Mario Del Pero

Russiagate: è partita la slavina?

La slavina era lì, che attendeva da tempo di essere innescata. Perché se è vero che sono tante le commissioni congressuali che hanno aperto delle inchieste sulle presunte ingerenze russe nella campagna elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca è altresì vero che l’indagine più importante, che può davvero far cadere questo Presidente, è quella condotta, su nomina del dipartimento della Giustizia, dall’ex direttore dell’FBI Robert Mueller. Ieri Mueller ha proceduto a mettere in stato d’accusa l’ex manager della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort, e il suo partner in affari, Rick Gates. Separatamente, un altro ex consigliere di Trump, George Papadopoulos, ha ammesso di avere mentito in merito a un suo incontro avvenuto nell’aprile del 2016 con un emissario russo che prometteva di offrire informazioni compromettenti su Hillary Clinton.
Manafort e Gates sono accusati per fatti non direttamente collegati alle elezioni dell’anno scorso. I capi di accusa – riciclaggio, evasione fiscale, mancato rispetto delle leggi in materia di lobbying all’estero – si riferiscono alle attività di consulenza svolta da Manafort per il governo ucraino filo-Putin (e, in seguito, per l’opposizione al nuovo esecutivo di Kiev formatosi nel 2014). La strategia di Mueller appare però chiara: stringere il cerchio attorno ad alcuni di coloro che furono i più stretti collaboratori di Trump per individuare legami con le ingerenze di Mosca e, ancor più, costringerli a cercare un qualche patteggiamento in cambio d’informazioni che permettano di fare luce su tali ingerenze. Altre indagini parallele sono in corso di svolgimento, a partire da quella sull’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, il generale Michael Flynn, rimasto in carica solo pochi giorni prima che venissero rivelate sia le suo menzogne sugli incontri con l’ambasciatore russo sia le sue consulenze, retribuite e non riportate, per il governo turco.
È una storia torbida e di difficile decrittazione, quella su cui sta indagando Mueller. Nella quale convergono ovviamente varie dinamiche: l’atteggiamento spregiudicato della famiglia Trump rispetto a un conflitto d’interessi – tra il loro impero immobiliare e il loro ruolo politico – non gestito e forse non gestibile; le possibili, dirette collusioni, tra una potenza straniera, la Russia, desiderosa d’impedire una vittoria della Clinton, e un candidato pronto a tutto e privo, come ha più volte dimostrato, di qualsiasi, elementare senso delle istituzioni; un establishment washingtoniano, di cui anche i vertici dell’intelligence fanno parte, pronto a usare qualsiasi mezzo contro un Presidente ritenuto pericoloso, per il paese e, anche, per i propri privilegi.
E lo scontro in atto sembra essere anche questo: l’azione di un’élite ostile a Trump per ragioni nobili (la difesa delle istituzioni, appunto, e la tutela di una sicurezza nazionale che, se fossero confermate le accuse, sarebbe stata violata dalle ingerenze russe) e meno nobili (l’autodifesa corporativa contro l’assalto mosso dal populismo trumpiano). L’altra partita si gioca però tutta all’interno del partito repubblicano. Perché il lungo e tortuoso percorso che potrebbe eventualmente portare all’impeachment del Presidente è un processo politico realizzabile solo laddove una maggioranza dei repubblicani al Congresso scaricassero Trump. Ovvero quando questa opzione divenisse politicamente (ed elettoralmente) vantaggiosa se non addirittura necessaria. A quello stadio non si è ancora giunti. Anzi, a oggi Trump preserva un ampio sostegno tra una base repubblicana che, sondaggi alla base, continua a minimizzare o negare la rilevanza dello scandalo russo anche laddove esso fosse confermato dall’inchiesta di Mueller. Ovviamente, nuove scoperte e rivelazioni potrebbero modificare questo stato di cose, alterando gli umori di un’opinione pubblica conservatrice finora schierata senza remore dalla parte del Presidente. Una svolta, però, che cozza contro forme di polarizzazione politica ed elettorale che sembrano costituire la vera cifra distintiva degli Usa oggi. Di un paese, cioè, diviso in due campi sempre più distanti e incapaci di comunicare. Dove il fattore primario di mobilitazione diventa l’ostilità alla controparte. E dove qualcuno come Donald Trump può non solo diventare Presidente, ma addirittura rischiare di rimanere al suo posto anche laddove fossero scoperte sue collusioni con uno stato estero quali quelle su cui sta indagando Mueller.

Il Mattino, 31 ottobre 2017

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Pistole fumanti?

L’ha gestita con indubbia maestria, Donald Trump. Ha fatto quel che qualsiasi altro Presidente avrebbe fatto (e dovuto fare): rendere pubblici, alla scadenza prevista dei 25 anni, migliaia di documenti ancora secretati (in parte o totalmente) relativi all’assassinio di John Kennedy, accettando però la richiesta degli apparati d’intelligence di mantenere una proroga di altri sei mesi per alcuni materiali particolarmente sensibili. Accompagnando il processo con i suoi tweet conditi dagli immancabili punti esclamativi, Trump ha celebrato questo momento di “grande trasparenza” e l’abbattimento degli spessi diaframmi che ancora esistono tra potere e popolo, eletti e loro rappresentanti.
Poco può, però, il populismo trumpiano contro l’inevitabile delusione di chi sperava di trovare in questi documenti risposte se non definitive almeno rivelatrici. In grado, cioè, di sollevare alcune delle tante opacità che ancora circondano la vicenda.
Nessuna pistola fumante, insomma. Nessun aiuto a comprendere se Oswald, l’assassinio di Kennedy, abbia quantomeno goduto di una rete di appoggi e aiuti; o se vi fosse qualcuno dietro Jack Ruby, il proprietario di nightclub che uccise Oswald due giorni più tardi. È probabile, anzi certo, che quelle pistole fumanti non vi siano nemmeno nei documenti rimasti secretati. Perché non esistono; o perché, se mai fossero davvero esistite, è difficile credere che non siano state distrutte.
Allo storico, di suo diffidente verso i complotti e le teorie cospirative, restano però migliaia di documenti che si aggiungono ai tanti già esistenti. Documenti che non permettono di smentire la tesi ufficiale sull’uccisione di JFK. Ma che aiutano a capire meglio il clima dell’epoca, la pervasività della guerra fredda tra Usa e Urss, il suo impatto politico, culturale e sociale dentro gli Stati Uniti, l’ossessione americana per la “perdita” di Cuba, il peso della questione razziale e l’odio del sud segregazionista verso un Presidente, Kennedy, che sui diritti civili aveva in realtà fatto assai poco.
Tre, in particolare, sembrano essere le indicazioni principali offerte da queste nuove fonti. La prima è l’assoluta centralità di Cuba e di Fidel Castro, destinata a protrarsi ben oltre la crisi dei missili dell’ottobre 1962 e lo stesso assassinio di Kennedy. Uno stato filosovietico a pochi chilometri dalle coste statunitensi minacciava di alterare gli equilibri strategici e costituiva un pericoloso precedente in tutto l’emisfero. Soprattutto, rappresentava un’umiliazione che si riverberava politicamente dentro gli stessi Stati Uniti, con una comunità di esuli anti-castristi destinata a svolgere un importante ruolo in uno stato cruciale come la Florida e uno scontro, durato fino ad oggi, su quale linea tenere nei confronti de L’Avana. I documenti non aggiungono nulla di particolarmente piccante a quanto non rivelarono già le commissioni d’inchiesta del Congresso negli anni Settanta (e, in altra salsa, le storie della muta da sub avvelenata da regalare a un ignaro Castro o le conchiglie esplosive da deporre nel mare dove nuotava il leader cubano erano già note). Ma ci ricordano il peso politico e simbolico spropositato avuto da Cuba e dalla sfida del castrismo.
Il secondo elemento evidenzia come i paraocchi ideologici della Guerra Fredda potessero generare pericolosi fraintendimenti dei comportamenti e degli obiettivi degli avversari. Stando agli informatori dell’FBI, in Unione Sovietica si temette che l’eliminazione di Kennedy fosse parte di un golpe promosso dalla ultra-destra contraria a qualsiasi accomodamento con Mosca e pronta a invadere Cuba (una lettura non dissimile, sappiamo, fu data in occasione dell’attentato a Reagan nel marzo del 1981). Uno stato di allerta estrema ne seguì con tutti i rischi del caso.
Terzo e ultimo: le torbide interazioni tra politica, malavita e spettacolo, sulle quali si gettò con invariabile voracità l’FBI di Edgar Hoover. L’America kennediana – raccontano molti di questi documenti – è un’America di gangster, attori, ballerine; di escort che dichiarano all’FBI di essere state contattate per partecipare a festini con John Kennedy, Frank Sinatra e Sammy Davis Jr. o di manoscritti inediti che rivelano nuovi dettagli su presunte storie tra Marilyn e Bobby Kennedy, il fratello minore di John (oltre che suo ministro della Giustizia). Un’America, insomma, dove la possibilità che ci fossero altri dietro Oswald non è probabilmente vera, ma non può non apparire verosimile.

Il Mattino, 28 ottobre 2017

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Trump e JFK

Con uno dei consueti tweet, Donald Trump ha annunciato a sorpresa che non intende porre veti alla desecretazione di alcune migliaia di documenti relativi all’assassinio di John Kennedy. Si tratta di materiali depositati a inizio anni Novanta presso gli archivi nazionali di College Park, Maryland, e per i quali è in scadenza il periodo di 25 anni oltre cui non vale più la secretazione imposta allora. Una parte, la più cospicua, consiste di documenti generati principalmente dagli apparati d’intelligence durante gli anni Sessanta e Settanta. In molti casi si tratta di fonti già parzialmente accessibili che sarebbero quindi soggette a una “declassificazione” completa e finale (in questi casi, i passaggi ancora coperti da segreto sono quasi sempre quelli che permettono di individuare persone e agenti coinvolti; trattandosi di informazioni di mezzo secolo fa o più, viene meno la ragione – privacy, protezione degli individui o sicurezza nazionale – che aveva giustificato inizialmente il mantenimento del segreto). Alcune decine di documenti sono invece relative a un periodo ben più recente: gli anni Novanta, quando CIA, FBI e dipartimento della Giustizia furono chiamati a produrre materiali aggiuntivi su richiesta di una commissione federale incaricata dall’allora Presidente George Bush Sr. (e sull’onda della pressione pubblica generata dal famoso film “JFK” di Oliver Stone) di decidere quali nuovi materiali potessero essere desecretati senza danneggiare la politica estera e di sicurezza del paese.
Fino a pochi giorni fa, esperti e studiosi davano per scontato che Trump avrebbe scelto la linea della cautela, rendendo pubblici solo una parte – e presumibilmente quella meno sensibile – di tali documenti. Questa previsione derivava dal convincimento che il Presidente potesse individuare nella vicenda un modo per riaffermare ancora una volta un privilegio esecutivo interpretato in modo ampio e flessibile. Questo tweet presidenziale sembrerebbe smentire tale previsione, anche se il condizionale rimane d’obbligo vista la frequente volubilità di gesti, convinzioni e scelte dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Se Trump dovesse dare corso a questa sua promessa, a quanto pare avversata dalla CIA, si potrebbe forse dare risposta a uno dei grandi misteri della storia americana. Probabilmente scoprendo l’infondatezza di tante delle leggende cospirative che da sempre aleggiano attorno alla morte di John Kennedy. Leggende che peraltro lo stesso Trump – in passato non alieno da infatuazioni complottiste contro i suoi rivali politici e imprenditoriali – ha talvolta alimentato, come durante le primarie repubblicane quando accusò il padre del suo principale rivale, il senatore del Texas Ted Cruz, di essere in qualche modo coinvolto nell’assassinio di JFK.
Dando per scontato, come lo storico non può non fare, che dall’eventuale declassificazione totale di questi documenti non usciranno rivelazioni sconvolgenti, ci si deve allora interrogare sul perché di questa eventuale scelta, liberale e trasparente, del Presidente. A riguardo, due solide ipotesi possono essere avanzate. La prima è che Trump usi questa vicenda, in sé marginale e minore, per colpire quegli apparati d’intelligence che in questi mesi di Presidenza sono stati i suoi principali nemici dentro il governo: quella CIA e quell’FBI che hanno spesso passato soffiate anti-Trump ai media e che, soprattutto, stanno indagando sulle possibili ingerenze russe nella campagna elettorale del 2016. La seconda è che il Presidente voglia soddisfare una base elettorale conservatrice che di suo ha prodotto negli anni un vasto campionario di dietrologie cospirative sull’affare Kennedy e alla quale Trump potrebbe presentarsi una volta ancora come un leader anti-establishment, capace di rompere schemi consolidati, abbattendo quei diaframmi di segretezza che separano il potere dal popolo. Sarebbe insomma una mossa efficacemente populista, quella del Presidente americano. Anche se sappiamo bene, ormai, che tra i suoi tweet e le sue azioni, così come tra le sue parole e la verità vi è spesso un legame assai fragile e tenue.

Il Mattino, 22 ottobre 2017

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Trump, Unesco e Iran

Era nell’aria e in larga misura annunciata la decisione degli Usa di uscire dall’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di scienza, educazione e, soprattutto, di protezione e valorizzazione dei patrimoni naturali e culturali. Così come era nell’aria questo primo colpo, importante ma per il momento non risolutivo, all’accordo sul nucleare iraniano.
L’Unesco è diventata – come altre organizzazioni internazionali – la bestia nera degli Usa, che già una prima volta, con Reagan nel 1984, ne uscirono, per poi rientrarvi diciotto anni più tardi. Un bersaglio peraltro molto facile: per la sua sostanziale leggerezza istituzionale; per la sua scarsa rilevanza politico-diplomatica; perché incarnazione emblematica di una filosofia internazionalista, non priva di ambiguità, divenuta col tempo fortemente invisa alla destra statunitense.
Se letti in chiave storica, la decisione di Trump, le ragioni che vi sottostanno e gli obiettivi che gli Usa si prefiggono di raggiungere diventano più intelligibili. La giustificazione, solo in parte sostanziale, si lega all’accettazione nell’Unesco della Palestina come paese membro e ad alcune decisioni a dir poco discutibili su Gerusalemme e Hebron (la seconda, dove vi è un fondamentale luogo santo ebraico come la Tomba dei Patriarchi, è stata addirittura definita come sito di patrimonio palestinese). Dopo l’ammissione della Palestina nel 2011 Obama è stato obbligato per legge a sospendere il pagamento delle quote annuali statunitensi, corrispondenti a più di un quinto del totale del bilancio; negli anni gli Usa hanno maturato un significativo debito nei confronti dell’organizzazione che oggi non intendono più saldare.
Sotto traccia scorrono però logiche e scopi più ampi e anche ambiziosi, che si rintracciano pure nella vicenda del nucleare iraniano. Rispetto al quale Trump rimanda in ultimo la decisione al Congresso, annunciando di sospendere la certificazione del rispetto da parte di Teheran dei termini dell’accordo del luglio 2015, confermato invece in più occasione dai rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.
Come si può spiegare quanto sta avvenendo? Innanzitutto, si tratta di gesti che per il momento rimangono ad alto contenuto simbolico e basso effetto pratico. Trump sembra muoversi nel solco tracciato a suo tempo già da Ronald Reagan e che alcuni storici definirono il “paradosso reaganiano”: lo scarto tra retorica roboante e politiche comunque attente ad evitare vere e proprie escalation. La voce grossa di Trump, in altre parole, non genera ancora decisioni che possono precipitare vere e proprie crisi internazionali. Come nel 1984, l’Unesco diventa il facile surrogato di bersagli che, se presi di mira, genererebbero riverberi ben più ampi e pericolosi.
Colpire l’organizzazione parigina permette però al Presidente di fare sfoggio di un nazionalismo anti-intellettuale (di cultura, in fondo, con l’Unesco si parla) che piace molto, moltissimo a quella base radicalmente conservatrice che ha portato Trump alla Casa Bianca e dal cui continuo sostegno dipendono in buona misura le sue sorti politiche. E questo c’indica la seconda matrice, tutta politica, delle iniziative di Trump: che sono funzionali alla costruzione e alla preservazione del consenso; e che si spiegano anche come parti di dinamiche interne ai repubblicani e della dialettica tra l’amministrazione e un Congresso al quale ora Trump gira l’eventuale responsabilità ultima di far implodere o meno l’accordo sul nucleare iraniano.

Il Giornale di Brescia, 14 agosto 2017

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Problemi Universitari

Un altro scandalo, le cui dimensioni e portata sono peraltro ancora da comprendere appieno. E l’università italiana torna a essere nell’occhio del ciclone. Intendiamoci, di problemi essa ne ha molteplici. Ma l’approssimazione con cui se ne parla e le caricature che spesso se ne fanno servono a poco o nulla. E di certo non aiutano a migliorarla.
Proviamo a elencarli, questi problemi e i tanti cortocircuiti che essi hanno finito per alimentare. Facciamolo, però, tenendo ben a mente sia la penuria di risorse di cui l’università soffre (secondo le stime OCSE, in proporzione al PIL, l’Italia investe in ricerca e sviluppo circa il 40/45% in meno rispetto alla media UE) sia la propensione a mal utilizzare tale risorse, sperperandole in mille, spesso inutili rivoli. Investire di più e investire meglio – come altri paesi europei stanno facendo – è, o dovrebbe essere, precondizione essenziale di qualsiasi riforma e miglioramento. E costituisce la fondamentale premessa del tentativo di affrontare due criticità strutturali dell’università italiana. La prima è rappresentata dal monumentale deficit di mobilità del corpo docente. Che spesso passa tutta la sua carriera nello stesso ateneo e nello stesso dipartimento. Le università tendono a essere chiuse e impermeabili; prevalgono pratiche endogamiche di selezione e promozione di chi le abita. Frequenti, troppo frequenti, sono i casi di percorsi – dalla laurea al dottorato fino alla docenza – avvenuti sempre allo stesso indirizzo civico. Le cause di questa scarsa mobilità, così vitale per qualsiasi circolazione del sapere e apertura al cambiamento, sono plurime. Alcune sono finanche comprensibili: si preferisce investire su qualcuno che si conosce, che dà garanzie, che ha fatto una lunga, sottopagata gavetta e che ha maturato evidenti “crediti” da riscuotere. Le conseguenze sono però devastanti, con concorsi universitari fatti spesso per sistemare più che per selezionare e con un processo ormai globale di circolazione dei saperi alla quale l’università italiana, anche per il suo basso grado d’internazionalizzazione, partecipa quasi esclusivamente in uscita. E questo ci porta alla seconda criticità: l’assenza di programmazione dell’ultimo ventennio, quando a una progressiva contrazione delle possibilità di reclutamento è corrisposto a lungo un ipertrofico ampliamento del percorso propedeutico al diventare docenti universitari: vi è stato, in altre parole, uno squilibrio macroscopico tra il numero di dottorati (il percorso di specializzazione triennale post-laurea) e di finanziamenti post-dottorali a tempo determinato e le capacità del sistema di assorbire poi questi aspiranti docenti e ricercatori. Si è così creato un vasto corpo di precari, che alla quotidianità dell’università non di rado contribuiscono insegnando e facendo esami, ma che in quella università non entreranno in realtà mai. È un corpo vasto e differenziato, questo, abitato – è fondamentale ricordarlo – sia da ottimi ricercatori sia da persone che non dovrebbero mai essere giunte fin lì. Ma che nel sistema bloccato e impermeabile odierno viene invariabilmente rappresentato come unitariamente meritevole e discriminato (ed è questo un altro dei cortocircuiti dell’attuale dibattito pubblico sull’università).
Soluzioni facili non ve ne sono, anche se progressi non marginali sono stati compiuti, a partire da quel processo di abilitazione nazionale oggi al centro dello scandalo. Che in realtà se ben applicato, e in molti casi finora lo è stato, offre un primo, fondamentale filtro per selezionare chi ha titoli, meriti e capacità per fare questo mestiere e chi no.

Il Giornale di Brescia, 28 settembre 2017

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Trump dans un cul-de-sac

Non vi sono soluzioni semplici a un problema e a una minaccia – quelli rappresentati dalla Corea del Nord e dal suo arsenale nucleare – che negli anni sembrano essersi fatti intrattabili. Contribuendo alla escalation cui abbiamo assistito negli ultimi mesi, Donald Trump pare però avere fatto il gioco di Kim Jong-un ed essersi infilato in un vicolo cieco.

Nella loro primitiva rozzezza, le logiche che sottostanno alle iniziative del dittatore nordcoreano hanno una intrinseca coerenza. Sfruttando condizioni strutturali non modificabili – su tutte lo stato di militarizzazione estrema della penisola coreana – e accelerando il programma di sviluppo nucleare e missilistico, Kim si propone di raggiungere diversi obiettivi. In primo luogo rafforza il prestigio suo e di un regime che all’arma atomica attribuisce una funzione quasi identitaria: che serve a concretizzare quella rappresentazione della Corea del Nord come di una grande potenza globale. Nel farlo, e nel generare la ferma reazione degli Usa e della comunità internazionale, si compatta attorno al suo leader un paese da sempre mobilitato in risposta alle minacce esistenziali esterne: presunte, reali o debitamente artefatte. Alla dimensione ideologica si somma quella precipuamente strategica centrata sulla funzione deterrente del nucleare che offre la miglior polizza possibile contro azioni di rovesciamento con la forza del regime, simili a quelle che in tempi recenti hanno portato alla caduta (e uccisione) di Saddam Hussein e Mu’ammar Gheddafi. Alla strategia fa da controcanto la geopolitica. Kim usa deliberatamente il suo crescente arsenale per scuotere un’architettura di sicurezza regionale della quale gli Usa sono il perno. Lo fa consapevole che le sue iniziative alimentano tensioni nell’alleanza tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud, spingono il Giappone a riarmi unilaterali visti con preoccupazione da molti soggetti dell’area e rendono ancor più complessi i rapporti tra Washington e Pechino. L’ordine regionale americano-centrico, che tra le altre funzioni ha anche quelle di contenere e isolare Pyongyang, rischia insomma di uscire pesantemente destabilizzato. Quarto e ultimo: la dimensione economica. Come in passato, la Corea del Nord spera di poter usare la minaccia di cui si fa portatrice come arma per ottenere aiuti e negoziare accordi. Passata la fase dell’escalation e contenuti (grazie alla Cina) gli effetti delle sanzioni, il nucleare e i missili potrebbero cioè rappresentare un utile strumento da mettere sul tavolo delle trattative.

Per Kim i rischi sono ovviamente elevatissimi, anche se nessuno – a partire da Pechino – vuole l’implosione di un regime i cui riverberi si farebbero sentire su tutta la regione. La tentazione di alimentare la spirale dell’escalation si è però rivelata irresistibile per Trump. Che in una crisi internazionale ha intravisto un possibile vantaggio politico in una fase di grande difficoltà per la sua amministrazione; e che ha sperato di poter usare la situazione per indurre la Cina ad esercitare maggiori pressioni su Kim. Il tornaconto non vi è però stato. A dispetto delle dichiarazioni, Pechino ha mantenuto una linea cauta e passiva, consapevole forse anche della sua limitata capacità di condizionamento delle scelte del dittatore nordcoreano. Negli Stati Uniti, il lungo retaggio anti-interventista generato dalle fallimentari guerre in Iraq e in Afghanistan – e sul quale Trump ha in parte costruito le sue fortune elettorali – continua a condizionare umori e preferenze dell’opinione pubblica, tanto che la crisi non sembra aver inciso sul consenso di cui gode il Presidente.

In realtà, scorciatoie non esistono. Con le soli armi convenzionali di cui dispone, la Corea del Nord è in grado di colpire la Corea del Sud, il Giappone e le forze armate statunitensi di stanza nella regione, causando decine, forse centinaia, di migliaia di vittime. E nel gioco simbolico che è così centrale nella crisi, l’escalation ha finito solo per favorire quella parte che, per quanto infinitamente più debole e vulnerabile, ne ha finora dettato i tempi e le fasi.

Il Mattino 17 settembre 2017

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The Summer of Trump

Con il disastro provocato in Texas dall’uragano Harvey si chiude un’estate assai difficile per Donald Trump. Che si trova a fronteggiare molteplici dossier di politica estera, a partire ovviamente da quello nordcoreano. E che è in chiara difficoltà anche sul piano interno, come evidenziato da alcuni eclatanti fallimenti (su tutti il tentativo di affondare la riforma sanitaria di Obama), dall’impressionante turnover dentro l’amministrazione e da tassi d’impopolarità che non hanno precedenti nella storia recente del paese. Secondo l’ultima rilevazione Gallup, solo il 35% degli americani approva oggi l’operato di Trump, quasi trenta punti percentuali in meno rispetto alla media dei presidenti statunitensi del dopoguerra durante il loro primo anno in carica.
Più che a governare, Trump sembra dedicare una parte preponderante del suo tempo a polemizzare con i media, gli avversari politici e, sempre più frequentemente, gli stessi leader repubblicani al Congresso.
L’impressione, insomma, è quella di un logoramento ineluttabile, acuito dagli scandali che pendono sulla testa del Presidente, su tutti quello delle ingerenze russe nel ciclo elettorale del 2016, per le quali Trump potrebbe rischiare addirittura l’impeachment.
Eppure, la sua posizione è più solida di quanto non si creda. Il Presidente e la sua amministrazione dispongono ancora di un capitale politico non marginale. Questo per almeno tre ragioni.
La prima è che dopo mesi caotici e disordinati, sembra che un po’ di disciplina sia stata infine portata nella squadra di governo. Alcune delle figure più controverse e conflittuali – ultime in ordine di tempo Steve Bannon e Sebastian Gorka – sono state messe alla porta e il gruppo di generali di cui si è circondato Trump pare ora dominare l’amministrazione e aver posto sotto tutela lo stesso, ingestibile Presidente. Quella iniziata con l’insediamento di Trump nel gennaio scorso sarebbe stata insomma una lunga, confusa transizione, accentuata da quel mix di radicalismo e dilettantismo che ha contraddistinto tutta la parabola politica del miliardario newyorchese, ma che ora volgerebbe al termine a favore di una linea più sobria, professionale e tradizionalmente conservatrice.
Il secondo elemento di forza di Trump è rappresentato da una base di elettori repubblicani che, sondaggi alla mano, non lo ha ancora abbandonato (anche se tra questi l’approvazione nei suoi confronti sarebbe scesa dal 90 all’80% tra gennaio e oggi). È questa la variabile politica cruciale, perché solo un conflitto aperto dentro il partito repubblicano può mettere davvero in crisi l’amministrazione. Trump ha la possibilità di usare questo sostegno per minacciare senatori e deputati del suo stesso partito, ad esempio sostenendo candidati alternativi alle prossime primarie del 2018, evitando così diserzioni che lo renderebbero ancora più debole.
Anche perché – terzo e ultimo aspetto – è difficile immaginare che nelle prossime elezioni del 2018 i democratici possano riconquistare la maggioranza in una delle due camere. Tutto può accadere, ovviamente, ma il partito democratico versa esso stesso in uno stato di profonda crisi e si confronta con condizioni strutturali che ne limitano la competitività alla Camera – dove perversi meccanismi elettorali e un’inefficiente distribuzione della sua base di votanti lo obbligano a raccogliere diversi milioni di voti in più per ambire alla maggioranza – e al Senato (dove tra i 33 seggi in palio l’anno prossimo ben 25 sono già controllati dai democratici).
Alla fine dei conti, il peggiore nemico di Trump – e la principale minaccia alla sua Presidenza – sembra essere Trump stesso: la sua impreparazione, la sua indisciplina, la sua aggressività. Non è poco, ci mancherebbe; ma non è certo sufficiente per affondarne prematuramente l’esperienza presidenziale.

Il Giornale di Brescia, 2 settembre 2017

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Realismo e Principi

È stato un discorso tanto bellicoso e muscolare quanto vago e insipido quello pronunciato martedì notte da un Donald Trump di suo assai sotto tono e incline a ripetere passivamente le frasi che apparivano sul gobbo elettronico di fronte a lui. Il Presidente ha annunciato la decisione di alzare la soglia dell’impegno militare statunitense in Afghanistan con l’invio di alcune migliaia di soldati che andranno ad aggiungersi ai quasi 10mila attuali e, presumibilmente, col parallelo aumento del numero di contractors privati (oggi circa 25mila).
Gli obiettivi rimangono in larga misura gli stessi che hanno giustificato quella che negli anni è divenuta la “guerra americana” più lunga di sempre. Si vuole evitare l’implosione del fragile stato afghano che trasformerebbe il paese nuovamente in un santuario per gruppi terroristici e movimenti fondamentalisti; si crede possibile promuovere un efficace addestramento e rafforzamento delle forze armate di Kabul; si spera di poter usare questa presenza ormai permanente come strumento di pressione su un governo afghano debole e corrotto e su un partner pakistano ambiguo, inaffidabile e pericoloso.
Poco di nuovo, insomma. Obama usò simili giustificazioni per difendere la scelta dell’escalation in Afghanistan adottata nel 2009 e la successiva decisione di non procedere al promesso ritiro completo, mantenendo il contingente attualmente dispiegato. Una scelta che Trump a suo tempo criticò aspramente, ma nel cui solco sembra ora muoversi.
Cosa ci dicono questa decisione e la modalità – un discorso presidenziale al paese – utilizzata per comunicarla e spiegarla?
Tre risposte possono essere offerte. La prima, appunto, è la paradossale continuità strategica e discorsiva tra due amministrazioni, quella di Obama e quella di Trump, che più diverse non potrebbero essere o apparire. Come il suo predecessore, Trump ha apertamente rigettato le logiche e la retorica che avevano informato l’iniziale intervento militare in Afghanistan. “Non siamo qui a edificare delle nazioni” (a fare nation-building), ha dichiarato il Presidente, “ma ad uccidere dei terroristi”. Nessun idealismo ingenuo, candido o audace, insomma, ma un “realismo di forti principi” (principled realism) molto simile a quello più volte rivendicato da Obama.
La seconda indicazione è che l’establishment militare così ben rappresentato nell’amministrazione sembra voler ricondurre la politica estera e di sicurezza sotto il proprio pieno controllo, sottraendolo alle mani erratiche e incaute dei lealisti trumpiani, di loro fortemente indeboliti dalla rimozione di Steve Bannon, l’importante consigliere del Presidente che sognava una linea meno globalista e interventista. Il consigliere per la Sicurezza Nazionale McMaster, il segretario della Difesa Mattis, il nuovo capo di gabinetto Kelly: i militari di cui si è circondato Trump sono tutti veterani dei conflitti in Iraq e Afghanistan; figure convinte che laddove correttamente applicate, le loro dottrine controinsurrezionali potranno sortire i risultati auspicati e indebolire terrorismo e radicalismo fondamentalista.
E questo ci porta al terzo e ultimo punto: l’Afghanistan come paradigma del tipo di guerra che la superpotenza statunitense è in grado di condurre. Una guerra permanente, a bassa intensità, opaca, infinita. Una guerra/non-guerra, verrebbe quasi voglia di dire. Un’azione che al di là delle promesse roboanti – “li sconfiggeremo facilmente”, ha garantito una volta ancora Trump – sembra mirare a contenere il danno e a schiacciare il più rapidamente le mille, infinite teste che l’Idra del terrorismo globale pare essere in grado di generare senza soluzione di continuità.

Il Giornale di Brescia, 23 agosto 2017

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Monumenti, memorie e conflitti

Il variopinto e spaventevole mondo della destra alternativa (alt-right) statunitense che abbiamo visto in azione a Charlottesville, Virginia, aveva preso a pretesto per la propria dimostrazione la prossima rimozione della statua del famoso generale sudista Robert Lee. Rimozione contro la quale si sono mobilitati neonazisti, membri del Ku Klux Klan e i tanti gruppi razzisti bianchi che popolano la alt-right. Nel mentre, varie municipalità – a partire da quelle di Baltimora e di New Orleans – procedevano a demolire o trasferire monumenti che ricordano, e celebrano, la Confederazione sconfitta nella guerra civile del 1861-1865 e altri erano abbattuti da gruppi spontanei di manifestanti.
Chiunque abbia un minimo di familiarità con gli Stati Uniti, e con il Sud in particolare, sa bene quanto facile sia imbattersi in bandiere della Confederazione, memoriali e targhe che celebrano la causa sudista, statue di eroi confederali (come Lee) o, addirittura, di noti politici segregazionisti. Secondo alcune stime esse supererebbero le 1500 in totale.
Che cosa ci dice questo scontro sui simboli di una memoria che non solo rimane divisa, ma continua ad alimentare fratture e tensioni? In che modo si lega all’attuale clima politico?
Proviamo ad andare con ordine, partendo dal cuore della questione: la natura pienamente politica – e quindi inevitabilmente controversa – dei monumenti in oggetto. La gran parte di essi fu installata non a ridosso della guerra civile, ma in due periodi di molto successivi: negli anni Dieci/Venti e in quelli Cinquanta/Sessanta del Novecento. Ossia in due fasi storiche nelle quali una parte di America bianca cercava di riaffermare anche con la violenza la gerarchia razziale fondativa del paese o di resistere alla grande mobilitazione del movimento per i diritti civili che avrebbe portato, almeno de jure, alla fine della segregazione razziale nel Sud.
La persistenza e diffusione di questi monumenti sembra segnalare due cose. La prima è che la battaglia sulla memoria della Guerra Civile è rimasta aperta e, anzi, in una parte degli Stati Uniti essa sembra aver visto prevalere chi quella guerra la perse. La seconda è che un pezzo di America, certo minoritario ma affatto marginale, a quei simboli continua ad aggrapparsi per trovare conferma dell’idea, normativa ed essenzialista, che gli Usa siano e debbano rimanere un paese bianco e cristiano.
In tempi di contenute tensioni razziali, la situazione sarebbe probabilmente gestibile, come peraltro è stato in un passato nemmeno troppo lontano, quando vi furono vari casi di trasferimento di monumenti lontano da spazi pubblici noti e condivisi o si promosse uno sforzo pedagogico di loro contestualizzazione storica, con lo spostamento in musei o in luoghi appositi. Nel clima sovraccarico di oggi una simile azione diventa assai più complessa se non impossibile. Laddove la razza, la “linea del colore”, torna a rappresentare uno dei catalizzatori primari della contrapposizione politica, la valenza ideologica di questi monumenti – il loro significato originario ultimo – rioccupa il centro della scena. Essi tornano a simboleggiare, cioè, discriminazione e oppressione razziale. Abbatterli o salvarli sembra acquisire quasi una valenza catartica per le due parti, in un paese che col proprio passato ha fatto i conti in modo assai parziale e selettivo e che nel clima violento e polarizzato di oggi vede riaffiorare demoni di una storia ancor viva e lacerante.

Il Giornale di Brescia, 18 agosto 2017

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Razionalità e pericoli

A dispetto delle apparenze, e della retorica binaria e grossolana dispiegata da entrambi, sono due soggetti razionali, fin troppo razionali, quelli che oggi si fronteggiano a Washington e Pyongyang. Ed è proprio la iper-razionalità di Donald Trump e Kim Jong-un a rendere l’attuale crisi così pericolosa.
Tre sono gli obiettivi che entrambe le parti si propongono di raggiungere con le loro minacce e il loro lessico esplosivo. Nel caso di Kim, si tratta in primo luogo di affermare la credibilità del deterrente nucleare di cui la Corea del Nord oggi dispone. Un deterrente, questo, probabilmente più sofisticato e ampio di quanto non si credesse, ma la cui efficacia ultima dipende, appunto, dall’asserita prontezza a farne uso. L’arma nucleare dovrebbe garantire al regime nordcoreano di evitare la sorte subita in tempi recenti da altri avversari degli Usa (il precedente della Libia di Gheddafi o dell’Iraq di Saddam Hussein è spesso evocato). Magnificare il potenziale di cui si dispone ed enfatizzarne la disponibilità a usarlo sono funzionali a rafforzare l’effetto di deterrenza che le armi nucleari offrono. Anche perché – ed è questa la seconda spiegazione dell’atteggiamento di Kim – mettere in sicurezza il regime serve a creare quella cornice entro la quale si può promuovere l’apertura, controllata e pilotata, dell’economia nordocoreana che era stata in parte abbozzata negli anni passati. Il modello cui si guarda, in questo caso, è quello cinese: ossia quello di un sistema autoritario capace di gestire dall’alto una liberalizzazione che ha finito per rafforzarlo e, in una certa misura, rilegittimarlo. Il terzo e ultimo obiettivo è di usare il nemico assoluto e la minaccia esistenziale che questo rappresenterebbe per costruire consenso interno: per rafforzare un dittatore e un sistema la cui forza e tenuta sono forse più deboli di quanto non appaia.
È un obiettivo, questo, che in una qualche misura accomuna Kim Jong-un e Trump. Anche il Presidente statunitense ha un ovvio interesse politico ad alzare la soglia della tensione con l’avversario. Essa costituisce un evidente diversivo rispetto alle pressanti difficoltà con le quali Trump deve fare oggi i conti, a partire dall’inchiesta sulle presunte collusioni con la Russia durante la campagna elettorale. E la minaccia esterna – rappresentata da un paese pronto addirittura a colpire gli Stati Uniti con armi nucleari – gli permette di mobilitare l’opinione pubblica su un tema di politica estera e di sicurezza che è aggregante e rispetto al quale vi è un sostegno ampio e trasversale. Trump è però mosso anche da altri due ordini di considerazioni. Il primo riflette un preciso ragionamento strategico: l’idea che la linea del compromesso e della mediazione non abbia pagato; che solo intensificando le pressioni si possano generare le condizioni per un mutamento di rotta all’interno della Corea del Nord o, quantomeno, la formazione di un ampio fronte internazionale capace di mettere in quarantena il regime di Pyongyang. Il secondo rimanda ancora una volta alla questione della (e alla ossessione per la) credibilità. Quella degli Usa, l’unica vera superpotenza mondiale, che – si asserisce – non può tollerare la provocazione nordcoreana pena la perdita d’influenza su altri teatri e dossier.
La storia delle relazioni internazionali ci ricorda però che logiche razionali non implicano autonomamente comportamenti ragionevoli, a maggior ragione se i leader sono figure volubili e, forse, impreparate come i protagonisti di questa crisi. E il rischio di escalation, nella iper-armata penisola coreana ben più che sul teatro transpacifico, rimane estremamente elevato.

Il Giornale di Brescia, 12 agosto 2016

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