Mario Del Pero

SETTEMBRE 2008, DIECI ANNI DOPO

Nel decennale del pieno esplodere della crisi finanziaria del 2008 – con l’eclatante crack di Lehman – escono numerosi articoli e testimonianze di quei giorni convulsi, di quel che ne è seguito e del bilancio che si può fare dieci anni più tardi. Bilancio pieno di chiaroscuri, questo, che la crisi fu sì in una qualche misura contenuta – o quantomeno si evitò il disastro – ma l’occasione per riforme strutturali è andata in larga misura persa, i riverberi della crisi li sentiamo ancor oggi e, soprattutto, il rischio di una sua ripetizione è dietro l’angolo, con così tanta liquidità in circolazione, consumi a debito che sono tornati a correre negli Usa e l’ostentato (ed efficace) assalto trumpiano ai meccanismi di regolamentazione introdotti da Obama. Sul Times, è apparso ieri un bellissimo editoriale di un suo editor, M.H. Miller (https://www.nytimes.com/2018/09/15/opinion/sunday/financial-crisis-student-loans-recession.html), uno dei milioni di giovani americani indebitatisi all’osso per poter studiare e oggi permanentemente sott’acqua di fronte all’incapacità di estinguere il debito. Il magazine del Financial Times (https://app.ft.com/content/c180fab6-a46e-11e8-8ecf-a7ae1beff35b?sectionid=cover_magazine) offre a sua volta una serie di testimonianze di vittime della crisi: non solo gente che si lanciò ingenuamente su mutui insostenibili, scommettendo sull’aumento incessante dei valori immobiliari – sulla trasformazione della proprietà in una sorta d’inesauribile bancomat – ma anche chi, pur agendo cautamente, finì stritolato da una crisi dai più predetta, ma la cui ampiezza e violenza pochi potevano immaginare. Politicamente siamo ancora nel cono d’ombra di quella crisi e delle politiche adottate per fronteggiarla. Crisi e politiche che hanno colpito durissimamente un ceto medio, il cui tenore di vita dipendeva in modo cruciale da credito facile e bolla immobiliare (che spesso costituivano fattori compensativi di redditi stagnanti e stratificazione sociale sempre più rigida). Mettere in sicurezza il sistema bancario, salvare settori economici cruciali (come quello automobilistico), surrogare l’inaridimento del credito e della liquidità con tassi prossimi allo zero e QE come se piovesse era forse l’unica strada possibile. Soprattutto se accompagnato – come in parte è stato con Obama – da investimenti in beni pubblici, ampliamento della rete del welfare e nuove politiche regolamentatorie come la cruciale, ancorché parziale, Dodd-Frank. Queste azioni furono però contenute da un Congresso che, ancor prima del tracollo democratico nelle elezioni di mid-term del 2010, si mise spesso di traverso e, secondo tutti i resoconti di cui disponiamo, da fazioni interne all’amministrazione che dal chief of staff Rahm Emanuel al direttore del National Economic Council Lawrence Summers mitigarono le proposte più radicali, in termini sia di re-regulation sia di deficit spending, avanzate da altri consiglieri di Obama. E se la ripresa vi è stata e, soprattutto a partire dal 2015, i redditi medi sono tornati a crescere (percentualmente come non avveniva dalla fine degli anni Novanta), altri indicatori ci mostrano i limiti di queste politiche e, anche, l’estrema fragilità del contesto attuale. Tre esempi tra i tanti disponibili:

a) Tassi prossimi allo zero per un così lungo periodo hanno finito per alimentare rinnovata speculazione finanziaria, penalizzando al contempo quelli investimenti (si pensi a tanti fondi pensione) il cui rendimento è legato a treasury securities e obbligazioni di vario tipo . Nel picco verso il basso del marzo 2009 il Dow Jones superava di poco i 9mila punti; oggi sta a 26mila con una crescita che in meno di dieci anni sfiora il 200% (e quasi un raddoppio se vogliamo usare come benchmark invece il dicembre 2007). Il Nasdaq è passato nello stesso periodo da 1600 a 8000 circa, con una crescita del 400

b) Se prendete i titoli di alcune delle banche salvate nel 2008-9, il quadro è per molti aspetti ancor più scioccante. Le sei banche più grandi degli Stati Uniti – JPMorgan Chase, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley – (che da sole contano per circa il 60/70% di quanto quotidianamente viene preso a prestito dalla FED) furono allora finanziate per un totale di circa 500miliardi di dollari. Tra il marzo 2009 e oggi il valore dei titoli Citigroup è passato da 12.20 a 70.20; Wells Fargo, con tutti i suoi problemi e scandali, da 11 a più di 54; Morgan Stanley da 19 a 49. Nel mentre, i bonus dei CEO delle banche (legati quasi sempre alle performance borsistiche), che tanto scandalo suscitarono nel 2008, sono tornati, quelli sì, ai livelli pre-crisi. Tanto per intenderci, nel 2017 Michael Corbat – CEO di Citygroup – ha aggiunto 21.5milioni di dollari di bonus a una retribuzione su base annua di 1.5 milioni; Lloyd Blankfein, di Goldman Sachs, 22 milioni di bonus su una retribuzione di 2; James Gorman, di Morgan Stanley, 25.5 milioni su una retribuzione di 1.5.

c) Con tassi d’interesse inferiori all’inflazione, graduale allentamento dei meccanismi di regolamentazione introdotti nel 2009-10 e crescita economica, la propensione a consumare a debito – talora ben oltre le proprie possibilità – è ormai tornata a livelli non così lontani da quelli pre-2007/8 e dobbiamo ancora scontare i provvedimenti, presi o spesso solo annunciati, di Trump (https://fred.stlouisfed.org/series/PSAVERT )

 

 

 

 

POVERTÀ E DISEGUAGLIANZE

È un articolo bello, doloroso e drammatico quello che il Times pubblica oggi sulla povertà negli Usa raccontata attraverso la storia di una giovane ragazza madre, Vanessa Solivan (https://www.nytimes.com/…/americans-jobs-poverty-homeless.h…). Bello perché dà volti e storie a quello che siamo soliti raccontare con numeri, statistiche e grafici. Al quale è come ci fossimo tutti assuefatti: i salari medi aumentati appena del 12% tra il 1973 e oggi a fronte di una crescita della produttività del 77%; il tasso della ricchezza nazionale posseduto dallo 0.1% del paese passato dal 7 al 22% tra il 1979 e il 2013; più dell’12% della popolazione (fig.1) che, pur escludendo homeless e carcerati, vive sotto la soglia della povertà (e questo nonostante il netto miglioramento della situazione con Obama); un salario minimo (fig.2) che a livello federale è fermo a $7.25 l’ora: indicizzato quello del 1968 sarebbe del 40% superiore. Questo e la lunga coda della crisi del 2007-8 ci aiuta a comprendere le ragioni della svolta a sinistra del partito democratico cui stiamo assistendo. Pure Obama ora si dichiara favorevole al single payer, un sistema sanitario pubblico (anche perché consapevole che è in una certa misura la conseguenza – voluta o meno non lo sappiamo – della sua riforma). E però proprio con l’amministrazione Obama, cosa che a sinistra si tende a dimenticare, abbiamo avuto tutta una serie di politiche – salario minimo per lavoratori federali, Obamacare appunto, sostegno a studenti indebitati, protezione consumatori di prodotti finanziari, equal pay, ecc ecc ecc – che effetti ne hanno sortito. È uscito proprio oggi l’ultimo report del Census Bureau sul reddito e la povertà negli Usa (https://www.census.gov/…/library/publ…/2018/demo/p60-263.pdf). Che ci offre la solita miniera di dati. E ci dice che anche nel 2017 è continuata la tendenza alla crescita del reddito medio delle famiglie già visto nel biennio precedente (pur a un ritmo inferiore del 2015-16, cfr. Fig.3). Insomma, benissimo i giovani socialisti che cercano qua e là di scalare il Partito Democratico, ma molte lezioni l’esperienza di governo di Obama le può certo offrire

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DI SOLE E DI CARBONE…

L’amministrazione Trump si prepara ad annunciare un nuovo intervento atto a rovesciare la regolamentazione introdotta da Obama in materia d’inquinamento, togliendo controlli e vincoli sull’emissione di metano dove viene estratto petrolio e gas (https://www.nytimes.com/2018/09/10/climate/methane-emissions-epa.html?action=click&module=Top%20Stories&pgtype=Homepage). Lo stesso giorno il Congresso della California completa l’iter di approvazione del piano che prevede la produzione entro il 2045 del 100% di elettricità carbon-free (https://www.vox.com/energy-and-environment/2018/8/31/17799094/california-100-percent-clean-energy-target-brown-de-leon, visto quanto accaduto negli ultimi dieci anni si può scommettere sul fatto che l’obiettivo sarà raggiunto con largo anticipo). Due mondi; due filosofie; due politiche ricettive a pressioni di lobby e gruppi d’interesse diversi: l’industria estrattiva e tutto quel che vi ruota attorno nel caso di Trump e dei repubblicani; i gruppi ambientalisti e il nuovo business delle rinnovabili per i dems. Non è una disputa nuova, peraltro, che fu anzi il buon Jimmy Carter il primo a portare alla casa bianca un team di agguerriti “envirocrats” e a cercare d’investire pesantemente in rinnovabili (all’epoca soprattutto il solare). Pesavano allora la crisi energetica e gli shock petroliferi più che considerazioni legate all’inquinamento, che comunque stavano entrando prepotentemente nel dibattito pubblico e politico. E pesava una retorica dei limiti che dominò la discussione degli anni Settanta e la retorica di tutte le amministrazioni (Nixon, Ford, Carter) del decennio e che trovò la sua sublimazione nel “discorso sul malessere” di Carter del luglio 79 (http://www.presidency.ucsb.edu/ws/?pid=32596). Discorso straordinario, questo, che faccio sempre vedere a studenti che faticano a credere che un Presidente americano possa aver chiesto al paese di fare car-sharing, usare i mezzi pubblici, abbassare la temperatura dei termosifoni, ecc ecc (sul “malaise speech” vi è un libro molto bello di Kevin Mattson: https://www.bloomsbury.com/us/what-the-heck-are-you-up-to-mr-president-9781608191390/). Poi arrivò l’epoca dei consumi sfrenati e una retorica che di limiti proprio non voleva sentir parlare. Consumi a debito, questi, di capitali, generosamente prestati da banche e investitori stranieri, e di ambiente, appunto, da sfruttare e se necessario inquinare senza remore. La partita odierna però è diversa. La tecnologia ha permesso di declinare anche la svolta delle politiche energetiche come una possibilità e non una imposizione. La retorica di Obama su quello si è concentrata. La contrapposizione in atto – dove ancora una volta il potere federale si scontra con quello locale – può quindi essere declinata dagli oppositori di Trump come un confronto tra chi guarda avanti, al futuro, e chi non è in grado di farlo. Nel mentre stati e municipalità sfidano il Presidente che ha annunciato il ritiro degli Usa dall’accordo sul clima del 2015 e adottano politiche pubbliche spesso radicali. Fanno, in altre parole, essi stessi politica estera legandosi a iniziative e network globali (cfr https://www.citymetric.com/horizons/here-are-three-ways-cities-are-leading-fight-against-climate-change-3573) o costruendo progetti nazionali nei quali, al solito, molto attivo è l’ex sindaco di NY Bloomberg (https://www.americaspledgeonclimate.com/). Governi municipali, inclusi quelli di grandi città come Atlanta, Orlando, Portland e Madison, approvano l’obiettivo del 100% (già raggiunto dall’ineffabile Burlington, Vt). E ovviamente i risultati si vedono nonostante l’accelerata deregulation di Trump che, assieme alle nomine alle Corti, rappresenta probabilmente uno dei successi principali di questa amministrazione: la fig.1 (https://www.eia.gov/outlooks/steo/report/renew_co2.php) indica i risultati sul breve delle rinnovabili; la 2 e la 3 (https://www.eia.gov/energyexplained/index.php?page=electricity_in_the_united_states e https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=36612) rispettivamente la fonte della produzione di elettricità e la distribuzione dei consumi energetici negli Usa (crolla il carbone e, a dispetto del boom del gas naturale, la percentuale dei consumi di fonti fossili su quella totale risulta nel 2017 la più bassa dal 1902 in poi); la fig.4, infine, è la riduzione di emissioni CO2 negli Usa (https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=34872)

SOUTH BEND, INDIANA

36enne, gay, progressista, sposato, veterano dell’Afghanistan, laurea magna cum laude in storia e letteratura a Harvard (con tesi su Graham Greene e l’influenza del puritanesimo sulla politica estera Usa), Rhodes Scholar e first class honors degree a Oxford, sindaco dal 2011 di una di quelle città della Rust Belt che quando passi ti chiedi se abbiano avuto anch’esse una qualche Chernobyl tenuta nascosta al mondo. A leggere il profilo di Pete Buttigieg si resta davvero colpiti (e ci si chiede quali lati oscuri, rivelabili in una campagna elettorale di dimensione nazionale, possa davvero avere). Anche perché dal 2011, con un mondo di possibilità davanti a lui, è tornato a vivere nel quartiere dove è nato, candidandosi a sindaco della sua città, South Bend, Indiana. Il sindaco lo fa da allora, con una breve interruzione di 7 mesi nel 2013-4 per un tour of duty in Afghanistan (sottotenente della Marina, rimane un riservista). E i risultati sembrano davvero essere straordinari pur facendo la tara a un paese (gli Usa) e uno stato (l’Indiana) che si sono risollevati dalla terribile botta del 2007-8 e dove la disoccupazione è ora sotto il 4% (addirittura il 3.2 in Indiana, anche se rimane appena il 28° stato in termini di reddito pro capite e addirittura il 42° per quanto riguarda i laureati, che stanno sotto il 25% della popolazione, mentre in Massachusetts e Colorado si collocano attorno al 40). Tra il 2010 e oggi la disoccupazione a South Bend è passata dal 14.2 al 3.6% (fig.1); rovesciando una tendenza che durava dagli anni Settanta la popolazione è tornata a crescere; il reddito medio pro-capite, pur rimanendo sotto la media nazionale e statale è cresciuto a ritmi accelerati (fig.2). Che politiche sono state adottate per ottenere questi risultati e cosa ci dicono degli Usa e della sinistra democratica di governo? Da quel che si legge è un mix di tradizionali politiche progressiste e d’innovazione che si appoggia a nuove tecnologie:

– Riqualificazione urbana fatta di recupero di aree dismesse, pedonalizzazione e, soprattutto, ristrutturazione di immobili (“1000 case in 1000 giorni”)
– Cablaggio della città con la fibra ottica (e chi conosce un po’ gli Usa sa quale incredibile ritardo molte città abbiano su questo)
– Informatizzazione delle pratiche amministrative e sforzo di rendere più efficiente e meno costose tante procedure sotto il cui peso le città spesso soffocano
– Nell’impossibilità di usare la leva fiscale per raccogliere risorse – in Indiana c’è un cap statale sulle tasse sugli immobili – sforzo d’intercettare finanziamento federali (in particolare i programmi di Obama per start-up e nuove imprese) e iniziative come la “What Works in Cities” dell’ex sindaco di New York Bloomberg (https://datasmart.ash.harvard.edu/…/the-power-of-partnershi…)
– Collaborazione con l’Università di Notre Dame, con programmi appositamente pensati per garantire che neolaureati lavorino almeno un anno per la città (https://sbenfocus.org/)
– Ruolo cruciale degli immigrati, la cui percentuale di laureati e imprenditori è sensibilmente più alta (https://research.newamericaneconomy.org/…/new-americans-in…/)

I risultati sono straordinari (o così appaiono per il momento). Prendete altre due città dello stato comparabili in qualche misura a South Bend, come Gary e Hammond, e tutti i dati a partire dalla occupazione sono ben peggiori (full disclosure here: ho vissuto un anno da ragazzo in questi posti, nel pieno della crisi postindustriale degli anni Ottanta, e ci sono particolarmente affezionato). Cosa ci dice tutto ciò, al di là delle crescenti ambizioni del buon Buttigieg che potrebbero addirittura proiettarlo alla candidatura presidenziale nel 2020 (il primo Presidente Gay? Si chiedeva Frank Bruni sul Times un paio di anni fa: https://www.nytimes.com/…/sund…/the-first-gay-president.html)? Quattro cose, in grande sintesi:

– Che è su scala locale, municipale in particolare, che la sinistra può testare politiche radicali sì, ma affatto velleitarie o ideologiche. È quello lo spazio dove pragmatismo e visione si possono incontrare. E lo possono fare in un processo virtuoso di circolazione globale di esperienze di governo municipale (un po’ di promozione istituzionale qui, che il bravissimo collega Patrick Le Gales da qualche anno coordina un labo, “Cities are Back in Town” sul tema: http://www.sciencespo.fr/…/fr/seminaire/cities-are-back-town)
– Gli slogan trumpiani sulla re-industrializzazione spesso tali sono: slogan demagogici che al massimo scatenano guerre commerciali (a proposito: ricordate la storia di Carrier, l’azienda dell’Indiana che Trump aveva “salvato” dalla delocalizzazione in Messico? Questo è l’esito:https://www.nytimes.com/…/carrier-trump-absenteeism-morale.…)
– Che fondamentale per storie come quelle di South Bend è la prossimità a un centro dove conoscenze e competenze si formano e possono essere utilizzate, come appunto Notre Dame
– Che però una percentuale di lavoratori non-qualificati è inevitabile averli, perché rimangono lavori che li accolgono (anzi, a South Bend – dalla ristorazione alle pulizie – la richiesta è inevitabilmente aumentata) e perché non tutti vogliono (o sono capaci di) riqualificarsi. Fondamentale è quindi la battaglia sul salario minimo, che nella conservatrice Indiana rimane al livello più basso – 7.25 dollari l’ora – del paese (https://www.laborlawcenter.com/state-minimum-wage-rates/)-

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DOTTORI STRANAMORE (“OVVERO COME HO IMPARATO A NON PREOCCUPARMI E AD AMARE IL DEFICIT”)

“Non sono preoccupato; è grande abbastanza da prendersi cura di sé stesso”. Rispose con una grande battuta, il buon Ronald Reagan, quando nel 1986 alcuni giornalisti gli chiesero se fosse preoccupato per il deficit crescente (che in quegli anni stava stabilmente tra il 3 e il 6% del PIL, fig.1). E in effetti, da buoni dottor Stranamore della fiscalità, dagli anni Settanta in poi i repubblicani di deficit – interno ed esterno – e di debito non si sono granché preoccupati. Alte spese pubbliche, soprattutto per la difesa (ma anche in sanità e pensioni, che vanno a blocchi elettorali, in particolare gli over-65, cruciali per i loro successi); credito facile per alimentare consumi che compensino diseguaglianze e redditi per lo più stagnanti; tagli alle tasse, in particolare ai redditi più alti (la fig.2 è l’andamento dell’aliquota più alta sui redditi individuali/familiari prima dell’ultimo taglio di Trump che l’ha riportata al 37% dal 39.6). Poi arrivano i democratici alla Casa Bianca e d’improvviso deficit e debito diventano questioni nodali, con repubblicani à la Paul Ryan che costruiscono tutta una carriera politica su gli slogan e le parole d’ordine della responsabilità fiscale. Sfruttando un periodo d’intensa crescita economica, imponendo una correzione ad anni di tagli alle tasse e riducendo le spese militari, Clinton riuscì a correggere la rotta e chiuse con un triennio di attivi di bilancio: i primi dagli anni Settanta in poi. Obama ha dovuto gestire una crisi senza precedenti in un contesto di ostruzionismo repubblicano ai limiti dell’eversione costituzionale. Ostruzionismo giustificato, appunto, con le sobrie parole d’ordine della responsabilità fiscale, che parvero addirittura trovare sanzione bipartisan con la costituzione di apposite commissioni incaricate di formulare proposte vincolanti in materia (e che comunque non sembravano mai soddisfare i falchi fiscali come Ryan). Pur tra mille ostacoli e potendo usare solo in minima parte la leva fiscale, Obama riportò gradualmente il deficit a livelli accettabili (sotto il 3% nell’ultimo suo triennio; possiamo discutere all’infinito peraltro dei tanti errori che ha commesso, ma questa è un’altra questione). E ora? Beh, ora il deficit non sembra costituire più un problema, almeno per i repubblicani che rivestono felici i panni del dottor Stranamore solo momentaneamente dismessi negli anni di Obama. Ryan dice di voler tornare a fare il papà in Wisconsin e di avere altro a cui pensare. La leadership repubblicana segue felice il suo Presidente su una strada che, secondo l’ultimo rapporto del Congressional Budget Office (https://www.cbo.gov/system/files…) provocherà un’esplosione del deficit e un’ulteriore accelerata crescita del debito. Le proiezioni – davvero straordinarie – per il trentennio sono nelle figure 3 e 4. Presumibilmente (e auspicabilmente) non si realizzeranno perché torneranno i democratici alla Casa Bianca e dovranno, al solito, raccogliere i cocci (che tutto ciò stia avvenendo in una fase di surriscaldata crescita economica dà un’ulteriore misura di quanto ideologiche e furbe certe giustificazioni supply side possano essere)

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LA CARICA DEI SINDACI

Diversi sindaci e amministratori locali del partito democratico stanno acquisendo un profilo nazionale e, addirittura, considerando la possibilità di una candidatura alle presidenziali del 2020. In realtà, i (pochi) sindaci che hanno provato a correre per le presidenziali raramente hanno avuto successo e torna alla memoria inevitabilmente la sgangheratissima campagna di Giuliani (per gli history buffs, una rapida ricerca su google mi dice che mai un sindaco di una delle più grandi città è stato presidente – chi ci arrivò più vicino fu il sindaco di New York DeWitt Clinton nel 1812; Coolidge fu sindaco di Northampton, Mass dal 1910 al 1911; Grover Cleveland di Buffalo dal 1881 al 1882; Andrew Johnstone di Greeneville, Tenn. Dal 1830 al 1833).
Le ragioni sono tante e sono state ampiamente studiate (http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/1532673X17752322), ma pesa indubbiamente la relativa rappresentatività delle città e, anche, l’impatto di una polarizzazione politica e culturale in virtù della quale in tempi recenti molti sindaci stati sono (o sono stati percepiti) come troppo spostati a sinistra: tra le prime trenta città statunitensi per dimensioni, solo 5 hanno sindaci repubblicani (San Diego, Jacksonville, Fort Worth, El Paso e Oklahoma City), 2 sono gli indipendenti e 23 i democratici (tutti quelli delle cinque città più grandi: New York, Los Angeles, Chicago, Houston e Philadelphia). Il cleavage politico ed elettorale tra aree urbane/suburbane-exurbane/rurali è noto e ampiamente documentato (cfr. fig 1 e 2 su come si sono manifestati nel voto del 2016).
Eppure le cose sembrano oggi cambiare. Le ragioni sono plurime: la polarizzazione legittima e rafforza la sinistra democratica, come ben stiamo vedendo; la richiesta di combinare ciò con pragmatismo e acclarata capacità a governare può essere raccolta proprio da molti sindaci; la resistenza a Trump e alle sue politiche – dall’immigrazione all’ambiente – parte spesso dal basso, con atti dalla grande forza simbolica (le “città santuario”) o politiche pubbliche (ad esempio la riduzione dell’inquinamento) spesso di grande successo. Soprattutto, le città – città-mondo come New York o Los Angeles – sembrano rappresentare quella realtà diversificata, dinamica, plurale, globale e cosmopolita che in fondo i democratici ambiscono a incarnare e a offrire come modello. Prendete Los Angeles e il suo sindaco, Eric Garcetti, che una corsa presidenziale sembra la stia considerando seriamente, come evidenziano i suoi recenti viaggi in Iowa, New Hampshire e South Carolina. Ebreo, bisnonno italiano emigrato in Messico (e lì impiccato durante la rivoluzione), secondo sindaco messicano-statunitense della città (oltre che suo sindaco più giovane in epoca moderna), campione di tante battaglie anti-trumpiane, dall’immigrazione appunto al cambiamento climatico, Garcetti sembra offrire un profilo tanto emblematico quanto perfetto (come in modi diversi, l’interessantissimo sindaco di South Bend, Pete Buttigieg,https://www.rollingstone.com/…/pete_buttigieg-36-year-old-…/). Il problema – e torniamo al punto di partenza – è che deve fare il sindaco, ovvero governare realtà terribilmente complesse, che impongono compromessi, retromarce e, talora, veri e propri voltafaccia. Garcetti – che è stato riconfermato nel 2017 con il 73% dei voti – ad esempio, si è offerto di mediare nella disputa in corso tra i sindacati degli insegnanti e il distretto scolastico di LA (http://www.governing.com/…/gov-garcetti-teachers-strike-los… . Come in tante parti del paese, gli insegnanti di LA sono sul piede di guerra e chiedono migliori retribuzioni e condizioni di lavoro (la mobilitazione degli insegnanti e i tanti successi da loro ottenuti nell’ultimo anno sono uno dei fenomeni politici e sindacali più interessanti cui stiamo assistendo). Garcetti cerca d’intervenire perché – si presume – vuole evitare problemi alle scuole della sua città, ma anche per confermare la sua immagine di pragmatico idealista, capace di coniugare principi e buon governo. Corre però un rischio immenso, che un fallimento metterebbe in discussione la sua abilità come problem-solver e un compromesso troppo pesante la sua fermezza nel difendere determinati principi. Il rischio e il problema, insomma, di chi fa, e fa davvero, il sindaco…

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Il nuovo accordo tra Stati Uniti e Messico

Dopo mesi di negoziati, Messico e Stati Uniti sembrano avere raggiunto un compromesso che va a modificare alcuni ambiti nodali del processo d’integrazione commerciale all’interno del NAFTA (l’area di libero scambio nordamericana, che include anche il Canada). Quali sono gli aspetti più importanti di questo accordo? Quale la sua rilevanza politica? E quali i suoi limiti e i problemi che presumibilmente vi saranno nel processo di ratifica da parte del Congresso statunitense?

I contenuti essenziali, innanzitutto. Trump ottiene poco o nulla su due temi che erano stati centrali nella sua campagna contro il NAFTA. Non vi è nessuna clausola che avrebbe fatto decadere automaticamente l’accordo dopo 5 anni in caso esso non fosse stato rinegoziato; la durata di quest’ultimo viene invece fissata a 16 anni, con revisioni ogni 6 anni. Non s’introducono inoltre tariffe sui prodotti agricoli, che il Presidente americano avrebbe voluto per tutelare i coltivatori stagionali statunitensi. A fronte di ciò, Trump ottiene però concessioni rilevanti e dalla forte valenza politica. Il Messico assume vari impegni per meglio garantire salari e tutele dei suoi lavoratori: nel settore agricolo promette di aderire agli standard fissati dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro; in quello automobilistico accetta che tra il 40 e il 45% del valore di un veicolo sia prodotto da lavoratori retribuiti almeno 16 dollari all’ora (il salario minimo è attualmente di circa 5 dollari e quello nelle fabbriche di auto si attesta attorno ai 7/8 dollari). Sempre per quanto riguarda l’industria automobilistica, l’accordo prevede che per non essere soggetta a tariffe la percentuale totale di una vettura assemblata negli Usa e in Messico debba passare dal 62.5 al 75%, con un maggior uso di acciaio, alluminio e plastica prodotti nei due paesi.

Trump ottiene un indubbio successo politico. Per quanto di difficilissima realizzazione, come proprio la storia del NAFTA evidenzia, s’impone una sorta di parziale salario minimo, che permette al Presidente di ergersi a paladino sia dei lavoratori messicani, sfruttati e sottopagati, sia di quelli americani, vittime di una delocalizzazione produttiva trainata dal basso costo del lavoro e dalle deboli tutele sindacali esistenti in Messico (anche se poi, la penalizzazione per chi non rispetta il vincolo del salario minimo è una tariffa assai bassa del 2.5%). La clausola del 75% ha a sua volta una evidente funzione anti-Cina e ambisce a proteggere una catena di distribuzione nella quale la componentistica cinese si era da tempo infilata. È, insomma, una sorta di protezionismo nord-americano e transnazionale quello proposto da Trump, che si permette inoltre di umiliare il Canada, imponendogli una scadenza tassativa (questa settimana) per accettare o meno i termini di un accordo al quale Ottawa non si può sottrarre vista l’importanza del mercato americano per l’economia canadese.

Questo ci porta però a un primo, potenziale cortocircuito. Le misure attuate vanno ovviamente a incidere sui costi di produzione e quindi sui prezzi del prodotto ultimo. È immaginabile che la risposta sarà l’imposizione di tariffe sulle automobili europee e asiatiche. A risentirne saranno i consumatori americani, con possibili contraccolpi in termini di consenso per il Presidente, e più in generale quello strumento di egemonia dell’America che è appunto stato il suo mercato interno. Se gli Usa cessano di essere il “consumatore di ultima istanza” viene meno una funzione storica che ha loro permesso, tra le altre cose, di attrarre così tanti finanziamenti e prestiti esteri. Il secondo cortocircuito è invece tutto politico. La competenza in materia di accordi commerciali è del Congresso e molti repubblicani, legati in particolare ad alcuni ambienti imprenditoriali, sembrano essere già sul piede di guerra. Ed anche su questo si gioca una partita che ci dirà quanto pieno sia il controllo che oggi Trump ha del suo partito.

Il Giornale di Brescia, 31 agosto 2018

 

 

TRUMP vs. THE NEW LEFT

Forse è presto. O forse no, che la fissità di queste rilevazioni è uno dei dati più significativi dell’anno e mezzo di Presidenza Trump. Trascorsa una settimana dai casi Manafort e Cohen, il tasso di approvazione nei confronti di Trump non sembra essersi spostato di una virgola (qui la media delle rilevazioni al 28 agosto di FiveThirtyEight: https://projects.fivethirtyeight.com/trump-approval-ratings/); secondo alcuni sondaggi, sarebbe addirittura aumentato (http://thehill.com/…/403477-trump-approval-rating-holds-ste…). Nel mentre, le primarie di ieri sembrano confermare una volta di più come il partito repubblicano sia ormai il partito di Donald Trump. Il suo candidato Ron DeSantis vince in Florida; in Arizona – uno stato dove i due senatori GOP, Flake e McCain, sono stati molto critici nei confronti del Presidente – una sua critica Martha McSally, deve “trumpizzarsi” per ottenere la nomination.
E però qualcosa si muove anche a sinistra e appare non poco interessante. In Florida, la nomination democratica va a un 39 afroamericano, Andrew Gillum, sostenuto da Sanders e da “Our Revolution”. Non un neofita però, o un fenomeno alla Ocasio Cortez, visto che è il sindaco della capitale dello stato, Tallahassee. E non il solo giovane che emerge attraverso un’importante – e inevitabilmente complessa e formativa – esperienza amministrativa (particolarmente interessante è ad esempio la storia del sindaco di South Bend, città dell’Indiana che, come tanto midwest postindustriale, ha passato davvero tempi bui, il 36enne Pete Buttigieg, cui rollingstone ha dedicato recentemente un bel profilo: https://www.rollingstone.com/…/pete_buttigieg-36-year-old-…/). E senza forzare troppo le comparazioni, è forse quello che anche in Italia si dovrebbe fare: ripartire dal basso; formare un nuovo, serio e credibile ceto politico (come la Lega è in fondo riuscita a fare in fondo in questi anni) per via dell’esperienza amministrativa e non attraverso i meccanismi cooptativi o le invenzioni mediatiche che troppo spesso abbiamo spesso visto all’opera (Buttigieg, tanto per intenderci, è sindaco da quasi sette anni)

ANTICORPI

 

Abbiamo gli anticorpi per evitare una deriva autoritaria e (lo metto tra dieci virgolette) “quasi-fascista”, si chiedeva l’altro ieri Raffaele Romanelli in un bel post che è molto circolato qui su FB? È una domanda che qualche anno fa sarebbe stato inimmaginabile porre. Ma quello cui stiamo assistendo obbliga ahimè a interrogarsi. I casi di Polonia, Ungheria, Turchia sono un monito forte e non si può in alcun modo sottostimare la valenza simbolica dell’incontro di oggi tra Orban e Salvini o gli assi transnazionali, a quanto pare ben lubrificati da rubli russi, che ormai da anni le forze politiche della destra estrema, alcune oggi al timone dei loro paesi, hanno costruito. Da più parti si guarda ovviamente agli Usa. La democrazia statunitense sta reggendo all’urto di Trump? I suoi tanti contrappesi sono in grado di contenere il peso di una Presidenza così inquinata da corruzione, conflitti d’interessi, malaffare, fake news e ingerenze straniere? Sono domande che si pone, in modo al solito un po’ semplicione, Paul Krugman in un editoriale assai pessimista sul Times di oggi (https://www.nytimes.com/…/trump-republican-party-authoritar…). Una risposta all’apparenza positiva viene dalla North Carolina, dove un panel di tre giudici federali ha dichiarato incostituzionale la mappa elettorale dello Stato disegnata dall’assemblea legislativa statale (controllata dai repubblicani) nel 2011 e sostanzialmente riconfermata nel 2016 (fig.1 e http://www.wunc.org/…/judges-nc-congress-map-unlawful-parti…). Quello della North Carolina è uno dei casi più eclatanti e spregiudicati di gerrymandering – di costruzione di mappe elettorali dove i collegi sono disegnati in modo da massimizzare i vantaggi per una parte a discapito dell’altra. Alcuni deputati statali repubblicani lo hanno candidamente ammesso: “Per il bene del paese, penso sia meglio eleggere repubblicani che democratici”, ha dichiarato uno di questi, tale David Lewis, citato dal WP, “quindi ho disegnato questa mappa per raggiungere tale risultato. È una mappa che dà un vantaggio di 10 a 3 ai repubblicani, perché non è materialmente possibile ottenere un vantaggio di 11 a 2”http://www.wunc.org/…/judges-nc-congress-map-unlawful-parti…). 10 deputati a 3 è stato appunto il risultato ottenuto dai repubblicani in North Carolina nell’ultimo voto del 2016, nonostante avessero ottenuto appena il 53% dei voti. È stato calcolato che, anche a causa del gerrymandering, i democratici dovranno conquistare tra il 5 e il 10% dei voti in più dei repubblicani su scala nazionale per ottenere una maggioranza alla Camera dei Rappresentanti in novembre. Ecco perché l’intervento delle corti è così importante (un caso eclatante è quello della Pennsylvania, dove la Corte Suprema dello stato ha ridisegnato la mappa elettorale, pesantemente gerrymandered dai repubblicani sempre nel 2011). Tutto bene quindi? Gli anticorpi funzionano e il potere giudiziario bilancia quelli esecutivo e legislativo, contenendone gli eccessi? Non proprio. È possibile che la vicenda della North Carolina venga rimandata a una Corte Suprema dove la conferma di Kavanaugh darebbe ai repubblicani una maggioranza 5 a 4 (anche se una decisione prima del voto produrrebbe uno stallo, 4 a 4 appunto, e imporrebbe quindi un rapido ridisegno dei collegi almeno per il voto del 2018). Nel mentre, l’amministrazione Trump – inefficiente e caotica su mille fronti – ha certo proceduto con maggiore efficacia nella nomina di giudici e la leadership repubblicana al Senato ha fatto della loro conferma, soprattutto alle corti d’appello, una sua assoluta priorità. La fig.2 indica come sono cambiati gli equilibri nelle corti distrettuali e d’appello in poco più di un anno e mezzo. Se il processo sarà completato, si passerà da 73 giudici nominati da Repubblicani, 90 da Democratici e 16 vacancies a un 95 a 84. Non solo, e più importante degli aridi numeri, sostituire un 70enne repubblicano o democratico moderato con un 45enne repubblicano radicale, come già sta avvenendo, porta a un cambiamento ancor più marcato. Gli anticorpi ci sono, insomma. Ma sono vulnerabili e fragili. O, come disse il buon John McCain nel suo concession speech del 2008, “niente è inevitabile in America”; neanche la tenuta della democrazia.

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CRIMINI, IMMIGRATI E ARMI

 

DDue notizie e fatti di cronaca della scorsa settimana. Il primo è l’assassinio di Mollie Tibbetts, una giovane studentessa universitaria dell’Iowa, da parte di Christian Rivera, un immigrato giunto illegalmente negli Usa che lavorava sotto falsa identità in una fattoria vicina alla casa dei Tibbetts (la povera ragazza era uscita per fare jogging quando è stata assalita e uccisa). La seconda è la proposta, non ancora formalizzata, della controversa Segretaria dell’Educazione Betsy DeVos di usare una parte dei finanziamenti federali destinati alle scuole superiori per armare gli insegnanti e permettere loro di difendere se stessi e gli studenti in caso di attacco (NYTimes, WP, Vox e altri hanno descritto il progetto, che per il momento però non è stato ufficializzato. Cfr. https://www.vox.com/…/betsy-devos-guns-schools-arming-teach…). Trump e molti repubblicani hanno subito usato il caso Tibbetts per mettere sotto accusa le politiche passate in materia d’immigrazione. “una persona è giunta illegalmente dal Messico e l’ha uccisa”, ha twittato il Presidente. “C’è bisogno del muro; c’è bisogno di cambiare le nostre leggi sull’immigrazione e sulla protezione del confine; dobbiamo farlo noi repubblicani perché i democratici non lo faranno”. Tutti i dati di cui disponiamo dicono però che così non è: smentiscono la tesi cara al Presidente e ai suoi sostenitori che vi sia una qualche correlazione tra immigrazione illegale e aumento della criminalità. Anzi, gli immigrati illegali tendono statisticamente a compiere meno reati dei nativi (fig.1 e, sul caso del Texas, fig. 2), una tendenza che alcuni studi recenti mostrano essersi addirittura accentuata negli ultimi anni (cfr.https://www.cato.org/…/their-numbers-demographics-countries…). In una certa misura è intuitivo capirne le cause, che un immigrato giunto negli Usa ha tutto l’interesse a scomparire nelle maglie piuttosto larghe della società americana, evitando guai di ogni tipo. Per quanto riguarda le armi nelle scuole, mancano studi specifici sul loro possibile effetto e disponiamo solo di riflessioni impressionistiche se non aneddotiche. Tutti, ma proprio tutti, i dati di cui disponiamo ci confermano però il dato banale che più armi in circolazione producono più vittime e che la strada maestra è quella di ridurre le armi, e controllarne meglio la distribuzione e vendita (cfr. https://www.hsph.harvard.edu/…/firearms-res…/guns-and-death/ e fig.3 che risale al 2013). La morale è fin troppo semplice e assomiglia in fondo a ciò cui stiamo assistendo in Italia: un discorso virile e diretto, capace di fare breccia nella pancia del paese presentandosi come concreto ed efficace (contro il buonismo e le belle anime, insomma) muove in realtà da premesse fortemente ideologiche e da un risoluto rifiuto di confrontarsi con fatti e studi, anche i più seri, documentati e inattaccabili. Quei fatti vanno costantemente riaffermati, enfatizzati, spiegati. Anche se poi tutto in ultimo dipende da noi. Da come riusciamo a restare umani di fronte a questo inarrestabile degrado e imbarbarimento. Ieri c’è stato il funerale di Mollie Tibbetts. In un’orazione davvero toccante e alta, il padre ha invitato “a ritornare alla vita”, a “voltare pagina”. E ha ringraziato la comunità ispanica dello stato: “sono Iowani; hanno i nostri stessi valori”, ha detto, “per quanto mi riguarda sono Iowani con un cibo migliore” (https://eu.desmoinesregister.com/…/mollie-tibbe…/1103580002/)

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