Mario Del Pero

Il Populismo del Tea Party

La storia americana è scandita da
“insorgenze” populiste contro l’establishment politico, economico e
intellettuale. Pur con tutte le sue peculiarità, il movimento conservatore del Tea Party è per molti aspetti l’ultima manifestazione
di un populismo che nell’ultimo secolo si è spostato sempre più verso destra.

Il collante del populismo del Tea Party è tanto semplice quanto
potente: la denuncia del mondo politico, delle sue istituzioni, dei suoi
esponenti. A essere preso di mira è soprattutto il potere federale e la sua
espressione ultima – il Presidente – accusati di tradire il paese, violando i
precetti basilari della costituzione.

È la politica corrotta,
inefficiente, costosa quella che viene presa di mira dal Tea Party. E a essere denunciato con toni particolarmente
aspri  è un potere federale ritenuto
invasivo, produttore di leggi che limitano la libertà di scelta, soffocano la
capacità d’impresa, paralizzano l’America: che, in ultimo, fanno morire il
sogno americano.

Si tratta di un messaggio
populista particolarmente incisivo nella sua pars destruens, soprattutto in una fase di difficoltà come questo,
dove il vento dell’anti-politica è inevitabilmente forte e finanche
comprensibile. Ma si tratta di un messaggio debole e contraddittorio nel
momento della proposta politica. Nel populismo del Tea Party convivono infatti posizioni assai diverse, accomunate da
un rabbioso (ancorché spesso incoerente) rigetto della politica e delle sue
forme, ma spesso in contrasto le une con le altre. Riesumando un dibattito
antico quanto gli Stati Uniti s’invoca un primato del potere statale su quello
federale, laddove alcune delle politiche più costose, inefficaci e clientelari avvengono
proprio a livello statale. Ci si appella alla libertà d’impresa, ma si chiede
protezione dalla concorrenza economica di soggetti non americani oltre che
leggi restrittive in materia d’immigrazione. Si è favorevoli al mantenimento di
un ampio apparato militare, che di per sé è particolarmente oneroso e presuppone
un’ulteriore estensione del potere federale. Si magnifica la libertà
individuale – vera essenza dell’esperimento democratico statunitense – ma poi
si chiedono provvedimenti assai restrittivi della stessa libertà, dall’aborto
alle politiche contro il terrorismo.

Non è un caso che uno dei
principali esponenti del Tea Party
sia l’ex candidata alla vice-presidenza Sarah Palin, a suo tempo governatrice
di uno stato, l’Alaska, che questa contraddizioni le incarna alla perfezione.
Uno stato che ha sempre vissuto di sussidi federali quasi imbarazzanti per
entità e modalità di gestione, ma dove il discorso politico è dominato da una
retorica populista di denuncia dell’establishment washingtoniano e di
celebrazione della propria diversità e autonomia.

Sul breve periodo il populismo
del Tea Party può fare molto male,
come hanno scoperto gli esponenti moderati del partito repubblicano e come,
presumibilmente, scopriranno Obama e i democratici alle elezioni di medio
termine del novembre prossimo. Elezioni, queste, dove è spesso vantaggioso
radicalizzare il messaggio politico per mobilitare appieno la propria base. Se
valutato però fuori da un’ottica di breve periodo, la sorte del Tea Party difficilmente sarà diversa da
quelle di altre “insorgenze” populiste della storia statunitense. Perché le sue
contraddizioni si manifesteranno ancor più chiaramente; perché in positivo
offre poco o nulla; più di tutto, perché il suo messaggio di chiusura e paura,
in particolare sull’immigrazione, va a scontrarsi con un’America che cambia, si
fa più ricca e complessa, anche in termini di equilibri tra i suoi diversi
gruppi etnici e razziali. Un partito repubblicano ostaggio di una destra
radicale e, di fatto, solo bianca, potrà vincere le elezioni di mid-term del
2010, ma non potrà mai ambire a essere maggioranza nel paese.

[Il Giornale di Brescia, 25 settembre 2010]

Il discorso di Obama all’Onu

Quando il presidente degli
Stati Uniti parla lo fa sempre di fronte a un uditorio che è mondiale. Per il
ruolo degli Usa nelle vicende mondiali, e per ciò che essi simboleggiano e
rappresentano, ogni discorso del loro massimo rappresentante – anche quello su
questioni strettamente interne – è un discorso al mondo. Ma quando, come ha
fatto ieri Obama a New York all’Assemblea Generale dell’Onu, il presidente
degli Stati Uniti parla davvero al mondo, si tende a dimenticare che sta
parlando anche alla propria opinione pubblica e, in una campagna elettorale
come quella in corso, al proprio elettorato.

Il discorso di Obama è stato alto e
finanche coraggioso, nei contenuti e nella retorica. Obama ha parlato al mondo
affinché ascoltasse anche l’America; e ha usato i problemi dell’America per
poter parlare al mondo. Ha condito il suo intervento di riferimenti alla crisi
economica, abbinandola addirittura agli attentati dell’11 settembre: “le strade
e i quartieri di questa grande città ci raccontano la storia di un decennio
difficile”, ha affermato il presidente. “Nove anni fa, la distruzione del World
Trade Center ci mostrò una minaccia che non rispettava i confini della dignità
e della decenza. Due anni fa, una crisi finanziaria iniziata a Wall Street
devastava le famiglie americane della Main Street”. Ha ribadito l’impegno della
sua amministrazione nel fronteggiare la crisi. Nel farlo ha posto un’enfasi
fortissima, e molto “liberal”, sull’ineludibile interdipendenza del sistema
internazionale odierno, che lega le sue varie parti, Stati Uniti inclusi, limitandone
di molto la sovranità e libertà d’azione. Nel farlo, ha ribadito che non
esistono per nessuno, nemmeno per l’ultima superpotenza rimasta, scorciatoie
unilaterali: “il mondo che l’America cerca non è un mondo che essa può
costruire da sola”.

È un mondo sempre più unito e interconnesso,
quello descritto da Obama con sofisticatezza rara per un capo di stato. Unito
nel pericolo, nelle necessità e nelle opportunità.

Simbolo estremo della pericolosità
dell’interdipendenza sono ovviamente le armi nucleari e la possibilità di una
loro incontrollata proliferazione. Un tema su cui Obama ha investito molto nel
suo biennio di presidenza, dopo anni di dolosa negligenza statunitense. E un
tema tornato nel discorso di ieri, in un importante passaggio dedicato
all’Iran, in cui si tende una volta di più la mano (“la porta rimane aperta
alla diplomazia”), ribadendo però la necessità che Tehran rispetti le
risoluzioni dell’Onu e il trattato di non proliferazione.

La necessità, a cui non ci si può più
sottrarre, è quella di cercare una soluzione vera al conflitto
israelo-palestinese. Su questo tema Obama si è soffermato in una parte
significativa del discorso, quando ha sottolineato con forza non scontata tanto
l’impegno degli Usa quanto la loro equidistanza dalle due parti: “se un accordo
non sarà raggiunto, i palestinesi non conosceranno mai l’orgoglio e la dignità
che consegue all’avere un proprio stato e gli israeliani non conosceranno mai
la certezza e la sicurezza che deriva dall’avere un vicino stabile e sovrano
sul proprio territorio, impegnato al rispetto della coesistenza … la Terra
Santa continuerà a essere il simbolo delle nostre differenze e non della nostra
comune umanità”.

Perché assieme a pericoli e
obblighi l’interdipendenza porta con sé delle opportunità, almeno per chi ha il
coraggio e la visionarietà di coglierle. Nel sottolinearlo, Obama ha riproposto
alcuni dei topoi forti del
progressimo “liberal” americano: l’enfasi sulla democrazia e i diritti umani,
il ruolo dei singoli nel muovere il processo storico, la volontà statunitense
far parte di tale moto della storia. Un moto incessante e globale, che ha visto
per protagonisti “i sudafricani che lottavano contro l’apartheid, i polacchi di
Solidarnosc, le madri dei desaparecidos
che denunciarono la guerra sporca, gli americani che marciarono per i diritti
di tutte le razze, compresa la mia”. 
Parole, ci mancherebbe. Ma parole che pochi – e certo pochi politici
statunitensi – sanno oggi utilizzare.

[Il Mattino, 24 settembre 2010]


Il Corano e il circo mediatico

L’America non è mai parca di
eccentricità e bizzarrie. Non lo è, in particolare, quando si tratta di fede.
Gli Usa sono sempre stati un grande supermercato delle religioni, dove chiese
fai-da-te guidate da improvvisati pastori possono nascere e scomparire
dall’oggi al domani. Chiese dove accade che la Bibbia sia letta con occhi
accecati dall’ottusità, dall’ignoranza e, anche, dall’opportunismo. Chiese
guidate da chi andrebbe tenuto il più possibile alla larga dalla religione,
perché la storia dell’umanità è lì a ricordarci i danni che lo zelo religioso
può causare. Chiese come la Dove World Outreach Center di Gainesville, Florida,
frequentata fino a pochi giorni fa da non più di qualche decina di fedeli e divenuta
oggi caso mondiale per la decisione del suo leader, il pastore Terry Jones,
d’indire un rogo di copie del Corano in occasione dell’anniversario dell’11
settembre.

Come è possibile, però, che una sciocca boutade di un
reverendo tanto improbabile quanto incosciente sia diventata la notizia del
giorno, negli Usa e in gran parte del mondo? Che l’idea, in sé demenziale, di
fare un bel falò di corani abbia fatto scomodare persino Obama, il suo
segretario della Difesa e il comandante delle truppe americane in Afghanistan?

Tre sono le spiegazioni che si
possono dare. La prima ha a che fare con i media ovvero con un circo mediatico
attivo 24 ore al giorno e sempre alla caccia di notizie sensazionali, di
“breaking news” come annunciano continuamente i sottotitoli dei principali
canali televisivi statunitensi. Un circo mediatico che privilegia l’informazione
usa e getta, dove il commento dura ormai un battito di ciglia e non esiste più
spazio per la sobrietà e l’approfondimento. Questo circo ha gestito irresponsabilmente
la vicenda, conferendole quella visibilità che essa non meritava. Il pastore
mitomane di una chiesa insignificante è così stato catapultato al centro della
scena politica e mediatica del più importante paese del mondo.

Ciò è però avvenuto anche in
conseguenza del clima politico e culturale che si respira oggi negli Usa. È
questo il secondo elemento dell’equazione. In quest’America polarizzata, le
posizioni più estreme sono improvvisamente sdoganate; acquisiscono legittimità
e diritto di cittadinanza. Lo spazio del dibattito pubblico si espande così a
figure (e a parole) che fino a non molto tempo fa erano relegate ai suoi
margini. Figure che predicano l’odio e che concorrono ad abbruttire questo
dibattito, rendendolo più volgare, violento, conflittuale. Quello di Terry
Jones è un caso ovviamente estremo, ma la mobilitazione del Tea Party e le
parole usate abitualmente da uno dei suoi leader, il giornalista Glenn Beck,
ricadono per molti aspetti nella stessa categoria.

La terza e ultima spiegazione si
collega però al mondo in cui viviamo. Un mondo  i cui vari pezzi sono sempre più
interdipendenti e interconnessi: per il tramite delle comunicazioni, delle
immagini, dell’incessante e rapida circolazione delle informazioni. Queste
informazioni sono sfruttate da di chi soffia dolosamente sul fuoco delle
polemiche, per trarne a sua volta un piccolo tornaconto. Molti media arabi si
sono gettati avidamente sulla notizia, il presidente iraniano Ahmadinejad ha
denunciato l’immancabile “complotto sionista”, bandiere americane sono tornate
a bruciare in varie parti del mondo. Qualche innocente probabilmente morirà in
conseguenza del calderone esploso per colpa del reverendo Jones. Anche questo,
scopriamo ora, può fare l’inverosimile pastore di una piccola chiesa di
Gainesville, Florida.

[Il Mattino, 11 settembre 2010]

Obama: il Messia che non può fare miracoli

“L’economia sta crescendo,
ma non veloce quanto dovrebbe”, ha affermato Obama durante un’intervista alla
rete televisiva NBC. E d’altronde, ha continuato il presidente, non “esistono
bacchette magiche”. In sé un’affermazione normale, fin quasi scontata, per un
capo di stato impegnato a fronteggiare una delle crisi più complesse e
difficili degli ultimi due secoli. Corrette o meno siano le misure adottate – e
su questo la discussione rimane aperta – nessuno avrebbe potuto pensare che
dalla recessione apertasi nel 2007-2008 si sarebbe usciti tanto facilmente.
Alcuni dati, poi, non possono che confortare Obama e il suo team. Pur con una
crescita inferiore alle aspettative nel secondo quadrimestre, la proiezione per
il 2010 prevede un aumento del PIL del 2,4%, comunque significativo, in termini
assoluti e relativi. Secondo le stime più recenti di un autorevole organismo
indipendente come il Congressional Budget
Office
– le cui valutazioni sono rispettate a destra come a sinistra – il
piano di stimolo messo in campo nel febbraio 2009 ha permesso la creazione di circa
3 milioni di posti di lavoro nel secondo quadrimestre del 2010, raggiungendo
quindi gli obiettivi dell’amministrazione e offrendo una risposta fondamentale alla
crisi.

Eppure l’immagine
dell’Obama che non “ha la bacchetta magica” stride con quella dell’Obama “Messia”,
così diffusa dentro e ancor più fuori gli Stati Uniti (fu in fondo il
settimanale tedesco “Der Spiegel” a offrire una copertina emblematica dedicata
a Obama, titolata appunto “Der Messiah faktor”). E ci mostra un’intrinseca
contraddizione della narrazione che ha accompagnato tutta la parabola politica
di Obama. Messianica, questa narrazione, lo è stata davvero: nelle aspettative
generate; nella promessa di cambiamento; nella sua capacità di rivitalizzare
una volta ancora il mito americano. E però i contenuti politici di tale narrazione
sono sempre stati moderati, inclusivi, bipartisan. Centrati cioè sulla promessa
di superare contrapposizioni e polarità; di archiviare la parentesi, radicale e
ideologica, di Bush; di riportare alla Casa Bianca competenza, rigore e
sobrietà.

Quella obamiana è sempre
stata una narrazione nella quale convivevano messianesimo e pragmatismo. Era
anzi proprio il pragmatismo, così lontano dal discorso ad alto contenuto
ideologico di Bush e dei neoconservatori, a sostanziare la messianica promessa
della trasformazione: del “yes we can”. Alla Casa Bianca, però, quel “can” si è
spesso trasformato in “can not”. Perché è inevitabile che solo una parte delle
promesse di una campagna elettorale vengano realizzate; perché la portata della
crisi è tale che l’uscita non può che essere graduale e dolorosa; perché le
ricette miracolose, appunto, non esistono, né a Washington né altrove. Ma anche
e soprattutto perché nell’America polarizzata e divisa di oggi non vi è spazio
per dialoghi e collaborazioni bipartisan, come la radicalizzazione del partito
repubblicano ben rivela.

Lo scarto tra narrazione e
pratiche, tra desideri e possibilità, si è rivelato troppo ampio per essere
colmato. E se un errore politico Obama ha compiuto è stato certo quello di non averlo
capito per tempo, e di non aver capitalizzato a dovere l’immensa impopolarità
di Bush e dei repubblicani. Col suo atteggiamento professorale e responsabile,
Obama ha permesso che nell’immaginario degli americani la crisi diventasse “la
crisi di Obama” così come le guerre in Iraq e in Afghanistan sono diventate le
“guerre di Obama”.

Di fronte a una campagna
elettorale sempre più aspra e intensa, però, Obama sembra aver cambiato
approccio. Non solo ricordando come nessuno abbia in mano “bacchette magiche”,
ma anche rimarcando con forza le gravi colpe del suo predecessore, come ha fatto
sempre domenica a  New Orleans, nel
quinto anniversario del disastro causato dal ciclone Kathrina: “un disastro
naturale, ma anche un disastro prodotto dall’uomo”, ha affermato Obama, “un
vergognoso fallimento del governo che ha lasciato abbandonati e da soli un
numero incalcolabile di uomini, donne e bambini”. Scopriremo nei mesi a venire
– e in particolare alle elezioni di novembre – se questa svolta sia destinata a
pagare o se sia stata troppo tardiva.

[Il Mattino, 30 agosto 2010]

Guerre Invisibili

Checché
ne dicano i commentatori come Robert Kagan, sempre pronti a celebrare un’America
marziale, pugnace e virile, agli americani la guerra non piace. Come è normale
e inevitabile per qualsiasi democrazia. A chi può mai piacere l’idea di vedere
il fiore della propria gioventù rischiare la vita, magari in paesi lontani,
ingrati e sconosciuti? Chi può dichiararsi felice di vedere risorse, umane e
materiali, fagocitate dalla guerra: dalla sua preparazione e dalla sua condotta?

Se
possibile, gli Stati Uniti rappresentano più di qualsiasi altra potenza
l’antitesi della guerra. Nascono rigettando le guerre europee e magnificando il
pacifico elemento commerciale, capace di legare gli stati in un abbraccio
virtuoso e benefico. Il loro essere anti-Europa si è manifestato anche, se non
soprattutto, nella sottolineatura critica, canonizzata poi nella retorica
politica statunitense, del legame inestricabile tra la guerra e l’esperienza
storica europea.

L’America
la guerra ha poi imparato rapidamente a farla: per conquistare l’indipendenza,
per difenderla, per espandersi e conquistare. Per proiettare la propria
influenza e il proprio modello nel mondo. Ma l’influenza di un discorso
anti-bellico e, non di rado, anti-militarista è rimasta. Anche nelle
giustificazioni e nelle rappresentazioni, la guerra dell’America è divenuta
qualcosa d’altro: un’operazione di polizia, una guerra per la libertà, per la
democrazia, per la stessa umanità. In taluni casi un’anti-guerra: una guerra
contro la guerra, per “porre fine a tutte le guerre”, come affermò il
presidente Woodrow Wilson dopo aver portato gli Usa nel primo conflitto mondiale.

L’ascesa
degli Stati Uniti a potenza egemone del sistema internazionale ha creato una
sorta di schizofrenia nel rapporto tra il paese e la guerra. I temi e simboli
della sicurezza nazionale dominavano il dibattito pubblico;  vi era però una crescente ritrosia a
intraprendere conflitti potenzialmente lunghi, costosi e dolorosi. Si riduceva
cioè progressivamente il capitale di disponibilità al sacrificio. Qualcosa di
assolutamente normale e fisiologico per una democrazia; a maggiore ragione per
una democrazia prospera e vitale come quella statunitense. Ma qualcosa anche di
molto problematico per una grande potenza, spesso condotta da leader convinti
che il paese dovesse promuovere una politica estera ambiziosa, globale e
interventista.

Questa
schizofrenia si è paradossalmente intensificata dopo l’11 settembre. Che ha
conferito a chi guidava gli Stati Uniti un nuovo capitale di disponibilità al
sacrificio, individuale e collettivo, in larga misura poi sperperato. E che ha
portato il paese in una condizione – rivelatasi politicamente insostenibile – di
guerra permanente e apparentemente infinita. L’inchiesta del “Washington Post”
sul labirintico mondo parallelo costruito dall’intelligence statunitense per combattere la guerra globale al
terrorismo evidenzia quanti danni possa produrre questa schizofrenia. Per
essere combattuta, la guerra – a maggior ragione una guerra senza fine – deve
essere il più possibile invisibile. Non può in nessun modo essere una guerra di
popolo, con un servizio di leva obbligatorio: un’opulenta democrazia non la
potrebbe tollerare. La guerra la fanno i poveracci (in taluni casi non
statunitensi che in cambio della leva ottengono un percorso accelerato alla
cittadinanza). E la fanno – come mostra il “Washington Post” nel caso dell’intelligence – i costosissimi contractors, mercenari del nuovo
millennio che possono fare il colpo della vita – e guadagnare quanto mai
avrebbero sognato – o perderla, quella vita, senza che nessuno sia chiamato a
renderne conto. Senza le cerimonie pubbliche, i lutti e le conseguenti introspezioni
collettive che raramente giovano al consenso di chi sta al potere.

È
una guerra fatta non di rado in nome della democrazia, ma che finisce per
ferire l’essenza stessa della democrazia statunitense. Creando isole torbide,
che sfuggono alle regole. Imponendo un velo opaco che non permette ai cittadini
di vedere la guerra, la sua condotta, le sue conseguenze e i suoi costi.
Deresponsabilizzando un potere politico non più chiamato a rendere conto delle
proprie decisioni. Ma è anche l’unica guerra che la più vecchia, farraginosa e
potente democrazia del mondo sembra oggi capace di condurre.

[Il Mattino, 22 luglio 2010]

Spie come noi

Il leggendario
Markus Wolf, la “spia senza volto” che guidava lo spionaggio internazionale
della Stasi, era solito scherzare sugli agenti infiltrati per lunghi periodi
all’estero. Il bel giorno in cui tali agenti diventavano finalmente operativi –
ha affermato Wolf nelle sue memorie – “ci eravamo dimenticati chi fossero o
perché mai li avessimo inviati” all’estero.

In realtà, anche
nelle sue memorie Wolf non rinunciò a offrire ai lettori un po’ di sana
disinformazione. Durante la Guerra Fredda i servizi d’intelligence dell’Urss e degli
altri paesi del blocco comunista promossero in realtà un imponente sforzo d’infiltrazione
spionistica ai danni della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. E lo fecero
proprio attivando spie ‘dormienti’, sapientemente coltivate negli anni, in
attesa che potessero accedere a centri decisionali e fornire quindi
informazioni di alto valore. Agiva allora il convincimento che la sfida
geopolitica e ideologica con l’Occidente fosse destinata a durare a lungo. E
che a prevalere sarebbe stato anche chi avesse avuto maggior pazienza nel
cercare di penetrare i segreti ultimi dell’avversario. L’Urss ottenne successi
importanti, anche grazie a spie – come Kim Philby e gli altri 4 studenti del
gruppo di Cambridge – reclutate giovanissime, aspettando che il loro prestigioso
background accademico e sociale gli permettesse di essere assunti dal ministero
degli Esteri o dai servizi segreti, da dove fornirono informazioni vitali sul
programma nucleare anglo-statunitense o sulle operazioni clandestine della CIA
in Europa orientale.

Le spie ‘dormienti’
furono tra le protagoniste della competizione spionistica che costituiva una
delle tante manifestazioni della Guerra Fredda. Ma hanno ancora un senso oggi?
Che obiettivi si poneva la Russia di Putin nel mantenere la rete di spie ‘dormienti’
smantellata nei giorni scorsi dall’FBI? A cosa servivano questi inverosimili agenti,
che con le loro famiglie conducevano una vita pienamente americanizzata e assai
consuetudinaria, nella placida realtà suburbana alle porte di New York e di
Boston? Ha davvero senso per un servizio segreto straniero avere agenti capaci
di costruire relazioni con un professore di Harvard o un finanziere
newyorchese?

Per quanto ne
sappiamo, le informazioni carpite da questi agenti sono state di marginale
rilevanza strategica. In taluni casi è probabile si tratti addirittura di un retaggio
della Guerra Fredda: che alcune delle spie arrestate – come l’improbabile
professore marxista Juan Lazaro (in realtà il 66enne Mikhail Vasenkov) – siano spie
‘ibernate’, reliquie di un’epoca che fu, più che ‘dormienti’. In altri, però, è
chiaro che si tratta di un’operazione recente, promossa in piena era putiniana.
Un’operazione che riflette la nuova, e talora spregiudicata, assertività della
politica estera russa. E che evidenzia come il consolidamento politico e
istituzionale promosso da Putin sia avvenuto anche attraverso il rafforzamento
ulteriore dei servizi d’intelligence russi, dai quali peraltro proviene lo stesso Primo
Ministro russo. Come evidente è la volontà, anche in ambito spionistico, di vendicare
le umiliazioni subite dalla Russia post-sovietica negli anni Novanta, quando i
servizi occidentali operavano in piena libertà e mettevano le mani su
importanti tesori archivistici e documentari dell’ex Unione Sovietica. Una Russia
capace di attivare una nuova rete di spie ‘dormienti’ negli Stati Uniti è,
almeno simbolicamente, una Russia capace di riacquisire il ruolo che le compete
sulla scena internazionale. Che tutto sia finito con uno scambio di spie – il
primo da un quarto di secolo a questa parte – non è casuale. Una decisione che rimanda
anch’essa ai tempi della Guerra Fredda e contribuisce a rafforzare il prestigio
della Russia, anche se lo scambio non è affatto alla pari (Mosca baratta dieci
spie, probabilmente minori, non ancora condannate con quattro spie occidentali,
da tempo in carcere). Un prestigio, però, da costruire senza alzare oltre una
certa soglia le tensioni con gli Stati Uniti, come la risoluzione rapida e
consensuale della crisi evidenzia. Perché se la Russia ambisce a recuperare
almeno parte dello status perduto, è altrettanto vero che non può permettersi
tensioni eccessive con l’ex avversario. Non può cioè permettersi nuove guerre
fredde, se non nell’ambito, tanto pittoresco quanto primariamente simbolico,
della guerra delle spie.

Il Mattino, 10 luglio 2010

Obama e la sicurezza

Poco dopo l’insediamento di Obama
alla Casa Bianca un sondaggio Gallup rivelò come una chiara maggioranza degli
americani fosse favorevole alla definizione di standard più rigidi sui consumi di
carburante o all’introduzione di norme che punissero più severamente la
discriminazione salariale. Temi, questi, tipicamente di sinistra, che
segnalavano una svolta importante nell’umore del paese e, per alcuni
commentatori, addirittura nella sua cultura politica dominante. Lo stesso
sondaggio aveva però una terza domanda, sulla chiusura del carcere speciale di
Guantanamo. Rispetto alla quale una percentuale maggioritaria degli
intervistati si dichiarava decisamente contraria.

L’America ha dato (e dà tuttora) un
giudizio assai severo sull’operato di Bush. Che non si estende però alla sua
azione nella lotta al terrorismo e ai metodi, assai poco ortodossi, che sono
stati utilizzati. Perché – argomentano molti – questi metodi hanno garantito la
sicurezza del paese, prevenendo altri attacchi terroristici. Perché la
straordinarietà della situazione venutasi a determinare dopo l’11 settembre
2001 imponeva l’utilizzo di strumenti eccezionali e investiva giocoforza il
presidenti di poteri ampliati e discrezionali. Perché, infine, l’idea che la
sovranità statunitense potesse essere limitata dal rispetto di norme
internazionali era (e rimane) molto impopolare negli Usa.

Di tutto ciò Obama ha ovviamente
dovuto tenere conto. Ha modificato alcune delle politiche di Bush, da
Guantanamo alla denuncia dei metodi aggressivi d’interrogatorio di sospetti
terroristi usati negli anni di Bush. Lo ha fatto per convinzione, per principio
e, soprattutto, per soddisfare quella parte dell’opinione pubblica e del mondo
politico liberal che chiedevano una discontinuità netta. Ma lo ha fatto in modo
parziale e non di rado contraddittorio, ad esempio nel tentativo, assai
contorto, di definire le categorie di prigionieri presenti a Guantanamo per
giustificare la prosecuzione dell’incarcerazione di alcuni di essi anche in
assenza di prove di colpevolezza certe o esplicitate. Queste contraddizioni
derivano solo in parte dall’oggettiva difficoltà di relazionarsi ai terroristi
utilizzando le norme – statunitensi e internazionali – attualmente esistenti. A
monte agiscono chiare considerazioni di ordine politico. Obama non può e non
vuole andare contro il sentire comune ancora maggioritario negli Usa. Sa di
essere vulnerabile sul terreno della sicurezza. E spera che il tema passi
gradualmente in secondo piano, oscurato, come spesso è accaduto in questi
ultimi due anni, da altri problemi e priorità, a partire dall’emergenza
economica.

È chiaro, però, che nuovi attentati,
anche se sventati – come è stato a New York pochi giorni fa o sul volo
Amsterdam – Detroit il natale scorso – rimettono la questione del terrorismo al
centro della scena ed espongono questa intrinseca vulnerabilità di Obama e dei
democratici. Il precario equilibrio costruito dall’amministrazione non soddisfa
nessuno, né i conservatori che denunciano con forza l’insufficiente fermezza
dell’azione di Obama, né la sinistra che auspicava (e chiedeva) una rottura più
netta e inequivoca con il passato. Costituisce però l’unico equilibrio
politicamente possibile, che un eventuale riaffiorare dell’emergenza terrorismo
finirebbe peraltro per travolgere. Un’eventualità simile – un nuovo attacco
terroristico – è sempre dietro l’angolo. Troppo facile colpire un paese poroso,
aperto, dove la popolazione si muove in continuazione quali sono gli Stati
Uniti. La quasi esplosione dell’autobomba a Times Square è lì a ricordarcelo.
Come ce lo ricordano, a modo loro, i toni utilizzati da una destra radicale che
una parte non marginale del partito repubblicano non riesce a bloccare e, anzi,
coltiva assiduamente e in modo irresponsabile. Toni che sarebbero quasi
caricaturali, se non ci fossero dei precedenti recenti – l’attentato di
Oklahoma City del 1995 che fece quasi 200 vittime – a ricordarci di cosa è
capace di provocare questa violenza verbale e politica. Per quanto concerne la
sicurezza e la lotta al terrorismo, Obama cammina su un filo assai sottile, che
eventi incontrollabili e imprevedibili rischiano sempre di recidere.

[Il Mattino, 4 maggio 2010]

L’America de noantri

Il rapporto tra politica ed expertise, tra chi prende
le decisioni e chi studia i problemi a cui tali decisioni debbono essere
applicate, è questione antica e irresoluta. Lo è in particolare negli Stati
Uniti, la più antica (e, per certi aspetti, vecchia e farraginosa) democrazia
del mondo, dove a varie riprese il caravanserraglio della politica e dei suoi
strumenti è stato messo sotto accusa da riformatori tecnocratici, che ne
denunciavano il carattere corrotto, anti-meritocratico e inefficiente.

Tutto ciò vale ancor più per la politica estera. Oggetto,
questa, di aspre contrapposizioni partitiche e regionali negli Usa, e
catalizzatore di fratture politiche estreme nella discussione su come definire
e declinare l’interesse nazionale. Ma anche ambito che richiede ancor più
competenze – disciplinari e linguistiche – di cui la politica raramente dispone e alle quali si deve gioco forza appoggiare.

Anche di questo si è discusso nell’incontro organizzato dal
Ministero degli esteri e dalle Facoltà di Scienze Politiche italiane; facoltà
dove si concentrano gran parte degli studi internazionalistici e che quindi
rappresentano il naturale interlocutore della diplomazia. L’incontro era sul
tema – oggi assai caldo – del disarmo e della non proliferazione. Un argomento
che permette, in teoria, una feconda interazione tra studiosi, decisori (i.e.:
politici) e diplomatici. I primi portano le loro conoscenze (che, per chi
lavora a scienze politiche, sono per natura inter e pluri-disciplinari), gli
ultimi la loro esperienza e quelli di mezzo, in teoria, apprendono e decidono
con maggior cognizione di causa.

Sulla carta tutto tiene. La storia, a partire da quella
americana, ci dice però che nei fatti le cose sono assai più complicate e che
l’interazione tra ‘scienza’ e politica, conoscenza e decisione, apre spesso dilemmi
 assai complicati. Lo si è capito bene
quando è intervenuta la dott.sa Federiga Bindi, esperta di politica estera e di
sicurezza della UE e fellow alla Brookings Institution di Washington DC, una
delle più importanti e influenti think tank statunitensi. La dott.sa Bindi si
fregia di un titolo non da poco: “Consigliere del Ministro degli Esteri per le
politiche attinenti alla global governance e alle relazioni
transatlantiche”. Se le parole hanno ancora un senso, ciò significa che è uno
dei più rilevanti e influenti consulenti del ministro. Ebbene, Bindi si è
lanciata in una celebrazione di un’America che non solo riconosce le competenze
e le fa accedere ai centri decisionali, ma dove la stessa carriera politica è
vincolata alla capacità del/la aspirante politico/a di mettere sul tavolo un cv
fatto di studi, dottorati, pubblicazioni. Un’America di esperti illuminati dove
per entrare nell’amministrazione “è necessario avere un PhD” e dove Obama è
potuto diventare presidente “perché ha scritto due libri”. Un’America dove –
per usare un termine che la dott.sa Bindi ama molto – vi è “osmosi” piena tra politica,
accademia e think tank; dove politici e studiosi collaborano e si rispettano;
dove, anzi, per fare il politico è buona cosa essere stato prima uno studioso e
un intellettuale. E dove il politico migliore è, appunto, quella che ha un PhD
e scrive su riviste prestigiose e referate.

Lo studioso di Stati Uniti – che pur ritiene essi abbiano
molto da insegnare all’Europa e ancor più all’Italia – non può che stropicciarsi
gli occhi incredulo. Sa bene che la troppa prossimità tra politica e ricerca ha
causato alcuni pericolosi corto-circuiti, in particolare negli anni della
guerra fredda quando gl’investimenti pubblici condizionavano (e in una certa
misura inquinavano) le università. Sa che un certo fideismo tecnocratico ha
provocato danni immensi alla politica estera statunitense, soprattutto in
quella fase storica, con Kennedy presidente, in cui l’intellighenzia dei Best
and Brightest
, come li definì il giornalista David Halberstam, ebbe accesso
senza precedenti al potere e ai centri decisionali. Sa anche che di presidenti
con PhD ve ne è stato solo uno nella storia degli Stati Uniti (Woodrow Wilson,
eletto quasi un secolo fa); che sono pochi i membri importanti dell’attuale
gabinetto che hanno un PhD (su due piedi mi vengono in mente solo Robert Gates
alla Difesa e Steven Chu all’Energia);  e
sa che i due presidenti forse più incisivi degli ultimi 70 anni – Lyndon Johnson
e Ronald Reagan – avevano delle semplice laurette di college improbabili e
minori (rispettivamente Southwest Texas State Teachers College ed Eureka
college, Illinois). Soprattutto chi studia gli Stati Uniti sa che la loro politica
– una politica non di rado brutale e altamente conflittuale – la si fa in sedi
altre dalle università e dalle think tank (creazioni in larga misura recenti,
queste, che meriterebbero un discorso a parte e che sono state ben studiate in
Italia da Mattia Diletti). Obama non è diventato presidente perché ha un PhD
(non lo ha); né perché ha scritto due libri; lo è diventato perché 20 anni fa
ha deciso di fare politica – e di farla da afro-americano – in una delle political
machine
più brutali d’America, quella di Chicago. Dove è cresciuto e si è
fatto le ossa politicamente, in modo spregiudicato e in una battaglia senza
esclusioni di colpi.

Invocare un’America che non esiste a uso e consumo di
un’Italia che, ahimè, è fin troppo presente è davvero molto provinciale. E tra
le tante cose di cui abbiamo bisogno in questo paese non vi sono né ricerca
politicizzata né nuovi consiglieri del principe: di quelli, come peraltro di
principi, ne abbiamo già a sufficienza. Soprattutto non abbiamo bisogno di
caricaturare il resto del mondo, nella fattispecie gli Usa, con banalità e
stereotipi. Da quel mondo abbiamo, sì, molto da imparare: a patto di studiarlo,
conoscerlo e capirlo.

Ps: la consigliera Bindi ha anche rivendicato con forza il
ruolo svolto dall’Italia nel promuovere il processo che avrebbe, tra le altre
cose, permesso il nuovo accordo Start tra Usa e Russia. Un sondaggio
improvvisato con alcuni colleghi non italiani che si occupano di politica
estera statunitense ha rivelato che nessuno, di questo ruolo italiano, era a
conoscenza. I più hanno risposto con una battuta sul tipico velleitarismo
italiano. E, in tutta franchezza, mi è parso di sentire l’eco delle loro
fragorose risate. Ma da storici sospendiamo il giudizio e attendiamo fiduciosi l’apertura
degli archivi – presumibilmente tra 70/80 anni.

Il multilateralismo e l’arma dei poveri

Difficile
che questo summit voluto da Obama produca risultati concreti. E non è certo
questo l’obiettivo del Presidente statunitense. È infatti la valenza simbolica
del vertice – una grande iniziativa multilaterale voluta e promossa dagli Usa –
a definirne la rilevanza politica e diplomatica. Il nucleare, e i pericoli di
cui si fa portatore, lega tutti i soggetti del sistema; è il filo su cui
corrono tante delle interdipendenze delle relazioni internazionali correnti. Ed
è per questo che Obama lo ha posto al centro della sua agenda politica.

Dal
trattato di non proliferazione del 1968 a oggi sono stati ottenuti risultati
importanti: si sono ridotti di molto gli arsenali delle due grandi potenze; altri
paesi, a partire dalla Cina, hanno rinunciato ad essere competitori nucleari,
limitando i propri arsenali a una funzione di semplice deterrenza; il numero di
stati in possesso di armi nucleari, o che ambiscono a dotarsene, è di molto
diminuito (da 20/25 ai dieci attuali). Negli ultimi anni però il nucleare è
tornato a fare paura. Escalation regionali (come nel caso indo-pakistano),
regimi spregiudicati e/o disperati (Iran e Corea del Nord), doppi standard e,
infine, dolose negligenze (gli Usa che non ratificano il test per la messa al
bando degli esperimenti) hanno di fatto bloccato ulteriori sviluppi della
non-proliferazione. La minaccia terroristica, e la possibilità che armi
nucleari cadano in mano a soggetti non interessati a rispettare le regole della
deterrenza, hanno acuito inevitabilmente paure e preoccupazioni. Così come le
ha acuite la possibilità che si scateni una corsa nucleare in Medio Oriente,
alterando equilibri regionali già assai fragili e precari.

La
risposta di Obama a queste paure è quella del negoziato multilaterale. Si
tratta di un multilateralismo almeno in parte obbligato. Poiché nessun soggetto
è immune dal pericolo, s’impone una soluzione consensuale e globale. Ripudiando
una volta ancora le categorie e il lessico di Bush, Obama dimostra di
comprendere chiaramente come non esistano scorciatoie unilaterali con cui
perseguire la sicurezza nazionale. Obama offre una visione per certi aspetti
neo-wilsoniania di una sicurezza che, nell’era nucleare, è di tutti – è “sicurezza
collettiva” – o non è di nessuno.

Il
multilateralismo di Obama sul nucleare, e le modalità con cui lo si declina,
non costituisce però solo il prodotto di vincoli e costrizioni cui anche la
grande potenza statunitense deve sottostare. È un multilateralismo solo in
parte forzoso e imposto. Esprime anche scelte precise che connotano l’approccio
strategico e il discorso politico di Obama. È Il nucleare, infatti, a
costituire l’ambito simbolico scelto da Obama per mettere gli Stati Uniti al
centro della scena: per tornare ad assumere l’iniziativa politica e morale
persa con Bush. Per parlare sia al mondo – che a larga maggioranza apprezza un
presidente statunitense anti-nuclearista e multilateralista – sia a un’opinione
pubblica interna che, quando adeguatamente preparata ed educata, ha dimostrato
di appoggiare politiche di riduzione degli armamenti così come di mal
sopportare le logiche di una pace nucleare fondata sulla possibilità della
propria distruzione, assieme a quella dell’avversario. L’immoralità
dell’equilibrio del terrore nucleare era già stata denunciata con grande
efficacia politica e retorica da Ronald Reagan. Obama ha fatto propria tale
denuncia, in un contesto internazionale non solo mutato, ma anche più precario
e volubile.

In
parte scelto, in parte obbligato, il multilateralismo obamiano è anche, e
inevitabilmente, strumentale. È infatti uno dei mezzi attraverso cui l’amministrazione
Obama cerca di dispiegare una complessa strategia diplomatica. Il nucleare è il
denominatore che genera una comunanza d’interessi tra le principali potenze del
sistema; in quanto tale, permette di attivare un processo negoziale virtuoso
fatto di accordi, scambi e concessioni reciproche, come si è visto bene in
questi giorni nelle relazioni sia con la Russia sia con la Cina. Ed è
strumentale anche perché la riduzione delle armi nucleari permette, in
prospettiva, di ristabilire gerarchie di potenza militare che proprio il
nucleare, a la massimizzazione della capacità di deterrenza che esso fornisce a
chi lo possiede, tende ad annullare. Le armi nucleari sono diventate nel tempo
le armi dei poveri: il deterrente dei disperati, come rivela il caso della
Corea del Nord. Gli Usa, grazie al loro indiscusso primato militare, hanno solo
da guadagnare dal rilancio di un serio regime di non proliferazione.

I
problemi sono tanti. Le tensioni di questi giorni con Israele e Pakistan
indicano come la strada sia lunga e complessa. Vincoli, ideali e interessi
convergono però nel definire la nuova politica nucleare degli Stati Uniti che
costituisce oggi l’ambito principale, e il test più importante, del
multilateralismo obamiano.

[Il Mattino, 14 aprile 2010]

Obama e il nucleare

Obama è stato di
parola e ha messo la questione nucleare al centro della sua agenda politica.
All’inizio della settimana è stata annunciata la revisione della strategia
nucleare statunitense (la Nuclear Posture Review), che fissa condizioni più
stringenti al possibile uso di armi nucleari e impegna a ridurre il ruolo di
tali armi nelle future strategie di sicurezza degli Stati Uniti. Ieri è stato
firmato l’accordo con la Russia
per una nuova riduzione dei rispettivi arsenali nucleari; infine, Obama ha da
tempo espresso l’intenzione di svolgere un ruolo di primo piano nella
conferenza internazionale sulla non-proliferazione del maggio prossimo.

A destra si
denuncia la svolta obamiana, presentandola come un’abdicazione unilaterale del
primato statunitense, destinata a rendere gli avversari di Washington ancor più
spregiudicati e intraprendenti. A sinistra l’apprezzamento è parziale e
qualificato: i termini dell’accordo con Mosca sono considerati troppo timidi;
soprattutto, si critica la decisione di Obama di non rinunciare apertamente
alla possibilità per gli Usa di utilizzare le armi nucleari come “primo colpo”,
anche in risposta a un attacco non nucleare. Commentatori autorevoli, come lo
scienziato politico realista Stephen Walt, presentano il nuovo approccio di
Obama come un esercizio di “pubbliche relazioni”, potenzialmente utile, ma
“insignificante” se valutato da una “prospettiva strategica”.

La
Nuclear
Posture
Review di Obama è il frutto di molte mediazioni
e compromessi; in quanto tale non poteva offrire discontinuità radicali con il
passato né evitare di contenere passaggi ambigui e talora vaghi. L’accordo con la Russia doveva a sua volta
tener conto delle posizioni della controparte, restia a limitare quel retaggio
della guerra fredda – le armi nucleari – che, assieme alle sue risorse
energetiche, rappresenta il principale elemento di potenza di cui Mosca oggi ancora
dispone. E non poteva non tener conto delle resistenze, presenti e future, che
permangono all’interno degli stessi Stati Uniti: saranno infatti necessari i
voti dei 2/3 dei senatori presenti in aula per ratificare il trattato e molti
repubblicani hanno già espresso la loro ritrosia ad avallare un accordo che
limita le capacità statunitensi e offre un altro successo politico a Obama.

Eppure, la svolta
c’è e non può essere sottostimata. Sarà primariamente simbolica, come asserisce
Walt, ma proprio la natura precipuamente simbolica delle armi nucleari ce ne mostra
immediatamente la rilevanza. La simbologia che accompagna scelte e retorica di
Obama è infatti importante e rivelatrice. In primo luogo, Obama torna a
ribadire, in modo netto e inequivoco,  l’anormalità
dello strumento nucleare: un mezzo il cui uso può essere contemplato solo in
casi straordinari, si afferma nella Nuclear
Posture Review
, contro paesi che non rispettano il trattato di
non-proliferazione nucleare (il riferimento è ovviamente a Iran e Corea del
Nord). Venuta meno questa straordinarietà scompariranno le condizioni che
rendono pensabile una funzione del nucleare altra da quella della semplice
deterrenza di potenze parimenti dotate di armi nucleari. Il contrasto con gli
anni di Bush e Rumsfeld – la
Nuclear Posture
Review del 2002 presentava le armi
nucleari come “opzioni militari credibili per impedire una vasta gamma di
minacce” e invocava “maggiore flessibilità” rispetto al loro possibile uso – è
davvero stridente.

Nel momento in cui si enfatizza l’anormalità delle
armi nucleari si torna esplicitamente a distinguerle da quelle chimiche e
biologiche, evitando di ricorrere alla categoria – semplicistica e
mistificatrice – di “armi di distruzione di massa”, che l’amministrazione Bush
usò invece con superficialità e spregiudicatezza. Le implicazioni diplomatiche
sono altresì rilevanti: si ricostruisce un rapporto fondamentale con la Russia, utile in
particolare per la gestione dello scottante dossier iraniano, e si mettono
ancor più in un angolo stati non collaborativi come, appunto, l’Iran e la Corea del Nord. Soprattutto,
si matura un capitale di credibilità vitale per intraprendere iniziative
globali e multilaterali di disarmo e non-proliferazione. Per promuovere con
efficacia tali iniziative, e per ri-assumere pienamente l’iniziativa politica e
morale, è infatti indispensabile agire in modo coerente, evitando doppi standard
in nome dei quali a taluni – gli Usa, ma anche Israele – sono permessi
comportamenti e scelte che diventano intollerabili se intrapresi da altri. Sentire,
dopo più di un decennio, un presidente statunitense che torna a parlare di
non-proliferazione e che s’impegna a sottoporre al Senato la ratifica del
trattato che mette al bando i test nucleari (il Comprehensive Test
Ban Treaty,
firmato quasi quindici anni fa) rappresenta una novità significativa e
apprezzabile. E apre, va da sé, un altro fronte politico interno che impegnerà
Obama e i democratici nei mesi a venire. Destino inevitabile per una presidenza
non solo ambiziosa, ma che, dopo il successo sulla sanità, sembra avere
finalmente ripreso nelle proprie mani i tempi del dibattito politico interno,
troppo a lungo lasciati in quelle degli avversari conservatori.

[Il Mattino, 9 aprile 2010]