Mario Del Pero

Una sconfitta politica

Una pessima
giornata, questo venerdì 2 ottobre 2009, per Barack Obama. Alcune stime recenti
sull’andamento dell’economia statunitense avevano indotto all’ottimismo. I
pesanti dati di ieri sull’occupazione riportano tutti con i piedi per terra e
mostrano come la strada per uscire dalla crisi sia ancora lunga e tortuosa. A
pesare ancor di più è però l’eclatante sconfitta subita a Copenhagen, dove la
candidatura di Chicago, la città d’adozione di Obama, a ospitare le Olimpiadi
del 2016 è stata bocciata senza appello.

Obama aveva deciso
di spendersi in prima persona, volando a Copenhagen nella speranza di
convincere i delegati del Comitato Olimpico Internazionale a scegliere Chicago.
Una decisione controversa, questa, criticata dai conservatori statunitensi e
che è servita a poco. Nei giorni a venire le polemiche non mancheranno e
contribuiranno in piccola misura a erodere ulteriormente il capitale politico
di cui dispone il Presidente.

Assieme
all’economia è la politica estera l’altro ambito nodale grazie al quale Obama
ha costruito le proprie fortune elettorali. Quella stessa politica estera che
in questi dieci mesi di Presidenza ha posto l’amministrazione statunitense di
fronte a problemi immensi e dilemmi frustranti. Quanto avvenuto a Copenhagen
può essere in una certa misura letto come una metafora delle tante difficoltà
che gli Usa (e ovviamente Obama) si trovano ad affrontare oggi. A dispetto
della retorica, le Olimpiadi sono infatti un fenomeno tutto politico: negli
intricati e torbidi negoziati che portano alla scelte della sede; nella
gestione e promozione dell’evento; nello stesso momento sportivo, dove i
successi dei propri atleti sono quasi sempre sfruttati come strumenti per la
costruzione del consenso da qualsiasi governo, autoritario o democratico esso
sia. La storia ci offre al riguardo molteplici esempi. Ad essi si aggiunge oggi
la sconfitta di Obama. Che è, appunto, una sconfitta politica. E che è una
sconfitta di politica estera, non priva di rilevanti significati simbolici.

Nel suo intervento
a Copenhagen, Obama si era affidato a elementi ormai classici del suo
armamentario retorico. La candidatura di Chicago è stata così presentata come
ulteriore esempio di un’America che vuole stare pienamente in un mondo dal
quale pretese, almeno ideologicamente, di potersi separare negli anni di Bush. Ed
è stata presentata come esempio di un’America che torna a farsi mondo, grazie
alla sua diversità, al suo pluralismo e, anche, all’universalità dei suoi
ideali e de suoi valori. “Quest’incontro potrebbe tenersi a Chicago”, ha
affermato con il consueto charme Obama, perché la realtà multietnica e
cosmopolita della città (e, con essa, dell’America) la rende appunto “simile al
mondo”. Una città, quella dell’Illinois, dove un cittadino globale come il
Presidente non poteva che trovarsi a suo agio, come ha ricordato Obama
nell’ennesimo tentativo di sovrapporre la propria biografia a quella della
nazione che guida e, con essa, del mondo che gli Usa rappresenterebbero. “In
quelle strade di Chicago” – ha affermato Obama – “ho lavorato fianco a fianco
con uomini e donne bianchi e neri, asiatici e ispanici, di ogni classe,
nazionalità e religione”. Un’America, quella incarnata da Chicago, che proprio
come il suo Presidente vuole stare nel mondo ed ambisce ad essere il mondo.

Il problema, una
volta ancora, è che questo mondo ha sorriso, applaudito e infine girato la
testa dall’altra parte. Come fanno quotidianamente leader israeliani e
palestinesi, afghani e pakistani, per tacere degli alleati europei.

Sarà pure il
retaggio di Bush, l’ipocrisia di molti che delle difficoltà statunitensi non
mancano di godere, il riaffiorare di mai sopiti pregiudizi anti-statunitensi.
Ma Obama davvero poco potrà realizzare se non riuscirà a tradurre in effettiva
capacità di pressione politica l’ampio consenso e la simpatia di cui, stando ai
sondaggi, ancora gode in gran parte del mondo. Senza dimenticare che sul piano
interno, si rafforzano e affilano le armi quelli che di questo mondo continuano
a desiderare di non far parte.

 

Il Mattino, 3 ottobre 2009

Il discorso di Obama e la riforma del sistema sanitario

Come già in passato, Obama ha deciso di affrontare un momento politico particolarmente difficile parlando alla Nazione. Perché di questo si è trattato. Non di un discorso a un Congresso riottoso, diviso e indisciplinato, i cui membri difficilmente cambieranno idea nelle settimane a venire. Ma un appello all’opinione pubblica e a coloro che pur non condividendo gli eccessi repubblicani di queste settimane, o addirittura votando democratico, guardano con perplessità alle proposte di riforma del sistema sanitario.
Come è possibile che sia così? Come si può essere scettici o perplessi verso una riforma di un sistema sanitario iniquo, inefficiente e straordinariamente costoso come quello americano? Un sistema che brucia il 16% del PIL, assorbe risorse ingenti delle imprese rendendole meno competitive, lascia quasi 50 milioni di americani privi di copertura alcuna e altre decine di milioni con un servizio talora scandalosamente parziale?
La risposta più comune che si sente in questi giorni è che le proposte in discussione vadano contro alcuni fondamentali principi statunitensi. Che esse assegnino al pubblico un ruolo e una presenza inaccettabili per gran parte degli americani. Che siano espressione di una filosofia “statalista” incompatibile con l’America: con la sua storia, i suoi principi e i suoi valori.
È però difficile credere che sia questo il vero problema. La mano pubblica è già fortemente presente nella sanità, con programmi fondamentali come Medicare e Medicaid. Le proposte in discussione sono moderate e assai lontane dal prospettare la creazione di sistemi pubblici simili a quelli europei, che una parte della sinistra democratica considera esempi da imitare. Nei mesi passati, la stessa opinione pubblica ha accettato forme ben più pesanti e invasive d’intervento pubblico, che hanno portato, di fatto, un presidente a licenziare l’amministratore delegato di General Motors e a dire quali auto la compagnia avrebbe dovuto produrre.
Il problema, e le conseguenti difficoltà politiche di Obama, risiedono altrove. E stanno nel fatto che una parte d’America è tutto sommato soddisfatta del tipo di copertura medica di cui essa oggi gode, mentre un’altra parte d’America guarda con estrema preoccupazione a un ulteriore aumento della spesa pubblica e alla crescita del deficit che ne conseguirebbe. Si tratta di due pezzi di Stati Uniti elettoralmente rilevanti e politicamente influenti. Forse i più importanti in assoluto. Da un lato abbiamo gli anziani, beneficiari dell’eccellente copertura sanitaria che Medicare garantisce nella quasi totalità dei casi, e quei lavoratori con alte qualifiche e redditi conseguenti che possono permettersi ottime assicurazioni o le ottengono tramite contratti di lavoro particolarmente favorevoli. Dall’altro abbiamo una fetta consistente d’elettorato indipendente, che di Bush aveva detestato anche l’irresponsabilità fiscale e che è spaventata dai costi potenziali della riforma sollecitata da Obama. I repubblicani hanno compreso di poter sfruttare questa situazione per uscire da una condizione di marginalità in cui erano stati relegati negli ultimi mesi. Hanno offerto una giustificazione ideologica a perplessità che spesso ideologiche non sono. Lo hanno fatto con una violenza e una radicalità per certi aspetti sconcertanti, ma che superata la tempesta potrebbero anche finire per nuocere loro.
Non era però a questi repubblicani che Obama si rivolgeva ieri, se non quando denunciava con asprezza le menzogne, il cinismo e l’irresponsabilità di chi spesso guida la mobilitazione contro la riforma. La moderazione del discorso di Obama non era diretta ai membri repubblicani del Congresso, con i quali sarà assai difficile costruire qualsiasi collaborazione bipartisan. Serviva invece a placare le paure di chi è ostile alla riforma perché ne teme le conseguenze, in termini di costi e di peggioramento del servizio di cui una parte d’America – non la totalità, ma una parte rilevante – oggi beneficia. E serviva anche a offrire una sintesi alle varie anime di un partito, quello democratico, indisciplinato e privo di leadership, che in questi mesi non ha offerto un grande spettacolo al Congresso.
Le difficoltà di Obama sono evidenti. Le lobby assicurative sono mobilitate per affondare la riforma. Tra i pezzi d’opinione pubblica che la osteggiano vi sono spesso cittadini attivi politicamente, capaci di essere coinvolti in forme d’azione assai incisiva. Tra i democratici prevalgono non di rado interessi di bottega e la posizione di molti parlamentari è condizionata da considerazioni elettorali, che s’intensificano all’approssimarsi della scadenza elettorale del 2010. Obama ha mostrato ieri di voler svolgere un ruolo attivo e diretto nella contesa. Nella consapevolezza che un fallimento avrebbe delle ripercussioni pesanti per la sua amministrazione, ma addirittura devastanti per il partito democratico.

Il Mattino, 11 Settembre 2009

Il ritorno degli Stati Uniti

Questa è una sintesi dell’intervento che terrò sabato al festival Con-Vivere a Carrara (http://www.con-vivere.it/) e che “Europa” ha pubblicato oggi sulle pagine della Cultura

Libertà e Impero sono termini e categorie che si sono sempre
intrecciate nella storia degli Stati Uniti. Fu per separarsi da un
impero che le colonie nordamericane della Gran Bretagna combatterono
una guerra per l’indipendenza e per una libertà definita in modo nuovo
e per certi aspetti radicale. I nuovi Stati Uniti d’America
procedettero però subito a edificare un altro impero – un impero “della
e per” la libertà, come affermò Thomas Jefferson – per proteggere
questa fragile e contraddittoria libertà, ma anche per consolidarla e,
infine, diffonderla e universalizzarla. La partecipazione degli Usa
alla corsa imperiale di fine ‘800 rappresentò non solo la via per
entrare pienamente nel mondo, partecipando alla “missione” che le
potenze “civilizzate” si erano arrogate, ma anche un modo per difendere
la libertà repubblicana, minacciata da tensioni sociali e politiche
interne e da una crisi economica che non aveva precedenti nella storia
del paese. Nel corso del ‘900, l’inarrestabile ascesa della potenza
statunitense si combinò con l’affermarsi di un discorso anti-imperiale
che avrebbe dominato il dibattito pubblico e politico negli Stati
Uniti. Nondimeno, questo ostentato anti-imperialismo si conciliava solo
in parte con la piena maturazione di una superiorità economica,
culturale e militare destinata a fare degli Stati Uniti una potenza
ancor più imperiale.

Nell’impero
peculiare e non più territoriale che gli Usa avrebbero edificato dopo
la Seconda Guerra Mondiale tornava a manifestarsi il convincimento, più
volte rimodulato nella storia statunitense, che esistesse un legame
strettissimo tra la sicurezza degli Stati Uniti, la protezione della
libertà repubblicana e l’estensione dell’influenza statunitense nel
mondo, nelle varie forme in cui questa poteva essere promossa.
Nel
Ventesimo secolo questo connubio tra espansione e sicurezza/libertà ha
funzionato con successo perché il soggetto imperiale – gli Stati Uniti
– ha mostrato di essere dotato di un’impareggiabile capacità egemonica.
Gli Usa sono risultati talmente magnetici e attraenti (come modello),
talmente superiori (come potenza) e talmente convincenti (come
interlocutore) che gli altri stati hanno infine accettato la
legittimità del loro primato e della loro leadership.
È difficile
trovare nella storia un altro paese capace quanto gli Stati Uniti di
possedere questi attributi e di costruire per il loro tramite
un’egemonia negoziata e consensuale, e pertanto doppiamente efficace e
pervasiva. Il tramite per il quale si è esercitata la leadership
statunitense è stato rappresentato dalla rete d’interdipendenze globali
sviluppatesi nel corso del ‘900 e parzialmente istituzionalizzate con
le norme e le organizzazioni che hanno vieppiù regolamentato le
relazioni internazionali. Della crescente normazione di un ordine
mondiale liberale, gli Usa sono stati indubbi protagonisti. Congruente
con i valori statunitensi e funzionale agli interessi di Washington,
questo processo ha permesso agli Stati Uniti di dispiegare il proprio
primato e d’includervi, con un ruolo di partner minori e
inevitabilmente subordinati, nuovi e vecchi rivali. Ma quest’ordine ha
finito per imporre vincoli e costrizioni agli stessi Usa, che si sono
trovati inclusi in una rete di interdipendenze plurime alle quali anche
l’unica superpotenza rimasta doveva in ultimo soggiacere.
Il
paradosso è evidente. Gli Usa hanno costruito ed ampliato la propria
egemonia per il tramite dell’interdipendenza; questa interdipendenza,
però, ha finito per limitare la sovranità e, in ultimo la libertà
d’azione, degli stessi Stati Uniti. La tensione si è fatta
particolarmente forte nell’ultimo trentennio, in concomitanza con il
ritorno all’interno degli Stati Uniti di un discorso fortemente
nazionalista che fa del ripudio delle organizzazioni internazionali e
del multilateralismo uno dei suoi tratti distintivi. Con doloso
impegno, George W. Bush ha proceduto a delegittimare le fondamenta di
un ordine internazionale che in passato aveva ben servito interessi e
ideali statunitensi. Facendolo, ha eroso l’elemento fondamentale
dell’egemonia statunitense.
Obama offre oggi un messaggio potente,
ecumenico e inclusivo, che mette al centro della scena la stessa
improbabile biografia del presidente: meticcia, sincretica e, per molti
aspetti, globale. Con Obama l’America non solo è tornata nel mondo, ma
è tornata a rappresentarsi come il mondo. Il successo da questo punto
di vista è inequivoco e fino a qualche tempo fa assolutamente
inimmaginabile. Si tratta però di un successo parziale e non
sufficiente, che deve essere consolidato attraverso il ripensamento e
il rafforzamento di un ordine internazionale oggi fragile e in larga
misura delegittimato.
E che passa, in ultimo, dalla capacità di
Obama di tornare a rendere accettabile e, addirittura, invocata una
leadership, quella degli Stati Uniti, che non ha sostituti potenziali,
ma che suscita oggi forti ostilità e resistenze.

Obama e la CIA

Il tema degli abusi commessi
dai servizi d’intelligence statunitensi nella lotta al terrorismo torna al
centro della scena. Obama ha deciso di sottrarre alla CIA le competenze sugli
interrogatori e di nominare un’apposita unità, che sarà coordinata dal
Consiglio di Sicurezza Nazionale e risponderà quindi direttamente alla Casa
Bianca. Pur con molti omissis è stato finalmente pubblicato il rapporto
elaborato dall’ispettore generale della CIA nel 2004, che rivela sia gli abusi
compiuti da alcuni agenti dell’agenzia durante gli interrogatori di sospetti
terroristi sia le divisioni presenti all’interno della CIA sui metodi
utilizzati e sulla loro legalità. Infine, il ministro della Giustizia Eric
Holder ha deciso di nominare un procuratore indipendente per decidere se
incriminare o meno gli agenti coinvolti negli interrogatori.
Obama avrebbe voluto evitare
tutto ciò. Le inchieste, e le inevitabili polemiche che le accompagnano,
rischiano di riaprire antiche ferite e inasprire lo scontro politico, acuendo
la polarizzazione partitica già in atto, proprio quando una qualche forma di
collaborazione bipartisan appare particolarmente necessaria per promuovere
alcune importanti riforme.
Lasciare alle spalle gli
anni di Bush e Cheney non è però possibile. Già irritata per altre concessioni
di Obama e per quello che ritiene essere un insufficiente impegno della Casa
Bianca sulla questione della riforma del sistema sanitario, la sinistra
democratica chiede un’indagine incisiva che vada ad accertare anche le
responsabilità della precedente amministrazione. Le influenti associazioni per
la difesa dei diritti umani e civili chiedono venga fatta luce sulle eventuali
illegalità compiute e beneficiano di un nuovo clima politico e culturale, nel
quale la giustizia si rivela assai più ricettiva verso le loro richieste. Soprattutto,
è ormai accertato che abusi e torture vi sono stati in quantità tale da non
poter più essere semplicemente rubricati come semplici errori o eccessi di zelo
di alcuni funzionari. Tra il 2001 e il 2004 agenti dei servizi d’intelligence e
contractors privati hanno torturato per estorcere informazioni a presunti
terroristi e lo hanno fatto con l’autorizzazione del dipartimento della
Giustizia e l’investitura – esplicita o meno questo è da accertare – delle più
alte cariche dello stato, a partire dal vice-Presidente, dal ministro della
Giustizia e da quello della Difesa.
Nell’occhio del ciclone vi è
ora la CIA. È uno strano destino quello dell’agenzia centrale d’intelligence. Essa
esce pesantemente indebolita dagli otto anni di Bush, durante i quali il suo
peso istituzionale si è molto ridotto. Ciò è però avvenuto per ragioni diverse
se non opposte tra loro. Fu infatti la prima amministrazione Bush a sottrarre
inizialmente competenze e funzioni a una CIA i cui analisti non offrivano quelle
stime sui programmi militari di Saddam Hussein richieste dal Pentagono e dalla
Casa Bianca per poter giustificare l’intervento militare in Iraq. Fu l’allora
direttore della CIA, George Tenet, a capitolare infine alle pressioni e a
fornire l’intelligence contraffatta sulle armi di distruzione di massa del
regime iracheno che gli sarebbero poi costate le dimissioni e avrebbero
grandemente indebolito la stessa agenzia. Ed è oggi la CIA a pagare più di
tutti per il coinvolgimento di alcuni membri della sua componente operativa in
un programma di lotta al terrorismo i cui metodi, ci rivela oggi il rapporto
dell’ispettore generale, molti all’interno della stessa CIA contestavano e
rigettavano.
Tra le funzioni non scritte
dell’agenzia d’intelligence vi è però anche quello di fungere da capro
espiatorio e di coprire chi ha responsabilità politiche. Accade oggi; è
accaduto più volte in passato. È però
possibile che ciò non basti. Un’inchiesta che si fermasse al primo livello di
responsabilità, agli esecutori materiali, difficilmente soddisferà i liberal e
le associazioni per la difesa dei diritti umani. Spingersi oltre rischia però
di scatenare una mezza guerra civile, come l’attivismo di Cheney e del mondo
conservatore mostra bene. Non fare nulla non era peraltro più possibile, sia politicamente
sia legalmente. E Obama si trova così suo malgrado ad affrontare dilemmi e
problemi di cui, oggi come oggi, avrebbe fatto volentieri a meno.

[Il Mattino, 26 agosto 2009]

Obama e la riforma del sistema sanitario

Obama ha deciso d’investire
pesantemente nella battaglia politica per la riforma del sistema sanitario. Se
ne era finora tenuto ai margini, lasciando autonomia alla leadership
democratica al Congresso, auspicando la costruzione di un ampio consenso
bipartisan e sottolineando così la necessità che la riforma avvenisse in forma
il più possibile consensuale. Non è stato così. I democratici si sono rivelati
divisi e incerti. I repubblicani ritengono di avere finalmente individuato un
tema vincente, sul quale mettere in crisi il Presidente. L’opinione pubblica
assiste disorientata, timorosa di fronte a una riforma costosa e alla
prospettiva che essa sia finanziata con inevitabili aumenti dell’imposizione
fiscale, sia pure limitati ai redditi più alti.
Con il discorso di ieri
Obama ha reso chiaro che non si faranno marce indietro. Che sulla sanità nei mesi a venire si giocherà una partita politica decisiva, destinata a
consolidare la forza, politica e istituzionale, del Presidente o a indebolirlo
in modo rilevante, con gli inevitabili riverberi elettorali alle elezioni di
mid-term del 2010. I pilastri fondamentali del disegno di legge in discussione
sono tre: la creazione di un sistema di assicurazione pubblica, competitivo con
(e integrativo a) quelli privati; il divieto per le compagnie assicurative di
rifiutare la garanzia di copertura a malati cronici; la cancellazione dei
limiti sulla copertura massima offerta dalle compagnie. A ciò si dovrebbero
aggiungere una serie di economie di scala, attraverso un miglioramento delle
prestazioni mediche e un loro più rigoroso e severo monitoraggio.
Obama ha giustificato la
riforma presentandola sia come un imperativo morale sia, soprattutto, come una
necessità economica. Le spese sanitarie negli Stati Uniti sono da tempo fuori
controllo, eppure quasi 50 milioni di americani sono privi di assicurazione. I
costi dell’assicurazione medica pesano sulle imprese, in particolare quelle
piccole e medio-piccole, e, alzando il costo del lavoro, impediscono la
crescita dei salari e dei consumi.
La risposta repubblicana non
si è fatta attendere. Le obiezioni specifiche sono molteplici e vanno dalla
richiesta di porre dei limiti alla possibilità d’intraprendere azioni legali
contro medici e ospedali alla sollecitazione ad introdurre degli incentivi per
coloro che s’impegnano ad abbandonare comportamenti che facilitano la
diffusione di malattie altrimenti prevenibili. Lo scontro vero e proprio ruota
però ad alcune questioni generali, sulle quali si misurerà la portata del
cambiamento politico e culturale in atto negli Stati Uniti. Le critiche dei
repubblicani, infatti, non si concentrano solo sui costi previsti della
riforma, stimati tra i mille e i mille e cinquecento miliardi di dollari in un
decennio. Ad essere denunciata è la filosofia, che noi chiameremo statalista,
delle proposte democratiche. Alla mano pubblica si chiede non solo di svolgere
una funzione d’integrazione delle assicurazioni private, ma anche di competere
con esse, con l’obiettivo ultimo di ridurre i costi ed estendere la copertura.
È, questo, un Pubblico che non si limita quindi a un semplice ruolo di
regolamentazione e di supplenza, ma acquisisce un volto che, per una parte
rilevante del paese, rimane politicamente scorretto se non inaccettabile. E lo
fa – seconda questione nodale – imponendo un aumento dell’imposizione fiscale.
Si dibatte oggi delle modalità di questa tassazione straordinaria e della
soglia di reddito oltre la quale essa dovrà scattare: i 350mila euro per nucleo
familiare proposti in alcuni disegni di legge, il milione di dollari per
famiglia indicato ieri da Obama, le riduzioni delle deduzioni fiscali per le
assicurazioni più costose proposte da taluni. Chiedendo esplicitamente dei
soldi ai contribuenti si sfida però un altro tabù – quello della riduzione
delle tasse – che ha dominato il dibattito politico dagli anni Settanta e tanto
ha contribuito all’egemonia conservatrice dell’ultimo trentennio.
Sulla sanità Obama ha deciso
di rischiare come non aveva mai fatto in questi sei mesi di presidenza. Da
Truman a Clinton i presidenti democratici hanno sempre fallito nel loro
tentativo di creare un sistema sanitario universale. I mesi a venire ci diranno
se anche su questo Obama riuscirà a vincere una scommessa che, ora come ora,
appare davvero molto rischiosa.

[Il Mattino, 24 luglio 2009]

Sarah Palin

È vero che a voler volare troppo
vicino al sole ci si brucia le ali, ma è difficile non simpatizzare almeno un
po’ oggi per Sarah Palin. Che, e spero di non sbagliarmi, è stata davvero
stritolata nel brutale tritacarne della politica statunitense e non credo proprio
possa ambire a dominare un partito repubblicano radicalizzato, minoritario 
e “know-nothing”, come ha sostenuto invece ieri Frank Rich sul New York Times

Il corpo di un leader globale

È difficile non rimanere
colpiti da un Obama che si piega scherzosamente per la foto con la presidente
della provincia dell’Aquila, stringe la mano uno ad uno ai vigili del fuoco,
corre in ritardo verso il podio della foto di gruppo, applaudito e cercato
dagli altri capi di stato.
Che Obama sia un
comunicatore abile, dotto e sofisticato lo sappiamo oggi fin troppo bene.
Alcuni dei suoi discorsi degli ultimi due anni sono dei capolavori di retorica
politica. Ma col tempo il contenuto del suo messaggio è stato reso sempre più efficace
e incisivo dal medium del messaggio medesimo: dal corpo di Obama. Le movenze,
la postura e un body language asciutto,
ma sicuro e coinvolgente, hanno infatti ulteriormente rafforzato la forza
comunicativa del discorso obamiano.
Inizialmente non fu così. Il successo e l’ascesa al potere hanno
conferito quel di più – in termini di sicurezza e levità – che si rivela oggi
decisivo. Molti ricordano i primi dibattiti all’inizio delle interminabili primarie
democratiche, dove un Obama impacciato e fuori ruolo risultò spesso schiacciato
dalla preparazione della Clinton, dalla competenza di Biden, dalla freschezza
populista – a metà strada tra Big Jim e Bruce Springsteen – di John
Edwards. Il tempo e le vittorie
elettorali hanno cambiato questa situazione. Il corpo di Obama è progressivamente
diventato quello dell’America. O, meglio, delle Americhe e delle sue tante
incarnazioni ideali: quella che gioca spensierata con i figli; quella che anche
a 47 anni realizza canestri in sospensione da 7 metri (lasciando a bocca aperta
i soldati che osservano ammirati il loro futuro comandante in capo); quella che
passeggia dinoccolata, ondeggiando come Denzel Washington; quella che balla
splendidamente; quella, infine, che di fronte ai problemi e alle tragedie si
rimbocca le maniche e mostra tutta la sua sobria e rigorosa competenza.
Da quando la politica si è
fatta televisione, l’apparenza e, appunto, il corpo sono diventati cruciali.
Dopo Eisenhower e Truman, gli ultimi presidente pre-televisivi, non ci sono più
stati presidenti bassi o calvi negli Stati Uniti. L’America – che ha nel
presidente l’unica carica elettiva nazionale e che in esso quindi vede, e vuol
vedere, la propria rappresentazione ideale – si specchia nel corpo e nelle
movenze del proprio leader. Corpo e movenze che, nel caso di Obama, portano con
sé quella pluralità di Americhe racchiuse nella sua figura e nella sua improbabile
biografia. Ma corpo e movenze che fanno di Obama anche un potenziale leader globale,
come vediamo bene in queste giornate del G-8 abruzzese. E nella empatia che riesce a trasmettere,
nell’ammirazione che alimenta, nell’austerità che esprime, il corpo di questo
leader televisivo globale torna paradossalmente a sacralizzarsi: a essere
perfetto, idealizzabile e, quindi, quasi irraggiungibile.
È illusione, ci mancherebbe.
L’ultimo grande leader americano a proiettare un’immagine simile – a divenire
icona da t-shirt assieme a Marilyn e James Dean – fu John Kennedy. Simbolo di
una generazione nuova, che nelle rappresentazioni dell’epoca combinava
dinamismo, freschezza, competenza e rigore. E presidente invece inefficace,
incline al compromesso, piegato da malanni fisici dolorosissimi, che lo
rendevano quasi infermo.
La politica ha però bisogno
di miti, illusioni e corpi ideali per costruire quel consenso che le è necessario.
Non bastano, ovviamente; ma sono indispensabili. Anche su questo i successi di
Obama – effimeri o meno essi siano destinati a rivelarsi – sono oggi indubbi.

[Il Mattino, 10 luglio 2009]

Robert McNamara

È
morto oggi Robert McNamara. È difficile trovare un uomo che abbia
simboleggiato meglio la generazione dei Best & Brightest che guidò
l’America negli anni Sessanta. Che ne abbia incarnato le straordinarie
competenze, il fideismo tecnocratico, i sogni progressisti e
modernizzatori, ma anche l’hubris– ingenua,
ottimista e non di rado arrogante – le contraddizioni e, in ultimo, i
drammi. La generazione, in altre parole, che credeva davvero possibile
trasformare il Vietnam, e che finì col bombardarlo per modernizzarlo,
distruggerlo per salvarlo. Diversamente da altri, McNamara ha provato a
fare i conti con queste contraddizioni e con i propri errori. Ci è
riuscito solo in parte, ma ha lasciato nel documentario “Fog of War”
alcune riflessioni uniche, sulla guerra in particolare, che meritano
oggi di essere riviste (per chi ha fretta, si vedano soprattutto i minuti 35-43)

Una surge anche in Afghanistan

I
marines hanno lanciato oggi la maggior operazione militare di terra da quella
del 2004 a Fallujah, in Iraq. Il teatro è quello dell’Afghanistan
sud-occidentale: la regione del fiume Helmand, dove i talebani hanno progressivamente
consolidato la propria presenza promovendo azioni di guerriglia che le forze
britanniche lì presenti non sono riuscite a contenere e fronteggiare.
L’operazione,
che dà di fatto inizio al nuovo corso promesso da Obama in Afghanistan,
risponde a considerazioni di ordine strategico, ma ha anche un implicito
significato politico. Obama non può dirlo, ma l’intensificazione dell’impegno
statunitense in Afghanistan riflette il convincimento che anche nel teatro
afgano si possano applicare le ricette testate a partire dal 2006 in Iraq. Per
questo è fondamentale riacquisire il pieno controllo del territorio,
soprattutto quelle aree dove più forte è la presenza talebana. L’arida valle
dell’Helmand è una di queste ed è anche una regione dove si coltiva una parte
importante dell’oppio attraverso cui si finanzia la guerriglia. Prosciugare
questa fonte di reddito vuol dire limitarne di molto la capacità operativa. Ripristinare condizioni elementari di sicurezza nell’area significa porre le precondizioni per normalizzarne
la vita, promuovere lo sviluppo economico e – nel circolo virtuoso di un
modello liberal di crescita,
progresso e modernizzazione – costruire il consenso tra la popolazione che è
indispensabile per rafforzare il governo centrale e indebolire i talebani. Si
tratta di una strategia classica di nation-building, centrata sul
binomio sicurezza-sviluppo e sulla stabilizzazione politica che esso dovrebbe
garantire.
Ma
l’offensiva serve anche per dare un chiaro messaggio politico: al governo
afgano, al Pakistan e, anche, agli alleati europei. Gli Stati Uniti usano le
truppe aggiuntive portate in Afghanistan per cercare di stabilire una presenza
permanente laddove le forze afgane e quelle NATO non vi sono riuscite. Mostrano
la loro risolutezza nel promuovere una escalation sia dell’azione militare sia
dei programmi di sviluppo civile. Nel farlo chiedono però che essa sia
pareggiata da un maggiore impegno degli alleati della NATO e di Kabul e testano,
una volta ancora, l’effettiva volontà e capacità del Pakistan di partecipare
alla campagna contro i talebani. L’offensiva spinge infatti questi ultimi verso
le zone di confine e obbliga l’esercito pakistano a impegnarsi maggiormente
nell’area.
Obama
è stato quindi di parola. Ha affermato che è l’Afghanistan il fronte principale
della campagna globale contro il terrorismo e ha agito di conseguenza. I rischi
che corre sono davvero tanti. La storia non offre molti esempi riusciti di
operazioni di nation-building quale quella che gli Usa intendono
promuovere in Afghanistan. La stessa surge in Iraq andrà testata nei
mesi a venire, in concomitanza con la progressiva ritirata delle truppe
statunitensi. La prospettiva di un Afghanistan pacificato e controllato dal
governo di Kabul appare quanto mai futuribile. I probabili successi militari
dell’offensiva dovranno essere confermati nelle settimane e nei mesi
successivi, quando i soldati statunitensi e afgani dispiegati nella regione si
troveranno a fare i conti con una guerriglia che ha già dimostrato di saper
approfittare delle opportunità offerte da una presenza stanziale di soldati
avversari in virtù della quale essi si trasformano spesso in facili bersagli.
Non è certo che il messaggio venga infine recepito dagli alleati europei, a
maggior ragione se queste difficoltà dovessero manifestarsi rapidamente. Resta,
infine, il dilemma rappresentato dal Pakistan. Sulla cui tenuta nessuno può
scommettere e che rischia di essere ulteriormente destabilizzato dalla nuova
iniziativa statunitense. L’inazione in Afghanistan non è possibile,
politicamente e militarmente; l’azione apre dilemmi e rischia di far peggiorare
la situazione. Diversamente da altre aree di crisi, in Afghanistan gli Stati
Uniti sono però il soggetto agente: quello le cui decisioni e scelte potranno
risultare decisive. Ed è per questo che sull’Afghanistan Obama si gioca molto,
forse più che su qualsiasi altra questione di politica estera e di sicurezza.

[Il Mattino, 2 luglio 2009]

I silenzi e i dilemmi di Obama

Alcuni
paesi europei, Gran Bretagna su tutti, condannano severamente la violenta
repressione delle manifestazioni di protesta in Iran. Altrettanto fanno negli
Usa il Senato e la Camera dei Rappresentanti, votando praticamente
all’unanimità due risoluzioni non vincolanti. Obama ha invece a lungo taciuto.
Quando ha parlato, anche nelle ultime due giornate, lo ha fatto con cautela e
attenzione, attirandosi le pesanti critiche non solo dei soliti noti
neoconservatori, ma anche di alcuni commentatori liberal, fino ad ora assai
simpatetici con il Presidente.
Come si
giustifica la circospezione di Obama e quali sono i rischi che sta correndo con
questa scelta? Le ragioni sono abbastanza facili da discernere e si spiegano
sia con l’approccio di politica estera di Obama sia con gli obiettivi che
l’amministrazione si propone di raggiungere in Medio Oriente. Innanzitutto,
Obama e i suoi consiglieri sono consapevoli che una posizione più severa ed
esplicita verso quanto sta accadendo in Iran potrebbe essere interpretata, e
denunciata, come una forma d’ingerenza degli Usa negli affari interni iraniani.
In una situazione che nell’ultima settimana è parsa spesso fluida e mutevole,
si è ritenuto opportuno astenersi  dal
criticare troppo severamente il regime iraniano, evitando di offrirgli appigli
e giustificazioni. Si attende quindi l’evolvere degli eventi, in un quadro che
rimane ancora poco chiaro, in cui è impossibile definire la natura e la portata
di brogli elettorali di cui tutti sono convinti, ma rispetto ai quali mancano
prove certe. La cautela di Obama è inoltre coerente con la filosofia e il
discorso di politica estera del nuovo Presidente. Da candidato e ancor più da
Presidente, Obama si è presentato come campione di pragmatismo e di
concretezza. Per scelta e per convenienza politico-elettorale ha fatto proprio,
e addirittura ostentato, un approccio realista, di cui l’America ha un
disperato bisogno dopo la grande sbronza ideologica degli anni di Bush.  Non a caso, la risposta di Obama alla crisi
iraniana è stata giudicata positivamente dal grande guru del realismo
statunitense, Henry Kissinger.
Infine,
cautela e pragmatismo si spiegano anche in relazione alla politica
mediorientale di Obama e, più nello specifico, alla volontà di  cambiare atteggiamento nei confronti
dell’Iran. In Medio Oriente, Obama punta a coinvolgere tutti i più importanti
soggetti regionali, e quindi anche l’Iran, in un’azione diplomatica che si pone
lo scopo ultimo di risolvere alcuni fronti di tensione, per poi concentrarsi
sulla questione fondamentale dello scontro israelo-palestinese, rispetto alla
quale la capacità d’influenza degli Usa è assai più limitata di quanto non si
creda. Nei confronti dell’Iran, opera la consapevolezza che il problema
fondamentale è un programma nucleare rispetto al quale le posizioni di Moussavi
non differiscono in alcun modo da quelle di Ahmadinejad.
Il
realismo obamiano è dunque comprensibile e finanche apprezzabile. Eppure lascia
irrisolti, e anzi rischia di esasperare, molti dilemmi. Come altri realismi del
passato, potrebbe essere paradossalmente poco “realistico” e minare alla base
quel doppio consenso, interno e internazionale, che Obama è riuscito a
costruire e che ha finora rappresentato una risorsa straordinaria per la sua
politica estera. Fuori dagli Usa, quella di Obama rischia di apparire a molti
una posizione cinica e spregiudicata, che appanna l’appeal globale della sua
figura e del suo messaggio. All’interno degli Stati Uniti, Obama si trova
improvvisamente sulla difensiva e vede una prima, piccola erosione del suo
capitale politico. Ha certamente ragione, il Presidente, quando ricorda che,
nel merito, trattare con Moussavi non sarà diverso dal farlo con Ahmadinejad. I
problemi sul tavolo saranno gli stessi, chiunque sia il vincitore delle
elezioni. Ma negoziare con un Ahmadinejad 
eletto con modalità dubbie e difeso per il tramite di un violento
soffocamento della protesta diventerebbe quasi impossibile per Obama.  Ogni giorno che passa, e ogni ulteriore
inasprimento della repressione, riduce le possibilità di aprire un serio
dialogo tra Iran e Stati Uniti. Obama si trova, come altre volte in questi
primi mesi di Presidenza, a operare su di un crinale sottile e scivoloso.
Rischia di bruciare una parte non marginale del consenso costruito fino ad oggi
e, qualora non cambiasse all’improvviso la situazione in Iran, si troverà
costretto ad assumere una posizione più netta, risolvendo alcune delle
ambiguità che ne hanno finora contraddistinto la risposta alla crisi iraniana.

[Il Mattino, 21 giugno 2009]