Mario Del Pero

Default, Ideologia e leadership debole

È impensabile che una qualche soluzione, per quanto pasticciata e temporanea, non verrà escogitata e che il tetto del debito statunitense, attualmente fissato a 14mila e 300 miliardi di dollari, non sarà aumentato prima della scadenza ultima del prossimo 2 agosto. Gli Stati Uniti, ma anche il resto del mondo, non si possono permettere un default. Esso alimenterebbe un’ulteriore destabilizzazione finanziaria, affondando il dollaro, che rimane la valuta di riferimento del sistema internazionale, e indebolendo gravemente i titoli del Tesoro statunitense, che a dispetto di tutto costituiscono una delle fonti d’investimento più sicure e privilegiate. Un default provocherebbe un ulteriore aumento dei tassi d’interesse, proprio quando vi è bisogno del contrario, per sostenere una ripresa produttiva ancor debole e aiutare le milioni di famiglie americane pesantemente indebitate e in sofferenza. Più di tutto, il default minerebbe la capacità del governo statunitense di far fronte a obblighi già contratti. Perché alzare il tetto del debito, ossia aumentare la capacità d’indebitamento del paese, proprio a questo serve: a ottenere le risorse necessarie per ottemperare a impegni già assunti e per coprire spese in larga parte avvenute nel corso dell’anno fiscale 2011, che si chiuderà a settembre. Ci s’indebita cioè non per assumere nuovi impegni, ma per rispettare quelli già presi. Per pagare le spese previdenziali e sanitarie, così come gli stipendi ai militari e le pensioni e l’assistenza ai veterani di guerra. Un default obbligherebbe a scelte drammatiche e a tagli generalizzati a queste voci di spesa, in un’America già in pesante sofferenza , dove il tasso di disoccupazione ufficiale sfiora il 10% e quello reale – che include i sottoccupati e coloro che non cercano nemmeno più lavoro –  si colloca tra il 15 e il 20%.

Alcuni membri del Tea Party denunciano l’ingiustificato allarmismo di Obama e dei molti che temono il default. Orgogliosamente nazionalisti, credono nella capacità statunitense di isolarsi dalla tempesta che ne conseguirebbe. Sono però voci fattesi sempre più flebili nelle ultime settimane. Il default non è semplicemente contemplabile. Eppure ci si muove sull’orlo del precipizio; si negoziano accordi poi immediatamente disattesi; ci si accusa reciprocamente d’irresponsabilità; si attivano tavoli di confronto diversi, nei quali si mescolano incongruentemente dialettica istituzionale (presidenza contro congresso, senato contro camera), politica (repubblicani contro democratici, moderati contro radicali) e, anche, generazionale (senatori di lungo corso, propensi alla mediazione e al dialogo, contro deputati appena eletti, zelanti e ideologicamente inflessibili). Come già in passato, Obama ha cercato di ergersi al di sopra delle parti: di presentarsi come il presidente capace di superare le divisioni o di portarle quantomeno a sintesi. Incalzato a destra, ha rilanciato con un piano di rientro dal deficit e di riduzione del debito di 4mila miliardi, concentrato per l’80% su tagli a vari programmi di spesa previdenziale e sanitaria e per il residuo 20% su aumenti della pressione fiscale sui redditi più alti. Nel farlo ha indisposto una sinistra democratica sempre più irritata per le sue concessioni, senza per questo ottenere le auspicate aperture a destra. Una destra a sua volta divisa e cacofonica, dove i giovani turchi della camera, guidati dal capogruppo Eric Cantor, si sono scontrati con lo speaker, il deputato dell’Ohio John Bohner e, ancor più, con alcuni senatori, a partire da Mitch McConnell. Difficile capire chi stia vincendo o, forse, perdendo meno nella contesa: se un presidente indeciso, spesso incapace di esercitare la leadership richiesta in queste circostanze, o un partito repubblicano ostaggio delle sue frange più radicali e incapace di capire che un governo diviso, come quello attuale, obbliga a compromessi e mediazioni. I sondaggi sembrano premiare per il momento Obama. Ma gli stessi sondaggi rivelano un altro, più significativo aspetto: la crescente sfiducia dell’opinione pubblica verso le istituzioni, i due partiti e la politica più in generale (secondo l’ultimo sondaggio Gallup, il tasso di approvazione dell’operato del Congresso è al 17%, tra i più bassi di sempre). Un disincanto che Obama nel 2008 era parso in grado di rovesciare e che, da presidente, ha finito invece per alimentare. E questa, al momento, è forse la sua sconfitta più grande.

Il Messaggero, 26 Luglio 2011

Debito, compromessi e responsabilità

Mancano ormai pochi giorni alla scadenza ultima, il 2 agosto, per alzare la soglia massima del debito pubblico statunitense, oggi fissata a 14mila e 300 miliardi di dollari. Serve l’autorizzazione di entrambe la camere, ma in quella bassa – in mano a un partito repubblicano ostaggio delle sue frange più radicali – si fatica a trovare un accordo. Se il tetto non sarà alzato, gli Usa entreranno tecnicamente in uno stato di default: il primo della loro storia. Con effetti molto pericolosi per l’economia statunitense e quella globale. Il governo federale sarebbe incapace di far fronte a varie voci della spesa ordinaria e vedrebbe il suo rating declassato dalle agenzie internazionali, con una conseguente crescita dei tassi sui titoli di stato e oneri ancor maggiori sul debito.

Vista la portata della minaccia, un aumento del tetto del debito appariva scontato solo pochi mesi fa. E in passato, sarebbe (e, di fatto, è) avvenuto senza grandi polemiche e clamori pubblici. Dopo le elezioni di medio termine del 2010, il debito ha però acquisito una valenza simbolica che ne ha trasformato il significato ultimo. Per la destra radicale del Tea Party, esso costituisce l’emblema di uno stato federale elefantiaco, corrotto, inefficiente e, soprattutto, a sovranità limitata. Uno stato che, indebitandosi ad libitum, non si assume la responsabilità di compiere scelte difficili; sperpera risorse scarse pagando interessi che, per quanto ai minimi storici in termini di tassi, rimangono comunque molto onerosi; tassa i suoi cittadini per far fronte a queste spese improduttive; soprattutto, perde autonomia e sovranità, costituendo il debito la forma ultima di dipendenza (ogni circa un terzo è in mano a investitori stranieri, la metà dei quali cinesi e giapponesi).

È, quella dei deputati del Tea Party, una lettura semplicistica, dogmatica e, in parte, anche strumentale, visto che alcuni di essi, a partire dalla candidata presidenziale Michele Bachmann, ammettono candidamente che un eventuale default potrebbe danneggiare Obama alle presidenziali del 2012. La crescita del debito è infatti avvenuta ben prima dell’elezione di Obama. Nel 1981, il suo ammontare complessivo si collocava sotto il miliardo di dollari (circa 2mila e 500 miliardi ai prezzi di oggi); corrispondeva a poco più del 30% del prodotto interno lordo, quando oggi sfiora il 100%. Gli aumenti più significativi vi sono stati con le amministrazioni, fiscalmente assai poco responsabili, di repubblicani come Ronald Reagan e George Bush Jr., effetto ineluttabile del combinato disposto di alte spese militari, tagli alle tasse e crescita dell’età media, con conseguenti effetti sulla spesa previdenziale e su quella sanitaria. Gli stessi repubblicani che si scagliano oggi violentemente contro Obama, dissero poco o nulla quando sotto Bush Jr. il debito pubblico quasi raddoppiò, passando da 5mila e 600 a 10 e 600 miliardi di dollari in otto anni (dal 55 all’80% del PIL). L’indisponibilità dei leader della destra repubblicana a considerare aumenti dell’imposizione fiscale sui redditi più alti – oggi ai livelli minimi degli ultimi ottant’anni – è un chiaro indicatore del loro dogmatismo e della loro irresponsabilità. Su questo Obama ha fatto negli ultimi giorni concessioni estreme, rendendosi disponibile a tagli di spesa in programmi – la previdenza e l’assistenza sanitaria agli anziani – ancora popolari e intoccabili per gran parte dell’elettorato democratico. L’ultima offerta di Obama, che prevedeva risparmi di 4mila miliardi di dollari su un decennio in cambio dell’aumento del tetto al debito, si concentrava per la gran parte proprio sulle voci di spesa e chiedeva solo di porre termine alla riduzione delle aliquote per i redditi più alti introdotta da Bush nel 2001. È bastata questa richiesta per far saltare l’accordo. E questo ci dà forse un’idea di come le difficoltà degli Stati Uniti odierni si manifestino anche in un dibattito politico polarizzato, dove la responsabilità è merce rara e sembra pagare sempre meno alle urne.

Il Mattino, 19 luglio 2011

Europa und der globale Obama

Barack Obamas sechstägige Europareise hat mit einem Besuch in der winzigen irischen Stadt Moneygall begonnen. Von hier aus wanderte 1850 sein Ur-Ur-Ur-Grossvater 19-jährig in die USA aus. Ja, es gibt auch irisches Blut in Obamas Venen, und seine entfernten irischen Cousins haben den US-Präsidenten gestern in Moneygall frenetisch begrüsst.

Die Faszination und Bewunderung, auf die Obama weltweit stösst, beruht nicht nur auf seiner Bereitschaft, die USA nach Bushs unilateraler Entfremdung wieder mit der Welt zu versöhnen, sondern auch auf seiner Fähigkeit, die Welt in ihrer Gesamtheit zu symbolisieren und zu fassen. Durch seine einzigartig kosmopolitische Biografie hat Barack Obama der Idee neues Leben eingehaucht, dass Amerika nicht nur ein Teil der Welt ist, sondern dass Amerika die Welt ist. In den Augen der Weltbevölkerung ist Obama gleichzeitig Amerikaner, Afrikaner und Asiate – letzteres wegen seiner Kindheit in Hawaii und Indonesien. Und nun entdecken wir mit leichter Verwunderung, dass es beim «globalen Obama» auch eine europäische Komponente gibt. Wir sollten nicht überrascht sein. Das globale Amerika – die USA als die Welt – ist und war immer europäisch. Unsere Überraschung und die daraus folgende Aufmerksamkeit, die wir nun der Moneygall-Saga widmen, ist zum Teil erklärbar durch die fortschreitende Abnahme der Bedeutung des historischen Nexus – strategisch, politisch, wirtschaftlich und kulturell – zwischen Europa und den USA. In den vergangenen 30 Jahren wurden wir Zeugen einer signifikanten Schwächung der Wichtigkeit von «Atlantica» – den Normen, Institutionen und Praktiken, welche die Beziehungen zwischen den USA und Europa gepflegt und diszipliniert haben.

«Atlantica» basierte auf ein paar grundsätzlichen Annahmen: die anerkannte geopolitische Zentralität Europas; die Existenz einer klar definierten externen Bedrohung (die Sowjetunion); das Bedürfnis, auf europäischer Seite, nach amerikanischem Schutz; intensive Kooperation in Handels- und Finanzfragen; die Akzeptanz von Liberalismus unter amerikanischen und europäischen Eliten, eine politische und ideologische Lingua franca, die man Atlantizismus nannte. Diese Bedingungen sind graduell verschwunden und «Atlantica» kann inzwischen nur mehr noch in den Institutionen der Nato und einigen alten Denkfabriken gefunden werden. Europa muss nicht mehr länger von den USA beschützt werden. Kanada, China, Mexiko und Japan sind für die USA viel interessantere Handelspartner als jedes europäische Land – 2010 machten die deutschen Exporte nach Amerika gerade einmal 20 Prozent der chinesischen Exporte aus. Die Zentralbanken Japans und China zusammen halten beinahe die Hälfte der amerikanischen Schulden in ausländischen Händen. Monetäre Zusammenarbeit unter der Hegemonie des Dollars wurde ersetzt durch teilweise explizite Rivalität zwischen dem Euro und dem Dollar, während die Hauptachse internationaler Finanzbeziehungen ostwärts gewandert ist und sich heute zwischen dem Dollar und dem Renminbi, der chinesischen Währung, abspielt. Zudem sprechen auch nur noch wenige Politiker die Sprache des zentristisch-liberalen Atlantizismus: der mächtige nationalistische Exzeptionalismus, welche inzwischen den öffentlichen und politischen Diskurs in den USA dominiert, wird heute häufig gespiegelt in Europa durch die Rückkehr von Mikro-Nationalismus oder die Entwicklung einer Art anti-exzeptionalistischen Geschichtsschreibung – Europa als die zivile, friedfertige und gutmütige Macht.

«Atlantica» gibt es heute nicht mehr. Der atlantische Moment war demnach nur ein Einschub in der Geschichte der US-Aussenpolitik, von 1941 bis 1991 – wie es der Historiker Bruce Cumings in seinem grandiosen Werk «Dominion from Sea to Sea: Pacific Ascendancy and American Power» (2009) charakterisierte. Aber trotzdem: die USA und Europa scheinen einander auch heute noch gegenseitig zu brauchen, wie wir von den Krisen in Libyen, Afghanistan bis zum Atomstreit mit Iran und dem unlösbaren Nahostkonflikt fast täglich realisieren. Zwar weniger geeint als in der Vergangenheit, teilen die beiden Seiten des Atlantiks Ressourcen, Positionen, Perspektiven und Ziele. Sie geben nicht vor, eine Einheit zu repräsentieren wie früher. Aber sie wissen, dass sie einander irgendwie perfekt ergänzen – dass sie viel mehr gemeinsam erreichen können als allein.

Das wird Obama seinen europäischen Gesprächspartnern diese Woche sagen. Er wird die Europäer auch daran erinnern, dass sogar der globale Präsident eines globalen Amerika immer noch einen entfernten Cousin hat in einer abgelegenen irischen Stadt.

Mario Del Pero – Aargauer Zeitung, 24 Mai 2011

Obama & Osama, Part II

Bin Laden lo avevamo quasi dimenticato. Lo credevamo morto o sepolto vivo in una qualche caverna al confine tra Pakistan e Afghanistan. E comunque la sua immagine ci appariva lontana e sfocata: figlia di un’epoca già superata. Non era così per gli Stati Uniti. Che hanno continuato a dargli la caccia; e per i quali quell’immagine è rimasta nitida e vivida. Ha rappresentato quasi un’icona: un’“immagine pop” l’ha definita oggi un mio studente. Il simbolo estremo e riunificante di tutto il male che ha colpito l’America. L’immagine, potentissima, capace di sintetizzare quel che il terrorismo islamista è stato e potrà essere. E l’esultanza – in una certa misura sguaiata ed eccessiva – con cui ne è stata accolta la morte negli Usa è lì a rivelarci la potenza simbolica di quell’immagine: di quel volto. Emblema di un male di cui si deve celebrare l’eliminazione per esorcizzarlo e allontanarlo definitivamente.

Ma l’eliminazione di Bin Laden viene festeggiata non solo per sete di vendetta. Con la brillante operazione dei Navy Seals, l’America – quell’America tormentata e in crisi degli ultimi anni – torna a sentirsi orgogliosa. A rivendicare la propria grandezza. Anche per questo aveva eletto Obama nel 2008. Per riaffermare la propria unicità; per mostrare la capacità di rinascere: dopo l’11 settembre, dopo il flop iracheno, dopo New Orleans sott’acqua, dopo l’imbarazzante George Bush. Un paese, per essere unito, ha bisogno di esser orgoglioso: di se stesso, delle proprie istituzioni, dei propri rappresentanti. Del proprio presidente, che negli Stati Uniti rappresenta e simboleggia l’unità del paese: è lo specchio simbolico in cui la nazione sceglie di vedersi e immaginarsi.

E il presidente è il grande vincitore politico di questa operazione. Diviene, improvvisamente, comandante in capo: credibile e vincente presidente di guerra. Guida di un paese che, nel festeggiare e nel ritrovare temporaneamente la coesione perduta, si raccoglie attorno a lui. A ciò serve la furba coreografia allestita per l’occasione: le fotografie di Obama e del suo staff, tesi e dignitosi, che seguono attentamente l’evolversi dell’operazione.

Tutto ciò non durerà. Il paese tornerà presto a dividersi. Obama beneficerà indubbiamente del rilevante capitale politico maturato; ma non vincerà certo le elezioni del 2012 grazie all’eliminazione di Bin Laden, come afferma oggi qualche commentatore facilone e superficiale. Quelle elezioni sono troppo lontane per discuterne seriamente oggi. E proprio l’eliminazione di Bin Laden, e le modalità che l’hanno permessa e con le quali è stata presentata e celebrata, porranno problemi di non poco conto agli Usa e alla loro politica estera. Li espongono al rischio di inevitabili rappresaglie terroristiche; rischiano di alimentare un nuova ondata di anti-americanismo in risposta al patriottismo sopra le righe cui l’America ha dato sfogo in queste giornate; rilegittimano le pratiche più controverse della guerra al terrore di Bush e Cheney (a quanto sappiamo sono stati i metodi aggressivi d’interrogazione di sospetti terroristi – di fatto la tortura – a permettere di ottenere le informazioni vitali per individuare il nascondiglio di Bin Laden). Dilemmi futuri, questi. Per intanto, l’America festeggia, celebra e si riscopre unita e orgogliosa.

Il Giornale di Brescia, 4 maggio 2011

Obama & Osama

Anche se la rete televisiva Fox celebra l’evento come una rivincita di Bush e della sua campagna globale contro il terrore, l’eliminazione di Osama Bin Laden costituisce un indubbio, e per certi aspetti straordinario, successo politico per Barack Obama. Un successo in un ambito – quello della politica estera e di sicurezza – rispetto al quale i democratici, e ancor più questo Presidente, sono storicamente vulnerabili. E un successo che avviene in un momento di rinnovata difficoltà politica per Obama, criticato a destra come a sinistra sia per l’atteggiamento ondivago tenuto sulla crisi libica sia per i successi limitati della escalation in Afghanistan. Una guerra – quella afgana – che Obama ha sempre rivendicato come guerra giusta e necessaria, in contrapposizione a quella inutile e sbagliata, promossa in Iraq; ma anche una guerra di cui l’America è ormai stanca, come evidenziato da sondaggi secondo i quali più del 60% degli intervistati chiede un disimpegno rapido e la fine dell’intervento statunitense.

Non solo Obama diventa, sia pure temporaneamente, un apprezzato presidente di guerra: un vero comandante in capo. Ritorna altresì a essere presidente unitario, di sintesi, capace, nel momento del successo e del rinnovato patriottismo, di simboleggiare ed esprimere la ritrovata unità di un paese fino a oggi polarizzato e diviso.

Al successo politico interno si aggiunge anche quello internazionale. Gli Stati Uniti tornano ad apparire la guida di una comunità internazionale che trova nella lotta al terrorismo uno dei suoi pochi comuni denominatori. Ne assumono, almeno simbolicamente, quella leadership cui sembravano avere in parte abdicato.

Proprio lo scenario internazionale rivela però i rischi e i pericoli che questa vittoria – operativa e simbolica – porta con sé. Nei giorni e nelle settimane a venire scopriremo se vi sarà una rappresaglia delle tante cellule terroristiche che in una qualche misura si rifanno ad Al Qaeda. L’operazione, l’eco che l’ha accompagnata, la reazione all’eliminazione di Bin Laden riportano però il terrorismo al centro della scena mediatica; un Osama Bin Laden ormai dimenticato dai più si trasforma potenzialmente in martire, con effetti che, nuovamente, potremo scoprire solo nelle prossime settimane.

Le reazioni negli Stati Uniti – le scene di esultanza nelle strade, i cori a Times Square e davanti alla Casa Bianca – pongono anch’essi problemi da non sottovalutare. Rivelano, nei loro eccessi, quanto aperta – e quindi politicamente esplosiva – rimanga la ferita dell’11 settembre. Mostrano il volto – roboantemente nazionalista – di un’America che piace poco o nulla al resto del mondo. Sembrano riportare indietro le lancette della storia, farci tornare agli anni di Bush: del suo unilateralismo, della sua retorica manichea e binaria, dei suoi proclami bellicosi. Rischiano, in altre parole, di far evaporare rapidamente il capitale faticosamente conquistato da Obama, con la sua retorica inclusiva e collaborativa, con la sua diplomazia multilaterale, tutta tesa a costruire consenso e delegare, laddove possibile, oneri e responsabilità. Tra l’America che esulta e il mondo – soprattutto il mondo degli alleati di quest’America – che osserva, in parte sollevato e in parte sbigottito, sembra aprirsi nuovamente uno iato. E torna a manifestarsi con forza una contraddizione con la quale, dopo l’ascesa degli Stati Uniti a indiscusso leader del sistema internazionale, qualsiasi presidente statunitense si è dovuto confrontare: la necessità di parlare a due opinioni pubbliche, quella interna e quella mondiale; l’obbligo, estremamente arduo, di rendere complementari due messaggi che il più della volte non possono essere tali. Volente o nolente, l’Obama che celebra, con orgoglio e soddisfazione inevitabili e malcelati, l’uccisione di Bin Laden è un Obama che a molti finisce per ricordare molto – troppo – il George Bush dell’immediato post-11 settembre.

Il piano interno, infine. Negli Stati Uniti, gli indici di popolarità di Obama sono destinati a schizzare in alto. E Obama diverrà, per un po’ di tempo, il “presidente che ha eliminato Bin Laden”. Nel ciclo continuo della politica di oggi, e della narrazione senza tregua che l’accompagna, ciò però non basterà. George Bush Sr. aveva tassi di popolarità del 90% dopo la prima guerra del Golfo. Pochi mesi più tardi fu sconfitto da un quasi sconosciuto governatore dell’Arkansas, Bill Clinton, diventando così l’unico presidente del dopoguerra, assieme a Jimmy Carter, a non essere rieletto a un secondo mandato.

È una vittoria per Obama, l’eliminazione di Bin Laden; questo è indubbio. Una vittoria la cui portata e le cui implicazioni non possono essere sottovalutate. Come tutte le vittorie, è però anche una vittoria da maneggiarsi con cautela, con la consapevolezza dei suoi rischi e, anche, dell’inevitabile affievolirsi dei suoi effetti.

Il Mattino, 3 maggio 2011

Obama si ricandida

A più di un anno e mezzo dal voto, e solo pochi mesi dopo la pesante sconfitta democratica alle elezioni di mid-term, Barack Obama ha annunciato la sua decisione di ricandidarsi. Decisione scontata come lo è del resto la tempistica. Dentro il ciclo elettorale senza tregua della democrazia statunitense, i presidenti in carica tendono ormai a rendere noto con largo anticipo queste scelte (Clinton e Bush fecero sostanzialmente lo stesso). Ciò permette loro di iniziare prima la raccolta di finanziamenti, che nel caso di Obama mira a superare la cifra astronomica di un miliardo di dollari. E permette di mobilitare segmenti importanti della propria base (e del proprio volontariato) che nel caso di Obama vuol dire soprattutto gli elettori under 30 e gli afroamericani: che votarono massicciamente per lui nel 2008, sono stati a casa nel 2010 e vanno riconquistati nel 2012.

Allo stato attuale, Obama è indiscutibilmente il favorito. La controparte repubblicana appare divisa, lacerata e priva di precisi leader attorno a cui raccogliersi. Il dilettantesco radicalismo del Tea Party suscita malumori crescenti tra l’opinione pubblica e tra pezzi importanti dell’establishment repubblicano, come vediamo bene in questi giorni nella discussione sul bilancio. Mancano al momento figure credibili e forti in grado di aspirare alla Presidenza. Non lo sono i Gingrich e i Romney, privi di carisma e screditati da un passato incoerente e, nel caso del secondo, dalle posizioni troppo liberal assunte nel momento della responsabilità di governo (come governatore del Massachusetts). Non lo sono certo le pasionarie movimentiste come Michelle Bachmann e Sarah Palin, il cui populismo può pagare nelle elezioni di medio termine, ma molto meno in quelle presidenziali. Non lo è, ancora, il giovane e abile senatore della Florida Marco Rubio, che ha finora scelto un basso profilo attraverso cui si è distinto in mezzo alle tante, confusa urla repubblicane.

Qualunque avversario sarà scelto, dovrà poi confrontarsi con la macchina da guerra elettorale di Obama. Fatta di consiglieri straordinariamente abili e, se necessario, spregiudicati, a partire da David Axelrod, che ha lasciato il suo posto di consigliere alla Casa Bianca per coordinare la campagna del presidente. E dotata di risorse che nessuno sfidante sarà presumibilmente in grado di pareggiare. Risorse le cui fonti porranno però un problema all’Obama candidato come lo hanno posto all’Obama presidente. I finanziamenti alla campagna di Obama verranno presumibilmente da tre gruppi principali: i sindacati (ormai dominati dal settore pubblico), Wall Street e la new economy della Silicon Valley e affini, nelle sue varie e plurime manifestazioni (tra i principali finanziatori di Obama nel 2008 troviamo Goldman Sachs, JPMorgan, Google e Microsoft). Gruppi, cioè, portatori d’interessi tra loro molto diversi e difficilmente conciliabili. A maggior ragione in assenza del collante, in negativo, offerto nel 2008 da Bush e dal suo lascito disastroso. Conciliare i diversi pezzi dell’elettorato democratico sarà il primo grande problema di Obama. Il secondo sarà invece riattivare l’entusiasmo del 2008 e mobilitare giovani e sinistra profondamente disillusi dal presidente e in particolare dalla sua politica estera e di sicurezza, dalla guerra in Afghanistan (che continua) al carcere di Guantanamo (che non viene chiuso). Obama in una certa misura correrà quindi contro se stesso, soprattutto se la crescita economica continuerà e inciderà finalmente sull’occupazione. E dalle contraddizioni sue e del suo partito, più che da avversari ancora aleatori, verranno presumibilmente i maggiori problemi.

[Il Giornale di Brescia, 5 aprile 2011]

Obama va alla guerra

Ci sono poche cose di cui Obama avesse meno bisogno che di un altro fronte di guerra. È già, di fatto, in campagna elettorale e ha molto da perdere in termini di consenso; l’economia, su cui si misurerà in ultimo il suo successo o il suo fallimento, cresce, ma fatica a creare posti di lavoro; il paese è concentrato su se stesso e indisposto a sostenere nuovi, onerosi impegni militari, come rivelano anche gli ultimi sondaggi sulla guerra in Afghanistan, non meritevole di essere combattuta ormai per il 60/70% degli intervistati. E però, Obama ha scelto la guerra, sia pure con riluttanza e molti tentennamenti. Una guerra vera e complicata, come vediamo. E una guerra  dalla durata e dagli esiti davvero imprevedibili.

Come si giustifica questa scelta, dopo le cautele e, anche, le ambiguità delle settimane precedenti? Vi sono almeno tre spiegazioni, legate a dinamiche interne e internazionali oltre che all’evoluzione della situazione in Libia.

Obama ha optato inizialmente per una linea di cautela estrema. Dettata certo dalla necessità e dall’assenza d’interlocutori istituzionali in Libia, ma anche dall’auspicio che Gheddafi potesse cadere rapidamente e che la vera partita si sarebbe aperta con la successiva transizione. Un auspicio rivelatosi vieppiù infondato di fronte alla violenta ed efficace controffensiva del rais. A questo punto è parso realizzarsi lo scenario peggiore, per gli Usa e per i loro alleati: un Gheddafi non solo di nuovo saldamente in sella, ma anche radicalizzato nella sua ostilità all’Occidente e ancor meno gestibile che in passato.

Gli eventi sul campo hanno imposto pertanto una modifica delle cautele originarie. Ma un secondo fattore ha permesso all’amministrazione Obama di prendere posizione a favore dell’intervento: il fatto di non essere né da sola né in prima fila nel sostenerne la necessità. L’attivismo di altri soggetti – la Francia di Sarkozy su tutti – ha da un lato offerto una copertura politica, interna ed esterna, agli Usa. Dall’altra li ha spinti ancor di più a sostenere la linea dell’intervento, per il timore di non trovarsi in una posizione subalterna – in Libia e più in generale nel Medio Oriente in fermento – dove una eccessiva passività statunitense potrebbe oggi risultare perdente quanto l’iper-attivismo degli anni di Bush. L’autorizzazione all’intervento da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’attiva partecipazione degli alleati e l’appoggio, immediatamente “qualificato”, della Lega Araba conferiscono infine una legittimità all’operazione di fronte alle opinioni pubbliche interna e internazionale, come Obama non ha mancato di sottolineare. Al di là degli inevitabili borbottii cinesi e russi, era da un più di un ventennio – dalla prima guerra del Golfo – che un’azione militare coinvolgente forze americane non veniva gestita in questo modo.

E questo ci porta al terzo fattore, interno alla stessa amministrazione Obama. Divisa, stando alle ricostruzioni di cui disponiamo, tra due anime: i cauti realisti, come il segretario alla Difesa Gates e il consigliere per la sicurezza nazionale, Donilon, assai restii all’uso della forza; e i liberal interventisti, come l’ambasciatrice all’Onu, Susan Rice, gli influenti consiglieri di Obama, Samantha Power e Michael McFaul e, infine, la stessa Hillary Clinton. Liberal che alla Libia ritengano vadano applicate le lezioni imparate negli anni Novanta – dal Ruanda alla Bosnia –  troppo frettolosamente archiviate in reazione agli eccessi di Bush. Come già in passato, Obama si è infine schierato dalla parte di un interventismo liberal che informa le posizioni di molti suoi uomini; un interventismo liberal indebolito dalla sua parziale collusione con l’unilateralismo bushiano, ma ancora forte nell’establishment politico e intellettuale washingtoniano. Dove la dottrina dell’“interventismo umanitario” rimane popolare, certo assai più che tra l’elettorato;  e dove si crede che questa sia un’occasione unica per riaffermare il connubio tra interessi e ideali. Perché in Libia, come in Egitto e in Tunisia, un processo storico – di democratizzazione ed emancipazione – è in atto ed esso deve essere intercettato, coordinato e in ultimo sfruttato, per portarlo a compimento, impedire che deragli o che se ne impossessino altri.

Controvoglia e con molti dubbi, Obama va quindi alla guerra. Lo fa, come tutti noi, incrociando però le dita e pregando che duri davvero il meno possibile.

[Il Mattino, 21 marzo 2011]

Obama e la Libia

Fa una certa impressione trovare Stephen Walt e William Kristol schierati dalla stessa parte nell’invocare un’azione più assertiva degli Stati Uniti contro Gheddafi e la sua brutale repressione delle proteste in Libia. A chiedere un più deciso sostegno per riguadagnare le masse arabe e, nelle parole di Walt, evitare che “la retorica” statunitense di “esaltazione della democrazia e dei diritti umani non appaia come la più basilare delle ipocrisie”. Walt è infatti uno studioso realista, ferocemente critico nei confronti di Bush, delle sue crociate democratiche e della relazione speciale tra Stati Uniti e Israele, mentre Kristol è un falco filo-israeliano, fondamentalista neoconservatore, che le crociate di Bush ha ispirato e appoggiato.

E però in Libia le difficoltà e i dilemmi di Obama sono se possibile ancor maggiori che in Egitto. Per gli Usa, Gheddafi è stato a lungo un comodo nemico assoluto, trasformatosi negli anni da aspirante leader del fronte panarabo ad anarchico e spregiudicato terrorista. Ma nell’ultimo decennio è stato anche un utile interlocutore degli Usa e dell’Occidente, con il quale si firmavano importanti accordi economici e al quale si delegavano con sollievo lavori sporchi, dall’immigrazione alla lotta all’islamismo radicale. Un interlocutore, non un alleato, cui si perdonavano mattane (e mattanze) e con il quale almeno gli Usa non avevano bisogno di esporsi diplomaticamente, fornendogli ad esempio aiuti militari.

Ed è proprio la peculiarità di questo rapporto/non-rapporto a porre un primo problema agli Usa ovvero a limitarne la capacità di condizionare scelte e comportamenti del dittatore di Tripoli. Diversamente dall’Egitto e dallo stesso Bahrein, gli Stati Uniti non dispongono di canali istituzionali alternativi – le forze armate su tutti – con i quali interagire e ai quali appoggiarsi. Di fronte all’incedere degli eventi, gli Usa si trovano cioè con armi ancor più spuntate rispetto a quanto già non fosse in Egitto due settimane fa.

Il secondo dilemma ripropone, in forme nuove e forse ancor più drammatiche, quello già manifestatosi in Egitto: l’equilibrio tra esigenza di stabilità e desiderio di democrazia, tra la certezza della prima e i rischi della seconda. Perché Gheddafi ha a modo suo (in modo cioè osceno) garantito una qualche forma di stabilità, che gli Usa come molti paesi europei hanno infine imparato ad apprezzare.

Il terzo e ultimo dilemma – per Obama come per tutti i suoi predecessori – è rappresentato dall’opinione pubblica statunitense e da come questa può reagire a un’azione politica più incisiva degli Stati Uniti. Walt ipotizza, poco realisticamente, l’attivazione sotto egida Onu di una forza internazionale di peacekeeping da inviare in Libia. Kristol chiede addirittura “sforzi aggressivi, aperti o clandestini, diretti o indiretti, per aiutare i liberal … in Medio Oriente”, anche a costo di “considerare l’uso della forza”. Ma Walt e Kristol sono esponenti di elite politiche e intellettuali e, nel caso del secondo, di elite screditate dagli errori ed eccessi dell’ultimo decennio. Al resto del paese, Obama ha promesso (e continua a promettere) circospezione, cautela e realismo. Che è poi quanto l’America, proiettata sui suoi problemi interni, continua a chiedere. Un terzo degli americani, stando all’ultimo sondaggio Gallup, ritiene addirittura che gli Usa debbano svolgere un ruolo minore se non marginale negli affari internazionali (erano solo un quinto nel 2003). Sempre stando a rilevazioni Gallup di due settimane fa, nel pieno della crisi egiziana, gli americani ritenevano quanto stava avvenendo in Egitto poco più importante di quanto avveniva in Canada (e meno di ciò che accadeva in Messico e nella Corea del Nord).

Insieme all’evolvere, già drammatico, della situazione libica è questa la variabile, fondamentale ma spesso dimenticata, che orienterà infine le scelte di Obama, in Libia e altrove, con buona pace di Kristol e delle “centinaia di milioni di amanti della libertà nel mondo” che a suo dire attendono oggi un’azione più decisa degli Stati Uniti.

Il Mattino, 24 febbraio 2011

L’Egitto e i dilemmi obamiani

Difficile capire cosa avverrà nei prossimi mesi in Egitto. Se la richiesta di democrazia sarà soddisfatta; se si affermerà un nuovo regime autoritario; se, come temono alcuni, i conflitti politici si radicalizzeranno rendendo ingovernabile il paese o favorendo forze islamiche e anti-occidentali. Gli Stati Uniti di Obama avranno una parte importante nell’influenzare l’esito della transizione post-Mubarak, ma il loro ruolo sarà certamente danneggiato dal lungo legame con il dittatore egiziano e, ancor più, dagli ondeggiamenti di queste due settimane. Durante le quali si sono manifestate le tante contraddizioni e difficoltà dell’azione internazionale di Washington. Problemi, questi, certamente acuiti dalla indecifrabile volatilità della situazione in Egitto, ma provocati anche da alcuni errori di valutazione e, più in generale, da un difetto di origine della politica estera di Obama e del modo in cui essa è stata presentata, negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

La popolarità e il fascino di Obama sono derivati anche dalla sua capacità di offrire un messaggio duplice, e in parte contraddittorio, ai due pubblici cui parla sempre il presidente della principale potenza mondiale: quello interno e quello internazionale. Al primo, Obama ha promesso realismo e sobrietà in vece delle crociate promosse da Bush e dai neoconservatori; un’azione politica promossa cioè sulla base di una chiara declinazione dell’interesse nazionale e non su messianici progetti di trasformazione dell’ordine mondiale e di promozione della democrazia. Al mondo, invece, Obama ha garantito rispetto e attenzione: maggiore aderenza tra valori e pratiche, ideali e politiche, abbandonando l’unilateralismo di Bush, i suoi slogan e le sue pratiche. E però tra le due promesse c’era, e c’è, una potenziale contraddizione che nel caso dell’Egitto ha provocato un evidente cortocircuito. In virtù del quale la scelta iniziale della circospezione ha finito per porre il governo statunitense sulla difensiva, obbligandolo a rincorrere affannosamente eventi che si susseguivano e che gli Usa non riuscivano più a comprendere e ancor meno a condizionare.

Eventi che, talora lo si dimentica, travolgevano uno dei più fidati alleati degli Usa, il secondo principale destinatario degli aiuti militari statunitensi dopo Israele. E questo ci rivela come i limiti e gli errori che hanno contraddistinto l’atteggiamento statunitense verso gli eventi egiziani non riflettano solo le incoerenze della politica estera obamiana, ma rimandino a contraddizioni più profonde, con le quali già Bush era stato chiamato a confrontarsi. Contraddizioni che proprio il rapporto con il regime egiziano evidenzia in modo emblematico. L’Egitto di Sadat e Mubarak è stato infatti il pilastro di un’abile design geopolitico dispiegatosi a partire dagli  anni settanta, che ha permesso agli Usa di portare dalla propria parte il più potente stato arabo. A questo alleato nell’ultimo trentennio sono stati destinati aiuti ingenti ed è stato non di rado delegato il lavoro sporco, come nella campagna contro Al Qaeda e il terrorismo islamico intrapresa dopo gli attentati dell’11 settembre. Tale alleato era però anche un regime dispotico e autoritario; il suo operato minava la credibilità degli Usa, che di fatto lo avallavano e tolleravano; il brutale soffocamento del dissenso e delle libertà politiche alienava le masse arabe, contribuendo ad alimentare un anti-americanismo sempre più diffuso e radicale. L’Egitto schierato al fianco degli Stati Uniti alterava gli equilibri di potenza medio-orientale e contribuiva alla stabilità regionale ricercata dagli Usa; l’Egitto brutale, che incarcerava i suoi cittadini e impediva la libera discussione, costituiva un imbarazzo per Washington e allevava al suo interno le forze che contro gli Usa e l’Occidente si sarebbero eventualmente mosse. L’Obama del realismo non poteva che apprezzare la funzione strategica dell’Egitto di Mubarak; l’Obama degli ideali non poteva che chiedere riforme e invocare la libertà. L’Obama, quello vero, che siede alla Casa Bianca è oscillato incerto tra queste due posizioni. Le dimissioni di Mubarak sembrano quanto meno rendere merito alle posizioni assunte dalla Casa Bianca negli ultimi giorni. Il messaggio d’incertezza e incoerenza che Obama ha dato al mondo, e agli egiziani, però rimane ed è destinato a pesare nei mesi a venire

Il Mattino, 12 febbraio 2011

Stato dell’Unione

È stato un discorso abile, furbo e alto quello di Barack Obama sullo Stato dell’Unione. Un discorso tutto politico, che strizzava però l’occhio all’anti-politica e al diffuso populismo di questi tempi. Un discorso che riaffermava le possibilità illimitate, invero la grandezza e unicità degli Stati Uniti, invocando però sacrifici e impegno. E un discorso, infine, che nel chiedere il superamento delle divisioni e degli scontri puntava a ottenere precisi vantaggi politici, personali e partigiani.

Con fretta e superficialità, qualche commentatore ha rubricato il discorso come centrista, inserendolo dentro una presunta virata al centro imposta a Obama dal risultato elettorale dell’autunno scorso e dalle difficoltà incontrate finora. Su alcune questioni nodali, Obama non è però indietreggiato e ha, se possibile, rilanciato. Si è sottratto, ad esempio, alla esclusiva, per quanto indispensabile, retorica della responsabilità fiscale, tornando a sottolineare la necessità di un piano selettivo d’investimenti pubblici in alcuni settori strategici, dalle infrastrutture all’istruzione, dalle nuove tecnologie alle fonti energetiche alternative. E ha confermato l’intenzione, già annunciata dal segretario della Difesa Gates, di procedere a tagli rilevanti a quella spese militare che è sempre aumentata dal 1998 a oggi, e che sono osteggiati invece da gran parte del fronte repubblicano.

La retorica – suggestiva, visionaria e, inevitabilmente, vaga – ha ricordato quella della campagna elettorale del 2008 più che quella della successiva azione di governo. Una retorica delle possibilità, in cui le difficoltà e i problemi dell’America di oggi costituiscono non limiti e costrizioni, ma opportunità per una nuova rinascita. Una retorica patriottica, con la celebrazione del conflitto democratico, ma anche l’invito a superare fratture ideologiche e a operare per il bene comune (“i dibattiti”, ha affermato Obama, “sono stati aspri e ci siamo scontrati fieramente per le nostre convinzioni. Ma ciò è necessario. È  ciò che una robusta democrazia chiede. È quanto ci distingue come nazione”). E, infine, una retorica globalista, laddove si afferma che i successi futuri degli Stati Uniti dipenderanno non solo dalla capacità di collaborare con il mondo, ma anche di competere con esso e con le sue parti più dinamiche e in ascesa (e qui, i frequenti riferimenti a Cina e India sono stati particolarmente significativi).

I primi sondaggi sembrano premiare Obama, i cui indici di popolarità erano già tornati a salire dopo la batosta delle elezioni di medio-termine. È futile, però, soffermarsi su rilevazioni volatili e dalla scarsa rilevanza. La partita, nei mesi a venire, si giocherà su alcuni temi fondamentali – l’occupazione e la ripresa economica su tutte – e sulla capacità di Obama di far ricadere sugli avversari repubblicani la responsabilità degli inevitabili scontri politici che ostruiranno l’azione di governo. Il discorso di Obama di ieri è però servito per riposizionare il Presidente al centro della scena e riprendere nelle mani tempi e forme del confronto politico. Obama è per certi aspetti tornato alle origini: l’invito a superare le divisioni in nome di un bene superiore e condiviso fu il marchio del primo Obama. Soprattutto, si è affidato ad alcuni elementi classici della retorica politica statunitense, in particolare un patriottismo declinato in modo assai più sofisticato e meno manicheo di quello del suo predecessore, ma comunque forte nella descrizione dell’America: di ciò che è stata, è e, soprattutto, potrà essere. Perché è patriottico chiedere unità e coesione in vece di conflitto e divisioni; come lo è, del resto, evocare un’America che continui a essere “non solo un luogo su una mappa, ma una luce per il mondo”. Un’America che guarda a un futuro non dato, per grazia divina o per meriti pregressi, ma da “conquistare”: un futuro che – ha affermato il Presidente, citando non a caso Robert Kennedy – non “è un regalo, ma una conquista”, che impone a questa generazione, come a quelle passate “sacrifici, lotte e la capacità di rispondere alle domande di una nuova epoca”.

Il Mattino, 27 gennaio 2011