Mario Del Pero

SOVRANISMI E RISPOSTE TRANSNAZIONALI

Si parla tanto di « sovranismo », termine ormai inflazionato ma, che nella sua oggettiva bruttezza, bene descrive però la filosofia che vi sottostà: la chiusura; la separazione; la paura della diversità e del pluralismo; in ultimo la discriminazione e l’intolleranza. Bello o brutto che sia, il problema è che le promesse sovraniste – ossia il ripristino di una mitizzata sovranità nazionale con cui opporsi alle potenti dinamiche d’integrazione globale – sono del tutto irrealistiche e finanche utopiche. Come se il 1945 (Hiroshima e Nagasaki), il 1971 (fine di Bretton Woods) o il 2001 (ingresso della Cina nel WTO) – per scegliere solo tre tra le infinite possibilità che la storia recente ci offre – non fossero mai esistite. Nell’era delle interdipendenze plurime, la nostra è una sovranità strutturalmente limitata. La nostra e quella del resto del mondo, intendiamoci, anche se gerarchie di potenza – e, va detto, di qualità di governo – definiscono il grado di libertà d’azione di cui ogni paese gode. Non siamo sovrani in termini di sicurezza, anzi siamo in teoria esposti addirittura alla possibilità di essere spazzati via da una guerra atomica rispetto alla quale non avremo alcuna voce in capitolo. Non siamo pienamente sovrani in materia di ambiente e salute (ricordate Chernobyl?), che del cambiamento climatico e di tante, potenziali pandemie siamo in ultimo semplice oggetto. Non siamo sovrani rispetto a flussi globali di capitali e investimenti che ci possono sballonzare a loro piacimento, come ben stiamo vedendo Non siamo sovrani nemmeno rispetto a processi migratori che – per buona pace di chi ci governa – non possono essere bloccati per decreto, neanche militarizzando il Mediterraneo e l’Europa tutti. Rispetto a queste dinamiche d’integrazione, la risposta non può che essere transnazionale: regionale (europea) o globale. Alzando cioè la soglia dell’integrazione e partecipando agli sforzi di governare e, verrebbe voglia di dire, “civilizzare” questi processi. In fondo gli storici più accorti lo sanno bene – si pensi ai lavori del grande Alan Milward sull’integrazione europea – che la sovranità si recupera governando e sfruttando l’interdipendenza, non inseguendo chimere di separazione e chiusura. Oggi, che il “bannonismo” sembra farla da padrone, almeno nel dettare i termini del discorso pubblico, la risposta può partire dal basso, attraverso la circolazione di esperienze di governo locale: la loro messa in rete e la costruzione di alleanze di soggetti che non necessariamente debbono essere statuali. Gli esempi su questo si moltiplicano, soprattutto in quegli ambiti in cui l’ideologismo spinto e grossolano dei “sovranisti” genera politiche i cui effetti negativi si manifestano, talora drammaticamente visibili, nella quotidianità della nostra vita. Prendete appunto l’ambiente, l’inquinamento e il cambiamento climatico. Il grottesco negazionismo trumpiano, l’uscita degli Usa dagli accordi di Parigi e l’accelerata deregolamentazione promossa da Trump – con provvedimenti che lasciano semplicemente attoniti (https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2684596), tra cui la rimozione di standard basilari sull’inquinamento atmosferico e dei corsi d’acqua – ha generato una importante reazione dal basso, accelerando iniziative già in atto o facilitando la creazione di nuove. Tra le tante, il network globale di città della “Carbon Neutral Cities Alliance” (CNCA: http://carbonneutralcities.org/about/ ), che si pone l’obiettivo di tagliare dell’80/100% l’emissione di gas nocivi entro il 2050. Negli Usa ne fanno parte città importantissime come New York, Washington, Boston, San Francisco e – utile esempio tra i tanti – Portland. Realtà metropolitana spesso all’avanguardia, questa, su tante delle frontiere del governo delle città; la prima negli Usa a introdurre nel 1993 un progetto per la riduzione di gas (e anche allora si trattò di un’iniziativa globale, che coinvolse 11 altre città); e che nel 2015 ha prodotto un nuovo piano (https://www.portlandoregon.gov/bps/article/548588) fissando vari obiettivi, tra cui uno – la produzione del 100% dell’elettricità cittadini da rinnovabili – raggiunto già l’anno successivo.

IMMIGRAZIONE E SUPER-POTENZA

Nel loro ultimo libro, che abbiamo discusso qui a SciencesPo qualche giorno fa / https://global.oup.com/…/prod…/america-abroad-9780190464257…&), Stephen Brooks e William Wohlforth si confrontano con un tema complesso e spesso molto banalizzato: come misurare la potenza, assoluta e relativa, di un attore statale, definendo la correlazione tra questa potenza, la gerarchia che ne consegue e la capacità dei soggetti (o, meglio, del soggetto: gli Usa) superiore/i di usarla per perseguire i propri interessi e imporre le proprie priorità. A loro merito va certamente lo sforzo fatto per sottrarsi a schematismi semplicistici e, di, riflesso assai deterministici, e il tentativo quindi di mostrare le tante complessità generate da processi d’interdipendenza che rendono al meglio parziali e al peggio fuorvianti tanti indicatori comunemente in uso. Tra questi, bilance commerciali incapaci di dar conto degli esiti di catene di produzione in cui il profitto ultimo va in larga parte a gruppi e individui del soggetto in teoria in deficit e quindi perdente (è il caso, banalissimo, delle tante produzioni che vedono solo la fase terminale avvenire in Cina). A loro demerito, se possiamo dire così, una certa a-storicità (e qui è lo storico pedante che parla) e una tendenza a piegare alcuni dati a una tesi – quella che contesta l’idea di un rapido e inevitabile declino degli Stati Uniti – tutto sommato convincente e condivisibile. Tra i dati usati a evidenziare una maggiore solidità statunitense, particolarmente interessante è quello demografico (fig.1), ovvero la capacità presente e futura degli Stati Uniti di tenere quasi invariata la curva demografica e il rapporto quindi tra popolazione attiva e non-attiva, che alla prima spetta il compito di generare le risorse contributive necessarie al mantenimento della seconda. Un equilibrio, quello statunitense, che deriva solo in minima parte da tassi di natalità alti, ma non altissimi (e comunque inferiori a quelli francesi). A pesare è stata ovviamente l’immigrazione, che per quanto considerevolmente calata nel periodo 2000-15 – quindi ben prima dell’elezione di Trump (fig.2) – ha contribuito a tenere più bassa l’età media e a immettere forza lavoro giovane, particolarmente necessaria in periodi di scarsità di forza lavoro come quello attuale. Cose risapute, ci mancherebbe, che ci mostrano però ancora una volta come gli slogan trumpiani di “rifare grande l’America” prendano di mira politiche e dinamiche in realtà centrali nel mantenimento della indubbia, e ancor oggi incontestabile, superiorità di potenza statunitense

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ENTHUSIASM GAPS

Alla fine la vicenda Kavanaugh sembra aver favorito i repubblicani. Dico “sembra” che i sondaggi sono ovviamente aleatori e di qui al voto del 6 novembre manca ancora un mese e molto può accadere. In un contesto politico ed elettorale fissamente polarizzato, cruciale – soprattutto in elezioni come quelle di mid-term – diventa però la capacità di mobilitare appieno il proprio elettorato. E qui Kavanaugh potrebbe essere il salvatore di un partito che sembrava davvero alle corde, in particolare alla Camera, come ci dicono i computatori seriali di dati à la Nate Silver & co (cfr. https://fivethirtyeight.com/…/is-kavanaugh-helping-republi…/ e https://www.vox.com/…/2018-midterm-elections-brett-kavanaug…). Per le stime di FiveThirtyEight, le probabilità di riconquista democratica della Casa Bianca sono scese dall’80 al 73% nella settimana successiva all’audizione di Kavanaugh e della Blasey Ford (fig.1). Nel mentre, il tasso di approvazione dell’operato di Trump è tornato nuovamente a crescere (fig.2). Infine, vari sondaggi indicano ora che l’“enthusiasm gap” tra elettori democratici ed elettori democratici si è in larga misura chiuso negli ultimi giorni (http://maristpoll.marist.edu/… e fig.2). La vicenda è stata una chiamata alle armi per entrambe le parti. Il problema è che una delle due – i democratici – era già mobilitata; l’altra molto meno. La cosa che lascia sorpresi (e, sì, anche attoniti) è che tutto ciò avvenga dopo un’audizione, quella di Kavanaugh, imbarazzante non tanto per la sua capacità o meno di rispondere alle accuse della Blasey Ford, ma per la sua aggressiva, urlata ed estrema partigianeria – tra attacchi ai Clinton, alla Sinistra e ai liberal, e untuosi ringraziamenti a Trump – che di un giudice della Corte Suprema staremo in teoria parlando (e migliaia di giuristi su questo stanno giustamente insistendo: https://www.nytimes.com/…/kavanaugh-law-professors-letter.h…). Ma così sembrano andare le cose oggi, ahimè

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AMAZON E LA MINIMUM WAGE

Un po’ a sorpresa, arriva la decisione di Amazon – che personalmente cerco di boicottare ogni qualvolta posso – di portare il salario minimo dei suoi dipendenti da 11 a 15 dollari l’ora (quello federale rimane ancorato a 7.25 dollari, anche se vi è una grande differenza tra stato e stato; in testa alla lista c’è oggi lo stato di Washington con 11.50 dollari, cfr.: http://www.ncsl.org/…/labor-a…/state-minimum-wage-chart.aspx). La decisione di Amazon è stata addirittura elogiata da Sanders, negli ultimi anni un implacabile nemico dell’azienda e del suo famoso proprietario e amministratore delegato, Jeff Bezos (fig.1). Essa segue quella della Port Authority di New York e del New Jersey di portare a 19 dollari l’ora il salario minimo dei 40mila dipendenti dei tre grandi aeroporti newyorchesi (JFK, La Guardia, Newark Liberty). E sta dentro una discussione che coinvolge gran parte del paese: nell’ultimo biennio più di metà degli Stati hanno deciso un aumento del salario minimo, in taluni casi attivando meccanismi automatici (il Massachusetts, ad esempio, ha deciso di portarlo a 15 dollari in 5 anni); al voto del novembre prossimo vi saranno anche due referendum su questo e in Stati – Arkansas e Missouri – non propriamente workers-friendly (considerate che 5 Stati del sud ancor oggi non hanno un salario minimo statale…) Le spiegazioni sono diverse e hanno matrici tanto politiche quanto economiche:

a) In un contesto di quasi piena occupazione – e per giunta senza prospettive di tornare ad adottare politiche più flessibili in materia di immigrazione – cominciano a esservi situazioni di scarsità di forza lavoro. Negli Usa siamo oggi sotto il 4% di disoccupazione; la partecipazione al lavoro – la “labor force participation rate” (fig.2) – rimane ancora bel al di sotto del picco pre-crisi del 2008, ma è lievemente salita e gl’incentivi salariali potrebbero accelerare questo recupero. Bezos lo sa bene, che solo nell’ultimo anno ha visto crescere il numero di suoi dipendenti – oggi quasi 600mila – del 50%, anche grazie all’acquisizione di Whole Foods

b) Pesa però tanto il fatto che si venga da decenni di retribuzioni stagnanti o, peggio, in calo. Il salario minimo ce lo rivela bene e drammaticamente: introdotto con il Fair Labor Standards Act del 1938, ha avuto un costante aumento relativo fino alle fine degli anni 60 quando si è di fatto bloccato: al netto dell’inflazione ha perso il 35/40% da allora (fig.3).

c) E questo ci porta alla battaglia politica. Condotta a livello statale e municipale, come abbiamo visto. Fatta propria dall’amministrazione Obama – che aumentò (via executive order) il salario minimo dei dipendenti federali, prese diversi altri provvedimenti e sollecitò più volte il Congresso a intervenire– e oggi cavalcata da una sinistra democratica e progressista influente come non era da tempo, come abbiamo visto anche nelle primarie degli ultimi mesi.

d) Incide però, in una qualche misura anche il clima trumpiano. Come altri temi, anche questo dimostra di avere una certa trasversalità (verrebbe voglia di dire “populista”, nel senso inglese del termine, se l’aggettivo non fosse stato così tanto abusato negli ultimi tempi). Lo mostrano bene le iniziative referendarie in teatri fino a pochi anni fa decisamente ostili a certe campagne. Bezos, che sciocco evidentemente non è, lo ha capito e ha addirittura sollecitato un’iniziativa federale in tal senso. E d’altronde, anche senza considerare le condizioni di lavoro terrificanti e l’estrema precarietà dei lavoratori di Amazon, la loro retribuzione annua media non raggiunge neanche i 35mila dollari annui lordi (la ricchezza di Bezos, il suo net worth, è oggi di 165miliardi di dollari ….). Tutto vuole, insomma, Mr. Amazon, meno che uno scontro politico e sindacale, con i sandersiani all’assalto e i lavoratori di Whole Foods che stanno cercando di organizzare finalmente una union. Si cerca insomma di depotenziare il conflitto e i pericoli per via salariale, che il clima politico e le condizioni economiche un po’ lo obbligano e di vantaggi, grazie anche ai tagli alle tasse di Trump, se ne sono comunque ottenuti non pochi

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COMMERCI E AMERICA FIRST

Come prevedibile, allo scoccare della scadenza del 30 settembre Canada e Stati Uniti hanno trovato una convergenza per emendare e rinnovare l’accordo di libero scambio tra essi e il Messico. I termini precisi del compromesso non sono ancora del tutto chiari, anche se devono evidentemente ricalcare quello bilaterale tra Usa e Messico raggiunto un mese fa (di cui avevo parlato a suo tempo: https://mariodelpero.italianieuropei.it/…/il-nuovo-accordo…/), aggiungendovi alcune clausole specifiche alle relazioni commerciali tra Washington e Ottawa, in particolare la rimozione di forme di protezione dei prodotti caseari canadesi e l’imposizione di tetti sulle automobili prodotte in Canada ed esportabili negli Usa (di nuovo, in attesa di avere dettagli più precisi, si può immaginare siano stati adottati meccanismi simili a quelli concordati col Messico, su tutti l’idea la percentuale totale di una vettura assemblata negli Usa e in Messico debba passare dal 62.5 al 75% – con un maggior uso di acciaio, alluminio e plastica prodotti nei due paesi – per evitare di essere soggetta a tariffe). Tre considerazioni:

a) Trump ottiene un indubbio (e rilevante) successo politico, spendibile in chiave elettorale già questo novembre. Latticini e formaggi conteranno pure poco, ma la discriminazione dei produttori statunitensi da parte del Canada aveva assunto una valenza simbolica spropositata, diventando l’emblema degli accordi asimmetrici e penalizzanti per gli Usa, colposamente accettati da Clinton, Bush Jr. e Obama. Una valenza simbolica accentuata anche dal cambiamento nominale imposto all’accordo che cessa di essere chiamato NAFTA (nome detestato anche per la sua sonorità quasi latina …) per divenire USMCA (United States Mexico Canada Agreement), con un evidente e ostentato “US First” … E alla quale si aggiungono varie clausole destinate a difendere e tutelare i produttori statunitensi molto di più di quanto non facesse il defunto Accordo Transpacifico (TPP).

b) La vera asimmetria, che Trump ha infine messo sul tavolo, rimane però quella offerta dall’asset egemonico fondamentale di cui gli Usa continuano a disporre: il loro mercato interno e il suo ruolo fondamentale come volano della crescita globale. Primo mercato, per evidente distacco, per Messico e Canada: l’80 % delle esportazioni del primo sono verso gli Usa (https://ustr.gov/countries-regions/americas/mexico); il 76/77% di quelle del secondo (La UE, secondo mercato, non supera il 10%; la Cina è attorno al 4; fig.1). Vi è, da parte canadese, uno sforzo per iniziare a diversificare gli sbocchi delle proprie esportazioni, e il CETA siglato con l’Europa va in questa direzione, ma a oggi l’ex NAFTA rimane lo spazio fondamentale per Messico e Canada e tale è destinato a rimanere a lungo. In uno dei suoi libri forse meno riusciti (http://www.hup.harvard.edu/catalog.php?isbn=9780674025561), il grande Charles Maier usò una formula semplice e felice per descrivere la transizione egemonica – a egemone però invariato – degli anni 70, fondata sul passaggio degli Usa da “impero della produzione” a “impero dei consumi”. Ecco quell’impero dei consumi dimostra di continuare a funzionare e agire

c) Il che però ci rivela la demagogica ignoranza della visione trumpiana del commercio, come di una sorta di gioco a somma zero, in cui attivi e passivi delle bilance delle partite correnti ci indicherebbero chiaramente chi sta vincendo e chi sta perdendo nella brutale arena internazionale. Correzioni di squilibri macroscopici – in particolare con la Cina – sono necessari, ci mancherebbe. Ma in una rete d’interdipendenze complesse come quella corrente, gli schematismi trumpiani (e, anche, quelli dei nostri imbarazzanti gialloverdi) sono rozzi e, ovviamente, potenzialmente molto pericolosi. Prendiamo un caso facile facile, tra i tanti di cui disponiamo, che ci descrive la complessità delle catene di produzione odierne e dei vantaggi e svantaggi che esse conferiscono a una data nazione: quello di Iphone e Ipad (se ne parla in questo interessantissimo working paper di qualche anno fa:pcic.merage.uci.edu/papers/2011/value_ipad_iphone.pdf, fig.2); che ci rivela – molto banalmente – quanto parziale (e ingannevole) possano essere bilance commerciali dove prodotti il cui assemblaggio finale determina in teoria importatore ed esportatore (in questo caso Usa e Cina), attivi e deficit, ma che generano in realtà profitti e distribuzioni dei costi molto più articolati e che finiscono per beneficiare molto, molto di più il paese in teoria in deficit (in Cina rimane una parte assai residuale a fronte del presunto attivo commerciale)

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Kavanaugh e un’America spaccata

Una donna – Christine Blasey Ford – che racconta, con lucidità e precisione, la presunta aggressione subita 35 anni fa, ai tempi del liceo. Un giudice – Brett Kavanaugh – nominato alla Corte Suprema da Trump, che respinge con forza l’accusa, si emoziona, piange, si contraddice, contrattacca e denuncia con asprezza il complotto che i democratici avrebbero ordito ai suoi danni. In mezzo un paese che osserva – ipnotizzato, inorridito, diviso – la diretta televisiva dell’audizione della commissione giustizia del Senato dove la Ford e Kavanaugh hanno presentato le proprie posizioni. Difficile essere certi dell’esito, anche se la conferma di Kavanaugh – e la formazione di una solida maggioranza conservatrice alla Corte – rimane ancora l’esito più probabile.

Da questa vicenda esce però un’America ancora più debole, fragile e spaccata. Ed escono due partiti sempre meno credibili nella loro pretesa di poter rappresentare il paese nella sua composita interezza. I repubblicani appaiono ormai il partito di un’America bianca e in larga parte maschile, aggrappata ai propri privilegi, presunti e reali, oltre che a un’idea statica e sostanzialmente essenzialista di quel che gli Stati Uniti sono e debbano essere, anche in termini di gerarchie sociali e di genere. Un’America, questa, che Kavanaugh ha ieri incarnato alla perfezione, pure nei suoi isterismi e aggressività. E un’America ormai scopertamente partigiana, con un giudice in pectore della Corte Suprema – istituzione teoricamente super partes e fondamentale contrappeso dei poteri esecutivo e legislativo – che ricorre a un lessico quasi trumpiano nel denunciare la sinistra e i Clinton rei, a suo dire, di avere orchestrato questa campagna diffamatoria. L’ipocrisia di chi accusa di democratici di voler sabotare le istituzioni e la stessa democrazia degli Stati Uniti è palese provenendo da chi, per più di un anno, ha impedito a Obama di nominare un giudice, lasciando così scoperto un seggio della Corte. Ma i democratici giocano anch’essi col fuoco. Si affidano a una vittima la cui versione rimane a oggi non corroborata da alcuna testimonianza. Sollevano un caso su una tentata violenza avvenuta quando le persone in questione avevano rispettivamente 17 e 15 anni. Cavalcano in modo spregiudicato la disputa nell’auspicio di poter mobilitare il voto femminile alle prossime elezioni di mid-term. E contribuiscono a loro volta ad avvelenare un clima politico che sta polarizzando il paese e creando i presupposti di una vera e propria emergenza democratica.

Il Giornale di Brescia, 29 settembre 2018

Gender Gap

Per completare un precedente commento sul 2018 come possibile, nuovo “anno della donna” nella politica statunitense, sono utili alcuni dati e riflessioni presi dall’ultimo post del bravo David Hopkins (http://www.honestgraft.com/…/there-are-two-gender-gapsand-g…). Che ci mostra come il gap tra i due partiti si sia fatto, nell’ultimo trentennio, davvero monumentale. Lo vediamo nella percentuale di candidate alla Camera (42% donne per il PD; solo 12% per il PR). Lo vediamo nel voto presidenziale (quello femminile andò 54 a 39 alla Clinton due anni fa). Lo vediamo, infine, nei tassi di approvazione dell’operato di Trump che nell’ultimo sondaggio che ho trovato fatto dal WP il luglio scorso (https://www.washingtonpost.com/…/f18d24b0-8122-11e8-b3b5-b6…) ci mostrano un indice positivo (e di non poco, 54 a 45!) tra gli uomini e fortemente negativo (32-65) tra le donne (fig.2; anche con Obama si ebbe uno scarto – l’approvazione del suo operato fu sempre 5/10 punti più alta tra le donne – ma assai meno marcato). Chiaro che sia la sconfitta della Clinton (“effetto Hillary”) sia la volgare misoginia di Trump (“effetto Donald”) stiano avendo un effetto mobilitante, ma tra le tante considerazioni di Hopkins una – ripresa da questo articolo apparso nel 2014 sull’APSR (https://www.cambridge.org/…/C8946C116B24E31CC4F06B76B299813C) – mi pare particolarmente interessante: che a pesare in modo decisivo in questa gender divide, più che tematriche tradizionalmente femministe, sia l’economia ovvero la propensione di un segmento largamente maggioritario dell’elettorato femminile a sostenere politiche economiche liberal-progressiste, soprattutto in momenti di crisi che espongono la maggior vulnerabilità delle donne in un sistema che, dalle retribuzioni alle tutele, è ancora lontano, molto lontano, dal garantire qualsivoglia parità

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“L’ANNO DELLA DONNA?”

Mentre impazza la polemica su Brett Kavanaugh, il giudice nominato alla Corte Suprema da Trump e in attesa di conferma dal Senato, ora accusato da un’ex compagna del liceo per una presunta aggressione sessuale avvenuta quando i due erano 17enni, da più parti ci si chiede se il 2018 possa essere un nuovo “anno della donna”. Una replica, insomma, di quel 1992 quando il numero di senatrici passò da 4 a 7 (con l’elezione speciale in marzo di Kay Bailey Hutchinson, l’attuale ambasciatrice alla NATO e la prima senatrice nella storia del Texas), alla Camera furono elette per la prima volta 24 nuove rappresentanti (il numero più alto di sempre), portando il totale di donne al Congresso da 32 a 54. Pesarono allora vari fattori, tra cui una controversia non dissimile da quella cui stiamo assistendo su Kavanaugh, che coinvolse allora Clarence Thomas, attuale giudice della Corte Suprema, che durante la procedura di conferma fu accusato di molestie sessuali da una sua ex assistente, Anita Hill (afro-americano conservatore, Thomas era stato scelto da Bush per sostituire il primo giudice nero della Corte Suprema, il leggendario Thurgood Marshall).

Le primarie, soprattutto quelle dei democratiche, hanno visto correre (e vincere) un numero altissimo di donne. Il 2018 batterà tutti i record in termini di candidature femminili. Ai 35 contesti (in 33 stati) per il voto al Senato si presenteranno 23 donne: 15 democratiche e 8 repubblicane; per i 435 seggi della Camera le candidate donne saranno 239 (187 democratiche; appena 52 repubblicane); per i 36 governatorati in palio ci saranno 16 candidate donne (12 D e 4 R. Una miniera inesauribile di dati e informazioni al riguardo è il Center for American Women and Politics di Rutgers: http://cawp.rutgers.edu/)

Non contiamo poi le tante elezioni locali, dove abbiamo visto emergere figure capaci di acquisire rapidamente un profilo nazionale (come la controversa – e per quanto mi riguarda piuttosto insopportabile – Julia Salazar che sarà eletta al senato di New York).

Come si piega tutto ciò e cosa ci dice? In pillole

  1. che agiscono tanti fattori, incluso MeToo e tutto quello che ne è seguito, ma che pesa in maniera evidente la reazione all’elezione di un Presidente ostentatamente (e spesso volgarmente) misogino come Trump. Questo “anno della donna”, se vogliamo semplificare, è anche una risposta al Trumpismo. E non è un caso che proprio tra le donne, il tasso di approvazione di Trump sia oggi a livelli bassissimi, ca 10/15 punti percentuali inferiore – https://news.gallup.com/poll/241787/snapshot-strongly-disapprove-trump.aspx – di quello generale (di suo tutt’altro che alto, come ben sappiamo).
  2. Che pesa in una qualche misura l’effetto Hillary. La convinzione che essere donna abbia in ultimo nuociuto alla Clinton nel 2016 e che un impegno maggiore sia necessario per ovviare a un gender gap che, nella rappresentanza politica così come nelle retribuzioni, rimane ancora assai marcato (e dove, anzi, su terreni cruciali, a partire dalla discriminazione salariale, si rischi di perdere alcune delle conquiste ottenute con Obama)
  3. Che il numero record di donne candidate simboleggia anch’esso una reazione a una vecchia politica che è stata in ultimo incapace di fermare Trump (chiamatelo, se volete, invece effetto “anti-Hillary”). Esprima insomma una forma di contestazione di un establishment politico spesso auto-referenziale
  4. che in elezioni dove un dato determinante sarà rappresentato dal tasso di partecipazione elettorale – dalla capacità di mobilitare appieno il proprio elettorato – il voto delle donne sarà decisivo: perché rappresenta una larga maggioranza del voto democratico (il voto femminile andò 54 a 39 alla Clinton nel 2016 e 56 a 43 a Obama nel 2008); e perché – molto banalmente – le donne costituiscono una maggioranza dell’elettorato attivo (il 55% nel 2016; il 53 nel 2008; cfr. http://www.people-press.org/2018/08/09/an-examination-of-the-2016-electorate-based-on-validated-voters/)
  5. Anche se dovessero – come pare – essere battuti tutti i record del passato, siamo ancora lontani, molto lontani dall’avvicinarci a una qualche parità, come peraltro ci ricorda bene la composizione del gabinetto di Trump con appena 7 donne e nessuna davvero nei dipartimenti più pesanti (almeno di non voler considerare tale la Homeland Security della Nielsen). Su 50 governatori, 6 sono donne (12%; la percentuale sale al 23% se si considerano altri importanti uffici elettivi statali); 23 su 100 sono le donne al senato; 84 su 435 (appena il 19%) alla Camera. Una percentuale quest’ultima che potrebbe salire al massimo al 24% quest’anno. “Anno della donna”, sì, ma di una donna ancora fortemente minoritaria nelle istituzioni rappresentative statunitensi (http://www.cawp.rutgers.edu/current-numbers)

 

 

 

RAHMBO

 

Primo sindaco ebreo di Chicago (2011-19), capo di gabinetto nel cruciale biennio d’apertura dell’amministrazione Obama, e prima ancora deputato dell’Illinois (2003-9) e consigliere influente nell’amministrazione di Bill Clinton e nella sua campagna elettorale del 1992, Rahm Emanuel – “Rahmbo” per molti amici e detrattori – ha deciso a sorpresa di non ricandidarsi a un terzo mandato alla guida della sua città. A sorpresa, perché dopo anni difficili – segnati da scontri aspri con i sindacati degli insegnanti e da scandali legati alla sua propensione a difendere (e talora occultare) la violenza delle forze di polizia – la sua popolarità era tornata a crescere e la sua posizione appariva più solida. Difficile però non vedere nella fine – temporanea o meno, lo scopriremo presto – della carriera politica di Emanuel la crisi di un modello che il sindaco di Chicago ha incarnato in modo quasi parossistico. Un modello liberal, radicale su temi che noi definiremo etici (le varie associazioni per i diritti LGBT hanno sempre dato il massimo dei voti a Emanuel); attento a questioni vitali per centri metropolitani come il controllo delle armi (Emanuel è un nemico storico della NRA e da sindaco di una città devastata dalla violenza come Chicago ha cercato di usare gli strumenti a sua disposizione per imporre misure restrittive sulla vendita di armi da fuoco); liberista (e grande sostenitore del NAFTA quando questo fu istituito); abile e spregiudicato fundraiser; falco liberal e filo-israeliano, che sostenne con entusiasmo l’intervento in Iraq nel 2002; legato strettamente al mondo della finanza, nella quale ha lavorato e dove presumibilmente tornerà. Un New Democrat, insomma, che oggi appare però alquanto Old. Anche se di Old vi è in fondo sempre stato il suo atteggiamento sprezzante e brutale – un po’ da House of Cards – verso avversari e giornalisti ostili: una volta a un sondaggista con il quale era entrato in conflitto inviò per posta un pesce morto… Tra le tante immagini della vita politica di Rahm, una delle più buffe – almeno per me – è quella di un paio di anni fa, quando un Renzi goffo e in evidente sovrappeso si fece filmare mentre faceva jogging con il sindaco sul lungolago di Chicago ….

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Jogging all’alba a Chicago per il premier Matteo Renzi che si è allenato con il sindaco Rahm…

MANAFORT E LA DEMOCRAZIA STATUNITENSE

Anche Paul Manafort – il primo manager della campagna elettorale di Donald Trump del 2016 – ha infine ceduto. In cambio di una riduzione a un massimo di dieci anni della condanna per molteplici reati, che vanno dall’evasione fiscale alla frode bancaria al riciclaggio, Manafort ha dato la sua disponibilità a collaborare con l’inchiesta del procuratore Robert Mueller sulle ingerenze russe nel voto del 2016. Il cerchio pare stringersi ancora di più attorno al Presidente e ai suoi famigliari. Il numero di ex collaboratori che si sono dichiarati colpevoli, hanno patteggiato e stanno fornendo informazioni a Mueller cresce di giorno in giorno. E stiamo parlando ora non di pesci piccoli o figure, come il primo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump Michael Flynn, sulla cui affidabilità è lecito nutrire molti dubbi. Manafort – che Trump aveva pubblicamente elogiato come un “uomo coraggioso” capace di non farsi “piegare” dalle pressioni – è probabilmente colui che più può raccontare sull’intervento russo nel 2016 e, anche, sui rapporti d’affari opaci e controversi tra la famiglia Trump e Mosca. Manafort partecipò – assieme al figlio di Trump, Donald Jr, e al genero, Jared Kushner – al famoso incontro con emissari russi a New York del giugno 2016 nel quale questi promisero informazioni compromettenti su Hillary Clinton. Soprattutto, per anni Manafort ha lavorato per conto di politici e oligarchi russi, in particolare in Ucraina, costruendo una torbida rete di relazioni con figure legate al Cremlino e con settori dei servizi di Mosca. Può, in altre parole, dire molto, moltissimo e far fare un salto di qualità decisivo all’inchiesta di Mueller.

Cosa ci dice tutto ciò su Trump, sulla sua elezione e, anche, sul futuro della sua presidenza? Due sono le considerazioni da fare.

La prima è che la sorprendente ascesa di una figura come Donald Trump – uomo d’affari borderline, con all’attivo molteplici bancarotte e al quale le principali banche statunitensi da tempo erano indisponibili a fare credito – dà una cifra del livello di degrado e, anche, di corruzione raggiunto dalla democrazia statunitense. Trump non è solo una figura “epicamente inadeguata” per il ruolo che occupa, come scriveva domenica scorsa il columnist del Financial Times, Edward Luce. È anche uomo che ha portato alla Presidenza, oltre che la sua straordinaria volgarità e incompetenza, un reticolo inestricabile di conflitti d’interesse e un passato nel quale figure improponibili come Manafort hanno occupato un ruolo centrale. Il trumpismo è al contempo espressione estrema dell’inquinamento del processo democratico e vettore di ulteriore sua degenerazione: la sua altissima tossicità la misuriamo ormai quasi quotidianamente. La questione – e questa è la seconda considerazione – è se esistano gli anticorpi per contenerne gli effetti: se il corpo sia sufficientemente sano per reggere l’urto. Su questo è lecito nutrire più di un dubbio. A dispetto di tutto, la base repubblicana sembra essere ancora con Trump anzi, come confermato dalle primarie per la scelta dei candidati alle elezioni di novembre, il partito rimane a tutti gli effetti il partito di Donald Trump. La possibilità di una riconquista democratica della Camera è molto alta, ma anche negli scenari più ottimistici il numero di seggi che i repubblicani perderanno sarà di poco superiore alla metà di quelli persi dai democratici nelle prime elezioni di mid-term dopo l’elezione di Obama. E con sondaggi che indicano come 2/3 degli elettori repubblicani vorrebbero fosse posto immediatamente termine all’inchiesta di Mueller, il pericolo è che all’avanzare di questa corrisponda l’intensificazione di uno scontro politico che rischia oggi davvero di andare fuori controllo.

Il Giornale di Brescia, 18.9.2018