Mario Del Pero

Scandali, politica e trasparenza

Come spesso accade, l’Italia travolta dagli scandali guarda anche all’estero per capire che lezioni trarre. Nel farlo guarda, inevitabilmente, ai modelli che può offrire la più antica (e, talora, vecchia e farraginosa)  democrazia del mondo, gli Stati Uniti appunto. Paese dalla forte etica pubblica – argomenta una parte – dove la politica è una sorta di “casa di vetro”: un luogo dove tutto deve essere cristallino e dove i comportamenti dei politici, anche quelli privati, soggiacciono a un rigoroso scrutinio pubblico. Falso, afferma la controparte: l’America è invece il paese dove si tutela la privacy, dove i confini tra giustizia e politica sono ben definiti e dove non si tollererebbe mai la barbarie di rendere pubblici dialoghi privati, carpiti attraverso un uso spregiudicato delle intercettazioni.

Entrambe le rappresentazioni contengono qualche elemento di verità che, assolutizzato, produce però solo inutili e sterili caricature. La storia del rapporto tra tutela della privacy e diritto all’informazione, tra libertà individuale ed etica pubblica, è negli Stati Uniti una storia per nulla lineare, i cui termini ed equilibri sono mutati al cambiare del contesto storico, condizionati dall’evoluzione della società, dalla trasformazione della comunicazione politica e dal ruolo assunto dai media.

Negli Usa, la lista di scandali politici a sfondo sessuale è infinita ed è solo cresciuta negli ultimi anni. Il terzo presidente, Thomas Jefferson, ebbe una lunga relazione (e probabilmente alcuni figli) con una sua schiava, Sally Hemmings. In gioventù, il senatore segregazionista Strom Thurmond ebbe un figlio con la sua domestica afroamericana sedicenne. Le compulsive avventure del presidente Kennedy sono note e documentate. La breve liaison tra Clinton e Monica Lewinsky portò il primo sull’orlo dell’impeachment. Uno dei fustigatori di Clinton, lo speaker della Camera Newt Gingrich, si scoprì avere con le sue stagiste abitudini non così diverse da quelle del Presidente. Nel 2007, il senatore Larry Craig dell’Idaho, esponente di punta della destra religiosa e pesante censore di Clinton durante lo scandalo Lewinsky, fu arrestato mentre cercava di adescare un finto gigolò (era in realtà un poliziotto) nei bagni dell’aeroporto di Minneapolis.

A lungo il mondo politico americano è stato, più che una “casa di vetro”, una scatola sigillata e impenetrabile. Un luogo in cui la dimensione privata raramente veniva esposta o strumentalizzata. Di John Kennedy pochi conoscevano non solo le mille relazioni extra-coniugali, ma anche lo stato di quasi infermità fisica causato da un incidente durante la seconda guerra mondiale. Come pochi erano a conoscenza non solo della relazione tra Franklin Delano Roosevelt e la segretaria della moglie, Eleonore, ma anche della condizione di Roosevelt, costretto dalla poliomelite su una sedia a rotelle.

Questo stato di cose è cambiato solo in tempi recenti, quando la politica è diventata vieppiù televisiva e il privato dei suoi protagonisti si è fatto sempre più pubblico. Un privato osservato, esposto e in ultimo giudicato nel mezzo di una temperie culturale – quella degli anni Settanta e Ottanta – che sembrò riportare all’indietro le lancette della morale pubblica: ad alimentare un rinnovato puritanesimo. A farne le spese fu il candidato democratico alla Presidenza Gary Hart, costretto a riporre le sue ambizioni politiche dopo che ne fu rivelata la relazione extra-coniugale con una giovane modella: un peccato da chierico se confrontato con quelli che seguirono o con le peripezie attribuite al nostro Presidente del Consiglio.

E però questo moralismo non sopravvisse alla trasformazione dei costumi e degli stili di vita che ha caratterizzato l’America degli ultimi decenni. O forse non sopravvisse alla sua intrinseca ipocrisia. Clinton fu sostenuto e perdonato dal popolo americano, anche se una relazione con una stagista di 21 anni non deporrebbe a favore di nessun datore di lavoro, non solo il Presidente degli Stati Uniti. E anche i tanti scandali recenti hanno lasciato il tempo che trovavano (Gingrich, ad esempio, sta seriamente pensando a correre per la Presidenza nel 2012). Le lezioni che l’America ci offre non sono quindi per nulla univoche; l’equilibrio tra rispetto della sfera privata e piena trasparenza dei comportamenti di figure pubbliche come sono i politici è oscillato da una parte all’altra nel tempo. Ciò che non oscilla per i politici, o certo oscilla meno che da noi, è il rispetto della legge e le conseguenze che ne possono derivare: l’impunità non esiste, la corruzione è pesantemente condannata e chi, come l’ex uomo forte del partito repubblicano alla Camera Tom DeLay, si macchia di reati come il finanziamento illecito, rischia (e, in ultimo, riceve) tre anni di carcere.

Il Mattino, 19 gennaio 2011

Obama e un’America che cambia

Pare ormai certo che Obama abbia i voti – i due terzi dei senatori presenti in aula – per far ratificare l’accordo Start sulla riduzione delle armi nucleari negoziato con la Russia l’aprile scorso. La ratifica segue di  pochi giorni altri due successi congressuali dell’amministrazione: il compromesso sul mantenimento dei tagli alle tasse di Bush e, soprattutto, l’abolizione della politica del “don’t ask don’t tell”, che di fatto impediva a gay dichiarati di arruolarsi nelle forze armate.

Il presidente sfrutta al meglio l’accelerazione all’agenda legislativa imposta a un Congresso azzoppato e in scadenza di mandato. E ottiene una serie di significative vittorie su una destra più radicale che con troppa superficialità qualcuno aveva proclamato vincitrice delle scorse elezioni di medio-termine. Quella destra contraria all’abrogazione del “don’t ask don’t tell”, che presenta l’accordo Start come una capitolazione degli Usa e che denuncia le concessioni fatte ad Obama per preservare la riduzione delle tasse introdotta da Bush.

Come si spiega l’Obama vittorioso al termine di un anno caratterizzato da un costante calo dei suoi consensi, culminato con la pesantissima sconfitta elettorale di novembre? La lettura più semplice, che molti commentatori moderati ora propongono, è che Obama abbia imparato dagli errori compiuti e si sia rapidamente riposizionato al centro, dopo aver imposto impopolari politiche di sinistra a un’America riluttante e, in ultimo, conservatrice. Queste spiegazioni contengono, forse, un piccolo elemento di verità. Concentrarsi solo su di esso offre però una spiegazione al meglio parziale e al peggio ingannevole. Proprio i due ultimi voti del Senato – sul trattato Start e i gay nelle forze armate – sono lì a rivelarcelo. Se valutati nel merito, le due iniziative non possono essere etichettate come moderate o “centriste”. Sul disarmo e la campagna contro la proliferazione nucleare, Obama ha da subito investito con coraggio, attirandosi molte critiche da una destra che lo ha accusato (e lo accusa) di sacrificare gl’interessi di sicurezza del paese, riducendone di fatto la potenza militare e rinunciando a creare un ambizioso sistema di difesa missilistica. Porre termine alla discriminazione degli omosessuali nelle forze armate, e farlo in modo così consensuale, sarebbe stato (e, di fatto, fu) a sua volta impensabile solo pochi anni orsono.

È ora possibile farlo, come è possibile approvare lo Start, perché un’ampia maggioranza degli americani lo chiede, come rivelano i sondaggi più recenti (le ultime rilevazioni Gallup indicano che il 67% era favorevole ad abrogare la “don’t ask don’t tell” e solo il 26% contrario, mentre il 51% approva la ratifica del tratto Start e il 30% si oppone). È un’America, questa, in movimento; soggetta a trasformazioni politiche, culturali e demografiche profonde, le cui implicazioni sono complesse da decifrare, per chi fa politica così come per chi la osserva e commenta. Elettorato e opinione pubblica si fanno più volubili ed enigmatici; l’affiliazione ai partiti diminuisce; cresce il numero degli indipendenti e, con essi, la volatilità elettorale. Ne consegue un rimescolamento politico la cui natura e i cui esiti sono difficili da esaminare e prevedere. La persistenza di un discorso anti-fiscale, di sostegno a basse tasse e di accettazione conseguente di alti livelli di diseguaglianza, sembra mostrarci un paese di destra. La ridefinizione dei diritti individuali, sull’omosessualità così come sull’aborto e altri “temi etici”, dà un’indicazione opposta, favorisce (e finanche sorprende) i liberal, mettendo sulla difensiva i repubblicani alla Sarah Palin. Alla fine del momento radicalmente unilaterale di Bush sembra corrispondere il ritorno di un internazionalismo multilateralista e collaborativo, che proprio nel nucleare e nel controllo degli armamenti ha sempre trovato un ambito privilegiato d’applicazione.

Obama, questa America in movimento, sembrava averla capita e intercettata nei mesi che lo portarono alla Presidenza. Salvo poi perderla nel passaggio, in sé terribilmente complesso, dalle promesse ai fatti, dalla campagna elettorale all’azione di governo. Non sappiamo, oggi, se Obama stia progressivamente riallacciando un rapporto con questa America. Sappiamo, però, che come la vittoria di Obama nel 2008 non segnalò una radicale svolta di sinistra del paese, così le sue difficoltà di quest’ultimo anno non indicano il riemergere di un’America conservatrice, destinata a riconquistare la Casa Bianca nel 2012. È, invece, un’America che nella sua complessa e multiforme evoluzione impone a entrambi gli schieramenti di aggiornare e ripensare le proprie categorie e, con queste, i propri programmi.

[Il Mattino, 23 dicembre 2010]

Il compromesso di Obama

Come era previsto e, forse, inevitabile Obama ha infine ceduto, trovando un compromesso con i repubblicani sul rinnovo biennale dei tagli generalizzati alle tasse introdotti da Bush nel 2001. Obama voleva che il rinnovo fosse limitato ai soli redditi sotto i 250mila dollari per nucleo familiare. Alla camera era stata approvato un provvedimento, poi bloccato dall’ostruzionismo repubblicano al Senato, che alzava questa soglia minima a un milione di dollari. Ma anche questa concessione non è stata sufficiente. Alla fine, come chiesto dai repubblicani, rimangono in vigore per tutti le aliquote fissate nove anni fa, fra le più basse degli ultimi ottant’anni (quella più alta, per i redditi familiari o individuali superiori ai 370mila dollari, è del 35%; era del 91% negli anni Sessanta e ancora del 50% a metà anni Ottanta). Inoltre, si abbassa di molto (dal 55% al 35%) l’imposta di successione, con una soglia d’esenzione fissata a ben 5 milioni di dollari.

In cambio, Obama ottiene anche più del previsto: crediti fiscali di varia natura, riduzione degli oneri contributivi nelle buste paga di lavoratori con redditi inferiori ai 106mila dollari, soprattutto l’estensione per altri 13 mesi dei sussidi di disoccupazione in scadenza. Di fatto si tratta di un secondo, rilevante stimolo fiscale per l’economia statunitense; proprio quello stimolo – che interviene sul versante delle tasse e non del sostegno diretto alla domanda – cui i repubblicani si opponevano, in nome della responsabilità fiscale e della lotta al deficit. Obama riesce quindi a rinnovare i sussidi e a evitare un aumento della
pressione fiscale, che avrebbe colpito indiscriminatamente tutte le fasce di
reddito. Facendolo, chiude temporaneamente (fino al 2012) questa partita,
evitando che essa sia gestita dal nuovo Congresso, prossimo a insediarsi,
quando i rapporti di forza saranno ancor più sfavorevoli ai democratici.

Eppure, quella di ieri è una sconfitta politica per il Presidente e per il suo partito. La sinistra
democratica denuncia l’ennesimo compromesso al ribasso: l’incapacità di
assumere una posizione ferma su un tema così importante per i propri militanti
e la propria base elettorale; la costante riluttanza a dare battaglia ed
esporre pubblicamente le ipocrisie della controparte. A destra si proclama, con
astuzia, vittoria, evitando di menzionare la parte dell’accordo che va contro
principi (la riduzione del deficit, l’opposizione ai sussidi) tanto ostentati negli
ultimi mesi.

Le conseguenze politiche sono difficili da valutare ora e si manifesteranno pienamente solo nella lunga campagna elettorale destinata ad aprirsi tra poco più di un anno. La vicenda, e le polemiche che ne sono derivate, ci mostrano però una volta ancora l’incapacità di Obama e dei democratici di offrire una narrazione politica, e con essa una visione del futuro, alternativa a quella antipolitica, del “governo minimo”, proposta dai repubblicani. È, quella della destra, una narrazione intrinsecamente populista e assai poco responsabile laddove, in un momento di difficoltà come questo, alimenta il deficit, difende privilegi, legittima il
mantenimento di livelli risibili d’imposizione fiscale su redditi milionari e,
per farlo, è disposta a colpire coloro che sono maggiormente in sofferenza a
causa della crisi. È però anche una narrazione che, nella sua estrema
semplicità – la lotta al governo intrusivo e alle tasse oppressive – si rivela capace
una volta ancora di sfruttare pulsioni profonde, ancorché irrazionali,
dell’opinione pubblica. Quelle pulsioni che un partito democratico diviso e
litigioso e un presidente algido e incline, per necessità e attitudine, al
compromesso non riescono invece a raggiungere.

[Il Mattino, 9 dicembre 2010]

Wikileaks e lo stato debole

È difficile orientarsi nel guazzabuglio di documenti segreti rivelati ieri da Wikileaks. Come prevedibile, viste la mole di documenti e di fonti, vi si trova un po’ di tutto: gossip, documenti generici, informazioni potenzialmente rilevanti, ma spesso isolate, laddove il ricercatore sa bene che negli archivi non vi sono fonti risolutive – “pistole fumanti” – ma tanti elementi fattuali che acquisiscono importanza solo quando si possono collegare gli uni agli altri, ricavandone una trama e un senso conseguenti.

Dalle prime rivelazioni, emergono però aspetti importanti, relativi sia agli Stati Uniti sia all’Italia e ai suoi rapporti con l’alleato statunitense.

Le rivelazioni di Wikileaks sono un altro segnale della debolezza e delle difficoltà degli Usa. Non per il loro contenuto: è un tipo di corrispondenza diplomatica normale, finanche banale, per qualsiasi paese. Ma perché mostrano l’attuale fragilità della politica e delle istituzioni statunitensi. La loro crescente delegittimazione.

Vari fattori hanno contribuito alla forza degli Stati Uniti. Tra questi vi è stata anche la capacità di giustificare e proteggere non tanto il segreto di stato in quanto tale, ma la sua necessità e il suo utilizzo non arbitrario. Chiunque studia la storia americana, e usa di conseguenza gli archivi, sa bene che quando si tratta di documenti nessun paese – con l’eccezione del Regno Unito – è trasparente e rispettoso delle regole quanto lo sono gli Stati Uniti. Dove esistono norme chiare che disciplinano la consultazione di fonti archivistiche, tali fonti sono conservate in strutture che tutti invidiano, e vi sono regole certe per quanto riguarda i documenti sensibili per la sicurezza nazionale, i limiti alla loro consultazione e la possibilità di chiedere revisioni periodiche (triennali) del loro livello di segretezza e quindi accessibilità. Gli Stati Uniti sono storicamente un paese che custodisce la propria storia, consente che questa venga costantemente messa in discussione e tutela, senza eccessi o arbitri, i propri segreti. Hanno cessato di esserlo, un tale paese, solo quando le istituzioni statuali hanno visto messa in discussione la loro legittimità: perché hanno condotto guerre inutili e divisive; hanno contraffatto intelligence per giustificare tali guerre; hanno mentito ai propri cittadini. Questo stato delegittimato – e gli Usa oggi in larga misura lo sono come lo furono nella fase finale dell’intervento in Vietnam – diventa improvvisamente un soggetto debole e vulnerabile: i suoi segreti vengono esposti, la sua credibilità minata, la sua influenza grandemente ridotta.

Ciò avviene anche nei rapporti con i suoi alleati storici, come nel caso dell’Italia. Un’Italia che sembra uscire in modo ambivalente dalla rivelazioni di Wikileaks. Da un lato vi è un paese che cerca di ritagliarsi un autonomo spazio di manovra, dal Medio Oriente ai rapporti con la Russia, in nome di un interesse nazionale declinato in un contesto internazionale cangiante e fuori dalla tradizionale, ed esclusiva, cornice atlantica. Nel farlo alimenta ovvie frizioni e incomprensioni con il partner statunitense, peraltro non nuove in un rapporto bilaterale che dal 1945 a oggi è stato assai meno ingessato e vincolante di quanto molti non credano. Dall’altro, al di là dei gossip e delle inevitabili strumentalizzazioni politiche, si mostra una volta ancora tutta l’anomalia dell’Italia odierna e di chi la guida. È ovvio che prevalga da parte statunitense un sano pragmatismo e che il governo Berlusconi lo si misuri sull’Afghanistan e non sui festini. È altrettanto ovvia, però, l’importanza dell’immagine che un paese sa dare di se stesso, anche per come questa è rappresentata dalla diplomazia dell’alleato più importante. E l’immagine che ne esce, almeno stando ai documenti di Wikileaks, non può né rallegrarci né renderci orgogliosi.

[Il Mattino, 30 novembre 2010]

Una complessa transizione

È una partita complessa quella giocata al G-20 di Seul e che, su questo e altri tavoli, continuerà nelle settimane a venire. Una partita complessa, come è inevitabile in ogni, difficile transizione.  Perché quella attuale è, a tutti gli effetti, una complicatissima transizione: da un’era a chiara, ancorché contraddittoria, egemonia statunitense a nuovi e ignoti equilibri globali. Nei quali rimarrà una qualche gerarchia di potenza, con al vertice gli Stati Uniti. Ma che sarà contraddistinta da regole diverse, da squilibri di forza e influenza meno marcati e, infine, da una riduzione del potere degli Stati Uniti medesimi.

Il vecchio ordine internazionale che gradualmente sta andando in soffitta poggiava su tre pilastri fondamentali: l’incontestato primato del dollaro; il dominio militare per il tramite del quale gli Stati Uniti garantivano la loro protezione a diversi alleati; l’assoluta indispensabilità del vorace mercato americano, capace di assorbire merci di tutto il mondo alimentando l’impetuosa crescita economica di molti paesi esportatori. Il dollaro forte permetteva di consumare ab libitum, acquisire materie prime a basso costo, attrarre capitali indispensabili all’innovazione e allo sviluppo tecnologico, ottenere crediti facili con cui sostenere il proprio debito crescente, pubblico e privato. Pur mugugnando, gli altri soggetti del sistema internazionale accettavano questa condizione: che apriva loro l’immenso mercato statunitense e, nel caso di Europa occidentale e Giappone, permetteva di essere difesi dal gigante militare americano.

Era una struttura, questa, contraddittoria e in ultimo insostenibile. Perché veniva progressivamente a mancare una delle condizioni, l’indispensabilità della protezione militare statunitense, che l’aveva a lungo puntellata e giustificata. E perché gli squilibri di questo assetto si rivelavano insostenibili. Quello attuale è un mondo dove la percentuale dei risparmi sul Prodotto Interno Lordo supera il 50% nel caso della Cina e si avvicina ormai allo zero negli Stati Uniti; dove agli imponenti attivi della bilancia delle partite correnti cinesi corrispondano deficit ancor maggiori di quella americana; dove nel solo 2008 la Cina ha acquisito il 46% del debito statunitense; dove, infine, ancor oggi la Germania esporta negli Usa quasi il doppio di quanto non importi. È un mondo, questo, dove un gigante prostrato come l’America post-2008 non può più consumare, a dispetto dei lamenti cinesi, tedeschi e brasiliani. E dove, anzi, Obama cerca accordi che permettano agli Usa di esportare maggiormente per soddisfare le pressioni politiche interne e iniziare a correggere le mostruose asimmetrie commerciali odierne.

Nella transizione, potenzialmente conflittuale, cui stiamo assistendo è proprio questo il dato fondamentale da cui partire: l'”impero dei consumi” statunitense sembra essere davvero giunto al capolinea. Se si accetta questa premessa, la conseguenza è che tutte le parti sono a chiamate a fare delle concessioni, peraltro non semplici, soprattutto per le democrazie, sempre più conflittuali e polarizzate, dell’Occidente. La Cina deve stimolare i consumi interni, accettare un apprezzamento della propria valuta e ridurre la propria dipendenza dalle esportazioni; gli Usa devono rinunciare alla leva di potere unilaterale che il dollaro ha sempre offerto loro e allo strumento di costruzione del consenso rappresentato dai consumi di massa; gli europei sono chiamati a puntellare la crescita economica mondiale, rinunciando ad alcune condizioni di tutela e privilegio di cui ancora dispongono; i paesi emergenti – giganti come Brasile e India, oltre alla stessa Cina – ad accogliere richieste di ulteriore apertura e integrazione.

Non sarà affatto semplice, anche perché ogni governo dovrà rispondere delle conseguenze alla propria opinione pubblica interna e, nella quasi totalità dei casi, ai propri elettorati. Soprattutto, non sarà semplice perché il negoziato cui stiamo assistendo verte proprio su questo: su come gestire una transizione post-egemonica, distribuendone oneri e costi, preservando la stabilità e limitando in ultimo i conflitti.

Il Mattino, 12 novembre 2010

Europe’s Obamania

In the United States, Obama’s approval ratings
have dropped from 70% to 45% in little more than a year. In the recent mid-term
elections, a re-energized and radicalized Republican Party gained control of
the House of Representatives and won various state elections, although the
Democrats succeeded in preserving a majority in the Senate. On the Right, Obama
stands accused of promoting an intrusive and costly expansion of the federal
government, which is surreptitiously transforming the United States into a sort
of socialist state. For the Left, Obama’s reforms are timid and insufficient,
while his foreign and security policies – from Afghanistan to Guantanamo – seem
a mild version of the despised and discredited ones promoted by George Bush.
Independents are horrified at the perspective of a further deterioration of
public finances, growing deficits and an ever expanding debt.

There is a place, however, where Obama is still
immensely popular; where he wins Nobel prizes and is viewed with awe and
admiration. That place is, of course, Europe. According to the most recent
Transatlantic Survey Trends of the German Marshall Fund, 78% of the EU
respondents view positively the way Obama handles international policies, down
just five points from a year ago, at the very peak of Europe’s infatuation with
the new American president (in 2007 the percentage of EU respondents viewing
Bush favorably was 17%). Last June, the Pew Global Attitude Survey offered
similar data: in Germany and France 90% and 87% of the respondents believed
that Obama “will do the right thing in world affairs”, down just 4 and 3 points
from the previous year (the percentage with Bush in 2008 was 14 and 13).
Outside the United States, even businessmen seem to be more keen on Obama than
their American counterparts: only 50% of them, according to a recent Bloomberg
poll, consider him anti-business, while among US respondents the number was 77.

More significantly, these data reveal the
strength and persistence of a real “Obamania” in Europe: of a popularity
centered on his persona more than anything else. Obama’s policies – on the Middle
East, Russia, Afghanistan, and elsewhere – are far less admired among Europeans
than Obama himself, as the Transatlantic Survey Trends reveals. Furthermore, at
55%, desire for US leadership is more than twenty points below Obama’s
popularity, completely reversing the data of the Bush period (in 2007 36% of
the respondents expressed desire for US leadership).

Polls are what they are and must be handled
with caution. If anything, these data reveals the high volatility of European
public opinion. They are, nevertheless, quite indicative of Europe’s continuing
love affair with Obama. How do we explain it and what does it tell us of Europe
and, also, America?

Obama’s high ratings in Europe are, at least in
part, simply derivative: they are the consequence of what his predecessor at
the White House did, said and symbolized more than any specific act of Obama.
To put it bluntly: in Europe Obama is so popular simply because he is not Bush.
By being not Bush – politically, culturally, socially, even aesthetically –
Obama is perceived as more like us, more European. His policies, particularly
on climate change and nuclear proliferation, have re-created a sort of
Transatlantic bridge, targeting issues on which Europe has somehow built its
highly ideological self-representation as an allegedly “civilian”, war-opposed
new kind of power. For some sectors of the European Left, Obama is not just the
symbol of a more European (and human) America, but also of a superior America,
far ahead of Europe when it comes to racial diversity, multiculturalism and the
like. Thanks to Obama, and his unique and syncretic biography, the United
States is perceived both as being “in the” world again, and as credibly
embodying and representing “the” world in its entirety. Such a diverse world can be invoked by European leftists opposed
to the domestic policies on immigration, cultural and religious freedom
currently promoted by various conservative governments.

By being not Bush – seemingly liberal,
pro-environment and post-racial – the global Obama has effectively infused new
blood to the old myth of America. We don’t know whether Europe’s “Obamania” is
destined to last; if the alternative to Obama is the Tea Party and the likes of
Glenn Beck and Sarah Palin, there is no doubt that the discrepancy between the
European image of Obama and that of the United States will widen even further.

[published in German, on the “Aargauer
Zeitung”, November 9 2010]

Governabilità a rischio

Serviranno i dati completi e
definitivi per valutare bene l’esito di queste elezioni di mid-term. Certa
appare però la sconfitta dei democratici, la conquista repubblicana della
camera dei rappresentanti e il ritorno dopo solo due anni a una condizione di
governo diviso.

Un risultato che si può spiegare
in tanti modi diversi: le dinamiche del sistema politico americano, gli errori
di Obama, il peso della crisi economica, la sfiducia verso la politica e le
istituzioni, la tenuta di un conservatorismo prematuramente dato per morto,
l’elitismo di una parte del partito democratico, la volatilità di un elettorato
indipendente tanto indispensabile quanto volubile e indecifrabile. Spiegazioni
indubbiamente corrette, queste, ma anche parziali e insufficienti.

Non lo si può spiegare, questo
risultato, con l’inazione legislativa, anche se l’impopolarità del Congresso –
simbolo per molti americani della Washington odiata e corrotta – rimane
altissima e apparentemente inscalfibile. Il biennio appena trascorso è stato
infatti contraddistinto da un’intensa attività legislativa, per numero di leggi
approvate e importanza delle stesse, su tutte la riforma della Sanità. Ciò è
però avvenuto in una situazione di profonda, e crescente, polarizzazione
politica; è avvenuto cioè a dispetto di una contrapposizione che ha ostacolato
il processo legislativo (al senato i repubblicani hanno fatto un uso senza
precedenti dell’ostruzionismo) e solo grazie alle maggioranze, ampie ancorché
frammentate e poco coese, di cui i democratici disponevano alla Camera e al
Senato.

Se vogliamo riassumere, il
biennio appena trascorso ha mostrato un partito repubblicano indisponibile a
qualsiasi compromesso e sempre più ostaggio delle sue frange più radicali; un
partito democratico indisciplinato, diviso e deresponsabilizzato dall’ampia
vittoria del 2008; e una leadership presidenziale debole e non sempre coerente,
espressa attraverso una retorica – quella del dialogo e della collaborazione
bipartisan – del tutto inadatta al quadro politico attuale.

Alcuni commentatori ritengono che
la sconfitta dei democratici possa essere salutare, per Obama e per l’America.
Che possa responsabilizzare repubblicani e democratici, obbligandoli a quella
collaborazione che è mancata negli ultimi anni. Nel farlo invocano il
precedente storico del 1994, quando il trionfo elettorale repubblicano obbligò
Bill Clinton a mutare rotta, aprendo una fase di feconda collaborazione
simboleggiata da politiche fiscali rigorose e dal rientro del deficit,
culminato nel 1998-2000 con gli unici attivi di bilancio dell’ultimo
cinquantennio.

È lecito però dubitare che una
simile parabola virtuosa possa essere replicata oggi. Vi era allora una
condizione di crescita economica e aumento dell’occupazione facilitata da
condizioni d’innovazione tecnologica probabilmente non ripetibili. A dispetto
di tutto, il partito repubblicano era meno rigido e ideologizzato di quanto non
sia oggi: non vi erano Tea Party all’orizzonte; esistevano ancora repubblicani
progressisti; una figura che allora appariva conservatrice, come il candidato
presidenziale Bob Dole, risulterebbe oggi troppo moderata per trovare spazio
nel partito. Bill Clinton e i suoi consiglieri, infine, dimostrarono un’abilità
e una scaltrezza che sembrano ancora mancare alla squadra di Obama.

Soprattutto, alla collaborazione
tra Clinton e il Congresso repubblicano si giunse solo dopo un drammatico muro
contro muro nel 1995, che impedì l’approvazione della legge sul bilancio, portò
alla temporanea chiusura di varie attività del governo federale e si chiuse con
la vittoria di Clinton sull’allora capogruppo repubblicano alla Camera, Newt
Gingrich. Una situazione analoga paralizzerebbe oggi un paese già prostrato,
dove la protesta populista è sempre più forte e il prestigio delle istituzioni
ai suoi minimi storici. È difficile intravedere vie d’uscita all’impasse in cui
si trova l’America oggi. Ed è ancora più difficile intravederne dopo il voto di
ieri.

Il Mattino, 3 novembre 2010

Le elezioni di mid-term

Le elezioni di mid-term sono un
primo banco di prova per Obama. Un giudizio sulle politiche fin qui perseguite;
ma anche un test della portata della svolta, a molti apparsa radicale, del
2008. Fu allora eletto presidente un giovane senatore afro-americano – Barack
Hussein Obama – di scarsa esperienza, vaghi propositi, grande erudizione e
straordinario carisma. Il primo afro-americano ad accedere alla massima carica
del paese, la sola ad avere come collegio gli Stati Uniti nella loro interezza
e quindi l’unica a rappresentare la nazione. Il primo senatore dopo John
Kennedy (tra il 1960 e il 2008 sono stati eletti solo governatori). E il primo,
sempre dall’elezione di Kennedy, a non provenire dalla Sunbelt, la cintura degli stati del sud che va dalla California
alle due Caroline.

La rottura del 2008 fu epocale. E
indusse molti a parlare prematuramente di riallineamento elettorale: dell’apertura
di un’era di dominio elettorale democratico. Stando ai sondaggi, Obama e i
democratici subiranno invece una sconfitta martedì prossimo. Difficilmente
riusciranno a mantenere il controllo della Camera; preserveranno forse un’esile
maggioranza al Senato; perderanno il controllo di molti stati, dove si
giocheranno nei mesi a venire partite importanti, dall’applicazione di alcune
delle riforme di Obama alla ridefinizione dei distretti elettorali.

Le cause di questa annunciata
sconfitta sono tante, contingenti e strutturali. Nella storia del paese è
usuale che il partito del presidente neo-eletto sia penalizzato nella prima
scadenza elettorale successiva al suo insediamento. Dal 1945 a oggi, l’unico
presidente a sfuggire a questa sorte fu George W. Bush nel 2002 e in
quell’occasione pesò moltissimo l’effetto dell’11 settembre. E non è detto che
queste sconfitte danneggino  il
presidente in carica, pregiudicandone la possibilità di rielezione e il
successo politico, come scoprirono sia Ronald Reagan (i repubblicani persero
ben 26 deputati nel 1982, ma fu trionfalmente rieletto nel 1984) sia Bill
Clinton, capace di rimbalzare dalla pesantissima sconfitta dei democratici del
1994 (quando persero 54 deputati), vincere le presidenziali del 1996 e
concludere i suoi due mandati con tassi di consenso e popolarità elevatissimi.

È quindi sbagliato leggere il
voto di martedì come anticipazione di una tendenza destinata a consolidarsi nel
2012, quando si voterà anche per la Presidenza. I dati odierni – e il probabile
risultato elettorale – sono invece rilevanti perché mostrano come la portata
della svolta del 2008 sia stata sopravvalutata. Alcune tendenze demografiche
(un’America meno bianca e protestante) e culturali (la stessa America che diventa
meno conservatrice sui cosiddetti temi etici) avvantaggiano oggettivamente i
democratici. Sono però bilanciate, queste tendenze, dalla persistente ostilità
di una maggioranza degli americani a politiche sociali espansive, a un ruolo
più attivo e interventista del governo federale e, soprattutto, all’ipotesi di
aumentare il livello dell’imposizione fiscale, anche solo sui redditi più alti
come propone Obama. Si tratta di posizioni anzi rafforzate dalla profonda
sfiducia verso la politica, le istituzioni e chi le rappresenta. Si cita spesso
il calo di consensi di Obama (di cui solo il 46% degli americani approva oggi l’operato),
omettendo di dire che la popolarità del Congresso è ancor più bassa e ormai da
4/5 anni fatica a superare il 20%.

È probabile che dopo martedì si
torni a una condizione di governo diviso. Senso di responsabilità vorrebbe che
le due parti aprissero allora un dialogo bipartisan e giungessero a dei compromessi.
Il senso di responsabilità collide però con le convenienze elettorali, come si
è ben visto nell’inflessibile comportamento dei repubblicani al Senato in
questo ultimo biennio. E il rischio di un paralizzante muro contro muro è oggi davvero
molto alto.

Il Giornale di Brescia, 1 novembre 2010

Le tasse e il Tea Party

 

Vi è un tema che nell’ultimo quarantennio ha egemonizzato il discorso politico e pubblico negli Stati Uniti: quello della riduzione delle tasse. Non si può credibilmente concorrere a una carica elettiva negli Stati Uniti proponendo un aumento delle imposte, in particolare di quelle sul reddito. Nel sistema assai semplificato di oggi l’aliquota sul reddito individuale più alto – superiore a 373mila dollari – è del 35%; nel 1980, prima della rivoluzione reaganiana, l’aliquota sui redditi maggiori era del 70% (e addirittura del 92% nel 1963). Chi guadagnava l’equivalente dei 370mila dollari del 2010 pagava il 75% di tasse su tale reddito nel 1963 e, appunto, il 70% nel 1980.

 

Alla riduzione delle imposte sul reddito non è corrisposto un contenimento delle spese pubbliche, messe in sofferenza da programmi sociali – quello previdenziale (il Social Security) e quello sanitario per gli anziani (Medicare) – assai onerosi e da un bilancio della difesa che nell’ultimo trentennio ha assorbito tra il 3 e il 5% del Prodotto Interno Lordo e tra il 15 e il 30% del bilancio del paese. Quel che ne è conseguito è stata un’imponente crescita sia del deficit interno sia del debito pubblico, aumentato quest’ultimo dal 30 al 90% del PIL nei soli ultimi trent’anni. Una politica fiscale sempre meno progressiva, programmi sociali tanto costosi quanto parziali e, infine, trasformazioni strutturali dell’economia hanno contribuito alla impressionante crescita della disuguaglianza nella società statunitense, dopo che questa aveva conosciuto una significativa riduzione nel periodo 1945-1973. I dati che si possono citare al riguardo sono molteplici. Il semplice indicatore del reddito ci fornisce però un esempio inequivoco: l’1% più alto dei redditi (superiori a circa 400mila dollari) corrisponde al 25% dei redditi complessivi (era più o meno l’8% nel 1973); l’0.01% più alto (redditi superiori agli 11milioni e 500mila dollari) addirittura al 6% dei redditi complessivi (era meno dell’1% a metà degli anni Settanta). Si potrebbero fare molti altri esempi – dalle tasse di successione all’accesso alle università di elite – ma il punto è chiaro: l’America di oggi è una società profondamente diseguale.

 

Eppure, questa disuguaglianza risulta politicamente tollerabile: non si vincono le elezioni invocando politiche redistributive e aumento delle spese sociali; né le si vincono sollecitando alla prudenza fiscale e alla riduzione del debito (che, affermò Reagan in una delle sue celebri battute, “è grande a sufficienza per prendersi cura di se stesso”). Le difficoltà elettorali di Obama e dei democratici dipendono ovviamente da una pluralità di fattori oltre che da un calo di popolarità almeno in parte fisiologico, in particolare in un periodo di difficoltà economica come quello attuale. Rivelano però anche la persistente tenuta, invero l’egemonia, di un discorso che genericamente potremmo definire “anti-fiscale”: popolare nei momenti di boom, quando la crescita economica permette gettiti più elevati senza aumenti delle tasse; indispensabile nei momenti di crisi, quando non si possono chiedere ulteriori sacrifici a un’America già prostrata e in ginocchio.

 

È un discorso “anti-fiscale” che anzi diventa parte integrante di un più ampio discorso patriottico. Nel quale la riduzione delle imposte costituisce precondizione per il dispiegamento dello spirito imprenditoriale e per la realizzazione della piena libertà individuale, oltre che metro per misurare la capacità della società americana di contrapporsi alla presenza, intrusiva e intrinsecamente autoritaria, dello stato federale.

 

Obama propone in realtà di aumentare solo le imposte sui redditi più alti, superiori a 250mila dollari, mantenendo i tagli introdotti da Bush tra le altre fasce di reddito. Ma il semplice parlare di aumento delle tasse ha violato un tabù che, a oggi, risulta inviolabile, paradossalmente anche per coloro i cui redditi sono inferiori alla soglia dei 250mila dollari. Ciò ci rivela quanto consolidato e forte sia il discorso anti-fiscale nell’America di oggi e quanto poco sia cambiato al riguardo dopo l’elezione di Obama nel 2008. Combinandosi con la diffusa sfiducia verso la politica e le istituzioni, questo discorso riesce anzi a creare un ponte tra la destra radicale del Tea Party e quell’elettorato indipendente dal cui voto dipende in ultimo il risultato elettorale. E ci mostra tutta la debolezza della politica  e la sua incapacità di affrontare alcune delle più marcate contraddizioni maturate dall’America nell’ultimo trentennio.

 

Il Mattino, 27 ottobre 2010

Le elezioni di mid-term e la difficoltà di governare

Il 2 novembre l’America sarà
chiamata a eleggere la Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato, oltre a
numerosi governatori e assemblee legislative statali. Tutti i sondaggi danno
per certa una vittoria dei repubblicani. Può anche darsi che Obama e i
democratici riescano nelle prossime settimane a mobilitare i propri elettori, a
sfruttare il radicale dilettantismo dei candidati repubblicani del Tea Party e
a limitare conseguentemente i danni. Non potranno, però, evitare una sconfitta.
Che potrebbe riportare il Congresso, o almeno uno dei due suoi due rami, in
mano ai repubblicani, a solo due anni dalla nettissima vittoria elettorale
democratica del 2008. E che – dato, in prospettiva, politicamente ancor più
significativo – permetterebbe ai repubblicani di governare molti stati.

Quanto accaduto dal 2008 a oggi
aiuta a spiegare questa probabile debacle dei democratici e del Presidente.
Obama si è rivelato, paradossalmente, cattivo comunicatore: non è stato capace
di offrire una narrazione della crisi capace di generare consenso; non ha
sfruttato a dovere il capitale politico lasciatogli in dote dagli errori di
Bush e dall’immensa impopolarità dei repubblicani; il suo messaggio, asettico e
bipartisan, non ha mai fatto breccia tra un elettorato arrabbiato e spaventato.
La coalizione che lo ha sostenuto si è dimostrata composita e incapace di
condividere una piattaforma comune, ancorché minima. I repubblicani non hanno
offerto alcuna sponda, rivelando una rigidità prossima all’irresponsabilità.
Infine, la drammatica crisi economica, per quanto mitigata dai provvedimenti di
Obama (il salvataggio delle banche e gli aiuti straordinari all’economia), ha
prodotto tassi di disoccupazione come non si vedevano da decenni, mentre
continuavano a crescere debito e deficit, già aumentati esponenzialmente negli
otto anni di Bush.

Eppure, i tanti fattori
contingenti non bastano per spiegare il probabile esito delle prossime elezioni
di mid-term. Come non basta la considerazione, corretta ma parziale, che si
tratterebbe di un dato normale, e finanche fisiologico, nel sistema politico
statunitense, dove il partito del Presidente eletto soffre sempre di una
flessione dopo il primo biennio. A monte, sembrano infatti agire due fattori
più profondi, quasi strutturali.

Il primo ha a che fare con il
cambiamento in atto in America. Un cambiamento politico, demografico e
culturale che aveva indotto alcuni studiosi a presentare il 2008 come un vero e
proprio riallineamento elettorale, destinato a produrre una solida e duratura
maggioranza democratica. Appare oggi chiaro che quel cambiamento è più parziale
e limitato di quanto non si ritenesse; che i suoi effetti politici siano più
tenui e meno netti del previsto. L’America si fa più diversa – si pensi al peso
della minoranza ispanica – e, anche, più liberal
sui temi etici, tanto che in molte delle campagne elettorali in corso i
candidati democratici cercano di mettere il diritto all’aborto al centro del
dibattito, consapevoli della vulnerabilità repubblicana su questo. Ma è
un’America dove rimane marcata l’ostilità, quasi pregiudiziale, a una presenza
forte della mano pubblica, anche solo con una funzione di regolamentazione
della vita economica. Un’America dove, anzi, la forza dell’anti-politica
populista rende ancor più impopolare il governo federale e l’idea che esso
possa svolgere un ruolo attivo e interventista, dalla sanità all’istruzione,
dalle infrastrutture (sempre più obsolete) alla difesa dell’ambiente.

Un secondo fattore, che accomuna
gli Usa ad altre democrazie occidentali, si somma però al primo. È la
difficoltà di governare oggi, nei tempi sempre più ristretti di un dibattito
politico che genera aspettative sul breve irrealizzabili, dove lo scontro e il
rifiuto di collaborare sono elettoralmente convenienti e dove il ciclo continuo
di notizie e di sondaggi pesa, come spade di Damocle, su chi ha la
responsabilità del governo. Obama, oggi lo si dimentica, ha conseguito successi
importanti, dalla riforma del sistema sanitario al ritiro dall’Iraq, dalle
leggi sul sistema finanziario a politiche economiche capaci di arrestare la
recessione e far ripartire l’economia. Ciò, però, non basta: i suoi
sostenitori, soprattutto a sinistra, chiedevano di più; i suoi oppositori
denunciano, grottescamente, una presunta deriva socialista del paese; i tanti
indecisi indipendenti guardano con preoccupazione al deterioramento dei conti
pubblici. Tutti chiedono soluzioni immediate e risposte precise alle proprie preoccupazioni.
Soluzioni che la politica non ha e non può avere; ma soluzioni rese ancor più
difficili quando i tempi della politica e quelli elettorali tendono a
biforcarsi in modo così marcato come avviene oggi. Se i repubblicani dovessero
conquistare la maggioranza al Congresso, per la terza volta consecutiva (primo
caso nella storia statunitense) avremo una situazione di governo diviso: un
Presidente in carica dovrebbe cioè collaborare con un Congresso controllato dal
partito avversario. E questo dato ci mostra quanto difficile sia governare
oggi, negli Stati Uniti e non solo.

Il Mattino, 11 ottobre 2010