Mario Del Pero

Il paese dei fenomeni

Un paese di fenomeni, soprattutto declinato al femminile, pare essere diventata l’Italia in campagna elettorale. Campagna giovanilista come non mai, questa. Dove si fa a gara a chi presenta il volto più fresco, internazionale e, anche, telegenico. Il messaggio appare netto: c’è un’Italia di giovani brillanti, capaci e cosmopoliti il cui momento è infine giunto. Che chiede che i suoi meriti e le sue capacità siano finalmente riconosciuti e premiati. A cui si deve fare spazio. E così sulle pagine del più importante quotidiano nazionale, scopriamo che una 28enne plurilaureata e poliglotta, “strappata” addirittura alla cancelliera Merkel si candida con i 5 Stelle; o che una 17enne liceale veneta è stata insignita, “prima italiana”, di un prestigioso riconoscimento nientepopodimeno che dall’università di Harvard.
Se ci guardiamo dentro, a queste storie, scopriamo però che sono molto più normali e convenzionali di quanto non si voglia fare credere. La giovane pentastellata, Alessia D’Alessandro, ha studiato Economia e Politiche Pubbliche in piccole università private in lingua inglese a Brema e Berlino (atenei che non appaiono tra le migliaia classificati nei vari ranking mondiali di cui oggi disponiamo), trascorrendo un periodo in scambio a SciencesPo, Parigi (la mia università) e lavorando infine per qualche mese come assistente presso un’associazione d’imprenditori legata alla CDU, il partito della Merkel. La 17enne Chiara Bargellesi, “trionfatrice” alla simulazione ONU di Harvard oltre che studentessa in scambio in un liceo della Virginia, sta facendo quello che decine di migliaia di ragazzi e ragazze italiani fanno da tempo: partecipare, e ben figurare, a questi eventi che si svolgono ormai ovunque e trascorrere un anno di liceo all’estero.
Intendiamoci, sono storie ammirevoli e non banali, quelle di Alessia e Chiara. Lasciare casa così giovani, venire catapultate in realtà lontane e diverse, imparare le lingue: tutto ciò richiede fatica, tenacia, ambizione e capacità d’adattamento. Ma sono, nel mondo d’oggi, storie normali, appunto. Non eccezionali.
E allora perché le si trasforma in tali? Perché quest’ansia di eccezionalità? Questa brama di fenomeni da sbattere in prima pagina?
Due elementi, strettamente intrecciati, sembrano agire. Da un lato vi è la degenerazione di una retorica, giovanilista e del merito – cavalcata da tanti, a partire da Matteo Renzi – che sembra essere davvero sfuggita di mano, generando cortocircuiti visibili e quasi imbarazzanti. Una legittima reazione a un paese, e a una politica, bloccati oltre che a forme macroscopiche di discriminazione generazionale nel mondo del lavoro paiono aver prodotto una sorta di contro-mostro, in virtù del quale l’anagrafe diventa ora titolo discriminante. Essere giovani è valore in sé: garanzia di merito a prescindere. Poco importa che un elemento cruciale di qualsiasi professionalità, inclusa quella politica, dovrebbe essere l’esperienza. Un’esperienza che si forma nel tempo, nel lavoro, nello studio e, anche, negli errori. Che raramente a 28 anni si è – anzi, si può essere – “consiglieri economici” di una delle principali leader mondiali come Angela Merkel.
Dall’altro pare agire quella fascinazione, molto italiana, per la figura eccezionale e unica. La normalità – la banalità del buon agire quotidiano – non sembra fare per noi. Anzi, di fronte alle difficoltà del paese, a quella che in taluni casi è la loro strutturale eccezionalità, si va alla caccia di figure salvifiche e taumaturgiche. Che non sono, e non possono, essere di questo mondo, ovvio. Ma che in fondo non è mai difficile inventare.

Il Giornale di Brescia, 5.2.2018

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Un anno con Trump

Tempo di bilanci, questo, dopo un anno di Trump alla Casa Bianca. Un anno vissuto pericolosamente e spesso sull’ottovolante, ma al termine del quale il Presidente è ancora al timone del paese, forse più forte di quanto non apparisse solo poche settimane fa. Proviamo, allora, a fare un bilancio sintetico di questi dodici mesi, individuando tre successi e tre fallimenti dell’amministrazione Trump, e offrendo alcune considerazioni critiche sul suo operato.
Un primo successo è dato dall’economia. I numeri parlano chiaro. La crescita del PIL è stata del 2.5% annuo nel 2017, con picchi superiori al 3% nel secondo e terzo quadrimestre. La disoccupazione si colloca attorno al 4%. L’indice Dow Jones della borsa di Wall Street ha fatto segnare un +30%. I tassi di fiducia dei consumatori sono ai livelli più alti da quasi vent’anni a questa parte. Sono risultati in parte indipendenti dall’azione di governo di Trump, su tutti quella riforma fiscale i cui effetti debbono ancora entrare a regime, e che riflettono sia le politiche promosse da Obama sia una sostenuta ripresa globale della quale beneficiano anche gli Usa. Ma sono risultati sui quali Trump può capitalizzare politicamente e che smentiscono le tante previsioni catastrofiste che ne avevano accompagnato l’elezione e il successivo insediamento.
Un secondo successo, tutto politico, è rappresentato dai tassi di consenso di cui il Presidente gode presso l’elettorato repubblicano e, soprattutto, la sua parte più conservatrice e militante. Da più parti si enfatizza la radicale impopolarità di Trump, misurata da sondaggi Gallup che lo qualificano – per distacco – come il presidente meno apprezzato dal 1945 a oggi. In un contesto polarizzato come quello attuale, questo dato è però assai meno rilevante che in passato. Le sorti politiche di Trump dipendono infatti primariamente dal controllo della sua base elettorale di riferimento. Un controllo, questo, che rimane saldo e che previene possibili insorgenze anti-trumpiane tra i repubblicani.
Terzo e ultimo successo: l’efficace, e spregiudicato, utilizzo della leva amministrativa per promuovere un’azione di deregolamentazione finalizzata a smantellare i tanti provvedimenti introdotti (anche essi per via amministrativa) da Obama in alcuni settori nodali, ambiente e finanza su tutti.
L’utilizzo, e talora l’abuso, dello strumento amministrativo ci indica un primo, eclatante fallimento di Trump e dei repubblicani. A dispetto del controllo di Presidenza e Camere, questo primo anno è stato caratterizzato da un bassissimo tasso di produttività legislativa e da alcuni clamorosi fiaschi, su tutti il tentativo di cancellare la riforma della sanità di Obama, che di fronte all’assalto repubblicano è divenuta anzi più popolare tra l’opinione pubblica.
Un secondo fallimento riguarda la politica estera, dove la promessa svolta centrata sulla costruzione di un rapporto privilegiato con la Russia di Putin non si è realizzata, vittima della sua incoerenza strategica, dell’ampia opposizione a Mosca presente nel partito repubblicano e in molti apparati statuali e, anche, dell’indagine sulle presunte ingerenze russe nella campagna presidenziale del 2016.
Terzo e ultimo fallimento: l’incapacità di Trump di farsi almeno un po’ più presidenziale, sottraendosi a quell’imbarbarimento del discorso pubblico che tanto aveva contributo alle sue fortune politiche. Dentro i miasmi violenti, rozzi e non di rado razzisti dello scontro politico odierno Trump continua in realtà a trovare il suo habitat naturale, finendo così per utilizzare il pulpito presidenziale non per contrastarli, ma per alimentarli e finanche legittimarli.

Il Giornale di Brescia, 24 gennaio 2018

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Razzismo, “Shitholes” e degrado della politica

“Shithole”, letteralmente “cessi” o, meglio, “posti di merda”. Così Donald Trump ha apostrofato, durante un incontro con alcuni senatori, paesi come Haiti o la Nigeria (“perché, ha continuato il Presidente, “i nostri immigrati vengono da questi paesi e non invece dalla Norvegia?”). Un commento volgare, insensibile e, sì, squallidamente razzista. Che gli è valso pure la pesante denuncia dell’agenzia per i diritti umani delle Nazioni Unite. Poco importa se Trump creda a quel che dice – in fondo tutta la sua vita è contraddistinta da cambi di opinione repentini e radicali – o se questa aggressiva grossolanità razzista sia strategica: a uso e consumo, cioè, di quell’elettorato repubblicano più becero e retrivo che ancor oggi lo appoggia con entusiasmo e dal cui sostegno egli dipende. E poco importa, anche, se quest’ultimo episodio confermi la fragilità psichica e l’inconsistenza intellettuale di Trump denunciate nel recente libro sul suo primo anno di presidenza del giornalista Michael Wolff. Che Trump non stia proprio bene lo rivelano in fondo i suoi frequenti tweet delle tre del mattino, nei quali prende in giro di volta in volta l’ex modella ingrassata e fuori forma o l’avversario politico “fallito” e “perdente”.
La domanda da porsi è invece come questo sia possibile: come una figura simile possa essere giunta alla Casa Bianca, in un’America dove più che altrove il linguaggio si è fatto negli anni attento, se non addirittura asettico, in nome di un politicamente corretto particolarmente sensibile proprio alle questioni razziali.
Tre sono le risposte possibili, tra loro strettamente intrecciate. La prima riguarda un imbarbarimento e un degrado del discorso pubblico che Trump oggi certo alimenta, ma del quale è per molti aspetti il prodotto ben più che la causa. Incidono le forme nuove di una comunicazione che, quando applicate all’opaca complessità della politica, producono e legittimano messaggi urlati e binari, che trivializzano realtà complesse e difficili. Pesano il discredito e la delegittimazione di élites politiche di loro non prive di responsabilità, ma che oggi sono il bersaglio facile e privilegiato del clima anti-intellettuale in cui viviamo. Ma opera – ed è questo il secondo fattore sul quale soffermarsi – anche la polarizzazione che contraddistingue le democrazie più avanzate: società divise e fratturate, queste, dove i meccanismi di mobilitazione di una parte passano attraverso la delegittimazione di un avversario trasformato automaticamente in nemico assoluto e quindi illegittimo. Il circolo vizioso è qui tanto perverso quanto, soprattutto negli Usa, visibile. Democrazie efficienti abbisognano di quella moderazione e di quei compromessi che in un contesto polarizzato diventano difficili se non impossibili; la conseguente, e frequente, improduttività dell’azione politica catalizza a sua volta un’ulteriore delegittimazione dei soggetti tradizionali che la svolgono, facilitando così l’ascesa di demagoghi radicali come Trump. In un simile contesto, con elettorati quasi militarizzati contro nemici assoluti, percepiti come veri e propri pericoli per la democrazia e la propria stessa libertà, prevalgono logiche d’identificazione e di appartenenza strettamente identitarie. Negli Stati Uniti – terzo e ultimo aspetto – la razza continua a costituire un fattore determinante nel definire lealtà partitiche e scelte elettorali. Ce lo mostrano bene i dati dell’ultimo ciclo elettorale, quando Trump vinse con più di venti punti di scarto tra l’elettorato bianco (il 70% di quello complessivo). La frattura razziale – quella “linea del colore” che da sempre segna e condiziona la storia americana – è tornata a farsi forte e profonda negli anni in cui Barack Obama è stato presidente. Anni, questi, durante i quali un pezzo minoritario ma affatto marginale del paese dimostrò di non voler accettare l’idea che un nero potesse risiedere alla Casa Bianca, furono lanciate campagne indecenti (anche da Trump stesso) atte a dimostrare che Obama non fosse nato negli Usa e per opportunismo, viltà e debolezza il partito repubblicano fece un patto col diavolo con un razzismo che avrebbe infine facilitato l’ascesa e il successo di un presidente incontrollabile, e impresentabile, come Donald Trump.

Il Mattino, 14 gennaio 2018

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Il Pulsante Più Grosso

Il degrado del discorso pubblico, di cui Trump è in fondo tanto il prodotto quanto una delle cause, lo si può misurare anche dal tweet, rozzo e machista, spedito in risposta al dittatore nordcoreano Kim Jong-Un, nel quale il presidente statunitense ha affermato di avere un pulsante nucleare “molto più grosso e potente” di quello di Kim.
Dichiarazione ineccepibile, questa, al di là del grossolano doppio senso che l’accompagna, stante il monumentale gap di potenza militare (e, appunto, nucleare) che esiste tra Stati Uniti e Nord Corea. Ma dichiarazione che banalizza un quadro assai più complesso e opaco. Il nucleare può infatti costituire l’arma dei poveri: lo strumento con il quale riequilibrare, almeno in parte, marcati squilibri di forza. Nel caso specifico, con l’atomica la Corea del Nord ha ulteriormente rafforzato una capacità deterrente di cui già disponeva grazie alla sua capacità di scatenare un conflitto convenzionale dai costi immensi nella penisola coreana. Se muovere guerra prima che Pyongyang si dotasse di armi atomiche e missili a lunga gittata era di per sé quasi inimmaginabile, oggi questa opzione appare ancor meno praticabile.
Le logiche della deterrenza – rafforzate dalla lezione che i precedenti d’Iraq e Libia sembrano indicare a Kim Jong-un – aiutano quindi a chiarire matrici ed effetti del programma nucleare nordcoreano. Esse offrono però una spiegazione solo parziale. Variabili ideologiche, economiche e geopolitiche vanno aggiunte per ottenere un quadro più completo ed esaustivo. La valenza simbolica del nucleare è fondamentale per un regime che spera di vedere accresciuto il suo status di potenza e che nella forza militare trova da sempre un elemento identitario: un fattore distintivo, da brandire tanto nel processo di mobilitazione interna quanto nella richiesta di riconoscimento indirizzata all’esterno. L’atomica offre una delle poche carte negoziali di cui la Corea del Nord dispone per cercare di barattare moderazione (e quindi offerta di sicurezza) con vitali aiuti economici in forma di crediti, tecnologia e materie prime. Infine, esacerbare le tensioni regionali, magari scatenando una corsa agli armamenti, destabilizza un ordine di cui gli Usa continuano a essere i garanti ultimi e rischia di acuire gli antagonismi tra le principali potenze dell’area, a partire da quelli tra Cina e Giappone.
È un quadro, questo, nel quale non vi sono soluzioni semplici e dove il “pulsante nucleare più grosso e potente” di Trump a poco serve: perché i costi di una guerra sono troppo alti per tutti, a partire dai milioni di sudcoreani esposti al fuoco del vicino settentrionale; perché quello che la studiosa Nina Tannenwald ha chiamato il “taboo nucleare” continua fortunatamente a operare, rendendo l’opzione di un conflitto atomico non contemplabile o accettabile; perché, infine, la condizione di assoluta inferiorità in cui versa la Corea del Nord permette di contenerne la sfida ovvero di renderne automaticamente suicida l’eventuale ambizione di usare il nucleare per funzioni altre da quella deterrente.
Questa consapevolezza dovrebbe indurre chi guida gli Stati Uniti a un surplus di moderazione e attenzione, per evitare che la crisi coreana possa turbare una relazione, quella tra Usa e Cina, di suo complessa e difficile e per preservare uno status quo che costituisce in fondo la condizione più favorevole all’avvio dell’auspicata transizione in Corea del Nord. Moderazione e attenzione che, per temperamento e calcolo politico, sembrano però davvero mancare a chi guida gli Usa oggi, come ci ricorda anche questo ennesimo tweet.

Il Giornale di Brescia, 5 gennaio 2018

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La NSS di Donald Trump

È dal 1986 che le amministrazioni statunitensi sono chiamate a rendere pubblica la loro strategia di sicurezza nazionale (National Security Strategy, NSS). Sono documenti che hanno una funzione primariamente pedagogica e politica: servono a illustrare obiettivi, principi e metodi dell’azione internazionale degli Usa e, nel farlo, a convincere le opinioni pubbliche interne e internazionali.
Con qualche eccezione, questi documenti tendono a essere anodini e vaghi. Sono dichiarazioni generiche e onnicomprensive, nelle quali gli esegeti della politica estera statunitense sono spesso chiamati a leggere fra le righe per trarre indicazioni utili alle loro analisi.
Resa pubblica due giorni fa, la NSS di Donald Trump rappresenta invece una chiara eccezione. Con un linguaggio secco, binario e non di rado schematico, essa prova a riassumere gli elementi centrali della visione trumpiana di quale sia il ruolo degli Usa nel mondo. Nel farlo, contesta apertamente alcuni degli assiomi fondamentali dell’internazionalismo statunitense, liberal o conservatore.
Proviamo, per chiarezza, a distinguere l’analisi presente nel documento dalle prescrizioni operative che essa indica. Questa prima NSS di Trump offre una visione del quadro internazionale, e adotta un lessico, scopertamente realisti (un principled realism, “un realismo fondato su principi”, si afferma a più riprese nel documento). Quello globale è un contesto anarchico e competitivo, si afferma, dove ogni Stato cerca di massimizzare i propri interessi e dove la difesa e promozione di questi costituiscono la bussola che orienta scelte, azioni e politiche. L’interesse nazionale è dato e oggettivo; va perseguito abbandonando l’illusione ideologica che la politica internazionale non sia, e non sia sempre stata, una “competizione per il potere”. Una competizione, questa, nella quale due sarebbero oggi i grandi avversari degli Stati Uniti: la Russia e la Cina. Alle due, il documento dedica numerosi passaggi, nei quali si descrive l’abilità e la spregiudicatezza di Mosca e Pechino, oltre che la loro possibilità di agire senza gli scrupoli e le costrizioni cui deve invece sottostare la politica estera di una democrazia come quella americana. Un gradino più sotto, nella gerarchia dei nemici degli Usa, si collocano invece Iran e Corea del Nord – per il quale il documento riesuma una categoria, quella dei rogue states (“stati canaglia”, nella bizzarra traduzione nostrana), da tempo rigettata e screditata – e il terrorismo di matrice islamica.
Le minacce e i pericoli, asserisce il documento, sono totali e assoluti. Anche perché autocompiacimento, inettitudine, ingenuità e pavidità hanno fatto sì che altri approfittassero dell’ordine internazionale liberale costruito e guidato dagli Usa negli ultimi 70 anni. Le prescrizioni operative sono quindi inequivoche. Non una separazione e un isolamento impraticabili e controproducenti. Ma nemmeno una politica di coinvolgimento collaborativo e multilaterale dimostratasi naïve e perdente. Quello che Trump propone è invece una politica di potenza, fondata sul riarmo, la riacquisizione di un’incontestata superiorità militare, la negoziazione di accordi commerciali bilaterali, la riacquisizione di una piena sovranità, troppo spesso sacrificata sull’altare della collaborazione diplomatica e dell’integrazione globale. In un passaggio emblematico, che rigetta alcune delle fondamenta del discorso internazionalista statunitense, si giunge addirittura ad affermare che si deve essere realisti nel “comprendere come l’American way of life non possa essere imposto agli altri, né costituisca la culminazione inevitabile del progresso”.
I cortocircuiti, in un mondo sempre più integrato e interdipendente, sono in realtà molteplici e in taluni passaggi del documento assai visibili. Ma il messaggio che Trump intende dare – dentro e fuori l’America– risulta chiaro e preciso. È un messaggio pericoloso, potenzialmente destabilizzante e, paradossalmente, assai poco realistico. Che richiede però al resto del mondo, a partire dalla stessa Europa, un surplus di attenzione e responsabilità.

Il Giornale di Brescia, 21 dicembre 2017

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Giocare col fuoco

In modo anche più netto e brusco di quanto non si prevedesse, Donald Trump ha annunciato la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale dello stato d’Israele e di procedere al trasferimento dell’ambasciata statunitense che si trova ancora a Tel Aviv. Le proteste sono state immediate, soprattutto in Medio Oriente e nel mondo arabo. L’Iran, per bocca della sua guida suprema – l’ayatollah Khamenei – ha denunciato la presa di posizione statunitense rispetto a quella che ha definito la “capitale occupata della Palestina”; Hamas ha chiamato a una nuova Intifada; gli alleati storici degli Usa, come Egitto e Arabia Saudita, con i quali Trump sembrava aver costruito un nuovo asse dopo le difficili relazioni degli anni di Obama, hanno preso le distanze. Violenze, inevitabilmente, seguiranno in Medio Oriente come forse negli stessi Stati Uniti.
Trump gioca col fuoco, dicono giustamente in molti. Lo fa, però, perché di quel fuoco ha in fondo un disperato bisogno politico. Con questa decisione su Gerusalemme, il Presidente spera infatti di ottenere tre risultati strettamente intrecciati. Il primo è di soddisfare e tenere mobilitata una base conservatrice che ancora lo appoggia e presso la quale, anzi, il tasso di approvazione del suo operato è addirittura cresciuto nelle ultime settimane. Una base, questa, dove fortemente rappresentato è un mondo evangelico che da almeno quattro decadi costituisce uno dei più forti sostenitori d’Israele negli Usa. E una base che offre la migliore polizza possibile a Trump contro il rischio che una parte della rappresentanza repubblicana al Congresso lo possa scaricare al procedere dell’inchiesta, e delle rivelazioni, sulle collusioni tra l’entourage del Presidente e la Russia.
Il secondo obiettivo è di scatenare la risposta estrema dell’Islam radicale per riproporre quella logica, binaria e manichea, dello scontro di civiltà che è da sempre al centro della retorica trumpiana. Si tratta, in questo caso, della declinazione tutta occidentalista di una logica amico/nemico che finisce per legittimare Trump medesimo, in particolare di fronte a un’opinione pubblica repubblicana nella quale diffusa – e sovradimensionata rispetto al resto del paese – è una marcata islamofobia (secondo un recente sondaggio del Pew Research Center, ad esempio, il 65% degli elettori registrati come repubblicani ritiene che vi sia una naturale incompatibilità tra Islam e democrazia; una percentuale che scende invece al 30% tra gli elettori democratici).
Terzo e ultimo, il quadro mediorientale. Dove questa decisione riaccende lo scontro con l’Iran, come Trump vuole e auspica. Per fare leva sulla profonda avversione a Teheran che è ancora largamente diffusa negli Usa; e per porre le premesse per lo smantellamento dell’accordo sul nucleare iraniano, inviso al Presidente così come a gran parte del mondo repubblicano.
Col fuoco si può però scottare: se stessi e gli altri. Quello di Trump è un pericoloso e cinico azzardo, che rischia di scatenare una spirale di violenza potenzialmente incontrollabile, che rende ancor più difficile sbloccare lo stallo del processo di pace israelo-palestinese e che appare, anche, del tutto incongruente con la strategia perseguita finora dalla sua amministrazione in Medio Oriente, basata sul ripristino di un tradizionale sistema di alleanze centrato sulla triade Israele, Egitto e Arabia Saudita. Ma la coerenza, politica e strategica, non sembra davvero albergare in questa Casa Bianca.

Il Giornale di Brescia, 8.12.2017

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Cinismo e spregiudicatezza

Era annunciato. Anzi, in linea con il lessico piuttosto essenziale di cui sembra disporre, Trump è stato anche più diretto e chiaro di quanto molti non prevedessero. “È giunto il momento di riconoscere Gerusalemme come capitale dello stato d’Israele”, ha annunciato; “assumeremo architetti e ingegneri per costruire una nuova ambasciata che costituirà un magnifico tributo alla pace”.
In gran parte del mondo, quello di Trump appare come un vero e proprio azzardo, che rischia di scatenare una nuova spirale di violenza in Israele e nel Medio Oriente. Un azzardo che pare essere ispirato da due matrici e che si poggia su un assunto, ottimistico e discutibile.
Le cause, innanzitutto. Che sono tanto interne quanto internazionali. Trump strizza ancora una volta l’occhio a quel pezzo di opinione pubblica conservatrice che lo sostiene e, oggi, in una certa misura lo protegge. Vi è una destra cristiana che a partire dagli anni Settanta si è schierata sempre di più a difesa d’Israele. Vi è un mondo neoconservatore che considera quella israeliana una cittadella della democrazia occidentale assediata dalle forze dell’oscurantismo. E vi è, più in generale, un ampio sostegno pubblico a un paese con il quale gli Usa hanno maturato nel tempo una relazione davvero speciale e unica (secondo un recente sondaggio del Pew Research Center, per esempio, tra gli americani il 54% afferma di simpatizzare più per Israele che per la Palestina contro il 19% che dichiara il contrario; un rapporto che si fa addirittura di 79 a 4 tra i repubblicani conservatori). Trump cerca insomma di capitalizzare politicamente su questo stato di cose. Sapendo bene che la sua forza politica, per certi aspetti la sua stessa sopravvivenza, dipende dal controllo di quella base repubblicana presso la quale continua a godere di un forte appoggio e che gli offre una polizza contro possibili insorgenze di senatori e deputati del suo partito.
Nel farlo, cerca di sfruttare un secondo elemento che si collega alle dinamiche mediorientali. Perché se Israele è un partner speciale, l’Iran rimane – nelle percezioni e nelle rappresentazioni – il male e il nemico assoluti. Un paese del quale, stando a uno storico sondaggio Gallup iniziato a fine anni Ottanta, oggi circa l’85% degli americani dà un giudizio fortemente negativo. Vedere la guida suprema di Teheran, l’ayatollah Khamenei, tuonare contro la decisione di dichiarare Gerusalemme “capitale della Palestina occupata” non può che far piacere al Presidente statunitense, che da un rinnovato scontro verbale con l’Iran può solo trarre vantaggi politici, tra i quali anche un sostegno maggiore alla sua eventuale decisione di sospendere l’accordo sul nucleare iraniano. Vantaggi politici ai quali può ovviamente contribuire anche l’escalation di violenza che inevitabilmente seguirà l’annuncio, soprattutto a Gaza, e che permetterà a Trump di riproporre, e sfruttare, sia una rappresentazione binaria delle responsabilità e delle ragioni dello scontro israelo-palestinese sia la diffusa islamofobia di una parte – minoritaria ma affatto marginale – della destra statunitense.
L’assunto da cui Trump muove è che le conseguenze di questa decisione, e del roboante annuncio che l’ha accompagnata, siano in una qualche misura gestibili e che essa anzi offra, in prospettiva, una leva alla quale gli Usa potranno attingere nel cercare di rilanciare un processo di pace che al momento appare definitivamente morto. È un assunto, questo, fondato sul convincimento secondo il quale sia già possibile monetizzare la svolta imposta alla politica mediorientale degli Stati Uniti dopo l’uscita di scena di Obama. Gli stati che oggi denunciano con forza la decisione del Presidente americano, a partire dall’Arabia Saudita, degli Stati Uniti hanno in fondo assoluto bisogno e con Obama hanno compreso come l’appoggio statunitense non vada più dato per scontato: che la politica di alleanze degli Usa in Medio Oriente può avere geometrie variabili e contingenti. È un assunto ottimista e non molto realista, quello trumpiano. Di un presidente che spesso, troppo spesso, sembra scambiare cinismo e spregiudicatezza per pragmatismo e determinazione.

Il Mattino, 7 dicembre 2017

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Tra Russiagate e riforme fiscali

Nel giorno in cui Donald Trump ottiene forse il suo primo vero successo legislativo, l’ombra del Russiagate si staglia sull’amministrazione e su alcuni dei più stretti collaboratori del Presidente, a partire dal genero Jared Kushner. Mentre il Senato approvava una radicale revisione della fiscalità, con forti tagli soprattutto alle aliquote sui profitti delle imprese, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn confessava di aver mentito all’FBI in merito a incontri avuti con l’ambasciatore russo durante il periodo di transizione dall’amministrazione Obama a quella Trump. Le ammissioni di Flynn, e l’evidente tentativo di patteggiamento che vi sottostà, costituiscono un chiaro salto di qualità nell’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller sulle collusioni tra l’entourage di Trump e la Russia durante la campagna elettorale e nei mesi successivi. Flynn è stato uno dei consiglieri più ascoltati e influenti del Presidente; Trump si è più volte esposto a sua difesa e prima di licenziarlo ha addirittura cercato di convincere l’allora direttore dell’FBI, James Comey, a non procedere nelle indagini nei confronti dell’ex militare.
Nella vicenda e nell’inchiesta sembrano convergere tante dinamiche diverse: la dilettantesca spregiudicatezza di Trump e dei suoi; la reazione di un establishment di politica estera e di sicurezza che, per convenienza e convinzione, spera di poter condizionare o addirittura far cadere questa amministrazione; la pavidità di un partito repubblicano che ha giocato col fuoco di un populismo demagogico e violento e che ora – con Trump alla Casa Bianca e una base che ancora lo sostiene e appoggia – ne è di fatto ostaggio.
Difficile immaginare che il cerchio non sia destinato a stringersi. Che le confessioni di Flynn non alimentino ancora di più la slavina partita già alcune settimane fa con l’arresto del primo manager della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort. Che, insomma, in qualche modo anche Trump non sarà infine coinvolto. Se, o meglio quando, ciò accadrà la possibilità di un impeachment e di una fine prematura della Presidenza diventeranno assai più concrete.
Cosa ne seguirà e quali scenari si possono prospettare? Due, in estrema sintesi, sono le ipotesi realistiche.
A indicarci la prima è proprio la riforma fiscale votata dal Senato e che ora andrà conciliata col testo, in parte diverso, licenziato invece dalla Camera. Una riforma, questa, radicale ed estrema nella filosofia supply side che la ispira e nelle conseguenze che presumibilmente avrà sui conti pubblici, di loro già in sofferenza, del paese. E una riforma totalmente partigiana, frutto di compromessi e mediazioni tutti interni al partito repubblicano, ottenuta senza un singolo voto democratico (33 democratici su 45 votarono ad esempio per i tagli voluti da Reagan nel 1986 e 12 su 42 quelli di Bush Jr nel 2001). Una riforma, insomma, che esprime in modo paradigmatico sia la radicalizzazione del partito repubblicano sia la polarizzazione di un sistema politico incapace di produrre moderazione e generare compromessi. Due elementi, radicalizzazione e polarizzazione, che potrebbero proteggere Trump, come in fondo è avvenuto finora. Soprattutto se la base, militante e conservatrice, del partito continuerà a stare dalla parte del Presidente, offrendogli una sorta di polizza contro possibili defezioni e sfide (e stando alle rivelazioni Gallup il tasso di approvazione dell’operato di Trump tra i repubblicani è addirittura cresciuto dall’estate a oggi). E allora il primo scenario è quello di uno scollegamento tra le scoperte dell’inchiesta e i suoi effetti politici, che potrebbero ridursi a vedere rotolare alcune teste oltre a quelle già cadute e, magari, a un Congresso che infine salva il Presidente da un impeachment di suo complicato da raggiungere (l’approvazione richiederebbe infatti un voto a maggioranza semplice della Camera e uno a maggioranza qualificata di due terzi del Senato).
La seconda ipotesi, invece, è quella di una slavina capace di acquisire una forza tale da divenire irresistibile, a maggior ragione se i numeri al Congresso dovessero farsi più sfavorevoli al Presidente in conseguenza delle elezioni di mid-term del novembre prossimo. Ulteriori rivelazioni sulle collusioni con Mosca e sulle ingerenze di quest’ultima nella vita politica statunitense potrebbero generare una reazione (e una mobilitazione) non più contenibili. E allora l’impeachment potrebbe essere qualcosa di meno improbabile. Con scenari ed esiti difficili però da immaginare, a partire dalla reazione del Presidente e di una base trumpiana difficilmente disposti ad accettarne le conseguenze.

Il Mattino, 3 dicembre 2017

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Un anno dopo

È stato un anno turbolento, quello appena trascorso da quando l’America scioccò il mondo scegliendo come suo Presidente Donald Trump. Forse anche più turbolento delle aspettative.
Un anno al termine del quale gli Stati Uniti si trovano ancor più divisi e polarizzati, Trump non si è fatto nemmeno un po’ più “presidenziale”, la disaffezione verso la politica e le istituzioni rimane forte ed estesa nel paese e scandali potenzialmente rilevanti minacciano un’amministrazione che in questi pochi mesi ha visto ha visto un turnover di personale senza precedenti.
Qualsiasi bilancio non può che essere provvisorio e parziale. Eppure è possibile cercare d’individuare una serie di successi e fallimenti dell’amministrazione repubblicana. Tra i primi ve ne sono almeno cinque, a partire dal banale fatto che Trump non è oggi più debole politicamente di quanto non fosse già in gennaio. I tassi di approvazione del suo operato erano e rimangono straordinariamente bassi, i più bassi di sempre: il 45%, secondo Gallup, in gennaio; il 38% ora. La variazione – il 7% – è però assai contenuta e da tempo stabile; nello stesso periodo, Obama scese dal 67 al 49%. Soprattutto, il persistente, solido sostegno della base elettorale repubblicana (addirittura sopra l’80%) costituisce ancora la variabile dirimente nel determinare le sorti del Presidente e nel proteggerlo da possibili iniziative del Congresso. Un secondo successo di Trump è rappresentato dall’efficace opera di svuotamento per via amministrativa di una parte del lascito obamiano, soprattutto in materia di politiche ambientali. Anzi, il Presidente sembra seguire proprio la linea tracciata dal suo predecessore nel fare ampio uso dello strumento delle indicazioni attuative alle burocrazie competenti per surrogare quella semiparalisi legislativa che pare costituire la cifra distintiva della moderna democrazia statunitense. Terzo successo: l’economia. Sulla quale incide ovviamente l’onda lunga dei buoni risultati ottenuti dalla Presidenza Obama, ma che vede il PIL crescere di più del 3% nel 2017, una disoccupazione saldamente sotto il 4.5% e la borsa che torna a correre e, forse, surriscaldarsi (l’indice Dow Jones segna un +18% da gennaio a oggi). Quarto: la stabilizzazione di un’amministrazione che inizialmente ha perso vari, importanti pezzi – il Consigliere della Sicurezza Nazionale, Michael Flynn, addirittura dopo sole tre settimane – ma che oggi sembra avere trovato una sua quadratura e nel quale centrale è il ruolo di militari che, anche per la straordinaria popolarità delle forze armate, garantiscono una copertura politica e di consenso al Presidente. Infine, quinto e ultimo, la nomina di un giudice conservatore alla Corte Suprema, Neil Gorsuch, e la possibilità quindi di alterare a lungo gli equilibri in questa fondamentale istituzione.
Gli insuccessi sono però parimenti rilevanti e, forse, anche più pesanti. A dispetto delle aspettative e degli auspici, Trump continua a rivelare uno sconcertante deficit di “presidenzialità”: i suoi tweet, la sua impreparazione, la frequente volgarità delle sue dichiarazioni concorrono a un degrado del discorso pubblico e politico dal quale si fatica a intravedere una via d’uscita. Come ben evidenziano i successi democratici nelle recenti elezioni dei governatori di New Jersey e Virginia, questi comportamenti alimentano una mobilitazione ostile al Presidente che pare offrire la principale risorsa a un partito democratico di suo diviso e in difficoltà. Non positiva all’interno degli Usa, l’immagine di Trump è ampiamente negativa in gran parte del mondo, a partire dall’Europa, dove i livelli d’impopolarità del Presidente superano addirittura quelli di George Bush Jr. al termine del suo mandato nel 2008. Un anno di Trump, insomma, ha indebolito ancor più la credibilità globale degli Stati Uniti. Sotto questa nuova guida, infatti, gli Usa appaiono essere un ulteriore elemento di turbamento di un ordine internazionale di suo fragile e vulnerabile. Per quanto non realizzate, dall’ambiente al commercio alla sicurezza, le parole d’ordine trumpiane sembrano scardinare la fragile architettura della governance mondiale senza offrire credibili alternative. Anche perché il presunto pilastro di una nuova strategia statunitense – l’asse con la Russia putiniana – è ben presto caduto vittima di uno scandalo, quello delle ingerenze russe nella campagna elettorale del 2016, che potrebbe davvero travolgere l’amministrazione. E mentre permane il mistero su un possibile incontro odierno tra il Presidente statunitense e quello russo, l’ombra di questo scandalo continua ad aleggiare torva sul presente e il futuro di Donald Trump.

Il Mattino, 10 novembre 2017

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Trump in Asia

È un viaggio davvero importante, verrebbe voglia di definirlo cruciale, quello che Donald Trump sta compiendo in Asia e che dopo il Giappone lo porterà in Corea del Sud, Cina, Vietnam e Filippine. Perché è sulle rotte asiatiche e transpacifiche che corrono – complesse, contradditorie e minacciose – alcune delle interdipendenze più significative dell’ordine internazionale corrente.
Tre, in particolare, sono i dossier fondamentali. Il primo è rappresentato dalla relazione tra Cina e Stati Uniti. Che si caratterizza per la compresenza di collaborazione e rivalità, forme oggettive di convergenza e finanche integrazione (in particolare in ambito economico) e tentazioni competitive potenzialmente molto pericolose. Direttamente legato a questo primo elemento vi è il secondo dossier, costituito da un’architettura di sicurezza regionale fragile e parziale. Che rimane americano-centrica, laddove gli Stati Uniti continuano a costituire il principale fornitore di sicurezza attraverso una serie di accordi bilaterali con cui gli Usa estendono la loro protezione militare a vari soggetti regionali, a partire da quello giapponese. Ma che non è organizzata e istituzionalizzata come sullo spazio nord-atlantico, grazie alla Nato. E che è oggi soggetta a varie sfide: quella della Cina, che cerca di estendere la sua presa, alzando la soglia della tensione con i vicini (Giappone e Vietnam su tutti) e investendo pesantemente in difesa (un +7% nel 2017); quella della Corea del Nord, che non solo si dota di un deterrente nucleare, ma, con i suoi atti minacciosi e le sue dichiarazioni roboanti, rischia di scatenare una corsa regionale agli armamenti che esaspererebbe le relazioni tra i soggetti dell’area e scardinerebbe definitivamente il fragile ordine regionale; quella, infine, degli stessi alleati degli Usa, che anche per ragioni di politica interna sembrano sempre più attratti da soluzioni unilaterali con cui affrancarsi dalla dipendenza strategica nei confronti di Washington.
Terzo e ultimo: il commercio. Con la Cina che è diventata il soggetto egemone in termini di scambi e investimenti. Con molti stati asiatici preoccupati da ciò e dalle sue implicazioni per la loro sicurezza e sovranità. E con gli Stati Uniti di Trump incapaci di mettere in asse il loro primato strategico con la loro decrescente centralità commerciale, anche a causa del definitivo affondamento del Trattato di Libero Scambio Transpacifico (TPP) che tra le altre cose doveva permettere di bilanciare questo primato cinese.
Ci vorrebbe una mano cauta, attenta, competente e, anche, fortunata per gestire un simile, complicatissimo intreccio. Ahimè, quella mano non sembra oggi risiedere alla Casa Bianca, come queste prime tappe del viaggio di Trump hanno ben rivelato. Il discorso rozzo e semplificato del Presidente sembra anzi acuire i problemi e infiammare le tensioni sia con la Cina sia con gli alleati degli Usa. Trump, è ovvio, parla a quella pancia conservatrice della sua opinione pubblica interna dal cui sostegno dipendono in ultimo le sue sorti politiche. Lo fa accusando il Giappone per surplus commerciali che però derivano dalla maggiore competitività di Tokyo più che da pratiche scorrette o svalutazioni competitive; minacciando la Nord Corea e promettendo soluzioni militari difficilmente praticabili; sfidando, infine, una Cina della cui collaborazione gli Usa hanno in realtà molto bisogno. Agendo, in altre parole, come fattore di destabilizzazione di un ordine asiatico di suo immensamente delicato e complesso.

Giornale di Brescia, 8 novembre 2017

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