Mario Del Pero

La Russia e la ritrovata unità atlantica

Un’ondata di espulsioni di diplomatici russi in tutti i più importanti paesi della Comunità Atlantica e dell’Unione Europea, Italia inclusa. Addirittura sessanta nei soli Stati Uniti, dove l’amministrazione Trump ha anche deciso di chiudere la rappresentanza consolare di Mosca a Seattle. Le tensioni tra la Russia e quello che un tempo avremmo definito il blocco occidentale raggiungono un nuovo picco. Il fattore scatenante è stato l’avvelenamento dell’ex spia russa Sergei Skripal e della figlia avvenuto nella cittadina britannica di Salisbury il 4 marzo scorso. Ma quell’episodio, per quanto drammatico ed estremo, ha rappresentato il picco di un’escalation che durava da tempo.
Che obiettivi si pongono Europa, Canada e Stati Uniti con questa eclatante azione? Cosa è intervenuto per mettere la sordina a quelle voci più caute che, negli Usa e ancor più in molti paesi europei (a partire dalla Francia), invitavano alla moderazione e al dialogo?
Tre ipotesi possono essere avanzate. La prima, la più banale, è che l’intelligence raccolta sul caso Skripal, e condivisa tra i membri dell’Alleanza Atlantica, non lasci adito a dubbi sulla responsabilità ultime del Cremlino. Se così fosse si tratterebbe di un atto straordinario per spregiudicatezza e protervia. Un attacco condotto sul suolo britannico utilizzando armi chimiche che non solo ha lasciato in fin da vita l’ex spia e la figlia, ma seriamente avvelenato un poliziotto locale non può essere lasciato impunito. Anche perché costituisce un pericolosissimo precedente cui altri potrebbero seguire.
E questo ci porta alla seconda, possibile spiegazione. La cui valenza è politica e simbolica. È un messaggio forte, fortissimo, quello che quest’asse transatlantico invia a Vladimir Putin. Un messaggio di unità e compattezza ritrovate, dopo che sul dossier russo molte erano state le divisioni dentro l’Europa e tra quest’ultima e gli Stati Uniti. E un messaggio che si estende alla più generale disinvoltura dell’azione internazionale di Mosca. Dalle ingerenze nella campagna elettorale statunitense al sostegno a forze politiche anti-EU in Europa alle azioni unilaterali in Siria, la Russia è parsa voler destabilizzare un quadro di suo già molto fragile e volatile. Queste espulsioni, che nel caso degli Usa seguono di pochi giorni una nuova serie di sanzioni economiche contro soggetti russi, paiono insomma costituire un monito, l’ennesimo, inviato a Putin e al suo entourage.
Terzo e ultimo: gli Stati Uniti. Che rimangono il soggetto egemone dentro la Comunità Atlantica. E dove l’iniziale progetto di Trump di abbandonare l’ostracismo anti-russo è stato ormai riposto nel cassetto. Osteggiata da gran parte dell’establishment di politica estera e invisa a un’ampia maggioranza dei membri repubblicani del Congresso, questa svolta geopolitica è morta sul nascere, affondata tanto dalle sue contraddizioni strategiche quanto dall’inchiesta sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016 e le possibili collusioni con la campagna di Trump. Oggi che con le nomine di John Bolton a Consigliere per la Sicurezza Nazionale e di Mike Pompeo a Segretario di Stato i falchi neoconservatori tornano a occupare posizioni centrali nell’amministrazione, la linea della distensione con Mosca appare definitivamente morta.
I rischi sono molti. Su tutti quello di sortire un effetto opposto a quello auspicato, rafforzando ancora di più Putin e alimentando una rappresentazione vittimista, quella di una Russia ingiustamente accerchiata e minacciata, che il Presidente russo da tempo cavalca e sfrutta. Ma forse non vi erano alternative e, laddove le responsabilità del Cremlino rispetto alla vicenda di Salisbury fossero confermate, il bicchiere ormai davvero colmo.

Il Giornale di Brescia, 27 marzo 2018

La fine del “Dialogo” sino-statunitense?

L’annuncio dell’intenzione di Trump d’interrompere il “Dialogo economico onnicomprensivo sino-statunitense” non giunge del tutto inatteso. Creato al termine dell’amministrazione Bush, e poi potenziato con Obama, questo forum bilaterale di confronto e discussione su questioni tanto strategiche quanto economiche ha visto gradualmente venir meno la ragione, precipuamente simbolica e politica, che ne aveva determinato in prima istanza la creazione. Esso serviva tanto a Washington quanto a Pechino per rimarcare l’oggettiva convergenza d’interessi tra i due paesi e la reciproca volontà di gestire in modo cooperativo e consensuale i tanti dossier che legano Cina e Stati Uniti. Era, in altre parole, un modo per istituzionalizzare l’interdipendenza sino-statunitense: una sorta di formalizzazione di quel G-2 che costituisce il cuore delle relazioni internazionali contemporanee. Gli Usa comunicavano la loro volontà d’integrare la Cina nell’ordine internazionale liberale a leadership statunitense, riconoscendone lo status di grande potenza e i diritti che ne derivano. La Cina esprimeva la sua intenzione di divenire partner responsabile di tale ordine, accettando gli obblighi e le responsabilità che ne conseguono.
Oggi Cina e, soprattutto, Stati Uniti altro, ben altro, vogliono affermare. E in quella miscela, complessa e potenzialmente assai pericolosa, di collaborazione e antagonismo che contraddistingue il rapporto tra Washington e Pechino è la seconda dimensione, quella competitiva, che sembra qualificare la narrazione dominante di tale rapporto, in particolare negli Stati Uniti.
Perché proprio oggi e cosa può scaturire da questa decisione statunitense?
Due risposte possono essere offerte a ognuna di queste domande. Trump agisce ora, e cerca di massimizzare il valore politico di questa scelta, perché si trova in chiara difficoltà. Alzare la soglia della contrapposizione con la Cina serve per rafforzare l’immagine di un Presidente decisionista, capace di liberarsi finalmente di quei vincoli che gli hanno finora impedito di dare corso alla svolta unilateralista e protezionista promessa in campagna elettorale e ancora lontana dall’essere realizzata. Tra questa decisione, il rimpasto permanente dentro l’amministrazione e i dazi recentemente imposti su alluminio e acciaio vi è un legame strettissimo. Con le elezioni di medio-termine alle porte, l’inchiesta del procuratore Mueller sulle ingerenze russe nella campagna del 2016 che si avvicina pericolosamente alla famiglia Trump e ai suoi affari opachi, e la forte inquietudine di una rappresentanza repubblicana al Congresso che ha ottenuto ciò stava più a cuore ad essa e ai suoi finanziatori (i tagli alle tasse), Trump prova a rilanciare per non trovarsi in un angolo. Lo fa su un tema, la Cina e le sue spregiudicate pratiche economiche, rispetto al quale esiste negli Usa un fronte critico ampio e politicamente trasversale. E questo ci porta alla seconda spiegazione, che si lega al convincimento che Pechino abbia beneficiato di un trattamento preferenziale non più giustificato. Che la crescita della potenza, economica e militare, cinese imponga oggi di non chiudere più gli occhi su brevetti non rispettati, un mercato interno che discrimina produttori stranieri, e una politica di sussidi e sostegno pubblico che viola le regole della concorrenza. Dentro, appunto, una rappresentazione che enfatizza la natura antagonistica della relazione tra Cina e Stati Uniti, questi elementi oggettivi e non contestabili non solo non possono essere più occultati, ma finiscono per diventare centrali se non dominanti.
Le conseguenze sono però fortemente destabilizzanti. Molteplici variabili concorrono a determinare l’inestricabile mutua dipendenza tra le due grandi potenze dell’ordine mondiale corrente. Lo si è visto bene nella crisi del 2008 e in quel che ne è seguito, quando sono state le politiche espansive cinesi e statunitensi a trascinare il mondo fuori dalle secche della recessione globale. Scorciatoie unilaterali come quelle rozzamente proposte da Trump non esistono, almeno che non si voglia scatenare una spirale pericolosissima.
È probabile, però, che quella spirale non la voglia nemmeno Trump. Che la simbologia, di questo come di altri atti, sia più importante dei contenuti e il buon senso in ultimo prevalga. Anche perché proprio sugli squilibri che il Presidente denuncia, a partire dal monumentale deficit statunitense nella bilancia commerciale bilaterale, si fondano alcuni dei pilastri fondamentali del modello di società costruito negli Usa nell’ultimo quarantennio. Su tutti, quei consumi individuali e familiari che hanno rappresentato, e continuano a rappresentare, un ammortizzatore sociale cruciale in un paese a welfare debole e fortemente privatistico. E senza la Cina, e i suoi prodotti – è importante ricordarlo – quegli Usa “impero dei consumi”, come ebbe a definirli il grande storico Charles Maier, non potrebbero (e non sarebbero mai potuti ) esistere.

Il Mattino, 19 marzo 2018

Verso Mid-Term

C’è un legame tra il brusco allontanamento del segretario di Stato, Rex Tillerson, e l’esito dell’elezione suppletiva per un seggio della Camera tenutasi in Pennsylvania e conclusasi con la sorprendente vittoria del candidato democratico, Conor Lamb. Ed è rappresentato dal fatto che entrambi evidenziano la palpabile debolezza di Trump e del partito repubblicano. Una debolezza tanto acuta quanto rilevante in prospettiva del voto del novembre prossimo, con il quale si rinnoverà l’intera camera dei deputati e poco più di un terzo del Senato.
Trump procede all’ennesima sostituzione di un importante membro del gabinetto, in un tourbillon di scandali, licenziamenti e dimissioni che non ha precedenti nella storia recente. Rimpiazzando Tillerson con il direttore della Cia, Mike Pompeo, Trump cerca di sfoggiare fermezza e decisionismo, rimovendo un segretario di Stato con il quale era da tempo in rotta di collisione. In realtà, quel che emerge è la disfunzionalità estrema di un’amministrazione che in poco più di un anno ha cambiato capo di gabinetto, Consigliere per la sicurezza nazionale e, appunto, Segretario di Stato, che non ha ancora nominato centinaia di funzionari governativi (con uno scarto del 30/40% rispetto a Obama a Bush Jr.). E che si appresta al vertice con la Corea del Nord senza aver ancora designato un ambasciatore a Seul o un responsabile di primo livello per le questioni coreane al dipartimento di Stato.
A questo caos nell’amministrazione fa da controcanto l’evidente difficoltà in cui versano i repubblicani, pesantemente danneggiati dall’immagine di un Presidente inviso a un’ampia maggioranza degli americani. Un Presidente, soprattutto, che con la sua volgarità, la sua ostentata impreparazione e i suoi imbarazzanti tweet notturni finisce per galvanizzare l’elettorato democratico, come evidenziato anche dal numero record di candidature femminili per le elezioni federali e statali dell’autunno prossimo. Numeri, questi, particolarmente significativi, in considerazione del fatto che il voto delle donne è maggioritario nel paese e fu già decisivo nelle vittorie di Obama del 2008 e 2012.
Il successo di un candidato democratico nel collegio sud-occidentale della Pennsylvania in cui si è votato ieri è di suo assai rilevante. In quel collegio, Trump vinse con uno scarto di venti punti nel 2016; nella stessa tornata elettorale i democratici rinunciarono a presentare un candidato contro il deputato in carica, Tim Murphy, poi travolto dall’ennesimo scandalo (anti-abortista convinto, si è poi scoperto che aveva costretto ad abortire una donna con la quale aveva una relazione extraconiugale). Il partito repubblicano ha investito ingenti risorse in questa elezione. Nel collegio, dove i bianchi costituiscono il 96% della popolazione complessiva, sono sovra-rappresentati settori industriali – energia e industria estrattiva – che Trump si è sempre impegnato a sostenere e proteggere. Infine, il collegio rappresenta un esempio macroscopico di quella pratica, largamente abusata da tante amministrazioni statali repubblicane, nota come “gerrymandering”: è stato cioè disegnato a tavolino in modo da massimizzare i vantaggi per i repubblicani, al punto tale che le singole strade di alcune cittadine sono state divise e attribuite a collegi distinti. Eppure tutto ciò non è bastato.
I repubblicani, va detto, conservano un vantaggio non marginale: 238 deputati a 193 alla Camera; 51 a 49 al Senato, dove però i democratici devono difendere ben 26 dei 35 seggi in palio in novembre. Il “gerrymandering” e una più inefficiente distribuzione dell’elettorato democratico, che si concentra eccessivamente nelle aree metropolitane, avvantaggiano a loro volta il partito repubblicano. Non è certo, però, che tutto ciò sia sufficiente per compensare il pesantissimo danno elettorale che consegue al trovarsi con un simile inquilino alla Casa Bianca.

Il Giornale di Brescia, 15 marzo 2018

Dazi, guerre commerciali e “vere Americhe”

Dopo un anno in cui la retorica protezionista non sembrava destinata a concretarsi in azione, Trump ha infine deciso che sia giunto il momento di dare corso alle sue promesse elettorali. L’annuncio della prossima imposizione di dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio ha colto molti di sorpresa. Dentro l’amministrazione pare che i più fossero contrari e vi sono state le ennesime dimissioni di un importante membro della squadra di governo, in questo caso il principale consigliere economico del Presidente, Gary Cohn. In uno dei rari momenti di dissenso con Trump, voci critiche si sono levate all’interno dello stesso Partito Repubblicano, con lo speaker della Camera Paul Ryan a lanciare un monito sulle possibili “conseguenze impreviste” della decisione e a chiedere un approccio più mirato e “chirurgico”. Gli alleati di Washington denunciano la violazione delle regole, prospettano ricorsi all’Organizzazione Mondiale del Commercio e, in attesa dei tempi lunghi delle risoluzioni di quest’ultima, affilano le armi, preparando adeguate rappresaglie contro prodotti statunitensi. Una guerra commerciale rischia di avere un effetto maggiore sui prezzi in un paese come gli Usa che ha un passivo così ampio nella sua bilancia commerciale; i riverberi sarebbero inevitabili anche sui tassi d’interesse, con un pesante danno per consumatori e imprenditori statunitensi. Infine, a pagare letteralmente dazio potrebbero essere tanti altri settori dell’economia americana, a partire da quello automobilistico, che sono ben più importanti – in termini di occupati e fatturato – delle due industrie coinvolte (secondo alcune stime, gli occupati nella produzione di acciaio e alluminio negli Usa non superano oggi le 140mila unità; quelli in settori manifatturieri che sarebbero danneggiati dall’aumento dei prezzi dei due prodotti sarebbero invece circa 4milioni).
È probabile che nei mesi a venire si assista a una marcia indietro non dissimile da quella di Bush del 2002-3, quando le tariffe sull’acciaio imposte allora – addirittura del 30% – rimasero in vigore per poco più di un anno. Anzi, una parziale ritirata sembra esservi già stata, con la decisione di non estendere il provvedimento a una serie d’importanti partner commerciali di Washington, quali Canada, Messico e, ora, anche Australia.
Che si tratti, in termini strettamente economici, di una decisione al meglio ineffettuale e demagogica e al peggio pericolosa e controproducente è probabilmente chiaro al Presidente stesso o quanto meno ai suoi più stretti consiglieri. Non è però la dimensione economica quella che conta e che spiega questa scelta, bensì quella strettamente simbolica e quindi politica. Porre alti dazi su prodotti che pesano in realtà per il 2% delle importazioni complessive degli Stati Uniti serve per conferire credibilità e forza a quella narrazione sovranista e nazionalista che rappresenta la cifra distintiva del messaggio trumpiano. Sempre più marginali in termini di occupazione e ricchezza generata, i settori coinvolti rimangono emblematicamente “americani” nell’immaginario di un pezzo di Stati Uniti: nella narrazione ancor oggi egemone presso quell’America bianca, spaventata e arrabbiata dove Trump ha costruito le sue fortune elettorali e dalla quale dipende in fondo il suo futuro politico. I primi sondaggi ci dicono che in quest’America – ad esempio tra gli elettori più conservatori o tra quelli bianchi privi di titolo di studio universitario – il tasso di approvazione della decisione di Trump è significativamente più alto. Ed è a questa America, e solo a questa America, che ancora una volta il Presidente ha scelto di rivolgersi.

Il Giornale di Brescia, 12 marzo 2018

Kim & Trump

Avvisaglie ve ne erano state, dal disgelo olimpico alla visita, qualche giorno fa, di un’importante delegazione sudcoreana a Pyongyang. Pochi potevano però immaginare questo straordinario coup de théâtre diplomatico: l’invito del dittatore nordcoreano Kim Jong-un ad un vertice a due e la pronta e positiva risposta del Presidente statunitense (presa, pare, senza informare in vertici stessi della sua diplomazia). L’annuncio è giunto inatteso, e imprevedibili non possono che esserne gli effetti. Cosa l’ha prodotto e quali possono essere le conseguenze, nelle relazioni tra i due paesi così come nei delicati equilibri dell’Asia-Pacifico?
Le matrici sono ovviamente plurime. In primo luogo, l’escalation cui abbiamo assistito nell’ultimo anno ha prodotto uno stallo simultaneamente immutabile e pericolosissimo. Kim e Trump si sono venuti a trovare in un angolo – in un conflitto totale ma non risolvibile – dal quale entrambi hanno un bisogno disperato di sottrarsi. E l’apertura di un negoziato diretto è probabilmente parsa come l’unica via percorribile. Non ultimo, e questo è un secondo aspetto, in virtù dei due protagonisti. Subordinate a letture che privilegiano spesso i fattori strutturali e le grandi strategie, le analisi delle crisi internazionali tendono a dimenticare quanto centrali possano essere le personalità: il ruolo attivo giocato da statisti e diplomatici. In termini di spregiudicatezza, brutalità e, anche, abilità Kim non ha mancato di sorprendere gli osservatori in questi anni; ed è possibile che la decisione di procedere in modo accelerato nello sviluppo dell’arsenale nucleare, perseguita con fermezza e costi rilevanti, lo abbia rafforzato all’interno, permettendogli di giocare ora questo azzardo. Al quale forse solo un Presidente come Trump poteva rispondere così rapidamente, che per un Barack Obama sarebbe stato politicamente molto più difficile. Un terzo elemento è costituito dal convincimento di entrambe le parti di trovarsi oggi in una condizione di vantaggio. Pyongyang dispone di un potenziale nucleare che gli garantisce una capacità deterrente rispetto a possibili tentazioni statunitensi di cercare una soluzione militare. L’amministrazione Trump è riuscita a determinare un ulteriore isolamento della Corea del Nord, attraverso un regime di sanzioni fattosi estremamente duro e invasivo; al contempo, la campagna contro il regime “canaglia” di Pyongyang lo ha reso ancor più inviso negli Usa, trasformandolo di fatto nel nuovo e totale nemico dell’America oltre che nella principale minaccia alla sua sicurezza (secondo i sondaggi Gallup più recenti, la Corea del Nord ha superato anche l’Iran nel ranking dei paesi meno popolari presso l’opinione pubblica statunitense). Una sicurezza, questa, che può però tornare a essere barattata con aiuti economici e l’impegno a facilitare la parziale integrazione della Corea del Nord nella rete d’interdipendenze commerciali asiatiche. È questa la quarta e ultima matrice che spiega la genesi del vertice. Il nucleare nordcoreano da un lato e le sanzioni internazionali dall’altro hanno acuito ancor più il reciproco bisogno di sicurezza (per gli Usa) e di aiuti allo sviluppo (per la Corea del Nord), riattivando così le variabili dirimenti del processo diplomatico dell’ultimo quarto di secolo.
Che da tutto ciò si possa passare a degli accordi di sostanza è lecito dubitare. Ed è forse Trump, oggi, a rischiare di più, anche in termini politici (un fallimento eclatante non gioverebbe alla sua immagine, già pesantemente danneggiata dall’improvvisazione e il dilettantismo manifestato su tanti altri dossier). La condizione che Washington pone a qualsivoglia accordo – la “denuclearizzazione”– non pare realistica, a maggior ragione quando quel nucleare sembra dimostrare tutto il suo peso diplomatico, portando il Presidente statunitense al tavolo dei negoziati ed evidenziando così il nuovo status di grande potenza regionale della Corea del Nord. Ovvero, quella condizione – la rinuncia di Pyongyang al suo arsenale atomico – è vincolata a concessioni non contemplabili da parte statunitense, su tutte il ritiro dei più di 23mila soldati americani dispiegati in Corea del Sud. Un processo è stato però attivato e la sua valenza simbolica non può in alcun modo essere sottostimata. Molti vertici fallimentari della storia recente – si pensi per esempio a quelli di Ginevra e Reikiavik, tra Reagan e Gorbaciov – posero le condizioni per successivi, inimmaginabili sviluppi. E l’auspicio è che dopo i tanti, bizzarri insulti che i due si sono scambiati nell’ultimo anno, ciò valga anche per questo futuro, improbabile summit tra Donald Trump e Kim Jong-un.

Il Mattino, 10 marzo 2018

Parigi o Varsavia? sovranismo ed europeismo nel voto di domani

Tra promesse mirabolanti, scontri di piazza, retorica grossolana e finanche volgare, rosari e bibbie, va terminando una campagna elettorale tra le meno nobili della storia repubblicana. Lo scarto tra l’importanza della posta in palio e la qualità del confronto politico è macroscopico e sotto gli occhi di tutti. Si è assistito in queste settimane a una corsa al ribasso cui pochi si sono sottratti, con l’eccezione di alcuni membri del governo, a partire dal suo dignitosissimo Presidente.
Ma importanti queste elezioni lo sono davvero, anche, se non soprattutto, laddove misurate sul terreno della politica internazionale: per i loro possibili riverberi europei e mondiali; e per le scelte di politica estera che il prossimo esecutivo sarà chiamato a compiere, a partire dalla questione vitale della gestione dei flussi migratori.
Rispetto al contesto, tre aspetti vanno sottolineati. Il primo è che quella che si sta giocando oggi in Italia è un’altra tappa di una partita in corso da anni tra chi rivendica improbabili recuperi della sovranità nazionale e chi, talora con eccessivi entusiasmi, ha abbracciato processi d’integrazione globale rivelatisi in ultimo ingestibili oltre che indigesti a una parte non marginale degli elettorati nazionali. Questo scontro tra i limiti palpabili del globalismo contemporaneo e il velleitarismo spesso violento del sovranismo predata le elezioni italiane e continuerà, ovviamente, anche dopo il voto di domenica. Ma la partita italiana è importante perché potrebbe confermare quel rilancio di parole d’ordine integrazioniste avvenuto con le elezioni francesi e, anche, tedesche oppure (e più probabilmente) dare nuovo fiato alle posizioni che prevalsero con la Brexit e l’elezione di Trump.
E questo ci porta al secondo punto, l’Europa. In questo ciclo elettorale le forze europeiste si sono trovate sulla difensiva come forse mai prima d’oggi. La disaffezione verso l’Unione Europea ha matrici plurime e, per alcuni aspetti, pure comprensibili. L’Italia si è fatta negli anni sempre meno eurofila, come ci mostra bene un recente sondaggio del Pew Research Centre secondo il quale la percentuale d’italiani favorevoli a un’uscita dalla UE, per quanto minoritaria, è comunque, assai più alta che negli altri principali paesi: il 35% contro il 22% della Francia, il 13% della Spagna e addirittura l’11% della Germania. Come sanno bene Macron e Merkel, qualsiasi rilancio e riforma della UE passano attraverso un coinvolgimento dell’Italia che ora appare meno certo.
Terzo e ultimo: l’economia. Con il nono PIL al mondo, un sostanzioso attivo nella sua bilancia delle partite correnti (cui contribuisce uno straordinario dinamismo imprenditoriale, ahimè circoscritto ad alcuni settori e regioni) e i suoi conti pubblici disastrati, l’Italia è attore importante, finanche cruciale, nella rete d’interdipendenze economiche dell’ordine mondiale corrente. Non è la Grecia, in altre parole. Irrealistiche e pericolose svolte protezionistiche o una nuova fase d’instabilità politica rischiano di alimentare turbolenze di equilibri economici globali ancora fragili e incerti. L’Italia ha beneficiato anch’essa di una ripresa mondiale cui ha contribuito un utilizzo espansivo della leva monetaria – con i bassi tassi e il quantitative easing della BCE – ora giunta al suo termine naturale. Priva di questo sostegno esterno, magari in una nuova fase di contrazione economica globale, senza governo o preda di politiche demagogiche, l’Italia rischia davvero di crollare e di trascinare con sé un ordine che – per buona pace dei sovranisti – rimane profondamente integrato e interdipendente.

Il Giornale di Brescia, 3.3.2018

Essendo necessaria, per la sicurezza di uno Stato libero, una Milizia ben organizzata

“L’unica cosa che può fermare un uomo malvagio con una pistola è un uomo buono con la pistola”. No, non è Clinton Eastwood in un qualche vecchio film di Sergio Leone a parlare, ma l’allora vice-presidente della National Rifle Association (NRA), la potente lobby statunitense delle armi, che nel dicembre del 2012 rispose così alle polemiche seguite all’ennesima strage in una scuola americana, quella di Sandy Hook in Connecticut, quando furono uccisi sei adulti e venti bambini dell’età di 6 e 7 anni.
È stato calcolato che tra quel dramma e il massacro avvenuto l’altro ieri a Parkland, nel sud della Florida costato la morte a 17 persone, vi sono stati più di 1500 “mass shooting” (sparatorie contro gruppi di persone, soprattutto in spazi pubblici come quelli scolastici). Le vittime sono state circa 2mila. Nell’ultimo trentennio, di fronte a un significativo calo del numero di omicidi e di reati con armi da fuoco, sono aumentati, e di molto, le stragi come quelle di Sandy Hook e Parkland. Per i giovani tra i 15 e 19 anni, le armi sono la seconda causa di morte dopo gl’incidenti stradali, con un tasso di rischio che è stato calcolato essere di ottanta volte superiore a quello degli altri paesi più ricchi.
È una vera e propria emergenza sociale, questa, alla quale non si risponde con misure tanto banali quanto concrete, ma, appunto, proponendo di armare le “persone buone” – addirittura bidelli e insegnanti nelle scuole – per permetter loro di reagire al fuoco di quelle “malvagie”. Dopo la strage di Sandy Hook, Obama e il suo vice Biden cercarono di far approvare dal Congresso una serie di provvedimenti di elementare buon senso: limiti sulla vendita di armi d’assalto e sulla capacità dei caricatori; controlli retroattivi; monitoraggio più severo degli scambi tra privati, soprattutto alle fiere, dove verifiche e tracciabilità sono spesso eluse. Non servì a nulla e il pacchetto fu affondato dal voto compatto dei repubblicani a cui si aggiunse quello di molti democratici. Eppure, sarebbero bastate alcune di queste misure per rendere meno tragico un atto di follia – quello compiuto a Parkland da un 19enne mentalmente instabile – trasformato in strage grazie alla possibilità di usare armi semi-automatiche (un fucile A-15).
Come si spiega tutto ciò? Perché è così difficile fare scelte in fondo tanto semplici? Per quale ragione l’ampio sostegno popolare, indicato dai sondaggi, ai provvedimenti proposti a suo tempo da Obama non si traduce in azione politica e legislativa?
Il combinato disposto d’ideologia e interessi ci offre una prima, essenziale risposta. Il secondo emendamento costituzionale del 1791 è spesso invocato per giustificare l’attuale stato di cose. Solo negli Usa, si afferma, il diritto di portare armi è costituzionalmente sancito. È una lettura testuale e grottescamente a-storica, questa, che però è divenuta ideologicamente egemone. Basta leggerlo, quell’emendamento, per comprenderlo: il diritto si lega a una precisa condizione storica e alla necessità, per un paese giovane, militarmente debole e dalla sicurezza fragile di potersi mobilitare rapidamente, armando il suo popolo (“Essendo necessaria, per la sicurezza di uno Stato libero, una Milizia ben organizzata”, recita l’emendamento, “non sarà violato il diritto del popolo di tenere e portare armi”). Che abbia prevalso una lettura sì dogmatica ci dice molto della forza degli interessi e delle lobby di possessori e produttori di armi da fuoco. Che sono divenuti dagli anni Settanta in poi uno dei più potenti e spregiudicati gruppi di pressione del paese. Capaci di controllare un pezzo di Congresso e il Partito Repubblicano nella sua interezza. E capaci di far credere che in questa America solo i “buoni” con le pistole possano in fondo contrapporsi ai tanti “malvagi” che la popolano.

Il Giornale di Brescia, 16.2.2018

Il paese dei fenomeni

Un paese di fenomeni, soprattutto declinato al femminile, pare essere diventata l’Italia in campagna elettorale. Campagna giovanilista come non mai, questa. Dove si fa a gara a chi presenta il volto più fresco, internazionale e, anche, telegenico. Il messaggio appare netto: c’è un’Italia di giovani brillanti, capaci e cosmopoliti il cui momento è infine giunto. Che chiede che i suoi meriti e le sue capacità siano finalmente riconosciuti e premiati. A cui si deve fare spazio. E così sulle pagine del più importante quotidiano nazionale, scopriamo che una 28enne plurilaureata e poliglotta, “strappata” addirittura alla cancelliera Merkel si candida con i 5 Stelle; o che una 17enne liceale veneta è stata insignita, “prima italiana”, di un prestigioso riconoscimento nientepopodimeno che dall’università di Harvard.
Se ci guardiamo dentro, a queste storie, scopriamo però che sono molto più normali e convenzionali di quanto non si voglia fare credere. La giovane pentastellata, Alessia D’Alessandro, ha studiato Economia e Politiche Pubbliche in piccole università private in lingua inglese a Brema e Berlino (atenei che non appaiono tra le migliaia classificati nei vari ranking mondiali di cui oggi disponiamo), trascorrendo un periodo in scambio a SciencesPo, Parigi (la mia università) e lavorando infine per qualche mese come assistente presso un’associazione d’imprenditori legata alla CDU, il partito della Merkel. La 17enne Chiara Bargellesi, “trionfatrice” alla simulazione ONU di Harvard oltre che studentessa in scambio in un liceo della Virginia, sta facendo quello che decine di migliaia di ragazzi e ragazze italiani fanno da tempo: partecipare, e ben figurare, a questi eventi che si svolgono ormai ovunque e trascorrere un anno di liceo all’estero.
Intendiamoci, sono storie ammirevoli e non banali, quelle di Alessia e Chiara. Lasciare casa così giovani, venire catapultate in realtà lontane e diverse, imparare le lingue: tutto ciò richiede fatica, tenacia, ambizione e capacità d’adattamento. Ma sono, nel mondo d’oggi, storie normali, appunto. Non eccezionali.
E allora perché le si trasforma in tali? Perché quest’ansia di eccezionalità? Questa brama di fenomeni da sbattere in prima pagina?
Due elementi, strettamente intrecciati, sembrano agire. Da un lato vi è la degenerazione di una retorica, giovanilista e del merito – cavalcata da tanti, a partire da Matteo Renzi – che sembra essere davvero sfuggita di mano, generando cortocircuiti visibili e quasi imbarazzanti. Una legittima reazione a un paese, e a una politica, bloccati oltre che a forme macroscopiche di discriminazione generazionale nel mondo del lavoro paiono aver prodotto una sorta di contro-mostro, in virtù del quale l’anagrafe diventa ora titolo discriminante. Essere giovani è valore in sé: garanzia di merito a prescindere. Poco importa che un elemento cruciale di qualsiasi professionalità, inclusa quella politica, dovrebbe essere l’esperienza. Un’esperienza che si forma nel tempo, nel lavoro, nello studio e, anche, negli errori. Che raramente a 28 anni si è – anzi, si può essere – “consiglieri economici” di una delle principali leader mondiali come Angela Merkel.
Dall’altro pare agire quella fascinazione, molto italiana, per la figura eccezionale e unica. La normalità – la banalità del buon agire quotidiano – non sembra fare per noi. Anzi, di fronte alle difficoltà del paese, a quella che in taluni casi è la loro strutturale eccezionalità, si va alla caccia di figure salvifiche e taumaturgiche. Che non sono, e non possono, essere di questo mondo, ovvio. Ma che in fondo non è mai difficile inventare.

Il Giornale di Brescia, 5.2.2018

Un anno con Trump

Tempo di bilanci, questo, dopo un anno di Trump alla Casa Bianca. Un anno vissuto pericolosamente e spesso sull’ottovolante, ma al termine del quale il Presidente è ancora al timone del paese, forse più forte di quanto non apparisse solo poche settimane fa. Proviamo, allora, a fare un bilancio sintetico di questi dodici mesi, individuando tre successi e tre fallimenti dell’amministrazione Trump, e offrendo alcune considerazioni critiche sul suo operato.
Un primo successo è dato dall’economia. I numeri parlano chiaro. La crescita del PIL è stata del 2.5% annuo nel 2017, con picchi superiori al 3% nel secondo e terzo quadrimestre. La disoccupazione si colloca attorno al 4%. L’indice Dow Jones della borsa di Wall Street ha fatto segnare un +30%. I tassi di fiducia dei consumatori sono ai livelli più alti da quasi vent’anni a questa parte. Sono risultati in parte indipendenti dall’azione di governo di Trump, su tutti quella riforma fiscale i cui effetti debbono ancora entrare a regime, e che riflettono sia le politiche promosse da Obama sia una sostenuta ripresa globale della quale beneficiano anche gli Usa. Ma sono risultati sui quali Trump può capitalizzare politicamente e che smentiscono le tante previsioni catastrofiste che ne avevano accompagnato l’elezione e il successivo insediamento.
Un secondo successo, tutto politico, è rappresentato dai tassi di consenso di cui il Presidente gode presso l’elettorato repubblicano e, soprattutto, la sua parte più conservatrice e militante. Da più parti si enfatizza la radicale impopolarità di Trump, misurata da sondaggi Gallup che lo qualificano – per distacco – come il presidente meno apprezzato dal 1945 a oggi. In un contesto polarizzato come quello attuale, questo dato è però assai meno rilevante che in passato. Le sorti politiche di Trump dipendono infatti primariamente dal controllo della sua base elettorale di riferimento. Un controllo, questo, che rimane saldo e che previene possibili insorgenze anti-trumpiane tra i repubblicani.
Terzo e ultimo successo: l’efficace, e spregiudicato, utilizzo della leva amministrativa per promuovere un’azione di deregolamentazione finalizzata a smantellare i tanti provvedimenti introdotti (anche essi per via amministrativa) da Obama in alcuni settori nodali, ambiente e finanza su tutti.
L’utilizzo, e talora l’abuso, dello strumento amministrativo ci indica un primo, eclatante fallimento di Trump e dei repubblicani. A dispetto del controllo di Presidenza e Camere, questo primo anno è stato caratterizzato da un bassissimo tasso di produttività legislativa e da alcuni clamorosi fiaschi, su tutti il tentativo di cancellare la riforma della sanità di Obama, che di fronte all’assalto repubblicano è divenuta anzi più popolare tra l’opinione pubblica.
Un secondo fallimento riguarda la politica estera, dove la promessa svolta centrata sulla costruzione di un rapporto privilegiato con la Russia di Putin non si è realizzata, vittima della sua incoerenza strategica, dell’ampia opposizione a Mosca presente nel partito repubblicano e in molti apparati statuali e, anche, dell’indagine sulle presunte ingerenze russe nella campagna presidenziale del 2016.
Terzo e ultimo fallimento: l’incapacità di Trump di farsi almeno un po’ più presidenziale, sottraendosi a quell’imbarbarimento del discorso pubblico che tanto aveva contributo alle sue fortune politiche. Dentro i miasmi violenti, rozzi e non di rado razzisti dello scontro politico odierno Trump continua in realtà a trovare il suo habitat naturale, finendo così per utilizzare il pulpito presidenziale non per contrastarli, ma per alimentarli e finanche legittimarli.

Il Giornale di Brescia, 24 gennaio 2018

Razzismo, “Shitholes” e degrado della politica

“Shithole”, letteralmente “cessi” o, meglio, “posti di merda”. Così Donald Trump ha apostrofato, durante un incontro con alcuni senatori, paesi come Haiti o la Nigeria (“perché, ha continuato il Presidente, “i nostri immigrati vengono da questi paesi e non invece dalla Norvegia?”). Un commento volgare, insensibile e, sì, squallidamente razzista. Che gli è valso pure la pesante denuncia dell’agenzia per i diritti umani delle Nazioni Unite. Poco importa se Trump creda a quel che dice – in fondo tutta la sua vita è contraddistinta da cambi di opinione repentini e radicali – o se questa aggressiva grossolanità razzista sia strategica: a uso e consumo, cioè, di quell’elettorato repubblicano più becero e retrivo che ancor oggi lo appoggia con entusiasmo e dal cui sostegno egli dipende. E poco importa, anche, se quest’ultimo episodio confermi la fragilità psichica e l’inconsistenza intellettuale di Trump denunciate nel recente libro sul suo primo anno di presidenza del giornalista Michael Wolff. Che Trump non stia proprio bene lo rivelano in fondo i suoi frequenti tweet delle tre del mattino, nei quali prende in giro di volta in volta l’ex modella ingrassata e fuori forma o l’avversario politico “fallito” e “perdente”.
La domanda da porsi è invece come questo sia possibile: come una figura simile possa essere giunta alla Casa Bianca, in un’America dove più che altrove il linguaggio si è fatto negli anni attento, se non addirittura asettico, in nome di un politicamente corretto particolarmente sensibile proprio alle questioni razziali.
Tre sono le risposte possibili, tra loro strettamente intrecciate. La prima riguarda un imbarbarimento e un degrado del discorso pubblico che Trump oggi certo alimenta, ma del quale è per molti aspetti il prodotto ben più che la causa. Incidono le forme nuove di una comunicazione che, quando applicate all’opaca complessità della politica, producono e legittimano messaggi urlati e binari, che trivializzano realtà complesse e difficili. Pesano il discredito e la delegittimazione di élites politiche di loro non prive di responsabilità, ma che oggi sono il bersaglio facile e privilegiato del clima anti-intellettuale in cui viviamo. Ma opera – ed è questo il secondo fattore sul quale soffermarsi – anche la polarizzazione che contraddistingue le democrazie più avanzate: società divise e fratturate, queste, dove i meccanismi di mobilitazione di una parte passano attraverso la delegittimazione di un avversario trasformato automaticamente in nemico assoluto e quindi illegittimo. Il circolo vizioso è qui tanto perverso quanto, soprattutto negli Usa, visibile. Democrazie efficienti abbisognano di quella moderazione e di quei compromessi che in un contesto polarizzato diventano difficili se non impossibili; la conseguente, e frequente, improduttività dell’azione politica catalizza a sua volta un’ulteriore delegittimazione dei soggetti tradizionali che la svolgono, facilitando così l’ascesa di demagoghi radicali come Trump. In un simile contesto, con elettorati quasi militarizzati contro nemici assoluti, percepiti come veri e propri pericoli per la democrazia e la propria stessa libertà, prevalgono logiche d’identificazione e di appartenenza strettamente identitarie. Negli Stati Uniti – terzo e ultimo aspetto – la razza continua a costituire un fattore determinante nel definire lealtà partitiche e scelte elettorali. Ce lo mostrano bene i dati dell’ultimo ciclo elettorale, quando Trump vinse con più di venti punti di scarto tra l’elettorato bianco (il 70% di quello complessivo). La frattura razziale – quella “linea del colore” che da sempre segna e condiziona la storia americana – è tornata a farsi forte e profonda negli anni in cui Barack Obama è stato presidente. Anni, questi, durante i quali un pezzo minoritario ma affatto marginale del paese dimostrò di non voler accettare l’idea che un nero potesse risiedere alla Casa Bianca, furono lanciate campagne indecenti (anche da Trump stesso) atte a dimostrare che Obama non fosse nato negli Usa e per opportunismo, viltà e debolezza il partito repubblicano fece un patto col diavolo con un razzismo che avrebbe infine facilitato l’ascesa e il successo di un presidente incontrollabile, e impresentabile, come Donald Trump.

Il Mattino, 14 gennaio 2018