui obiettivo esplicito è di limitare i poteri del governatore democratico appena eletto, Tony Evers, che s’insedierà il gennaio prossimo. Dall’imposizione di limiti nuovi sulla possibilità del voto anticipato alle nomine delle commissioni responsabili per lo sviluppo economico (trasferite dal governatore all’assemblea legislativa) dall’introduzione di misure restrittive sulla vendita di armi da fuoco alla promessa di Evers di ritirare una causa dello stato contro Obamacare, i legislatori repubblicani stanno mettendo tutta una nuova serie di paletti al nuovo governatore. In modo scoperto e finanche ostentato, come evidenziano molte dichiarazioni dei leader repubblicani del Wisconsin (https://www.theatlantic.com/…/gop-power-grab-wiscon…/577246/). A dimostrazione di quanto di sia andato deteriorando il confronto politico negli Usa, del livello estremo di polarizzazione e del vero e proprio buco nero nel quale sembra essere ormai precipitato il partito repubblicano.

Image may contain: text
No automatic alt text available.

ISTRUZIONE GRATUITA?

 

Tra i tanti consumi a debito degli americani esplosi nell’ultimo quarantennio vi è anche quello dell’istruzione universitaria. Che si è fatta di suo sempre più costosa; e che continua a offrire la garanzia di poter ottenere un lavoro più rapidamente e meglio retribuito. Gli ultimi dati offerti dal Bureau of Labor Statistics sono al riguardo emblematici (fig.1): chi ha un dottorato di ricerca percepisce uno stipendio tre volte superiore a chi non ha terminato gli studi superiori; il tasso di disoccupazione è dell’1.5% per i primi e del 6.5% per i secondi. L’istruzione costa però sempre di più (fig.2): nelle università private (no-profit), le tuition&fees (costi d’iscrizione ai corsi + spese amministrative; escluso quindi vitto e alloggio) si collocano, in media, attorno ai 35mila dollari annui; in quelle pubbliche sono ca.10mila [e anche per questo si spiega lo straordinario successo che i master di SciencesPo, soprattutto quelli PSIA, stanno avendo con gli studenti americani…]. E quindi è cresciuta la propensione a indebitarsi. Sono circa 45milioni oggi gli americani che pagano un interesse su un debito contratto per studiare all’università; il totale di tale debito ammonta a circa 1.5 miliardi di dollari; più del 10% è moroso (non paga da più di 90 gg, ma secondo alcuni studi la percentuale di default potrebbe raggiungere nel 2023 addirittura il 40%; cfr. https://www.brookings.edu/…/the-looming-student-loan-defau…/ ); la classe di diplomati “graduate” (master e dottorati) del 2017, ha terminato gli studi con un debito medio pro-capite di 39,400 dollari. Soluzioni semplici ovviamente non ve ne sono, anche se con Obama si cercò d’introdurre dei meccanismi di aiuto, in particolare lo Student Loan Forgiveness Program, che avrebbe rimodulato tempi e durata del debito sulla base del reddito (Trump e la controversa segretaria dell’Istruzione Betsy DeVos non hanno ancora azzerato il programma, mi par di capire, ma hanno posto vari paletti sulla sua attuazione). Al solito, la risposta può venire (ovvero viene) dal basso: a livello statale e municipale. Ed è di questi giorni la notizia che la città di Nashville ha deciso d’integrare i finanziamenti di un programma statale (Tennessee Promise) e di garantire così un’istruzione totalmente gratuita in due college della città (Nashville State Community College and TCAT Nashville) (https://eu.tennessean.com/…/nashville-mayor-dav…/2206524002/). Una goccia, se vogliamo, ma non l’unica, che programmi simili sono stati lanciati anche in altre città. E che, in un processo emulativo e nel mutato contesto odierno, potrebbe rovesciare tendenze e dinamiche che a lungo sono apparse irreversibili

No automatic alt text available.
No automatic alt text available.

Guerre commerciali? Non ancora

A una temporanea tregua si è infine giunti. Nell’ultima giornata del G-20 di Buenos Aires, Donald Trump e Xi Jinping si sono accordati per evitare, o quantomeno posticipare, l’esplosione di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina che minaccia di destabilizzare l’intera economia mondiale. Gli Usa sospendono l’imminente passaggio dal 10 al 25% delle tariffe su una serie di prodotti cinesi del valore di 200 miliardi di dollari. Pechino, da parte sua, s’impegna a una crescita “sostanziale” delle importazioni di prodotti agricoli, industriali ed energetici statunitensi. Con un gesto dall’alta valenza simbolica, la Cina promette inoltre controlli più severi sul traffico di fentanyl, uno degli oppioidi che stanno devastando tante comunità americane. Le due parti si danno tempo tre mesi per sostanziare questi impegni con accordi più dettagliati ed esaustivi.

A indietreggiare sembra essere stato soprattutto Donald Trump, che accetta di congelare una decisione già presa e annunciata con grande fanfara. È evidente, però, come entrambe le parti abbiano cercato di guadagnare del tempo per evitare una pericolosa escalation. E questo ci dice molto sia della profondità dell’interdipendenza sino-statunitense sia di quanto demagogiche siano tante proposte trumpiane. Che si debba cercare d’intervenire su alcuni squilibri macroscopici delle relazioni tra Cina e Usa è evidente; pensare di poterlo fare in modo unilaterale o scatenando guerre commerciali è invece velleitario e irresponsabile. Soprattutto, rischia di generare cortocircuiti ineludibili per gli Stati Uniti medesimi.

Trump usa infatti le bilance commerciali – gli attivi e i deficit – come indicatore fondamentale dello stato delle relazioni internazionali: come parametro indicante chi vince e chi perde nel sistema globale odierno. Quel che ne consegue, però, è una visione al meglio strabica e al peggio mistificatoria, che rischia di essere nociva per gli interessi americani. Questo per almeno tre motivi. Il primo è che il mercato statunitense – la capacità degli Usa di trainare la crescita globale per il tramite dei loro consumi – ha rappresentato nell’ultimo mezzo secolo una fondamentale risorsa egemonica: uno strumento attraverso il quale Washington, riaffermando la propria assoluta necessità per il resto del mondo, ha rilanciato la propria primazia nell’ordine globale. Il secondo è che le merci prodotte in Cina e importate negli Usa a costi stabili (ossia garantendo bassa inflazione) hanno permesso un modello di consumi a debito che ha costituito il vero architrave del sistema statunitense in un’epoca di diseguaglianze crescenti e tagli al welfare. I consumi sono stati (e continuano a essere) fondamentale ammortizzatore sociale e politico, capace di operare solo grazie alle dinamiche d’integrazione globale che Trump ora denuncia e pretende di smantellare. Terzo e ultimo: si è creata nel tempo un’influente rete d’interessi comuni tra le due parti, che i profitti del deficit con la Cina vanno spesso a imprenditori e azionisti statunitensi e lo stesso mercato cinese si è progressivamente aperto a esportatori americani (con una crescita di quasi il 600% dal 2001 – quando Pechino entrò nel WTO – a oggi). Non è un caso come dentro la stessa amministrazione Trump vi siano voci moderate, che hanno spinto per questo accordo temporaneo: nell’auspicio, si presume, che anche su questo come su altri dossier permanga e divenga permanente il marcato scarto tra la grossolana retorica del Presidente e le scelte concrete della sua amministrazione.

Il Giornale di Brescia, 3 dicembre 2018

George Herbert Walker Bush

Con la morte di George Herbert Walker Bush se ne va, forse per sempre, un pezzo d’America e della sua storia. Un’America conservatrice, patrizia, autoreferenziale, competente e fortemente internazionalista, che nell’era di Trump non sembra davvero trovare più posto. Bush Sr. le tante, contraddittorie dimensioni di quell’America le ha incarnate come pochi altri. Nipote di un industriale dell’acciaio e figlio di un ricco banchiere del Connecticut, Prescott Bush, che fu senatore negli anni Cinquanta, George H. Bush seguì solo in parte le orme paterne. Come per il nonno e il padre, la sua storia personale riassume però quella della classe dirigente del paese che, alla fine degli anni Ottanta, Bush Sr. avrebbe finito per guidare. Fu eroe di guerra: il più giovane pilota della Marina nel Secondo Conflitto Mondiale, durante il quale si distinse in varie operazioni sul fronte del Pacifico. Sposò poco più che ventenne Barbara Pierce, la figlia del presidente della McCall Corporation, una casa editrice di grande successo. Studiò, come il padre e i figli, alla prestigiosa università di Yale. Dopo la laurea si trasferì in Texas per cercare fortuna in un settore, quello petrolifero, allora in fortissima espansione. Sfruttando le connessioni familiari e la possibilità di ottenere facilmente dei finanziamenti, ebbe un discreto successo imprenditoriale.

E fu in Texas che iniziò la sua carriera politica dentro un partito repubblicano che stava mutando pelle, nel contesto di un riallineamento dove l’elettorato bianco del sud abbandonava i democratici, ormai schierati a livello nazionale nella battaglia contro la segregazione razziale. Bush Sr. quel cambiamento cercò di cavalcarlo, facendo propria la tradizionale rivendicazione sudista del primato dei diritti degli Stati contro l’invasivo potere federale. Nel 1966 fu eletto alla Camera dei Rappresentanti, uno dei due deputati repubblicani (su 23) in quella tornata, aprendo una svolta che si sarebbe poi consolidata negli anni successivi e avrebbe trasformato il Texas in un solido bastione repubblicano. La sua rapida scalata politica parve interrompersi nel 1970, quando cercò senza successo di conquistare uno dei due seggi del Texas al Senato. Aveva però maturato un credito politico presso l’amministrazione Nixon e offriva una biografia che sembrava poter portare a sintesi le diverse anime di un partito repubblicano il cui baricentro si spostava sempre più a sud, in quella Sunbelt – la “cintura del sole” che dalle due Caroline a est giunge fino alla California – in forte espansione economica e demografica e, di riflesso, sempre più influente politicamente. In questa rappresentazione, Bush era la realtà patrizia del New England trapiantata nel Texas; l’ottimo studente di Yale fattosi spregiudicato petroliere; la combinazione tra il tradizionale liberalismo repubblicano del nord-est e la nuova frontiera politica ed economica del sud-ovest suburbano e bianco. Nel corso degli anni Settanta, Bush fu nominato in rapida successione ambasciatore alle Nazioni Unite, presidente del Comitato Elettorale Repubblicano, rappresentante in Cina (con la quale gli Usa non avevano ancora formali rapporti diplomatici) e direttore della CIA. Un cursus, questo, chiaramente pre-presidenziale. E nel 1980, Bush appariva a tutti gli effetti come uno dei favoriti alla nomination repubblicana. Trovò però sulla sua strada l’ex governatore della California Ronald Reagan, il cui programma politico fatto di tagli alle tasse, radicale liberismo, anticomunismo e orgoglioso nazionalismo meglio rappresentava la nuova cultura politica repubblicana. Bush reagì accusando Reagan di offrire, con le sue ricette fiscalmente irresponsabili, una “economia del voodoo”. Aveva ragione da vendere e gli anni Ottanta videro gli Usa precipitare nella spirale di conti pubblici sempre più disastrati. Ma non era quello il messaggio che un’America prostrata dalle tante crisi del decennio precedente voleva sentirsi offrire. Reagan fu eletto e divenne il volto della rinascita dell’America degli anni Ottanta. Bush si accodò lealmente, fu nominato vice-Presidente ed attese con pazienza che giungesse il suo turno. Nel 1988 fu eletto Presidente da un elettorato che auspicava una sorta di terzo mandato reaganiano. Così non fu. Del suo predecessore non aveva il carisma ma nemmeno l’approssimazione e la superficialità. Venendo meno ai suoi impegni elettorali, e consapevole dei problemi del paese, aumentò le tasse facendo infuriare molti elettori repubblicani. Gestì con attenzione ed efficacia – ma senza eccessiva enfasi trionfalistica – la fine della Guerra Fredda, la riunificazione tedesca e l’implosione dell’Urss. Offrì un messaggio internazionalista, culminato nella prima Guerra del Golfo del 1991, quando la liberazione del Kuwait invaso dall’Iraq di Saddam Hussein fu guidata dagli Usa con un’azione militare autorizzata dall’Onu, che coinvolse un’amplissima coalizione di stati (fu in quell’occasione che Bush celebrò ottimisticamente, e irrealisticamente, l’avvento di “nuovo ordine mondiale” centrato sul primato del diritto e la rinnovata centralità delle Nazione Unite). Con il suo segretario di Stato, James Baker, promosse una mediazione attenta e imparziale nel conflitto israelo-palestinese, che gli valse le ire feroci del mondo conservatore e filo-israeliano. Nella campagna elettorale del 1992 poco poté nel contrastare l’ascesa di uno straordinario leader e comunicatore come Bill Clinton. Colpisce, nel riguardare i dibattiti televisivi di quella campagna, il distacco algido e quasi cerebrale di Bush: il suo sguardo di malcelata e irritata sufficienza nei confronti di un parvenu come Clinton. Quella campagna segnalava la fine di un’epoca. Con una generazione, quella formatasi nella Seconda Guerra Mondiale, che usciva di scena; con uno scontro politico e culturale che si faceva più radicale ed estremo; con un partito repubblicano lontano ormai anni luce da quello elitario dei Bush del Connecticut. Come hanno poi dimostrato la sciagurata esperienza presidenziale del primogenito George W. (“mio figlio è così”, pare aver chiosato la madre Barbara pochi giorni prima di morire, “perché ho fumato e bevuto quando ero incinta di lui”) e la fallimentare campagna elettorale del secondo figlio, Jeb Bush, nelle primarie repubblicane del 2016 poi vinte da Trump. In una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche prima della morte, George H.W. Bush ha definito quest’ultimo uno “sbruffone”. Uno “sbruffone” per il quale, a quanto pare, nessun Bush ha votato nel 2016, ma che oggi rappresenta quel che è ed è diventato il partito repubblicano.

Il Mattino, 2 dicembre 2018

Trump e l’Arabia Saudita

È difficile, davvero molto difficile non provare profondo imbarazzo nel leggere la dichiarazione con la quale Donald Trump ha riaffermato il suo pieno sostegno all’Arabia Saudita e al principe Mohammed bin Salman. Trump – che evidentemente non ha voluto l’intervento dei suoi speechwriters – scrive in una forma che il giornalista dell’Atlantic Graeme Wood non esita a definire “mortificantemente semi-illetterata”: ripetizioni, frasi sconclusionate, punti esclamativi come se piovesse (“America First!”, “Il mondo è un luogo pericoloso!”, “vogliamo eliminare il terrorismo!”). Il tutto per ribadire la centralità strategica dell’alleato saudita e l’intenzione di non attivare misure punitive nei suoi confronti per l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi avvenuto nel consolato saudita d’Istanbul. “È certo possibile” che Mohammed bin Salman “fosse a conoscenza di questo tragico evento; forse ne era a conoscenza – o forse no!” afferma Trump in un passaggio del documento che sarebbe comico se non si parlasse di un terribile omicidio.

Superato lo sconcerto per la forma grottesca di questo documento presidenziale, rimane da spiegare cosa muova il Presidente e quali saranno le possibili conseguenze della vicenda Khashoggi sui rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Una relazione centrale e speciale per Washington, che Trump ha fatto di tutto per rilanciare dopo le difficoltà degli anni di Obama, quando la Casa Bianca – pur continuando a trasferire high-tech militare a Riad – cercò di modificare la tradizionale politica di alleanze degli Usa in Medio Oriente. Per l’attuale amministrazione, un mix di vecchi e nuovi fattori fanno dell’Arabia Saudita un alleato strategicamente vitale. In primo luogo vi è, ovviamente, il petrolio. Riad non ha più la centralità del passato come attore capace di moderarne il prezzo e garantirne gli approvvigionamenti e la dipendenza statunitense dal petrolio mediorientale si è negli anni di molto attenuata (le importazioni dall’Arabia Saudita sono più che dimezzate tra il 2005 e il 2017). Ma Riad rimane soggetto fondamentale nel limitare oscillazioni eccessive, e potenzialmente destabilizzanti, di costi e flussi di quella che rimane la fonte energetica primaria dell’economia globale. Il secondo fattore è rappresentato dal baratto tra la sicurezza fornita dagli Usa – in forma di protezione e di trasferimento di tecnologia bellica – e le risorse offerte in cambio dall’Arabia Saudita: non solo petrolio, ma anche investimenti, prestiti e importazioni. Le cifre che Trump offre spesso a casaccio – nel summenzionato documento parla addirittura di “450 miliardi di dollari” che l’Arabia Saudita avrebbe “concordato di spendere e investire” negli Stati Uniti – non hanno alcun ancoraggio nella realtà. Da più di 40 anni, Riad trasferisce però negli Usa una quantità ingente di petrodollari e contribuisce a puntellare il debito statunitense. Terzo e ultimo: la lotta al terrorismo e il quadro geopolitico del Medio Oriente. Su questo la discontinuità tra Obama e Trump è particolarmente acuta. Per il secondo, l’Arabia Saudita è partner vitale di una strategia chiaramente, e primariamente, anti-iraniana. L’ostilità a Teheran costituisce infatti la variabile principale e in larga misura indipendente della politica mediorientale di questa amministrazione. Un’ostilità peraltro ampiamente condivisa all’interno del partito repubblicano. Dentro il quale si sono levate voci critiche, che chiedono misure punitive nei confronti dell’Arabia Saudita e di Mohammed bin Salman. Voci che rientreranno però rapidamente nei ranghi, silenziate non tanto dalla improbabile prosa di questo Presidente quanto da visioni strategiche comuni a gran parte della destra americana.

Il Giornale di Brescia