Mario Del Pero

La discesa in campo delle donne

Mai tante donne candidate come in questa tornata di mid-term: quasi 500 nelle varie primarie per la Camera; 57 per il Senato; un’ottantina per i vari governatorati (ne ha parlato qualche settimana fa Margaret Talbot in un bell’articolo per il New Yorker: https://www.newyorker.com/news/news-desk/2018-midterm-elections-women-candidates-trump). Poco meno del doppio rispetto al 2012, il termine di paragone più logico. Per la gran parte si tratta di candidate democratiche, motivate dalla sconfitta di Clinton nel 2016 e dalla grossolana misoginia trumpiana. Nelle primarie di due giorni fa, le donne hanno fatto l’en plein in Pennsylvania, dove tutti i 18 rappresentanti sono oggi uomini e dove in novembre dovrebbero esservi almeno 7 candidate democratiche (https://www.vox.com/policy-and-politics/2018/5/16/17360286/pennsylvania-primary-election-2018-women-democrats). La Pennsylvania è particolarmente importante: perché la Corte Suprema dello Stato ha ridisegnato i collegi, cancellando l’obbrobrio prodotto dalle spregiudicate pratiche di gerrymandering dei repubblicani; perché alcuni distretti che gravitano verso le principali città (Philadelphia e Pittsburgh) possono essere vinti dai democratici, che oggi hanno solo 5 dei 18 deputati; perché l’impopolarità di Trump e la mobilitazione contro il Presidente sono fattori che possono portare più elettori al voto. Le donne rappresentano il 52/3% dell’elettorato complessivo (più o meno stessa percentuale in Pennsylvania); hanno votato circa 55 a 40 per la Clinton nel 2016 (percentuale simile per Obama nel 2008/12); il 39% sono registrate come democratiche contro il 25% registrate come repubblicane (http://www.people-press.org/2018/03/20/1-trends-in-party-affiliation-among-demographic-groups/). L’onda femminile potrebbe insomma essere decisiva nel tentativo democratico di riconquistare la Camera. Un tentativo comunque non semplice: che la base trumpiana rimane compatta e unita dietro il Presidente; e che tra gerrymandering e distribuzione meno efficiente del loro elettorato – concentrato nei conglomerati urbani e nella prima suburbia – i democratici dovranno ottenere svariati punti percentuali in più dei repubblicani su scala nazionale, addirittura 10 secondo alcune stime recenti (https://www.brennancenter.org/publication/extreme-gerrymandering-2018-midterm). Stime forse eccessive, ma è utile ricordare che nel 2016, alla Camera i repubblicani presero il 49% dei voti e il 55% dei seggi.

Giocare col fuoco

La prevedeva di certo, Donald Trump, questa violentissima recrudescenza del conflitto arabo-israeliano successiva al trasferimento a Gerusalemme dell’ambasciata statunitense. Eppure ha deciso comunque di procedere: di accendere la miccia e innescare questo nuovo, esplosivo fronte di tensione. Perché lo ha fatto? Quali obiettivi si pone? Che miscela – altamente infiammabile – di politica, geopolitica e ideologia sottostà a questa sua decisione?

Due sono, schematizzando, le possibili risposte a queste domande. La prima rimanda appunto alla geopolitica ossia alla decisione di compiere una svolta a 180 gradi rispetto alla linea di Obama per tornare a una politica di alleanze tradizionali in Medio Oriente, centrata primariamente su tre relazioni speciali: con Israele, Egitto e Arabia Saudita (i primi due rimangono incontestabilmente i principali destinatari degli aiuti militari statunitensi; la terza continua ad acquistare armi dagli Usa, ad aiutare Washington dentro l’OPEC e a trasferire in America – in forma di prestiti e investimenti – parte dei suoi profitti petroliferi). Definitivamente archiviato è quindi il tentativo obamiano di ripensare questa strategia, coinvolgendo (e cercando così di neutralizzare) l’Iran e affrancando gli Stati Uniti da relazioni fattesi nel tempo ingestibili e – soprattutto nel caso degli autoritari regimi saudita ed egiziano – sempre meno presentabili. Spostare l’ambasciata a Gerusalemme ha avuto, in questa prospettiva, una rilevante valenza simbolica. È servito sì per riaffermare il legame unico tra Stati Uniti e Israele e il pieno appoggio dell’amministrazione Trump al governo Netanyahu. Ma ha rappresentato anche un modo per testare gli alleati arabi di Washington, Arabia Saudita su tutti. Il silenzio e la sostanziale passività di quest’ultima su quanto sta avvenendo a Gaza sembra confermare che la scommessa trumpiana sia stata per il momento vinta.

Dietro, o meglio al fianco, della geopolitica stanno la politica e i tanti, spregiudicati calcoli che la informano, in particolare in un anno elettorale come questo, con l’approssimarsi del cruciale voto di mid-term di novembre, quando si rinnoverà l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Gli Usa sono caratterizzati oggi da forme estreme di polarizzazione nelle identità e appartenenze politiche e nelle scelte conseguenti di voto. Le matrici di tale polarizzazione sono plurime e diverse. Tra le tante vi è anche il conflitto arabo-israeliano. Rispetto al quale i dati e i sondaggi ci dicono due cose. La prima è che il sostegno dell’opinione pubblica statunitense a Israele rimane solido e massiccio: secondo una rilevazione che Gallup conduce ormai da tre decenni, nel conflitto tra israeliani e palestinesi, il 64% degli americani parteggia oggi per i primi e solo il 19 per i secondi. Una volta esaminata, questa linea filo-israeliana si rivela però molto più forte tra i repubblicani e tra gli evangelici, dove il rapporto diventa addrittura di 85/90 a 10/15. È un segmento elettorale – questo della destra più radicale – su cui Trump ha costruito le proprie fortune e dal cui appoggio, che per il momento rimane solido e inscalfibile, il Presidente dipende.

È chiaro però che considerazioni, calcoli e, anche, cinismi politico-elettorali portino a giocare col fuoco, come bene stiamo vedendo in questi giorni. E isolino gli Usa, rendendoli sempre meno credibili come possibile mediatore di una pace mediorientale. Che Washington non sembra però oggi volere, nel convincimento che quel che davvero conta siano i rapporti di forza e che questi pongano ora i palestinesi e i loro sostenitori in un angolo da cui non hanno i mezzi per uscire.

Il Giornale di Brescia, 16 maggio 2018

 

Gerusalemmi, polarizzazione e convenienze politiche

I sondaggi, si sa, vanno maneggiati con grande cautela: incrociati tra loro, ponderati, misurati nel tempo. Non se ne può però prescindere (e di certo chi prende decisioni politiche non ne prescinde mai). Gallup ci mostra crudamente una delle ragioni fondamentali dietro la sciagurata decisione di Trump di trasferire a Gerusalemme l’ambasciata statunitense. Questo è il giudizio che gli americani danno, rispettivamente, d’Israele e OLP: http://news.gallup.com/poll/229199/americans-remain-staunchly-israel-corner.aspx con alcuni dati relativi anche a quei segmenti dell’elettorato, repubblicano e conservatore, che hanno portato Trump alla Casa Bianca e il cui, cruciale sostegno non è per il momento stato scalfito di una virgola: http://www.people-press.org/2018/01/23/republicans-and-democrats-grow-even-further-apart-in-views-of-israel-palestinians/

 

Il trumpismo è insomma effetto e matrice di una radicale polarizzazione degli Usa che si esprime anche rispetto a Gerusalemme. Quella polarizzazione la cavalca, sfrutta e alimenta, senza curarsi granché degli effetti e delle conseguenze

Guerre commerciali e “imperi dei consumi”

Come scrive il buon Wolf (Donald Trump declares trade war on China) Il modello è in fondo quello – unilaterale e nelle ambizioni neo-imperiale – dei trattati ineguali e delle guerre dell’oppio. I rapporti di forza non sono però più gli stessi, laddove  l’unica cornice dove si possono correggere le storture e i disequilibri odierni è quella multilaterale e istituzionalizzata. E, soprattutto, il primario ammortizzatore sociale che esiste negli Usa – il consumo a debito – ancora abbisogna della Cina (qui la bilancia commerciale bilaterale: Bilateral Trade US-China). Ed è questo ultimo punto che il cialtronismo trumpiano entra in pieno corto-circuito, come vediamo peraltro ogni giorno

 

“Tanto sta morendo comunque”. Trump e il prossimo funerale di John McCain

“Non importa, tanto sta comunque morendo”. Così un funzionario della Casa Bianca ha liquidato l’annunciata opposizione del senatore John McCain alla nomina a direttore della CIA di Gina Hasper, il cui passato controverso – fu a capo di un centro di detenzione CIA in Tailandia dove si usavano strumenti “aggressivi” (waterboarding, privazione del sonno, ecc) d’interrogazione di sospetti terroristi – e l’indisponibilità a condannarli pienamente nella recente audizione al Senato hanno indotto McCain ad annunciare la sua opposizione. Entusiasta sostenitore delle guerre americane del XXI secolo, McCain – che, pilota in Vietnam, fu imprigionato e torturato per 6 anni – ha assunto posizioni molto severe nei confronti di quella “notte della ragione” che ha portato l’amministrazione Bush a sostenere la necessità di ricorrere alla tortura per ottenere informazioni utili nella sua campagna globale contro il terrore. In tempi più recenti, McCain – oggi malato terminale per un tumore incurabile al cervello – si è schierato a più riprese contro Trump, salvando con il suo voto la riforma sanitaria di Obama e giungendo fino allo sgarbo istituzionale di non invitare l’attuale Presidente al suo prossimo, programmato funerale, nel quale gli elogi funebri saranno pronunciati da Obama e Bush Jr.. Lo scontro tra McCain e Trump riflette quello, di ben più lunga data, tra McCain e la destra più radicale, e retriva, del partito repubblicano. Da candidato, Trump – che il Vietnam lo evitò prima in quanto studente universitario e poi grazie a un certificato medico che accertava gravi problemi alle calcagna – dichiarò di preferire quei soldati “che non si fanno catturare”. Nella attuale polemica, vari pundits conservatori hanno attaccato ancora una volta McCain. Che non è stato sempre il maverick coraggioso e indipendente che pretende di essere. Che ha cambiato più volte posizione (come peraltro normale per chi ha passato una vita al Senato), anche su temi cruciali come, appunto, la guerra (opponendosi a lungo a un intervento, quello in Bosnia del 1995, che comunque lo si valuti fu ben più necessario, “giusto” e “legale” di quello in Iraq del 2003). E che di errori imperdonabili ne ha commessi non pochi, a partire da quello – sul quale ha fatto più volte atto pubblico di contrizione – di aver accettato l’improponibile Sarah Palin come sua vice nella campagna presidenziale del 2008. Quest’ultima vicenda offre però un medaglia aggiuntiva al Senatore McCain: quella di avere subito come pochi altri un fuoco amico tanto violento quanto spregevole. E valga come ricordo quello delle primarie repubblicane del 2000, quando McCain, che emerse a sorpresa come credibile sfidante di George Bush, fu vittima di una campagna negativa tra le più spregevoli che si ricordino, culminata con le accuse – che gli vennero mosse in South Carolina – di aver avuto dei figli illegittimi da una donna di colore (McCain e la moglie Cindy hanno una figlia adottiva del Bangladesh). Un’accusa, questa, che nel mondo repubblicano sudista finì, ahimè, per sortire gli effetti sperati, aiutando infine Bush a sconfiggerlo.

“I fantasmi della South Carolina”, titolò il New York Times nel 2007 (https://www.nytimes.com/2007/10/19/us/politics/19mccain.html). Fantasmi che sembrano avere infine catturato il partito repubblicano nella sua interezza

Trump e “il peggior accordo di sempre”

La decisione di Trump di abbandonare l’accordo sul nucleare iraniano e reintrodurre le sanzioni contro Teheran era attesa e prevista. A poco sono valsi i tentativi dell’ultim’ora dei principali partner europei degli Stati Uniti, Gran Bretagna inclusa. Le matrici della scelta dell’amministrazione repubblicana sono plurime e facilmente individuabili. Agisce il convincimento che l’accordo non ponesse vincoli sufficientemente stringenti nel contrastare lo sviluppo del programma nucleare iraniano e la sua possibile applicazione alla sfera militare. Incide la ridefinizione di una strategia mediorientale centrata su un sistema di alleanze tradizionali, orientato in chiave precipuamente anti-iraniana. Pesano pregiudizi in virtù dei quali si considera Teheran congenitamente non affidabile, a prescindere dai suoi comportamenti, certificati peraltro dai rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e degli stessi apparati d’intelligence statunitensi e israeliani, che hanno ripetutamente attestato l’ottemperamento da parte dell’Iran dei termini dell’accordo. Opera, infine, la volontà di usare il dossier nucleare per punire l’attivismo iraniano nello scacchiere mediorientale.
A monte, però, è possibile leggere la decisione di Trump come espressione di una filosofia di fondo: di una precisa – ancorché assai rozza – visione della politica estera e dei suoi strumenti, che il Presidente sembra oggi condividere con i principali membri del suo gabinetto, dal Segretario di Stato Pompeo al Consigliere per la Sicurezza Nazionale Bolton, il secondo falco anti-iraniano di lungo corso. Quali sono i pilastri di questa visione e come si applicano nello specifico del caso iraniano?
Vi è in primo luogo il convincimento che nelle relazioni internazionali il soggetto più forte – e gli Usa continuano indisputabilmente a esserlo – debba dispiegare senza remore o timidezze la propria superiorità di potenza: debba, in altre parole, esercitare la massima pressione possibile sull’interlocutore di turno. Per costringerlo a negoziare da una posizione di debolezza; ovvero per portarlo alla capitolazione, che nel caso iraniano vorrebbe dire contribuire a destabilizzare il regime e facilitare il suo cambiamento ultimo.
Flettere i muscoli e rigettare compromessi di sorta serve, in secondo luogo, a conferire maggiore credibilità alla posizione statunitense in altri ambiti, a partire oggi dal dossier nordcoreano. Centrale è quindi la valenza simbolica della decisione: il suo essere funzionale a comunicare, agli alleati e ancor più ai nemici, che gli Usa possono agire unilateralmente, sottraendosi ai vincoli degli accordi stipulati e, se necessario, dello stesso diritto internazionale.
Lo possono fare, terzo aspetto, perché rimangono la potenza superiore e indispensabile del sistema. Capace – attraverso le parole d’ordine della potenza e dell’interesse nazionale così centrali nella semplicistica retorica trumpiana – di ricostruire un ampio consenso interno attorno alle sue scelte fondamentali di politica estera.
Tutti questi assunti strategici possono in realtà essere facilmente rovesciati. La credibilità degli Usa – e degli accordi che essi stipulano – esce pesantemente minata da questa vicenda. I rischi di un’escalation anche militare sono altissimi. La probabilità che le componenti più oltranziste del regime iraniano siano, come in passato, rafforzate appaiono evidenti. La possibilità che la decisione – che, stando ai sondaggi, sarebbe opposta da circa i 2/3 degli americani – inasprisca polarizzazione e divisioni negli Usa è infine molto concreta.
Ma questa è l’America di Trump e la visione delle relazioni internazionali che essa è in grado di esprimente: schematica, binaria e, in ultimo, assai poco responsabile.

Il Giornale di Brescia, 10 maggio 2005

Mr Macron va a Washington

È la settimana delle visite di leader europei negli Usa, questa. Il Presidente francese Emmanuel Macron sta per chiudere la sua tre giorni washingtoniana proprio quando la Cancelliera tedesca Angela Merkel si appresta a giungere nella capitale statunitense per incontrare Trump venerdì. La natura dei due vertici è diversa e solo a Macron sono stati riservati gli onori di una visita di Stato – la prima della Presidenza Trump – che trova oggi il suo culmine con un discorso al Congresso riunito in seduta congiunta. Evidente però è il filo comune che le lega. Da un lato vi sono diversi, cruciali dossier rispetto ai quali vi è una convergenza franco-tedesca (ed europea) nel cercare di condizionare scelte e politiche statunitensi. Dall’altro è difficile, se non impossibile, sfuggire alla sensazione che le due visite non rivelino anche una competizione per la leadership europea tra Parigi e Berlino.
I dossier, innanzitutto. Che sono quattro, a partire dalla cruciale questione dell’accordo sul nucleare iraniano. Accordo da preservare a ogni costo per Francia e Germania, e che invece Trump vuole abbandonare o vincolare a mutamenti oggi non contemplabili da Teheran. Difficile, se non impossibile, immaginare cambi di rotta da parte dell’amministrazione statunitense, a maggior ragione oggi che ne sono entrati a far parte dei falchi anti-iraniani come il Segretario di Stato, Pompeo e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Bolton. Ma questo viaggio statunitense offre a Merkel e, soprattutto, Macron una sorta di tribuna per ribadire le proprie posizioni. Il secondo dossier è quello relativo al commercio. Qui la partita cruciale si gioca sia sull’esenzione dell’Europa dalle tariffe che Washington ha imposto su acciaio e alluminio (esenzione che scade il 1 maggio e che gli europei contano di prorogare) sia, e più in generale, su come far ripartire i negoziati in materia di commercio transatlantico e mondiale. Non appare casuale la scelta di Angela Merkel di far precedere la visita a Washington da un viaggio in Messico, il bersaglio abituale delle invettive protezioniste di Trump, dove la Cancelliera ha celebrato virtù e potenzialità ancora inespresse del libero scambio globale. È immaginabile che su questo aspetto Macron e Merkel possano ottenere qualche concessione. Terzo: il cambiamento climatico, le questioni ambientali e la necessità di mantenere in vigore il sistema instaurato con gli accordi parigini del dicembre 2015, che l’amministrazione Trump ha abbandonato. Il Presidente francese ne ha fatto una bandiera, invitando addirittura gli studiosi di tutto il mondo a trasferirsi in Francia per lavorare assieme sul tema (invito che apparirebbe un po’ più credibile laddove fosse accompagnato da qualche provvedimento concreto per migliorare lo stato disarmante in cui si trovano gran parte delle università francesi). Di nuovo, è difficile immaginare alcuna concessione da parte di Trump che, anzi, la sua bandiera l’ha trovata in un negazionismo anti-scientifico condiviso dalla sua base elettorale. Con molti stati, municipalità e, anche, imprese impegnati negli Usa a difendere i termini di Parigi 2015, la contrapposizione sembra però essere oggi soprattutto simbolica. Quarto e ultimo: la Siria. Dove evidenti sono invece le differenze tra Francia e Germania. E dove la prima spinge affinché sia congelato il ritiro, promesso da Trump, dei circa 2mila soldati statunitensi presenti sul campo.
Le convergenze tra Berlino e Parigi sono quindi numerose. Sottotraccia, ma visibile, vi è però una competizione tra le due che si manifesta anche in queste visite. Da subito dopo la sua elezione Macron ha cercato di usare la relazione con gli Usa come strumento di rafforzamento politico in Europa. Presentando la Francia come l’unico paese in grado sia di contenere l’America trumpiana sia – grazie alla sua impareggiabile strumentazione militare – di collaborarvi, il Presidente francese cerca d’investirsi di un ruolo unico e centrale – d’interlocutore speciale degli Usa – con cui surrogare anche la defezione britannica in Europa. Una linea, questa, che appare non di rado velleitaria e scollegata da una realtà ben diversa, nella quale, per esempio, il volume di scambi commerciali tra Francia e Stati Uniti è meno della metà di quello tra Germania e Usa (con un deficit commerciale per questi ultimi che, nel caso della Francia, è stato nel 2017 inferiore a un quarto di quello avuto invece con la Germania). Ma quella macroniana è una narrazione indirizzata primariamente a un’opinione pubblica interna, che alle promesse del suo giovane Presidente sembra peraltro già credere meno.

Il Mattino, 25 aprile 2018

Un colpo solo

Limitato; circoscritto; nelle promesse (e negli auspici, che di vittime civili ne avrà inevitabilmente causate) “chirurgico”. Questo è stato il raid franco-britannico-statunitense sulla Siria di ieri notte. “Un colpo solo” – un “one-time shot” – ha dichiarato l’austero segretario della difesa James Mattis. “Un attacco selettivo e delimitato che non mira a provocare un cambiamento di regime” gli ha fatto eco il premier britannico Theresa May. Un’azione concentrata solo “sulle capacità del regime siriano di produrre e utilizzare armi chimiche”, ha chiosato il Presidente francese Emmanuel Macron.
A cosa è servito allora questo “colpo solo”? Quali obiettivi si sono posti Stati Uniti, Francia e Regno Unito? Cosa potrà seguire e quali rischi vi sono oggi?
Proviamo a mettere ordine tra i fattori, strategici e politici, che hanno indotto Washington, Londra e Parigi ad agire prima di esaminare le possibili conseguenze di quest’azione. Pur non escludendo altri raid nei giorni e nelle settimane a venire, è evidente come nessuno creda alla possibilità di alterare il corso della guerra civile siriana o speri ancora di poter rovesciare Assad. Il bombardamento di ieri non è quindi propedeutico a cambiamenti di regime che, auspicati e addirittura previsti agli albori di questo tragico conflitto, sono stati oggi riposti definitivamente nel cassetto. Si tratta invece di un’azione punitiva e in una certa misura preventiva nella quale centrale è la valenza simbolica. Serve a comunicare, ad Assad e ai suoi alleati (Iran e Russia), che il loro controllo non è né può essere assoluto; che la Siria non deve diventare la base da cui Mosca e Teheran possono pensare di estendere ulteriormente la loro influenza nella regione; che gli Usa e i loro alleati posseggono gli strumenti, la tecnologia e l’intelligence per alterare il corso del conflitto o rendere assai più difficili le operazioni di Assad e dei suoi alleati sul campo. È uno sfoggio di forza, in altre parole, che serve a dimostrare come l’interesse occidentale non sia terminato una volta sconfitto l’ISIS. Ed è, infine, uno sfoggio di forza indirizzato anche a Putin. Al quale un Occidente nuovamente compatto sembra voler dare un messaggio inequivoco. Perché quest’azione è chiaramente collegata alla vicenda Skripal, l’ex agente russo avvelenato in Gran Bretagna alcune settimane fa. Oggi sono Francia e Gran Bretagna a seguire gli Stati Uniti, laddove allora furono questi ultimi ad accettare la linea unitaria invocata da Londra con l’espulsione di decine di diplomatici russi in vari paesi occidentali.
La matrice politica dell’intervento è altresì evidente. Fin troppo evidente, nella sua patente strumentalità. Un’azione a basso costo e alta visibilità, appoggiata da chiare maggioranze delle opinioni pubbliche statunitense e britannica, aiuta due leader in difficoltà come Trump e May. Macron, di suo, può dare sostanza a una pretesa di leadership europea chiaramente velleitaria e irrealistica, ma che può sfruttare quella strumentazione militare che rende ancor oggi la Francia potenza diversa e superiore dentro l’UE.
La premessa di queste logiche è che i rischi siano bassi e contenibili. Su questo però si rischiano pericolosissimi corto-circuiti. La storia insegna come le nebbie della guerra – anche delle guerre limitate nelle intenzioni e negli obiettivi – possano provocare in ultimo escalation incontrollabili. La polveriera siriana, con molteplici attori sul campo e vari fronti di conflitto, non fa eccezione e il “colpo solo” di ieri rischia di aggiungere un altro tassello in un paese prostrato da colpi – convenzionali e non, “chirurgici” o meno – ai quali assiste quotidianamente da anni.

Il Giornale di Brescia, 15 aprile 2018

Altri 60 Tomahawk?

Una decisione, ferma e risolutiva, entro 24-48. Questo ha promesso Donald Trump in risposta alle nuove atrocità perpetrate dal regime di Bashar al-Assad – l’“animale Assad” nell’ennesimo tweet trumpiano – incluso a quanto pare l’uso di armi chimiche in un sobborgo di Damasco. E però i margini di manovra per gli Usa sono limitati e il rischio d’infilarsi in un vicolo cieco altissimo. Come altissima è la possibilità che la risposta promessa dal Presidente statunitense si limiti a gesti ad alta valenza simbolica e a basso rischio, come fu esattamente un anno fa, quando una sessantina di missili Tomahawk furono lanciati contro una base siriana in risposta a un altro attacco con armi chimiche del regime.
All’epoca la decisione fu celebrata da molti negli Usa come la dimostrazione che dopo anni di dolosa assenza la superpotenza americana era pronta finalmente ad assumersi le proprie responsabilità. Che costituiva il momento – asserì allora il famoso commentatore della CNN Fareed Zakaria – in cui “Donald Trump diventava Presidente”. Quel gesto fu in realtà isolato e senza conseguenze. Ed è probabile che qualcosa di simile avvenga nei giorni a venire. Perché Trump, come prima di lui Obama, deve fare i conti con contraddizioni oggettive e problemi strutturali che limitano tanto le possibilità quanto gl’interessi degli Usa in Siria e nella regione.
Questo per almeno tre fattori. Il primo è di natura precipuamente interna. Negli Usa prevale oggi, come due anni, una decisa ostilità a qualsiasi nuova avventura militare in Medio Oriente. Certo, nella rappresentazione mediatica Assad è divenuto l’ultimo dei “barbari” nemici dell’America e della civiltà. E azioni a basso costo e alta visibilità, come quella dell’anno scorso, riscuotono facilmente un consenso ampio e trasversale. Fare di più non è però contemplabile. Tutti i sondaggi di un anno fa indicavano chiaramente questo stato di cose: apprezzamento per il bombardamento; amplissima avversione a qualsiasi escalation. Una posizione, questa, che incide ancor di più oggi all’avvicinarsi del cruciale voto di mid-term dell’autunno 2018. Di Trump si possono dire molte cose, ma non che non conosca e sappia sfruttare gli umori e le pulsioni del suo elettorato di riferimento. Non è un caso, dunque, che avesse annunciato solo pochi giorni prima di quest’ultima crisi la sua intenzione di procedere al ritiro dei circa 2mila soldati statunitensi oggi presenti in Siria. Un’intenzione criticata da alcuni militari e dai suoi storici avversari dentro il partito repubblicano, a partire dal senatore McCain che oggi lo accusa addirittura di avere “incoraggiato”, con le sue incaute parole, Assad ad agire.
Il secondo aspetto è il contesto regionale e le dinamiche internazionali che lo condizionano e ne vengono condizionate. Dal gioco siriano gli Usa sembrano essere in larga parte esclusi e da più parti si rimarca come gli attori cruciali siano ormai Iran, Turchia e Russia. Eppure, una volta marginalizzata la minaccia dell’ISIS, quel che si va profilando nel teatro siriano è un equilibrio non necessariamente svantaggioso per gli Usa. Il quadro rimane instabile, Russia e Iran sono chiamate a puntellare costantemente Assad con oneri e sacrifici non marginali, gli alleati degli Stati Uniti – Arabia Saudita e Israele – si vedono obbligati a quell’assunzione di responsabilità che Washington da tempo chiede loro, il coinvolgimento di Teheran aiuta a giustificare la richiesta dell’amministrazione statunitense di rivedere (o di abbandonare) l’accordo sul nucleare iraniano. La Siria è stata, ed è, una tragedia umanitaria che, con l’ISIS e il dramma dei profughi, ha creato un contesto straordinariamente minaccioso per l’Europa. Se misurata in termini di cruda sicurezza questa minaccia è però stata minore, se non quasi inesistente, per gli Usa.
E questo ci porta al terzo e ultimo aspetto: un Medio Oriente che, a dispetto di tutto, è oggi meno importante per gli Stati Uniti e la loro politica estera. Col suo tentativo di ripristinare la tradizionale politica regionale di alleanze, la sua roboante retorica anti-iraniana e le sue dichiarazioni incoerenti e contraddittorie, Trump ha fatto spesso credere il contrario. E il rischio di azioni sconsiderate contro Teheran rimane alto, a maggior ragione dopo le nomine di falchi neoconservatori come Pompeo a segretario di Stato e di Bolton a consigliere per la sicurezza nazionale. Ma altri, a partire da quello cinese, sono oggi i dossier fondamentali sui quali si focalizza in realtà l’attenzione degli Usa e del loro erratico Presidente.

Il Mattino, 10 aprile 2018

E se Theresa May per una volta avesse ragione?

Che vi siano calcoli politici, finanche spregiudicati, dietro la dura presa di posizione europea e atlantica contro Mosca è palese. Ma soffermarsi solo su di essi rischia davvero di minimizzare le gravissime responsabilità russe, offrendo alibi che Putin oggi non merita. È chiaro come tutti i principali attori coinvolti agiscano cercando di capitalizzare su questa ennesima crisi tra Russia e Occidente. Teresa May vi scorge un modo per uscire dall’angolo in cui si è venuta a trovare per insipienza politica e impopolarità diffusa; nulla, in certe situazioni, aiuta di più di una crisi internazionale e di facili capri espiatori come Putin. Macron – sembra contro il parere di alcuni suoi stretti collaboratori – cavalca la vicenda nel suo velleitario tentativo di assumere le redini di un’Europa che a dispetto di tutto rimane Berlino-centrica. La Polonia e i paesi baltici cercano di alimentare e sfruttare critiche a Mosca che talora tracimano in vera e propria russofobia. Trump è ormai in balia dei falchi neoconservatori – come ben evidenziano le nomine di Pompeo a Segretario di Stato e di Bolton a Consigliere per la Sicurezza Nazionale – che nella loro ostilità a Mosca convergono con larga parte dell’establishment di politica estera, liberal e conservatore, e con la quasi totalità dei parlamentari repubblicani, da sempre ostili alla linea della distensione con la Russia inizialmente fatta propria dal Presidente. Un Presidente che oggi, sotto la spada di Damocle dell’inchiesta sulle ingerenze russe nella campagna del 2016, ha tutto l’interesse a seguire la linea della fermezza nei confronti del Cremlino.
Tutto vero e tutto giusto. Limitarsi a questa sola variabile dell’equazione rischia però di generare analisi al meglio parziali e al peggio scorrette se non, addirittura, negazioniste. Che negano cioè le gravi e pesanti responsabilità della Russia e di chi la guida. Per quanto sia lecito essere scettici sull’assoluta affidabilità dell’intelligence prodotta nelle nostre capitali (un altro dei tanti effetti negativi della sciagurata avventura che nel 2002-3 portò all’intervento militare in Iraq), è difficile immaginare che una simile unità d’intenti dentro l’Europa e sull’asse transatlantico non sia stata ottenuta grazie a prove forti sulla responsabilità russa nell’avvelenamento, avvenuto il 4 marzo scorso nella cittadina inglese di Salisbury, dell’ex spia Sergei Skripal e della figlia. L’agente chimico utilizzato è di fabbricazione sovietica e abbiamo alcuni, eclatanti precedenti a partire dall’uccisione, in quella occasione col polonio-210, nel 2006 e sempre nel Regno Unito di un altro ex agente russo, Aleksandr Litvinenko. Skripal, è bene ricordarlo, era un cittadino britannico. E gli effetti collaterali avrebbero potuto essere ben peggiori, per quanto un poliziotto sia stato gravemente avvelenato e una quarantina di abitanti di Salisbury, dove Skripal risiedeva, siano rimasti intossicati.
Se fosse confermata la responsabilità russa, si tratterebbe di un atto inaudito per protervia e spregiudicatezza. Inaudito, ma non del tutto sorprendente. E questo ci porta al secondo punto che spiega la risposta unitaria e dura di questo rinnovato fronte transatlantico. Ossia la credibilità della tesi che dietro quanto avvenuto a Salisbury vi possa essere la lunga mano di Putin. Un’ipotesi plausibile, questa, perché tante e reiterate sono state negli ultimi anni le provocazioni russe. Perché Mosca ha in più occasioni promosso, e finanche esibito, azioni finalizzate a destabilizzare il contesto mondiale e quello europeo in particolare. Dalle ingerenze, ormai acclarate, nella campagna elettorale statunitense di due anni fa ai finanziamenti a forze politiche radicali e anti-EU al sostegno ad Assad in Siria, tante, troppe, sono stati le sfide di Putin. Le responsabilità non sono mai unilaterali e gli Usa e i loro alleati di errori ne hanno compiuti molti, dalla goffa gestione del dossier ucraino al macroscopico errore dell’intervento in Libia nel 2011, che tanto ha inciso nel condizionare le successive azioni russe. Ed è possibile che questa nuova risposta finisca per aiutare Putin, alimentando quella retorica nazionalista e vittimista che ne contraddistingue da tempo il discorso politico. Ma alternative forse non erano davvero più date. E che per una volta Europa e Comunità Atlantica riescano ad agire in modo così unitario e compatto non è per nulla disprezzabile.

Il Mattino, 28 marzo 2018