Mario Del Pero

TRUMP vs. THE NEW LEFT

Forse è presto. O forse no, che la fissità di queste rilevazioni è uno dei dati più significativi dell’anno e mezzo di Presidenza Trump. Trascorsa una settimana dai casi Manafort e Cohen, il tasso di approvazione nei confronti di Trump non sembra essersi spostato di una virgola (qui la media delle rilevazioni al 28 agosto di FiveThirtyEight: https://projects.fivethirtyeight.com/trump-approval-ratings/); secondo alcuni sondaggi, sarebbe addirittura aumentato (http://thehill.com/…/403477-trump-approval-rating-holds-ste…). Nel mentre, le primarie di ieri sembrano confermare una volta di più come il partito repubblicano sia ormai il partito di Donald Trump. Il suo candidato Ron DeSantis vince in Florida; in Arizona – uno stato dove i due senatori GOP, Flake e McCain, sono stati molto critici nei confronti del Presidente – una sua critica Martha McSally, deve “trumpizzarsi” per ottenere la nomination.
E però qualcosa si muove anche a sinistra e appare non poco interessante. In Florida, la nomination democratica va a un 39 afroamericano, Andrew Gillum, sostenuto da Sanders e da “Our Revolution”. Non un neofita però, o un fenomeno alla Ocasio Cortez, visto che è il sindaco della capitale dello stato, Tallahassee. E non il solo giovane che emerge attraverso un’importante – e inevitabilmente complessa e formativa – esperienza amministrativa (particolarmente interessante è ad esempio la storia del sindaco di South Bend, città dell’Indiana che, come tanto midwest postindustriale, ha passato davvero tempi bui, il 36enne Pete Buttigieg, cui rollingstone ha dedicato recentemente un bel profilo: https://www.rollingstone.com/…/pete_buttigieg-36-year-old-…/). E senza forzare troppo le comparazioni, è forse quello che anche in Italia si dovrebbe fare: ripartire dal basso; formare un nuovo, serio e credibile ceto politico (come la Lega è in fondo riuscita a fare in fondo in questi anni) per via dell’esperienza amministrativa e non attraverso i meccanismi cooptativi o le invenzioni mediatiche che troppo spesso abbiamo spesso visto all’opera (Buttigieg, tanto per intenderci, è sindaco da quasi sette anni)

ANTICORPI

 

Abbiamo gli anticorpi per evitare una deriva autoritaria e (lo metto tra dieci virgolette) “quasi-fascista”, si chiedeva l’altro ieri Raffaele Romanelli in un bel post che è molto circolato qui su FB? È una domanda che qualche anno fa sarebbe stato inimmaginabile porre. Ma quello cui stiamo assistendo obbliga ahimè a interrogarsi. I casi di Polonia, Ungheria, Turchia sono un monito forte e non si può in alcun modo sottostimare la valenza simbolica dell’incontro di oggi tra Orban e Salvini o gli assi transnazionali, a quanto pare ben lubrificati da rubli russi, che ormai da anni le forze politiche della destra estrema, alcune oggi al timone dei loro paesi, hanno costruito. Da più parti si guarda ovviamente agli Usa. La democrazia statunitense sta reggendo all’urto di Trump? I suoi tanti contrappesi sono in grado di contenere il peso di una Presidenza così inquinata da corruzione, conflitti d’interessi, malaffare, fake news e ingerenze straniere? Sono domande che si pone, in modo al solito un po’ semplicione, Paul Krugman in un editoriale assai pessimista sul Times di oggi (https://www.nytimes.com/…/trump-republican-party-authoritar…). Una risposta all’apparenza positiva viene dalla North Carolina, dove un panel di tre giudici federali ha dichiarato incostituzionale la mappa elettorale dello Stato disegnata dall’assemblea legislativa statale (controllata dai repubblicani) nel 2011 e sostanzialmente riconfermata nel 2016 (fig.1 e http://www.wunc.org/…/judges-nc-congress-map-unlawful-parti…). Quello della North Carolina è uno dei casi più eclatanti e spregiudicati di gerrymandering – di costruzione di mappe elettorali dove i collegi sono disegnati in modo da massimizzare i vantaggi per una parte a discapito dell’altra. Alcuni deputati statali repubblicani lo hanno candidamente ammesso: “Per il bene del paese, penso sia meglio eleggere repubblicani che democratici”, ha dichiarato uno di questi, tale David Lewis, citato dal WP, “quindi ho disegnato questa mappa per raggiungere tale risultato. È una mappa che dà un vantaggio di 10 a 3 ai repubblicani, perché non è materialmente possibile ottenere un vantaggio di 11 a 2”http://www.wunc.org/…/judges-nc-congress-map-unlawful-parti…). 10 deputati a 3 è stato appunto il risultato ottenuto dai repubblicani in North Carolina nell’ultimo voto del 2016, nonostante avessero ottenuto appena il 53% dei voti. È stato calcolato che, anche a causa del gerrymandering, i democratici dovranno conquistare tra il 5 e il 10% dei voti in più dei repubblicani su scala nazionale per ottenere una maggioranza alla Camera dei Rappresentanti in novembre. Ecco perché l’intervento delle corti è così importante (un caso eclatante è quello della Pennsylvania, dove la Corte Suprema dello stato ha ridisegnato la mappa elettorale, pesantemente gerrymandered dai repubblicani sempre nel 2011). Tutto bene quindi? Gli anticorpi funzionano e il potere giudiziario bilancia quelli esecutivo e legislativo, contenendone gli eccessi? Non proprio. È possibile che la vicenda della North Carolina venga rimandata a una Corte Suprema dove la conferma di Kavanaugh darebbe ai repubblicani una maggioranza 5 a 4 (anche se una decisione prima del voto produrrebbe uno stallo, 4 a 4 appunto, e imporrebbe quindi un rapido ridisegno dei collegi almeno per il voto del 2018). Nel mentre, l’amministrazione Trump – inefficiente e caotica su mille fronti – ha certo proceduto con maggiore efficacia nella nomina di giudici e la leadership repubblicana al Senato ha fatto della loro conferma, soprattutto alle corti d’appello, una sua assoluta priorità. La fig.2 indica come sono cambiati gli equilibri nelle corti distrettuali e d’appello in poco più di un anno e mezzo. Se il processo sarà completato, si passerà da 73 giudici nominati da Repubblicani, 90 da Democratici e 16 vacancies a un 95 a 84. Non solo, e più importante degli aridi numeri, sostituire un 70enne repubblicano o democratico moderato con un 45enne repubblicano radicale, come già sta avvenendo, porta a un cambiamento ancor più marcato. Gli anticorpi ci sono, insomma. Ma sono vulnerabili e fragili. O, come disse il buon John McCain nel suo concession speech del 2008, “niente è inevitabile in America”; neanche la tenuta della democrazia.

No automatic alt text available.
Image may contain: text

CRIMINI, IMMIGRATI E ARMI

 

DDue notizie e fatti di cronaca della scorsa settimana. Il primo è l’assassinio di Mollie Tibbetts, una giovane studentessa universitaria dell’Iowa, da parte di Christian Rivera, un immigrato giunto illegalmente negli Usa che lavorava sotto falsa identità in una fattoria vicina alla casa dei Tibbetts (la povera ragazza era uscita per fare jogging quando è stata assalita e uccisa). La seconda è la proposta, non ancora formalizzata, della controversa Segretaria dell’Educazione Betsy DeVos di usare una parte dei finanziamenti federali destinati alle scuole superiori per armare gli insegnanti e permettere loro di difendere se stessi e gli studenti in caso di attacco (NYTimes, WP, Vox e altri hanno descritto il progetto, che per il momento però non è stato ufficializzato. Cfr. https://www.vox.com/…/betsy-devos-guns-schools-arming-teach…). Trump e molti repubblicani hanno subito usato il caso Tibbetts per mettere sotto accusa le politiche passate in materia d’immigrazione. “una persona è giunta illegalmente dal Messico e l’ha uccisa”, ha twittato il Presidente. “C’è bisogno del muro; c’è bisogno di cambiare le nostre leggi sull’immigrazione e sulla protezione del confine; dobbiamo farlo noi repubblicani perché i democratici non lo faranno”. Tutti i dati di cui disponiamo dicono però che così non è: smentiscono la tesi cara al Presidente e ai suoi sostenitori che vi sia una qualche correlazione tra immigrazione illegale e aumento della criminalità. Anzi, gli immigrati illegali tendono statisticamente a compiere meno reati dei nativi (fig.1 e, sul caso del Texas, fig. 2), una tendenza che alcuni studi recenti mostrano essersi addirittura accentuata negli ultimi anni (cfr.https://www.cato.org/…/their-numbers-demographics-countries…). In una certa misura è intuitivo capirne le cause, che un immigrato giunto negli Usa ha tutto l’interesse a scomparire nelle maglie piuttosto larghe della società americana, evitando guai di ogni tipo. Per quanto riguarda le armi nelle scuole, mancano studi specifici sul loro possibile effetto e disponiamo solo di riflessioni impressionistiche se non aneddotiche. Tutti, ma proprio tutti, i dati di cui disponiamo ci confermano però il dato banale che più armi in circolazione producono più vittime e che la strada maestra è quella di ridurre le armi, e controllarne meglio la distribuzione e vendita (cfr. https://www.hsph.harvard.edu/…/firearms-res…/guns-and-death/ e fig.3 che risale al 2013). La morale è fin troppo semplice e assomiglia in fondo a ciò cui stiamo assistendo in Italia: un discorso virile e diretto, capace di fare breccia nella pancia del paese presentandosi come concreto ed efficace (contro il buonismo e le belle anime, insomma) muove in realtà da premesse fortemente ideologiche e da un risoluto rifiuto di confrontarsi con fatti e studi, anche i più seri, documentati e inattaccabili. Quei fatti vanno costantemente riaffermati, enfatizzati, spiegati. Anche se poi tutto in ultimo dipende da noi. Da come riusciamo a restare umani di fronte a questo inarrestabile degrado e imbarbarimento. Ieri c’è stato il funerale di Mollie Tibbetts. In un’orazione davvero toccante e alta, il padre ha invitato “a ritornare alla vita”, a “voltare pagina”. E ha ringraziato la comunità ispanica dello stato: “sono Iowani; hanno i nostri stessi valori”, ha detto, “per quanto mi riguarda sono Iowani con un cibo migliore” (https://eu.desmoinesregister.com/…/mollie-tibbe…/1103580002/)

Image may contain: text
Image may contain: text
No automatic alt text available.

IMPEACHMENT?

Di giornate complicate Trump e la sua amministrazione ne hanno avute più di una. Nessuna, però, può competere con quella di martedì scorso. Il primo manager della sua campagna presidenziale del 2016, Paul Manafort, è stato condannato per otto capi d’imputazione che vanno dall’evasione fiscale alla frode bancaria; nella stessa giornata, Michael Cohen, uno degli storici avvocati del Presidente, lo ha implicato in una serie di reati federali, ammettendo di aver violato la legge sui finanziamenti elettorali per poter pagare il silenzio di una pornostar e di una ex modella di playboy sulle loro relazioni compromettenti con Trump.

È la punta di un iceberg, quella rappresentata dai casi di Manafort e Cohen, che origina dall’inchiesta del procuratore Mueller sulle ingerenze russe nella campagna del 2016. Come Cohen, altri hanno patteggiato e stanno collaborando con Mueller, incluso il primo consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, Michael Flynn. E ulteriori scandali e rivelazioni sono inevitabilmente destinati a seguire. Trump ha portato alla Casa Bianca non solo la sua spregiudicatezza e la sua volgarità, ma anche un quarantennio di affari torbidi e di vita professionale sempre ai limini della legalità. Un suo braccio destro come Cohen può davvero scoperchiare un pentolone altamente tossico su questi affari.

Ma quali danni politici ed elettorali può causare tutto ciò al Presidente? E soprattutto, è immaginabile che si arrivi fino al suo impeachment, come prospettano molti media e suoi avversari politici? Su questo è possibile nutrire più di un dubbio.

Qualsiasi riflessione sull’impeachment deve partire da due domande: i reati che coinvolgono il Presidente sono tali da poter giustificare un simile provvedimento? Esistono le condizioni politiche affinché la procedura d’impeachment possa essere attivata?

Alla prima domanda non si può che rispondere affermativamente. Alla seconda invece no. Nella sezione 4 dell’articolo 2 della Costituzione si afferma che “il Presidente, il Vice-Presidente e tutti i funzionari civili degli Stati Uniti potranno essere rimossi dai loro uffici su accusa e verdetto di colpevolezza di tradimento, corruzione o altri gravi crimini e misfatti.”

La gran parte dei costituzionalisti concordano nel ritenere che, se confermate, le ammissioni di Cohen implicherebbero il Presidente in reati gravi e potrebbero quindi giustificare l’attivazione da parte del Congresso della procedura d’impeachment. Che però – proprio per la responsabilità primaria dell’organo legislativo – è procedura complessa e, appunto, tutta politica: la Camera dei Rappresentanti deve autorizzare, a maggioranza semplice, l’impeachment; a quel punto si passa al Senato, trasformato in una sorta di tribunale, con giudice il Presidente della Corte Suprema e i senatori nei panni di una giuria che ha bisogno di un voto a maggioranza qualificata dei 2/3 per condannare l’imputato (il Presidente) e decretarne la rimozione.

Nella storia del paese non si è mai giunto a tanto: Andrew Johnson e Bill Clinton nel 1868 e nel 1999 furono messi in stato d’impeachment, ma al Senato mancò la maggioranza qualificata e rimasero in carica; Richard Nixon si dimise anticipatamente nel 1974 per evitare l’umiliazione di una decisione ormai certa.

L’attuale contesto politico rende assai futuribile un nuovo impeachment presidenziale. Per il quale sarebbe necessario un improbabile crollo di popolarità di Trump tra la base repubblicana, che affrancherebbe molti senatori e deputati del partito del Presidente e permetterebbe finalmente una ribellione della quale oggi non vi è traccia. Perché la popolarità di Trump tra l’elettorato repubblicano è agli stessi, altissimi livelli del suo insediamento (tra l’85 e il 90%, secondo Gallup); perché la polarizzazione politica riduce la mobilità elettorale e crea due campi sostanzialmente impermeabili, come indicano gl’indici d’approvazione dell’operato del Presidente che, sia pure molto bassi, sono stabili se non inscalfibili (attorno al 40%, con una banda di oscillazione che è meno della metà di quella che Obama ebbe nello stesso periodo); perché la campagna presidenziale di delegittimazione delle inchieste in corso sta evidentemente funzionando, tanto che secondo recenti sondaggi il 75% dei repubblicani ritiene che quella di Mueller sia una “caccia alla streghe” e meno del 15% la considera un’“indagine legittima”. Con un’economia che continua a correre, una trasversale riluttanza a usare l’arma nucleare dell’impeachment e un partito democratico vittima delle sue divisioni e inconsistenze, Trump rimane per il momento tranquillo anche se tutto può ovviamente cambiare, a partire dalle elezioni di mid-term del novembre prossimo e dagli immancabili, nuovi scandali con i quali ci potremo risvegliare già domani.

Il Mattino, 24 agosto 2018

L’UPSIDE DOWN IN CUI VIVE UN PEZZO D’AMERICA

Impeachment? Ci vuole il voto a maggioranza semplice della Camera, seguito da una sorta di processo al Senato (dove quest’ultimo svolge sostanzialmente il compito di giuria) nel quale una maggioranza di 2/3 è necessaria per decretare la colpevolezza del Presidente e la sua rimozione dalla carica. Intendiamoci, una slavina – questa volta bella grossa – è partita, non è la prima e altre presumibilmente ne seguiranno. Ma intanto, i sondaggi di cui disponiamo ci dicono che tra polarizzazione politica, sistematica azione di delegittimazione di Mueller e della sua inchiesta, e piena trumpizzazione del partito repubblicano, le condizioni “politiche” per un impeachment sono ancora molto, molto lontane. 3 dati per capirci

– il tasso di approvazione dell’operato di Trump tra gli elettori repubblicani rimane elevatissimo, sfiora quasi il 90% ed è agli stessi livelli del gennaio 2017, quando s’insediò (https://news.gallup.com/…/presidential-approval-ratings-don…)
– Una nettissima maggioranza dei repubblicani dà un giudizio estremamente negativo dell’inchiesta di Mueller: circa il 75% ritiene che sia una “caccia alle streghe”; poco più del 10% pensa che sia un’indagine “legittima”; più del 60% pensa che l’FBI stia cercando d’incastrare il Presidente (https://www.vox.com/…/poll-republicans-trump-fbi-mueller-wi…)
– L’elettorato repubblicano sembra seguire Trump anche nella sua denuncia delle cosiddette Fake News. Secondo un sondaggio Ipsos (https://www.ipsos.com/…/ne…/americans-views-media-2018-08-07), il 43% ritiene che il Presidente dovrebbe avere la possibilità di chiudere i media che “si comportano male” (“engage in bad behavior”). Più della metà condividerebbe la sua dichiarazione secondo la quale i media sarebbero “nemici del popolo” (https://poll.qu.edu/national/release-detail?ReleaseID=2561)

Morale? C’è una realtà parallela (un upside down à la Stranger Things, insomma ) dentro la quale vive una parte d’America – la stessa dell’Obama mussulmano o nato in Africa – e che costituisce la miglior polizza per la sopravvivenza di questa Presidenza

Image may contain: 4 people, people standing, selfie and outdoor

TRUMP E I MEDIA “NEMICI DEL POPOLO”

“Non posso enfatizzare a sufficienza come tra tutti i temi su cui ci soffermeremo nei prossimi mesi, screditare la stampa debba essere il nostro obiettivo primario”. No, non è Donald Trump a parlare, ma un presidente – Richard Nixon – al quale spesso è associato. Siamo nel 1972 e lo scandalo Watergate che avrebbe travolto Nixon è alle porte. Dopo d’allora i repubblicani lanciarono un’iniziativa ambiziosa e in gran parte coronata da successo: quella di contrastare l’egemonia dell’intellighenzia liberal attraverso la creazione di una vasta rete di media e centri di ricerca capaci di elaborare un contro-pensiero di destra. A dispetto dei risultati ottenuti – l’arci-conservatrice Fox News è da anni la principale rete televisiva d’informazioni – a destra la diffidenza e l’ostilità nei confronti dei media persiste e con Trump sembra anzi avere raggiunto nuovi picchi.

Secondo alcuni sondaggi, la sortita del Presidente che ha recentemente denunciato i media come “nemici del Popolo” sarebbe condivisa da più della metà degli elettori repubblicani; il 43% riterrebbe addirittura che la Casa Bianca dovrebbe poter silenziare quei media che non si comportano in maniera appropriata. E mentre New York Times, Washington Post, CNN e tanti altri sono impegnati in un’incessante azione di denuncia di Trump, il Presidente sembra quasi beneficiare di questa campagna ostile: di un riflettore che, pur negativo, lo illumina costantemente e agli occhi dei suoi elettori lo trasforma in una vittima del sistema opaco e corrotto dell’informazione.

Come è possibile tutto ciò? Cosa ci dice, dell’informazione e della democrazia statunitensi?

Tre risposte, strettamente intrecciate, possono essere offerte. La prima è la declinante influenza dei media tradizionali ovvero la possibilità di contrastarli con forme nuove, orizzontali e non filtrate, d’accesso alle informazioni e alle notizie. Durante la campagna presidenziale, nessuno tra i principali cinquanta quotidiani statunitensi appoggiò Donald Trump. Un caso senza precedenti, dove giornali storicamente repubblicani che mai nella loro secolare storia avevano sostenuto un candidato democratico diedero il loro endorsement a Hillary Clinton. Eppure ciò non bastò. Come non sta bastando l’incessante campagna anti-Trump nello scalfirne la popolarità presso un elettorato repubblicano fissamente schierato dalla parte del Presidente.

Ciò si lega, secondo aspetto, a una delegittimazione dei media tradizionali che predata, e in una certa misura spiega, l’ascesa di Trump. Incide qui la crescente debolezza di aristocrazie politiche, intellettuali e, appunto, giornalistiche divenute negli ultimi anni bersaglio prediletto di un anti-elitismo fattosi egemone nel discorso pubblico. In questa rappresentazione, i media cessano di essere custodi della democrazia – contrappeso fondamentale del potere politico – per diventare essi stessi parte del problema: componenti di quella torbida e insalubre palude washingtoniana che un bonificatore come Trump promette di prosciugare. I sondaggi Gallup ci dicono ad esempio che media e Congresso sono da tempo le istituzioni nelle quali gli americani ripongono meno fiducia, con percentuali fattisi a dir poco imbarazzanti (rispettivamente il 20 e l’11% contro il 74% delle forze armate e il 67% della piccola impresa)

Media che hanno però le loro belle responsabilità. È questo il terzo e ultimo aspetto. Dentro un degrado e una trivializzazione del discorso pubblico cui stanno contribuendo i nuovi strumenti della comunicazione, i media tradizionali o hanno cercato senza successo di cavalcare questi cambiamenti o si sono rifugiati dentro narrazioni auto-referenziali, in simbiosi con un mondo politico anch’esso sempre più ombelicale e lontano da quella realtà che i primi dovrebbero in fondo raccontare e il secondo cercare di governare e migliorare.

Il Giornale di Brescia, 18 agosto 2018

 

 

 

 

 

 

FENTANYL E PENA DI MORTE

FENTANYL E PENA DI MORTE

La corte d’appello federale chiamata a giudicare il ricorso della casa farmaceutica tedesca che lo produce ha infine dato il via libera e il fentanyl – uno degli oppioidi sintetici più diffusi nella vera e propria “epidemia” che ha colpito gli Usa in questi ultimi anni – sarà usato per l’iniezione letale di un uomo, tale, Carey Dean Moore, condannato nel 1979 per l’omicidio di due tassisti (e quindi nel braccio della morte da quasi 40 anni; https://www.theguardian.com/…/nebraska-fentanyl-execution-f…). È la prima esecuzione capitale da 21 anni a questa parte in Nebraska. Perché negli Usa dagli anni Settanta in poi si è assistito a un vero e proprio paradosso sulla pena di morte. I suoi oppositori fecero una battaglia, che portò a varie moratorie, centrata primariamente sulla brutalità con cui le condanne capitali venivano eseguite e sull’incertezza d’indagini frettolose e spesso condizionate da pregiudizi razziali. Combinandosi con politiche di tolleranza zero e di legittimazione dell’uso del pugno duro contro il crimine, quel che ne seguì fu però uno sforzo di “professionalizzazione”, se possiamo usare il termine, affiancato da un tentativo di dare maggiori tutele legali ai sospettati/condannati. La conseguenza, e appunto il paradosso, è che ciò ha ridotto grandemente il numero di esecuzioni (fig1), prolungato di molto il periodo carcerario dei condannati a morte e i costi del processo (fig.2) e, soprattutto, rilegittimato la pena capitale, che mezzo secolo fa sembrava invece essere sul punto di scomparire (fig.3, anche se il mutamento degli ultimi anni, e le moratorie adottate da vari stati – Colorado, Washington, Pennsylvania, Oregon – è certo significativo). È un’altra, se vogliamo, delle grandi divergenze transatlantiche dell’ultimo mezzo secolo, ché a lungo parve inevitabile e naturale una convergenza abolizionista tra Europa e Stati Uniti che invece non vi è stata (ne parla il buon Moshik Temkin in questo lungo, bel saggio: https://www.hks.harvard.edu/…/great-divergence-death-penalt…). Accanto a questo, sembra evidente come anche sulla pena di morte vi sia una sorta di polarizzazione nel paese: delle quasi 1500 condanne capitali eseguite nell’ultimo mezzo secolo più di 1200 (ca. l’82%) sono nel Sud e 550 (quasi il 40%) in Texas

No automatic alt text available.
No automatic alt text available.
No automatic alt text available.

Trump, le sanzioni contro l’Iran e la UE

Da alcuni giorni sono rientrate in vigore una serie di sanzioni economiche statunitensi nei confronti dell’Iran. Questa prima tranche – che consegue alla decisione di Trump del maggio scorso di abbandonare l’accordo sul nucleare iraniano del maggio 2015 e a cui ne seguirà una seconda in novembre – va a colpire alcuni settori industriali e, soprattutto, le transazioni finanziarie. Si tratta peraltro di sanzioni secondarie, sospese in seguito all’accordo. Sanzioni, cioè, che riguardano gruppi non statunitensi e, nella fattispecie, principalmente europei. Il commercio della UE con l’Iran è cresciuto esponenzialmente dopo il 2015 e anche se alcune delle speranze iniziali si sono rivelate eccessivamente ottimistiche, l’Unione Europea è presto diventata il terzo partner commerciale di Teheran, dopo Cina ed Emirati Arabi Uniti. Nel 2017 le importazioni europee dall’Iran – per lo più di combustibili fossili – sono cresciute dell’80% e le esportazioni del 30%, con una bilancia commerciale in lieve attivo per l’UE. L’Italia – primo partner in assoluto di Teheran – ha fatto la parte del leone ed è ora tra i paesi che più rischiano di essere danneggiati. (fig.1 e 2 per i dati del 2017)

Nella decisione di Trump convergono una serie di elementi ideologici, strategici e politici a cui si accompagnano anche precisi calcoli elettorali. Agisce il convincimento che l’accordo del 2015 fosse sbagliato non per i suoi contenuti – gli Usa oggi sognerebbero di poterne firmare uno analogo con la Corea del Nord – ma per l’idea stessa di poter dialogare con un regime pericoloso e inaffidabile come quello iraniano. Vi è la volontà di tornare a costruire un solido asse col governo israeliano di Netanyahu, risolutamente ostile a ogni compromesso con l’Iran e all’auspicio che era stato invece di Obama di poter gradualmente reintegrare un attore fondamentale come quello iraniano nel complesso gioco diplomatico mediorientale. Pesa il ritorno con Trump a una strategia mediorientale centrata, oltre che sull’alleanza con Israele, sulle relazioni speciali con Egitto e Arabia Saudita. Opera l’auspicio, e forse l’illusione, di poter destabilizzare il regime attraverso un’azione di massima pressione economica. Incide, infine, il retaggio di quattro decadi di contrapposizione assoluta tra i due paesi: un lascito, questo, forte nel paese e, ancor più, tra i repubblicani e il loro elettorato di riferimento, poco propenso alle distinzioni e incline a rubricare la teocrazia iraniana come parte di una generica e indifferenziata minaccia islamica. I sondaggi ci dicono che ancor oggi una netta maggioranza degli americani – circa l’80% – giudica sfavorevolmente l’Iran; una percentuale, questa, che cresce tra l’elettorato conservatore. Non a caso, e diversamente da altri dossier di politica estera, la linea di Trump sull’Iran è ampiamente appoggiata a destra, anche da figure spesso molto critiche nei confronti del presidente come il senatore John McCain.

L’Europa prova a difendersi e a proteggere industrie pienamente consapevoli, però, che il mercato iraniano non vale le possibili sanzioni di Washington. Lo fa per ovvie ragioni d’interesse economico. Agisce però anche il convincimento – diffuso trasversalmente e condiviso da governi molto diversi come quelli britannico, tedesco e francese – che l’accordo del 2015 vada salvaguardato per evitare una pericolosissima escalation in un contesto fragile e volatile come quello mediorientale. Un convincimento che richiede unità e forza per essere difeso e riaffermato. Entrambe sembrano però mancare alla UE oggi, anche a causa dell’incoerenza di quei suoi membri – Italia su tutti – che su questo dossier come su altri sembrano oggi agire in contrasto con i loro stessi interessi.

 

Il Giornale di Brescia, 11 agosto 2018

Single Payer et sinistra democratica

Giornata di elezioni, oggi, in varie parti d’America. Le due forse più interessanti da seguire sono quelle per il 12° distretto dell’Ohio e le primarie democratiche da cui uscirà il candidato democratico alla carica di governatore in Michigan. Nel primo caso, va verificata la tenuta repubblicana in un distretto tendenzialmente conservatore – che Trump vinse con più di dieci punti di scarto nel 2016 e che i repubblicani controllano dagli anni 80 – ma nel quale è maggiormente rappresentato un elettorato bianco benestante e con alti livelli d’istruzione (ca. il 40% ha una laurea). In teoria – e, dati 2016 alla mano, non solo in teoria – si tratta di quel tipo di elettorato che il radicalismo di Trump ha più allontanato/irritato. In Michigan si ripropone invece la sfida tra sinistra e liberals, in un contesto però nel quale il campo stesso di gioco sembra essersi di molto spostato a sinistra (e la candidata liberal-obamiana Gretchen Whitmer ha in fondo solide credenziali progressiste). Fa sensazione, qui, il giovane candidato sandersiano, Abdul El-Sayed, che aspira ad essere il primo governatore mussulmano nella storia statunitense. El Sayed ha appena 33 anni e un cv davvero impressionante: studi a Michigan, Oxford (Rhodes Scholar), Columbia; giovane assistant prof di Public Health al dipartimento di epidemiologia di Columbia, responsabile per le questioni sanitarie (Health Director) a Chicago, il più giovane di sempre in una grande città statunitense. Corre con una piattaforma nella quale centrale è un elemento divenuto ormai quasi identitario per la sinistra democratica: un modello di sanità pubblica universale, “single payer”. Una proposta, questa, che pare ormai essere entrata nel DNA del partito e che lo stato di New York, ad esempio, sta vagliando seriamente. È di questi giorni la pubblicazione di uno studio della RAND, think tank che di certo non può essere accusata di faziosità partigiana, commissionato per verificare la fattibilità di un disegno di legge proposto dai democratici newyorchesi che introdurrebbe il single payer nello stato (https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR2424.html). Lo studio – pur riconoscendo l’inevitabile aleatorietà di molte stime e proiezioni – evidenzia tanto la fattibilità quanto i benefici, per gran parte degli abitanti dello stato, che deriverebbero dall’introduzione di un modello di sanità pubblica gratuita (cfr. fig 1 e 2, SQ sta per status quo, NYHA è l’acronimo della riforma – New York Health Act – in discussione). A una copertura assai più ampia corrisponderebbe una riduzione dei costi (stimata in addirittura in 15 miliardi di dollari nel 2031). Detto che ciò non è in contraddizione con Obamacare ma ne rappresenta per certi aspetti il naturale portato – l’estensione di Medicaid, il programma di sanità pubblica per famiglie e individui con redditi più bassi, previsto dalla riforma di Obama è uno degli elementi di suo maggior successo, come dimostra l’apprezzamento dell’opinione pubblica – la riforma in discussione a NY si confronta con una serie non marginale di problemi e ostacoli:

a) L’amministrazione Trump dovrebbe accettare che tutti i finanziamenti di Obamacare (Medicare, Medicaid, sussidi e detrazioni fiscali) vadano al programma di NY
b) Pur con tutti i risparmi previsti, Il programma andrebbe comunque finanziato con una significativa crescita dell’imposizione fiscale sui redditi alti e medio-alti (fig.3; tanto per intenderci una famiglia con un reddito attorno ai 150/200mila dollari annui – che a NY città difficilmente è considerabile come un reddito altissimo – vedrebbe triplicato il livello di tassazione statale, dal 6 al 18% annuo)
c) E questo – in un sistema federale come quello statunitense – problemi di fattibilità/sostenibilità potrebbe porne, che in fondo a trasferirsi in New Jersey non ci vuole poi molto, e Jersey City e Hoboken sono pure diventati posti assai piacevoli dove vivere…

No automatic alt text available.
No automatic alt text available.
Image may contain: text

UBER & CO. A NEW YORK

 

Il consiglio comunale – City Council – di New York potrebbe presto porre un tetto al numero di taxi e auto con conducente che possono circolare nella città. È una misura chiaramente indirizzata contro Uber, Lyft e altre compagnie che negli ultimi anni – a NY come altrove – hanno conosciuto un boom rapido e ininterrotto (fig.1 e 2, Uber è arrivata a NY nel 2012; Lyft nel 2014), contribuendo a congestionare un traffico già in sofferenza e mettendo in crisi i tassisti, molti dei quali già pesantemente indebitati per acquistare le licenze (e a NY hanno fatto scalpore i sei suicidi di tassisti disperati e sul lastrico avvenuti nell’ultimo anno). Intendiamoci, come sa bene chi vive a Parigi o a Roma, le condizioni di monopolio in cui questi spesso operano, la compravendita di licenze il cui numero rimane invariato e tanto altro, rendono spesso difficile difendere i tassisti tradizionali. A NY si aggiunge pure l’acclarata propensione di molti taxi a discriminare sulla base della razza, rifiutandosi di accettare passeggeri neri. Ma è chiaro che a queste rigidità non si può rispondere con forme barbariche di deregulation e di sfruttamento della forza lavoro come quelle rappresentate da Uber (secondo vari parametri Lyft è lievemente – ma solo lievemente – meglio; la fig. 3 ci mostra peraltro come sia diventato vieppiù comune, e in una certa misura necessario, lavorare per più di una compagnia sola). Non è in caso che il cap sul numero di vetture che possono circolare è accompagnato anche da una discussione sulla possibilità d’introdurre un salario minimo per i conducenti. Una misura, questa, sostenuta anche dalla commissione municipale competente in materia (TLC, la City’s Taxy and Limousine Commission), ma che deve essere votata dal City Council. Un recente, ricco studio di due economisti (James Parrot e Michael Reich, http://www.centernyc.org/an-earnings-standard/) propone di fissare questo salario minimo a $17.22 netti all’ora, misura che farebbe aumentare i guadagni (del 20/25%, $6500 all’anno) di circa l’85% dei conducenti. Ma il report di Parrot e Reich dice altre cose molto interessanti e meno note, che contraddicono non di rado la propaganda di Uber & co. e le convinzioni/autogiustificazioni di chi usa il loro servizio senza porsi tanti scrupoli o problemi. Ad esempio:

– Per la grande maggioranza dei conducenti di vetture Uber, Lyft ecc a NY si tratta di un lavoro a tempo pieno e non di un modo per integrare altri redditi.
– Il 90% dei conducenti Uber/Lyft & co sono immigrati; solo 1 su 6 ha un titolo di studio universitario. L’80% ha comprato un’auto nuova espressamente per svolgere questo lavoro
– Nella gran parte dei casi sono la principale o sola fonte di reddito per la famiglia. Il 40% vive al limite o sotto la soglia della povertà e ha diritto a Medicaid (l’assistenza medica gratuita)

Ah:

a) Il top manager, dicono bravissimo, assunto da Uber nel 2017 per rimettere ordine dopo vari scandali e casini, Dara Khosrowshahi, prima di arrivare a Uber è riuscito a guadagnare in un anno quasi 100 milioni di dollari, tra salario e stock options (e si dice che Uber abbia dovuto pagarne circa il doppio a Expedia, con il quale sarebbe stato vincolato fino al 2020; d’altronde nelle compagnie della S&P500 il rapporto tra la retribuzione dei CEO e quella media dei dipendenti è passata da ca. 40 a 1 a inizio anni Ottanta al ca. 350 a 1 del 2016…)
b) Vediamo tutti di usare il più possibile i mezzi pubblici, per quanto Trenitalia faccia sempre del suo meglio per dissuaderci …

No automatic alt text available.
No automatic alt text available.
No automatic alt text available.