Mario Del Pero

Generale

Guerre commerciali, calcoli elettorali e impraticabili unilateralismi

Nessuno, è ovvio, ha da guadagnare da un prolungato conflitto commerciale tra i due giganti dell’ordine globale corrente, Cina e Stati Uniti. Checché ne dica Donald Trump, nessuno può uscirne vincitore: troppe profonde sono le interdipendenze che legano le due parti; troppo intrecciati i loro interessi. E però l’escalation dello scontro è un’ipotesi tutt’altro che irrealistica. La storia ci ricorda sempre che la politica non è il regno della razionalità: emozioni, pregiudizi e tangibili, ancorché miopi, interessi elettorali possono sempre condizionare scelte e decisioni. La Cina serve agli Stati Uniti e gli Stati Uniti servono alla Cina, lo sappiamo. Pechino offre alla controparte vari elementi: merci a basso costo di cui si nutre la società statunitense dei consumi a debito e inflazione costante; acquisti di titoli del Tesoro che la Cina ha accumulato senza sosta; opportunità d’investimento, di delocalizzazione della produzione e di alti profitti a tante imprese americane. Ma la Cina ottiene in cambio moltissimo: un mercato vorace che ne ha trainato la crescita; una valuta tenuta artificialmente bassa tesaurizzando dollari e che le permette di drogare ancor più la sua competitività; un’integrazione economica attraverso cui avere accesso a tecnologie sofisticate.

Entrambe le parti hanno più torti che ragioni. La Cina ha cavalcato spregiudicatamente la situazione, approfittando di standard duali in materia di sussidi alle imprese o di effettiva apertura del proprio mercato. Negli ultimi anni Pechino ha assunto una posizione sempre più assertiva in Asia sfidando esplicitamente l’egemonia statunitense, cercando di proporre un modello alternativo d’integrazione economica regionale e rafforzandosi militarmente (le spese cinesi nella Difesa sono rimaste invariate rispetto al PIL, circa il 2%, crescendo così a ritmi del 5/10% annuo). Gli Usa hanno sopravvalutato i possibili riverberi politici dell’integrazione cinese nel sistema economico globale che negli auspici avrebbe dovuto garantire l’apertura e parziale democratizzazione della Cina; e hanno a lungo goduto dei tanti vantaggi garantiti da una relazione asimmetrica come quella sino-statunitense, che garantiva appunto consumi a costi bassi e costanti nonché profitti facili.

E però soluzioni unilaterali o bilaterali non esistono. Ovvero rischiano di scatenare un domino senza fine. Trump, è evidente, cerca di sfruttare i buoni risultati di una crescita alimentata da deficit crescenti per alzare la soglia dello scontro. Lo fa per ideologia, che il suo nazionalismo non contempla le forme d’interdipendenza che connotano le relazioni internazionali di oggi. Lo fa per ignoranza, che non riesce a uscire dagli schemi binari secondo i quali un passivo commerciale è ipso facto una sconfitta. Lo fa, soprattutto, per calcolo elettorale, consapevole che una certa ostilità alla Cina, che talora tracima in vera e propria sinofobia, è oggi popolare negli Usa e finanche trasversale politicamente, come evidenziato dai tanti apprezzamenti democratici alla linea della fermezza. Sa, il Presidente statunitense, che gli eventuali contraccolpi economici dello scontro non si manifesteranno al consumatore statunitense prima del voto del 2020. Sogna, in altre parole, una campagna elettorale dominata dal tema della sleale concorrenza cinese, magari conto un avversario come Biden accusabile di averla sottovalutata o addirittura agevolata. Gioca però col fuoco, come la ferma reazione cinese ben evidenzia. Nell’intreccio sino-statunitense, gli Usa non si trovano affatto in una posizione di forza incontestata. E l’unilateralismo nazionalista di Trump è probabilmente l’approccio meno adeguato – politicamente e intellettualmente – per confrontarsi con le sfide dell’interdipendenza.

Il Giornale di Brescia, 17 maggio 2019

Le primarie democratiche

Con la discesa in campo dell’ex vice-Presidente Joe Biden si va completando il quadro dei candidati democratici che concorreranno alle primarie dell’anno prossimo. Gli aspiranti a sfidare Trump, che si confronteranno nei primi dibattiti televisivi già a fine giugno, hanno ormai superato la ventina. Cosa ci dice tutto ciò del partito democratico e delle sue possibilità di riconquistare la presidenza l’anno prossimo? E perché queste affollatissime primarie sono indicative tanto dei punti di forza quanto delle fragilità dei democratici? Tre sono le considerazioni da fare.

La prima è che il ventaglio di candidati e candidate riflette il ricco pluralismo del partito democratico statunitense. In termini di anagrafe, genere, razza e, sì, anche sessualità i venti e più candidati rappresentano e portano a sintesi le mille diversità dell’America contemporanea: ne sussumono la composita ricchezza; ne rispecchiano la complessa e sempre cangiante eterogeneità. Dal 37enne omosessuale Pete Buttigieg al 77enne socialista Sanders, dalla senatrice Warren al giovane ex sindaco ispanico di San Antonio, Julian Castro, da Kamala Harris (afroamericana di origine indiana e giamaicana) al texano Beto O’Rourke fino ad arrivare a Biden, nessuna delle Americhe che fanno (e faranno) l’America pare mancare. E il contrasto con le primarie repubblicane del 2016 – limitate di fatto solo a candidati maschi, bianchi, eterosessuali, over-45 – ci dice moltissimo della distanza esistente oggi tra i due partiti.

E questo ci porta alla seconda considerazione. Quest’ampia partecipazione è dovuta sia al fatto che tutti vogliono sconfiggere Trump (e, vista la sua strutturale debolezza, pensano di poterlo fare) sia alla sparizione tra i democratici di un centro federatore: di un establishment capace d’imporre, come con Hillary Clinton nel 2016, la sua posizione a una base sempre più attiva e politicamente volatile. Trump è considerato, comprensibilmente, una minaccia esistenziale per la democrazia statunitense. I conflitti d’interessi che porta con sé, la sua imbarazzante incultura democratica, la sua ostentata volgarità, la sua acclarata incompetenza: tutto concorre a renderlo simbolo e agente di un degrado civile e politico senza precedenti. Ma Trump è tanto pericoloso quanto potenzialmente debole. Quel 40% di elettori (e 90% di repubblicani) che lo sostiene a prescindere rappresenta la polizza che gli ha permesso fino ad ora di sopravvivere. È però anche un limite oltre il quale non sembra potersi spingere: nell’America divisa e iper-polarizzata di oggi, la mobilitazione contro Trump, e la reazione a ciò che rappresenta, è ampia e, stando ai sondaggi, maggioritaria. Correre contro Trump sembra insomma portare in dote un capitale che in termini elettorali potrebbe essere di per sé sufficiente (stando a Gallup, negli ultimi due anni il tasso di disapprovazione dell’operato del Presidente non è praticamente mai sceso sotto il 50%).

E però – terzo e ultimo punto – tutto ciò mostra una potenziale debolezza dei democratici. Ricchezza e pluralismo possono tranquillamente trasformarsi in litigiosità e divisione. Ai democratici manca la coesione ideologica e l’omogeneità elettorale dei loro avversari. E, lo si ricordava, manca una leadership capace di guidare e se necessario disciplinare la competizione. Nel 2020, il 90% e più degli elettori repubblicani voterà per Trump, lo sappiamo; la stessa certezza non può esservi invece per i democratici. E di certo non promettono bene queste prime avvisaglie di campagna elettorale, caratterizzate dal riaffiorare di quella profonda frattura tra sinistra e liberal, socialisti e centristi, che già lacerò i democratici tre anni fa e contribuì alla sorprendente vittoria di Trump.

Il Giornale di Brescia, 27 aprile 2019

Il Rapporto Mueller

Il rapporto del procuratore speciale Robert Mueller sulle ingerenze russe nella campagna elettorale del 2016 e sulle torbide relazioni tra Mosca e Trump è finalmente disponibile. Certo, alcune parti sono ancora coperte da segrete (circa il 10% del documento), ma il quadro che ne è emerge è oggi chiaro. Non vi è prova che la Russia e il team del Presidente abbiano collaborato nei mesi precedenti il voto; acclarati – e descritti in dettaglio – sono però sia l’impegno russo nell’aiutare Trump sia la frequenti sollecitazioni a farlo da parte di quest’ultimo e di numerosi figure a lui vicine. Evidente, secondo il rapporto, è stato inoltre il tentativo di Trump di ostacolare il corso dell’inchiesta, manifestatosi in particolare con la sua reiterata richiesta di sollevare Mueller dall’incarico. Il procuratore non si pronuncia sulla possibilità ultima d’incriminare il Presidente per ostruzione della giustizia e rimanda la questione al Congresso. La sua posizione appare però netta così come inequivoca e severa è la denuncia dell’operato di Trump.

In tempi normali questo sarebbe stato un colpo devastante per il Presidente e la sua amministrazione. Il rapporto Mueller ci dice che è stato eletto grazie all’aiuto, forse decisivo, di una potenza straniera (e di uno dei principali nemici degli Usa); che questo aiuto lui e il suo entourage lo hanno reiteratamente richiesto; che il Presidente ha cercato con tutti i mezzi, legali e non, di bloccare l’inchiesta. Dal rapporto esce l’immagine di una Casa Bianca disfunzionale e mal gestita, lacerata da conflitti interni e dalla costante necessità di contenere il Presidente e far fronte alle sue incessanti menzogne.

I tempi però normali non sono. Trump fa un sospiro di sollievo, che ha comunque evitato l’incriminazione. Senatori e deputati repubblicani abbassano il capo, consapevoli di non poter sfidare un Presidente che continua a raccogliere l’entusiastico sostegno del 90% dei loro elettori (e in un recente sondaggio del Washington Post solo il 30% degli intervistati repubblicani ha dichiarato di credere a una delle conclusioni meno controverse del rapporto ossia che la Russia abbia cercato di condizionare l’esito del voto del 2016).

La strada di un impeachment che richiederebbe una massiccia defezione repubblicana al Senato non è pertanto praticabile. Nei mesi che ci separano dalle presidenziali del novembre 2020 se ne continuerà a parlare, nelle commissioni competenti della Camera oggi controllata dai democratici e nelle tante indagini parallele (sono ben 14) che l’inchiesta Mueller ha generato. Ma solo il voto ci dirà se questa America così polarizzata riuscirà a liberarsi di Donald Trump.

Il Giornale di Brescia, 20 aprile 2019

70 anni di Alleanza Atlantica

Qualche giorno fa l’Alleanza Atlantica ha celebrato il suo settantesimo anniversario. Un compleanno in tono minore, quello della NATO. Al di là della retorica di circostanza, l’alleanza non versa infatti in grandi condizioni e con Trump le tensioni tra gli Stati Uniti l’Europa paiono avere raggiunto un nuovo picco. Come si spiegano queste difficoltà? E come si spiega la resilienza di un’organizzazione capace di sopravvivere a diverse crisi e alla fine stessa di quel sistema internazionale, la Guerra Fredda, a cui deve la sua genesi?

Nella odierna crisi dell’Alleanza Atlantica convergono diversi fattori di lungo periodo che il contesto odierno sembra esasperare. Vi è l’evidente logoramento dei codici e valori dell’atlantismo: di una lingua atlantica liberale e moderatamente progressista scomparsa con la fine della Guerra Fredda. Prevalgono oggi discorsi sovranisti e nazionalisti, incarnati in forma finanche parossistica da Trump, o alternative transnazionali nelle quali la dimensione atlantica è marginale (è il caso del neo-europeismo macroniano) o declinata in forme puramente anglo-americane (come nei velleitari progetti di Boris Johnson & co). La fatica ideologica dell’atlantismo si combina con trasformazioni geopolitiche globali che riducono l’importanza dello spazio euro-americano ovvero inducono gli Stati Uniti a ripensare le loro priorità strategiche. Le difficoltà della NATO sono in una certa misura una funzione del suo successo. Non vi è oggi ambito securitario maggiormente istituzionalizzato di quello transatlantico. La sfida cinese nell’Asia-Pacifico, invece, obbliga Washington a ridefinire le proprie priorità: a ridurre il suo ruolo dentro l’Alleanza Atlantica – chiedendo ai propri alleati un maggiore impegno – per concentrarsi su un teatro, quello transpacifico, dove nulla di comparabile alla NATO esiste e dove gli Usa hanno solo una rete di alleanze bilaterali. La crisi della Comunità Atlantica riflette qui il decrescente impegno del soggetto egemone e federatore, gli USA, e l’incapacità degli altri attori di surrogarlo. E questo ci porta alla terza criticità: l’asimmetria di un’alleanza militare dentro la quale vi è uno scarto macroscopico di capacità militari tra la potenza leader, gli Usa, e le altre. Un’asimmetria che si è acuita con la fine della Guerra Fredda, e che alimenta acrimonie e tensioni tra le due parti, come abbiamo visto sia con Obama sia con Trump, due amministrazioni radicalmente diverse, ma accomunate dalla richiesta ai partner europei di aumentare le spese militari e contribuire maggiormente alla difesa comune.

E allora perché questa NATO sopravvive e, a dispetto di tante previsioni, celebra quest’ennesimo anniversario? Una facile spiegazione burocratica è che organizzazioni simili sviluppano nel tempo una sorta di resilienza istituzionale che permette loro di reggere qualsiasi pressione politica. E in effetti, se analizziamo la macchina atlantica in azione, scopriamo che in questi ultimi due anni essa ha proceduto con una sorta di pilota automatico, mettendo in atto i suoi piani a dispetto delle critiche sempre più pesanti che le venivano mosse da Trump. Ma per capire la sopravvivenza della NATO forse è utile tornare alla massima attribuita al primo Segretario Generale dell’organizzazione Lord Ismay, secondo la quale essa sarebbe servita a “tenere dentro gli americani, fuori i russi e sotto i tedeschi” (to keep the Americans in, the Russians out and the Germans down). E obbligare gli Usa a garantire la sicurezza dei loro alleati europei, contenere il nuovo espansionismo russo ed evitare una Germania egemone non solo economicamente, ma anche militarmente, continua a dare un senso all’esistenza della NATO e a spiegarne in ultimo la sopravvivenza.

Il Giornale di Brescia, 8 aprile 2019

Il rapporto Mueller e la democrazia statunitense

Dopo due anni d’indagini, il procuratore speciale Robert Mueller ha infine presentato la sua relazione sulle presunte collusioni tra la Russia e Donald Trump durante la campagna presidenziale del 2016. Il testo completo della relazione non è consultabile e presumibilmente rimarrà tale a lungo: per le tante informazioni sensibili che esso contiene e, anche, per l’interesse politico dell’attuale amministrazione a non divulgarne i contenuti integrali. Il Ministro della Giustizia – William Barr – ne ha fatto circolare una breve sintesi che ne evidenzia le due conclusioni primarie. La prima è che non vi è prova alcuna di una collusione tra Mosca e Trump. La Russia, si afferma, ha cercato in vari modi di condizionare la campagna elettorale per danneggiare Hillary Clinton; non vi è stato però alcun coordinamento e Trump e il suo entourage non hanno fattivamente sollecitato questo impegno russo. La seconda conclusione del rapporto di Mueller è che gli elementi di cui si dispone non permettono né di dimostrare un’azione del Presidente finalizzata a “ostruire” il corso della giustizia, ostacolando le indagini, né di “esonerare” pienamente Trump da quest’accusa. Non disponiamo di tutti gli elementi fattuali che hanno indotto Mueller a usare questa formula salomonica e a rimandare la questione al ministro della Giustizia il quale, assieme al suo vice Rosenstein, ha ritenuto le prove raccolte non sufficienti per stabilire che il reato sia stato compiuto.

La battaglia per avere accesso al testo integrale della relazione è già iniziata. E su Trump e la sua famiglia pendono altre inchieste, della giustizia ordinaria e di varie commissioni della Camera. La chiusura dell’indagine di Mueller costituisce però un indubbio successo per il Presidente. Scompare infatti l’ombra della collusione con Putin e termina così l’inchiesta politicamente più pesante e pericolosa tra le tante a cui è sottoposto.

Cosa ci dice tutto ciò rispetto allo stato della democrazia statunitense? La risposta è ambivalente e dipende dal punto di osservazione (oltre che dalla sensibilità politica dell’osservatore). Da un lato, il lavoro di Mueller e il suo rapporto finale sembrano dimostrare la forza e resilienza di tale democrazia. Mesi di indagini, interviste e ricerche hanno prodotto risultati la cui credibilità pochi possono oggi contestare. A dispetto del tentativo di Trump di delegittimarla e, anche, di bloccarla, l’inchiesta è giunta a termine e per il momento sembra addirittura aiutare il Presidente.

E però, se spostiamo il punto di osservazione il giudizio muta e per certi aspetti si capovolge. Da subito Mueller e i suoi assistenti hanno scoperchiato una quantità impressionante d’illegalità e leggerezze. L’indagine ha fatto partire mille inchieste parallele. Ha contribuito a far arrestare, processare e infine condannare persone molto vicine al Presidente, a partire dal primo coordinatore della sua campagna elettorale, Paul Manafort, condannato già a otto anni di carcere e con altri capi di accusa ancora da giudicare. Questa prima, stringatissima sintesi del rapporto ci dice inoltre che Mueller non ritiene di poter scagionare pienamente il Presidente da un’accusa gravissima: quella di aver cercato di ostacolare il corso della giustizia. Trump insomma esce temporaneamente vincitore e il sistema di pesi e contrappesi della democrazia statunitense mostra una volta ancora la sua solidità. Al contempo, però, la fragilità di questa democrazia – il livello d’inquinamento e corruzione delle sue istituzioni, a partire da quella presidenziale – si rivela ancora una volta in tutta la sua pienezza.

Il Giornale di Brescia, 27 marzo 2019

UNIVERSITÀ E SPIE STRANIERE

 

Qualche giorno fa, alla riunione del comité pédagogique della Paris School of International Affairs (PSIA) di SciencesPo si sono celebrati gli eccellenti risultati della scuola che in neanche un decennio ha visto crescere il numero di studenti da poco più di 300 a ca.1700, diventando al contempo assai più selettiva nel processo di ammissione e internazionale nel corpo studentesco (nel mio corso dell’autunno scorso, su 34 studenti solo 7 erano francesi). Particolarmente stridente è il contrasto con programmi simili offerti da università statunitensi, molti dei quali sono già da alcuni anni in grande difficoltà e soffrono – si pensi a SAIS della Hopkins – di un costante calo delle domande di ammissione e degli iscritti. Un calo che, per quanto riguarda gli studenti stranieri, si è esteso nell’ultimo biennio trumpiano a tutto il sistema universitario statunitense (fig.1). Nel 2017-18, gli studenti stranieri iscritti a università statunitensi sono calati del 6.3% nei programmi undergraduate e del 5.5% nei programmi graduate. Un calo che, sia pure più contenuto, pare essere proseguito nell’a.a. 2018-19. Alto e lievemente in crescita resta per il momento il numero di studenti cinesi, che da soli costituiscono circa un terzo degli universitari stranieri negli Usa (se si aggiunge l’India si ha circa la metà degli studenti non statunitensi, fig.2-5). Diminuiscono invece in modo significativo gli studenti del secondo, terzo e quarto contingente estero: indiani, appunto, sud coreani e sauditi. I fattori sono plurimi e tra questi vanno considerati i costi ormai fuori controllo delle rette universitarie e una concorrenza che anche per l’istruzione superiore si è fatta globale.
Pesano però anche le incertezze sulla politica relativa ai visti per gli studenti; incidono ovviamente le azioni dell’amministrazione Trump, a partire dal travel ban; e agisce il più generale clima politico. Vedremo se questo calo proseguirà negli anni a venire, ma da più parti lo si considera oggi come uno dei tanti effetti collaterali dell’elezione di Trump (https://www.insidehighered.com/…/new-international-student-…https://www.insidehighered.com/…/year-later-trump-administr…https://www.washingtonpost.com/…/7b1bac92-e68b-11e8-a939-94…). Il quale pare avere dichiarato che ogni studente cinese che è negli Usa sia in realtà “una spia” (https://www.politico.com/…/trump-executive-dinner-bedminste…)….

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I DEFICIT E IL RITORNO DELL’IMPERO DEI CONSUMI

Doveva servire, l’ostentato protezionismo trumpiano, per rendere l’America “great again”. Per re-industrializzare il paese, difendere i lavoratori statunitensi, riportare negli Usa produzioni delocalizzate. Ed erano la bilancia commerciale e quella delle partite correnti a costituire gli indicatori fondamentali usati da Trump per denunciare il declino dell’America dolosamente promosso dai suoi predecessori: le variabili sulle quali sarebbe stato possibile misurare la rinascita del paese. Ed ecco quindi la denuncia del NAFTA (e la sua revisione, in gran parte cosmetica con il nuovo USMCA), il ritiro dal accordo transpacifico (TPP, anche qui molta cosmesi, che l’accordo era già morto da tempo), le facce truci e le mancate strette di mano con la Merkel, i dazi su acciaio e alluminio, le guerre commerciali ad alto contenuto testoteronico con la Cina. Pare che i negoziati in corso con Pechino porteranno alla cancellazione di molte delle misure adottate solo il luglio scorso (“Pare” che con Trump non si sa mai, come abbiamo ben visto con il vertice con Kim). E d’altronde il corto-circuito delle politiche trumpiane – strette tra protezionismo e deregulation, desiderio (e assoluta necessità politica) di rilanciare appieno i consumi a debito e retorica del “buy American” – era (ed è) particolarmente acuto e chiaro a chiunque non sia accecato da paraocchi ideologici. Nel mentre nel 2018, il deficit esterno torna ad avvicinarsi ai picchi pre-crisi (fig.1), la bilancia commerciale con la Cina vede nei due anni di Trump alla Casa Bianca i suoi più alti passivi di sempre (fig.2) e lo stesso vale per il Messico (fig.3). L’America andava fatta “nuovamente grande” non solo con gli attivi commerciali, ma anche con politiche fiscali responsabili, in grado di ridurre deficit interno e debito. Quello era l’altro parametro invocato da Trump e, più in generale, dai repubblicani, che su questo avevano condotto una battaglia senza tregua contro Obama. Orbene, in anni di (drogata, attraverso tagli alle tasse e immutata spesa pubblica) crescita economica, lo scarto tra gettito e spesa ha acuito la sofferenza dei conti pubblici e mentre si affievolisce l’effetto della riforma fiscale del 2017 – e il tasso di crescita rallenta – cresce ulteriormente il debito (prossimo a raggiungere il livello più alto dalla Seconda Guerra Mondiale) e le proiezioni sul deficit indicano che si attesterà attorno al 4/5% del PIL annuo durante tutto il decennio 2019-2029 (fig.4 e 5). Insomma, l’austerity e la responsabilità fiscale per i repubblicani vanno di moda solo quando c’è un democratico alla Casa Bianca (magari costretto a usare la leva fiscale per rispondere a crisi causate dal suo predecessore, come fu in modi diversi per Clinton e Obama). Che è in fondo la storia degli ultimi quattro decenni, con amministrazioni democratiche costrette invariabilmente a intervenire in risposta ai casini prodotti da quelle che le avevano precedute. Vien da sorridere a pensare agli allocchi nostrani – alcuni particolarmente attivi su Facebook peraltro – che si sono bevuti la storia del Trump pronto a difendere la tanto bistrattata working class americana alla quale – come del resto Bush – offre invece al meglio facili consumi a debito, attraverso credito deregolamentato, oltre a un bel razzismo d’antan, che rappresenta la vera cifra distintiva di questo Presidente.

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MILLENNIAL CANDIDATE

Mi era già capitato di scriverne (https://mariodelpero.italianieuropei.it/2018/09/south-bend-indiana/). Oggettivamente limitate sono le possibilità che esca dal pack e – se si ripeterà, come presumibile, il modello delle primarie repubblicane del 2015-16 – possa accedere ai dibattiti televisivi riservati ai primi dieci nei sondaggi, anche se dispone indubbiamente di ottima stampa (per alcuni esempi: https://www.washingtonpost.com/news/magazine/wp/2019/01/14/feature/could-pete-buttigieg-become-the-first-millennial-president/?utm_term=.e802fb349670; https://www.theatlantic.com/politics/archive/2019/01/buttigieg-announces-his-run-presidency/580984/; https://www.newyorker.com/news/the-political-scene/pete-buttigiegs-quiet-rebellion; https://www.nytimes.com/2019/01/24/opinion/pete-buttigieg-2020-election.html; https://www.washingtonpost.com/outlook/can-a-midwestern-mayor-prove-hes-ready-for-the-presidency/2019/02/28/08c9e8da-33b5-11e9-854a-7a14d7fec96a_story.html?utm_term=.3d023727023c). E però Pete Buttigieg è figura davvero interessante. Non solo e non primariamente per un curriculum tanto eterodosso quanto impressionante (Harvard; Rhodes a Oxford; McKinsey; Veterano dell’Afghanistan; Gay; Sindaco di una di quelle città della rustbelt postindustriale – South Bend, Indiana – che tutti danno per defunte e che, sotto la sua guida, sembra essere riuscita a rinascere), quanto per la sofisticatezza e il rigore che porta alla discussione politica, anche quella che avviene nei tempi ristretti di programmi d’intrattenimento della tv generalista (per un esempio: https://www.youtube.com/watch?v=PI6IbymfkX8). Denuncia l’anacronismo poco democratico del collegio elettorale (giusto, ma su quello non farà molta strada) e per giustificare la propria candidatura offre una lettura generazionale che rifugge però il conflitto intergenerazionale: per la nostra generazione, dice il 37enne Buttigieg, i problemi sono “più diretti e personali”: “Se hai la mia età o sei più giovane, ti trovavi alla high school quando le stragi con armi da fuoco (school shootings) avvenivano; dovrai confrontarti in modo preciso e specifico con gli effetti del cambiamento climatico durante tutta la tua vita adulta; con le conseguenze dei tagli alle tasse e degli effetti sul debito; quasi certamente questa sarà la prima generazione che guadagnerà meno dei propri genitori; e questa generazione è quella che ha fornito le truppe alle guerre del dopo 11 settembre ed ha subito più di tutti le conseguenze di queste guerre”. Tra le gemme della sua biografia, il padre maltese e docente a Notre Dame Joseph Buttigieg, che molti di noi hanno conosciuto come traduttore dei Quaderni dal Carcere per Columbia UP e come fondatore e presidente della International Gramsci Society

Fake emergencies

I fatti, innanzitutto. Dopo un estenuante braccio di ferro – che ha pure provocato la chiusura per più di un mese di varie attività del governo federale – il Congresso ha infine raggiunto un compromesso per stanziare un miliardo e trecento milioni di dollari per estendere e migliorare le barriere poste in alcuni tratti del confine tra Messico e Stati Uniti. È meno di un quarto di quanto chiedeva Trump e infinitamente meno della cifra – che varie stime collocano tra i 20 e i 40 miliardi di dollari – necessaria per costruire una barriera completa (e che il Presidente aveva promesso sarebbe stata interamente pagata dal Messico). Trump ha considerato la possibilità di porre il veto allo stanziamento congressuale, rischiando però che esso sia annullato da un secondo voto a maggioranze qualificata dei 2/3 delle due Camere. Ha quindi scelto l’opzione estrema, paventata più volte nelle ultime settimane: firmare l’accordo trovato al Congresso; contestualmente, utilizzare una legge del 1976 per proclamare un’emergenza nazionale e dirottare alla costruzione del muro, e senza autorizzazione congressuale, circa 8 miliardi di dollari provenienti da vari altri programmi di spesa, principalmente del dipartimento della Difesa. Una decisione che potrebbe indurre un Congresso esautorato di una sua funzione fondamentale ad agire – aprendo un profondo conflitto istituzionale – e che vari gruppi hanno già contestato legalmente, dando il via a una disputa destinata a durare a lungo e a terminare presumibilmente alla Corte Suprema.

L’emergenza in realtà non esiste. Ovvero esiste un’emergenza umanitaria – quella delle famiglie prevalentemente centro-americane che arrivano al confine per richiedere asilo umanitario – che nulla ha a che fare con l’immigrazione illegale e che non sarebbe in alcun modo modificata dalla costruzione del muro. Nel giustificare la sua decisione, Trump ha dispiegato il suo consueto, e scolastico, lessico apocalittico: “abbiamo un’invasione di droghe, di gang, di persone e questo è inaccettabile”, ha dichiarato. Poco o nulla di quel che ha detto corrisponde al vero. Il numero d’immigrati che vengono bloccati al confine è calato di quasi l’80% in meno di venti anni; le droghe che entrano dal Messico negli Stati Uniti vi accedono per i normali punti di accesso e a nulla servirebbe il muro per fermarle; le città di frontiera – San Diego, Nogales, El Paso, Laredo, Brownsville – non sono affatto tra le più violente del paese (nel 2017 il tasso di omicidi per 100mila abitanti è stato di 2.76 a El Paso e di 3.84 a Laredo contro il 66 di St Louis, il 55 di Baltimora e il 39 di Detroit).

Quella di Trump è quindi un’iniziativa tutta ideologica e politica, indifferente ai fatti e priva di qualsivoglia buon senso. Iniziativa intrinsecamente autoritaria nelle modalità adottate e nel tentativo di esautorare il Congresso di una sua responsabilità fondamentale, sancita dalla Costituzione. Iniziativa funzionale ad alimentare la retorica ipernazionalista del Presidente e a soddisfare una base elettorale bianca e primariamente maschile, in un paese dove peraltro un’ampia maggioranza sembra oggi avere crescente consapevolezza della inutilità del muro. Iniziativa che differisce ancora una volta la presa di decisioni – delegate di fatto al potere giudiziario – e che rivela, se mai ve ne fosse ancora bisogno, la debolezza di una Politica dove le urla sguaiate – in questo caso quelle di Trump – sono vieppiù usate per occultare l’assenza di progetti e l’incapacità di governare.

Il Giornale di Brescia, 17 febbraio 2019

La fine dell’INF

Era stata annunciata da tempo, la decisione dell’amministrazione Trump di abbandonare il trattato INF del 1987, l’accordo siglato a suo tempo da Stati Uniti e Unione Sovietica che proibiva il dispiegamento di missili basati a terra, con una capacità di gittata tra i 500 e i 5500 chilometri. L’annuncio è stato subito seguito da quello analogo di Putin; anche la Russia dichiara di non sentirsi più vincolata dai termini dell’accordo. Il trattato costituì un momento nodale, dall’alta valenza simbolica e politica: una tappa cruciale di un processo che aveva indotto le due superpotenze a istituzionalizzare il meccanismo della deterrenza – ad accettare una forma di sicurezza fondata sulla certezza della reciproca distruzione in caso di conflitto – e a promuovere forme consensuali di riduzione del rischio per il tramite di un contestuale processo di disarmo. Da questo regime di accordi oggi si decide di uscire. Gli Stati Uniti lo fanno per tre ragioni, strettamente interdipendenti, che per convenienza analitica potremmo definire strategiche, ideologiche e politiche. Si aprono così scenari potenzialmente molto pericolosi, che di tutto l’Europa e il mondo hanno oggi bisogno meno che di una nuova corsa agli armamenti.

Strategia, ideologia e politica, si diceva. La strategia è quella che lega questa decisione alle minacce, nuove e antiche, che gli Usa devono fronteggiare. Tra le seconde vi è la rinnovata sfida di una Russia che – monodimensionale nella sua capacità di potenza – investe nella sua risorsa fondamentale, l’arsenale nucleare, ammodernando tra l’altro la sua dotazione di missili a raggio intermedio, in probabile violazione dell’INF. Tra le prime, vi è invece una Cina che, pur avendo rinunciato a essere potenza nucleare alla pari con Mosca e Washington, molto sta investendo in missili a gittata limitata, che gli Usa pensano di poter bilanciare con strumenti analoghi, meno onerosi da dispiegare rispetto a quelli trasportabili per mare o aria. Secondo questa logica, condivisa anche da esperti altrimenti critici nei confronti di Trump, uscire dall’INF è indispensabile per rispondere alla rinnovata minaccia cinese e russa. A ciò si aggiunge l’ideologia, plasticamente incarnata dall’attuale Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, da decenni critico feroce degli accordi stipulati dagli Usa in materia di armamenti. Nazionalista e sovranista come nessun altro, Bolton denuncia l’accettazione della deterrenza come una inaccettabile cessione di sovranità: come un vero tradimento perpetrato da chi accetta dolosamente di porre gli Usa in una condizione di rischio esistenziale, mettendo la sicurezza, invero la stessa sopravvivenza, dell’America nelle mani dei suoi nemici. Uscire dall’accordo INF è quindi solo un tassello di una strategia finalizzata a riacquisire una superiorità preponderante, da completare investendo negli ambiziosissimi progetti di difesa anti-missilistica che Bolton e altri sostengono. E questo ci porta all’elemento politico: a un approccio che promette di riportare gli Usa in una condizione di primato incontestabile, di rendere l’America nuovamente “grande” per usare lo slogan trumpiano che tanto piace alla base repubblicana.

I rischi sono però evidenti. Pur parziale e incompleto, il regime di non proliferazione nucleare costruito nell’ultimo mezzo secolo ha sortito risultati importanti. Esso si fonda primariamente sulla disponibilità delle due superpotenze nucleari a fare la loro parte, riducendo i rispettivi arsenali. Una condizione, questa, che ora sembra venir meno e che apre la prospettiva spaventevole di una nuova, incontrollata corsa agli armamenti.

Il Giornale di , 4 febbraio 2019