Mario Del Pero

Il discorso di Obama

I simboli sono cruciali. Obama ha scelto di pronunciare il suo discorso di ieri nella vecchia sede degli archivi nazionali, a Washington, dove sono conservati alcuni dei testi sacri della storia statunitense, a partire dalla Dichiarazione d’indipendenza e dalla Costituzione. Affidarsi alla storia degli Stati Uniti serve per rimarcare la straordinarietà, invero la natura non-americana, delle misure adottate dall’amministrazione Bush nella campagna contro il terrorismo. Si cambia, afferma Obama ribadendo la necessità di chiudere il carcere di Guantanamo e di modificare parte della legislazione d’emergenza adottata dopo l’11 settembre, per tornare fedeli ai propri valori e ai propri ideali. Lo si fa perché questi valori e questi ideali sono non solo congruenti con gli interessi di sicurezza del paese, ma funzionali al loro perseguimento. E il cerchio quindi si chiude, laddove il Presidente ribadisce il convincimento che gli Stati Uniti siano in guerra con Al Qaeda, ma che questa guerra possa essere vinta solo se combattuta rispettando “tradizioni legali e istituzioni testate dai tempi” e usando quindi “i valori” dell’America come “bussola” con cui muoversi nelle turbolenti acque della politica internazionale. “Riaffermiamo i nostri valori più cari”, ha affermato Obama, “non solo perché è giusto farlo, ma perché rafforza il nostro paese e ci rende sicuri”.
Il cambiamento promesso da Obama viene iscritto nel solco tracciato dalla storia degli Stati Uniti. Si cambia per tornare alle radici. Per superare un momento in cui in modo “avventato”, ancorché umanamente comprensibile, chi guidava gli Stati Uniti ha pensato che preservare “i principi” su cui l’America si fonda costituisse un “lusso” che non era più possibile “permettersi”. E si cambia riaffermando, con più coraggio ed enfasi retorica del previsto, che chi ha utilizzato certi metodi, chi ha legittimato il ricorso alla tortura si è “collocato dalla parte sbagliata della storia”; perché questi metodi, ha affermato Obama, “non sono ciò che noi siamo. Non sono l’America”.
Le decisioni che conseguono a questo discorso – uno dei più importanti e certo dei più alti che Obama abbia mai pronunciato – sono diverse. Come promesso, e a dispetto delle resistenze politiche, Guantanamo sarà chiusa. Alcuni detenuti verranno trasferiti negli Stati Uniti e lì processati. Altri saranno giudicati da apposite commissioni militari, modificate nelle procedure e nelle tutele garantite alla difesa rispetto a quelle previste dalla legge approvata nel 2006. Laddove possibile, un certo numero di detenuti sarà trasferito in paesi stranieri.
Tutto ciò, afferma Obama, dovrà avvenire senza che si scatenino guerre civili: evitando che le questioni di “sicurezza nazionale” diventino un “cuneo che divide l’America”. È questa la terza componente dell’equazione che contraddistingue il discorso obamiano, dopo la retorica del cambiamento e il ritorno alle radici, ai valori fondanti: la sottolineatura dell’importanza di essere uniti, di superare una volta per tutte le polarizzanti divisioni del passato. A dispetto dell’abilità retorica di Obama, questa invocazione appare poco credibile e difficilmente realizzabile. Perché quello che Obama formula in modo dotto e soave è in realtà un atto d’accusa devastante verso chi l’ha preceduto, accusato esplicitamente di avere simultaneamente sacrificato i principi statunitensi e aumentato l’insicurezza del paese, di essere stato tanto inetto quanto – denuncia più aspra di tutte – non-americano.
Di ciò si è reso certamente conto l’ex vice-presidente Dick Cheney, impegnato da alcune settimane in un’asprissima campagna contro la svolta di Obama. Cheney ha immediatamente replicato al discorso di Obama, accusandolo di mettere a repentaglio la sicurezza degli Stati Uniti, riaffermando la bontà delle scelte adottate dall’amministrazione Bush (grazie alle quali l’11 settembre non è divenuto “il preludio di qualcosa di più grande e assai peggiore”) e, soprattutto, rivendicando il patriottismo di chi quelle scelte ha avuto il coraggio di assumerle e metterle in atto. “È facile ricevere applausi in Europa” chiudendo Guantanamo, ha affermato Cheney affidandosi a un topos antieuropeo ancora popolare nel mondo conservatore statunitense e rovesciando addosso a Obama l’accusa di “un-Americaness”. Perché lo scontro è tra due diverse rivendicazioni di patriottismo: tra che cosa significa essere americani o, meglio, tra cosa possa far cessare di essere buoni americani. I sondaggi ci dicono che a confrontarsi sono un presidente straordinariamente popolare, solare e sicuro di sé e un vice-presidente dai tassi d’impopolarità senza precedenti, incattivito e aspro. Ma quei sondaggi, e i comportamenti recenti di molti senatori, ci mostrano anche quali difficoltà si pongono di fronte a Obama e quante mediazioni egli sarà costretto ad accettare: per continuare a parlare con successo al mondo, come accade con la decisione di chiudere Guantanamo, senza per questo vedere eroso l’indispensabile capitale di consenso politico interno.

(Il Mattino, 22 maggio 2009)

Ma non chiamatele guerre fredde

Si fa un gran parlare oggi di “nuova guerra fredda”. Lo si fa
laddove paiono riecheggiare gli echi dell’epocale conflitto tra Stati Uniti e
Unione Sovietica, come è accaduto in Georgia lo scorso agosto.  E lo si fa in riferimento a una presunta evoluzione
della struttura internazionale verso una rinnovata architettura bipolare, nella
quale la Cina starebbe diventando il contraltare di potenza degli Stati Uniti.
Si tratta però di un parallelo improprio e storicamente
scorretto. I riferimenti alla “guerra fredda” – come metafora e come
riferimento analogico – sono mistificatori e non aiutano a comprendere il
contesto attuale. L’evoluzione verso un bipolarismo Usa-Cina è tutt’altro che
compiuta, se mai si compirà, e la chiara superiorità di potenza statunitense
rende questo bipolarismo ancora assai futuribile. La guerra fredda rappresentò
peraltro una fase storica unica proprio per la natura ideologica della
competizione Usa/Urss: per la contrapposizione tra due modelli e due visioni
della modernità dalle ambizioni dichiaratamente universalistiche. La crescente
interdipendenza tra i diversi soggetti del sistema internazionale rende inoltre
obsoleta l’idea che la ridefinizione degli equilibri relativi di forza conseguente all’ascesa
di nuove potenze debba necessariamente produrre situazioni più conflittuali e
polarizzate. Il quadro attuale si caratterizza per il reticolo di dipendenze
plurime che legano gli stati gli uni agli altri, limitandone sovranità e
libertà d’azione. Cresciuta all’interno dell’attuale sistema internazionale,
con le sue norme disciplinatrici e la sua estrema flessibilità, la stessa Cina
ha progressivamente maturato un interesse alla preservazione di tale sistema.
La guerra fredda ci ha lasciato però molte eredità e, anche,
non pochi detriti. Tra questi va incluso uno dei simboli quintessenziali del peculiare
bipolarismo postbellico: le armi nucleari. Misuratore di potenza, catalizzatore
di fobie estreme e garanzia, per quanto forzosa, di pace tra le due
superpotenze, le armi nucleari sono sopravvissute alla guerra fredda e
continuano a rappresentare un’ombra che incombe minacciosa sulle sorti del
pianeta. Costituiscono uno strumento assoluto di distruzione, al cui possesso
molti continuano ad anelare.
Si tratta di armi paradossali. Tale è la loro capacità di
distruzione che esse si sottraggono in ultima istanza al controllo di quella
politica cui dovrebbero invece soggiacere. Esistono per non essere utilizzate,
pena il rischio di un’escalation incontrollabile che metterebbe in discussione
la sopravvivenza dell’umanità. Considerazioni di prestigio, la consapevolezza
che esse offrono un deterrente estremo contro qualsiasi minaccia e l’auspicio
di poterle usare come strumento di pressione, se non di ricatto, nei rapporti con
altri stati inducono alcuni paesi a cercare di dotarsi di un proprio arsenale
nucleare, come abbiamo visto bene nei casi recenti di Iran e Corea del Nord.
Tutto ciò crea situazioni di altissimo rischio e acuisce il rischio di una
proliferazione nucleare incontrollata.
È pertanto una buona notizia che Russia e Stati Uniti abbiano
espresso la loro intenzione di riaprire i negoziati in materia di armamenti
all’approssimarsi della scadenza dello Start 1, l’accordo siglato da Gorbaciov
e Bush Sr. nel 1991 che portò alla più significativa riduzione di testate
nucleari attive nella storia (quelle in possesso degli Usa sono oggi poco più
di 5mila contro le 24mila del 1987 e le 32mila del 1966). Durante la sua
presidenza Bush Jr. ha accelerato il programma di riduzione dell’arsenale
nucleare statunitense, raggiungendo in tempi più rapidi del previsto il
risultato odierno. Lo ha fatto però in un contesto nel quale gli Usa
rigettavano meccanismi multilaterali di gestione e prevenzione del riarmo,
esternavano irresponsabilmente su possibili utilizzi di armi nucleari,
rivendicavano la legittimità della guerra preventiva e, soprattutto,
rilanciavano programmi di difesa anti-missilistica che mettevano in discussione
la credibilità del ridotto deterrente nucleare russo. Scelte, queste, che hanno
alimentato la propensione di altri soggetti a cercare di dotarsi di armi
nucleari o, come nel caso della Russia, ad assumere posizioni più
intransigenti. Ora sembra aprirsi finalmente una fase nuova. I primi passi sono
stati compiuti da Washington e spetta adesso a Mosca rispondere. Se ciò avverrà
sarà finalmente possibile parlare di guerra fredda: quella seconda guerra
fredda che dagli anni Sessanta in poi è stata caratterizzata più di tutto dallo
sforzo delle due superpotenze di ridurre per via negoziata gli armamenti, e di
cui l’accordo Start 1 rappresentò per molti aspetti il risultato più rilevante.

[Il Mattino, 30 marzo 2009]

I due Obama

Tre elementi hanno contraddistinto il messaggio e la proposta
politica di Obama durante la campagna elettorale e nei mesi successivi la sua
elezione: la sottolineatura della necessità di superare le aspre divisioni del
passato; la sollecitazione ad abbandonare un approccio ideologico e a
riabbracciare un sano e concreto pragmatismo nell’azione di governo; la
denuncia, talora quasi populista, della mancanza di trasparenza nella vita
politica e nella gestione delle risorse pubbliche. In un’altra epoca storica il
trinomio bipartisanship/pragmatismo/trasparenza avrebbe qualificato in senso
moderato, se non addirittura conservatore, la retorica di Obama. Nel 2007-2008,
però, questa combinazione è servita a Obama per presentarsi come un candidato
innovativo e di rottura, se non addirittura radicale. Questo perché era
innovativo e di rottura invocare concretezza dopo gli anni, assai ideologici,
di Bush e dei neoconservatori, chiedere collaborazione bipartisan dopo tre
decadi di litigiosità e faziosità partitica, e sollecitare trasparenza e
correttezza laddove troppo spesso avevano prevalso invece clientelismo,
lobbismo e conflitti d’interesse.

Tramutare queste parole d’ordine in azione di governo è però
immensamente complicato. Le grandi (e certo eccessive) aspettative generate
dall’elezione di Obama non aiutano. Chi già oggi ne sottolinea le difficoltà e
i primi insuccessi sembra dimenticare che è in carica da poco più di un mese,
durante il quale sono stati promossi programmi importanti e compiuti gesti
dall’altissima rilevanza politica e simbolica. Riconoscere questi risultati non
significa però sottovalutare le difficoltà che la nuova amministrazione si
trova a fronteggiare e i passi indietro che essa ha già compiuto. In parte essi
conseguono alle contraddizioni e ai limiti della proposta e del messaggio
stessi di Obama. La trasparenza impone standard di condotta severi, che finora
l’amministrazione non è riuscita a rispettare e che hanno determinato le
dimissioni di alcuni suoi importanti membri, a partire da Tom Daschle.
L’invocazione alla cautela e al pragmatismo stridono con la portata e la natura
di una crisi economica, i cui contorni e sviluppi pochi riescono a definire e
prevedere. La richiesta di collaborazione bipartisan cozza contro la voglia dei
democratici d’imporre la propria agenda e, ancor più, contro il rigido
dogmatismo che ancora permea la leadership congressuale repubblicana,
schieratasi come un sol uomo contro il pacchetto di aiuti straordinari
all’economia infine varato e votato da soli tre membri repubblicani, le
senatrici Snowe e Collins del Maine e il senatore Specter della Pennsylvania.

L’ambizioso discorso pronunciato da Obama martedì di fronte
alle due camere del congresso riunite in una sessione congiunta si poneva anche
l’obiettivo di fronteggiare queste prime, e in parte inattese, difficoltà, prevenendo
il rischio di un logoramento del Presidente. Obama lo ha fatto riproponendo, in
forme diverse ma comunque inusuali, quella miscela di moderazione e radicalità
che già aveva contraddistinto il periodo elettorale. Ha giustificato
l’imponente crescita dell’intervento federale e, ancor più, fatto capire che
sarà aumentato il livello di tassazione sui redditi più alti, beneficiari dei
tagli di Bush e di scelte che hanno trasferito ulteriore “ricchezza ai più
ricchi” . Ha attaccato “gli speculatori” e gli improvvidi che hanno comprato
“case che non si sarebbero mai potuto permettere”. Ha denunciato con toni
populisti gli avidi manager e banchieri, che hanno approffitato della mancanze
di regole e di controlli. Ha ribadito la sua ostilità a quella Washington dove
anche “le migliori intenzioni possono trasformarsi in promesse spezzate e spese
inutili”.

Non era ovviamente l’occasione per offrire dettagli concreti
su come ciò avverrà, e in fondo Obama di dettagli è sempre stato parco. Il dato
significativo è che Obama ha inserito questa retorica populista e, appunto,
radicale entro un discorso delle possibilità pregno di formule classiche del
nazionalismo eccezionalista statunitense. Solo pochi anni fa, un presidente
degli Stati Uniti che avesse celebrato “l’America che non molla” e discusso di come
fare sì che anche il “prossimo secolo fosse un secolo americano” avrebbe
spaventato gran parte del mondo e fatto inorridire l’intellighenzia liberal e
democratica. Obama lo ha potuto fare, così come ha potuto combinare la richiesta
di alte spese federali con la sollecitazione a ridurre il budget e ad adottare
politiche fiscali più prudenti e accurate. Conservatore e radicale, dunque.
Nell’auspicio che nei mesi a venire s’intravedano non solo delle luci in fondo
al tunnel della crisi economica, ma anche delle crepe in un blocco repubblicano
che, almeno al Congresso, ha finora rivelato una coesione e una compattezza
difficili da prevedere.

(Il Mattino, 25 febbraio 2009)

Le dimissioni di Daschle

È normale, e finanche fisiologico, che un Presidente appena
eletto faccia delle nomine sbagliate e sia costretto a frettolose retromarce.
Il processo di scrutinio pubblico a cui i membri di una nuova amministrazione
sono soggetti è severissimo e senza scampo: anche un semplice contributo non
pagato a una domestica può diventare noto, come ha scoperto Nancy Killefer,
chiamata da Obama a controllare la spesa pubblica e già costretta alle
dimissioni. Nomine controverse o troppo di parte, inoltre, possono non superare
l’ostacolo della conferma al Senato, come verificò a suo tempo Ronald Reagan
quando cercò invano di nominare Robert Bork alla Corte Suprema.
La rinuncia al suo incarico da parte del Segretario della
Sanità Tom Daschle, che solo recentemente aveva saldato il conto con il fisco pagando
140mila dollari tra tasse arretrate e sanzioni, non rientra però in questa
casistica. La vicenda costituisce un campanello d’allarme importante per Obama e
dà un segnale politico inequivoco.  Questo
per almeno tre ragioni. La prima ha a che fare con Daschle medesimo. Un
politico di lungo corso, l’ex senatore del South Dakota, ma sempre capace di
preservare un’immagine d’integrità, rigore e correttezza (anche a costo di
apparire debole e naif, come accadde nel 2002 quando da capogruppo democratico
al Senato fu travolto dal ciclone Bush). E uno dei primi leader “anziani” del
partito democratico a riconoscere il potenziale di Obama, ad abbracciare la
retorica obamiana del cambiamento e a fare da tutore del giovane senatore
dell’Illinois nella sua corsa verso la Casa Bianca. L’ombra
di Daschle si proietta in altre parole su Obama stesso, che fino all’ultimo ha
cercato di difenderlo, scaricandolo solo quando non erano rimaste altre
possibilità.
La seconda indicazione di questa vicenda è che l’America sta
cambiando e che la politica ne deve tenere conto. L’intensificazione
dell’intreccio tra affari e politica, la diffusione di attività lobbistiche che
non sembrano conoscere confini, le porti girevoli che collegano gli uffici del
Congresso a quello delle tante lobby che operano a Washington costituiscono una
situazione tollerabile in anni di benessere e abbondanza, ma assolutamente
inaccettabile oggi. Certo, fa sorridere vedere i repubblicani attaccare Daschle
e Obama dopo aver tollerato per anni forme di corruzione senza precedenti,  istituzionalizzato il clientelismo delle
nomine politiche e concesso appalti milionari ad aziende, come la Halliburton, nei cui boards
sedevano fino a pochi mesi prima membri della stessa amministrazione. Ma ciò non
può essere motivo di consolazione per Obama. Il Presidente ha promesso di
ripristinare regole e codici etici oggi assenti o aggirati, ma si è trovato in
pochi mesi ad affrontare una serie di problemi in questo ambito, sul quale sono
già caduti almeno due potenziali membri di altissimo profilo della sua
amministrazione (l’altro, oltre a Daschle, era stato Bill Richardson a cui
Obama intendeva affidare il dipartimento del Commercio). Obama rappresenta e
incarna il cambiamento, ma si è anch’egli formato politicamente nel clima
tollerante e deontologicamente vizioso dell’ultimo ventennio e si è fatto
strada dentro una macchina politica, quella democratica di Chicago, tra le più
brutali e corrotte d’America. Da questo passato deve ora dimostrare di poter
affrancare se stesso e la sua amministrazione, pena una perdita di credibilità
e forza politica che già comincia a manifestarsi nei rapporti con il Congresso.
Il terzo e ultimo segnale politico è però quello più
preoccupante. La nomina di Daschle alla Sanità era una scelta politicamente
pesante: perché indicava la precisa volontà di Obama di investire un forte
capitale politico nella riforma del costosissimo e inefficiente sistema
sanitario statunitense; perché su questi temi Daschle si è sempre impegnato,
maturando competenze e preparazione. Ora tutto si fa improvvisamente più
difficile. Può darsi che Obama rilanci subito e sfidi i suoi oppositori
anticipando i tempi della riforma. A Obama il coraggio non manca: queste prime
due settimane di Presidenza sono state caratterizzate da un dinamismo
straordinario, che ha permesso di ottenere subito risultati importanti e dalla
forte valenza simbolica. Ora come ora, però, mettere mano alla Sanità appare
più difficile e improbabile.

(Il Mattino, 5 febbraio 2009)

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La Leadership di Obama

Una leadership, per essere efficace, necessita di consenso. Tra
le tante debolezze dell’amministrazione Bush vi è stata anche quella
rappresentata da un consenso, domestico e internazionale, che dopo il 2003 è
costantemente diminuito. Ciò ha contribuito all’erosione dell’immagine degli
Stati Uniti, alla crescita dell’impopolarità di Bush e, soprattutto, alla riduzione
dell’influenza degli Stati Uniti.
L’elezione di Obama ha drasticamente modificato questo stato
di cose. In modo (e con rapidità) del tutto inimmaginabili solo fino a un paio
di anni fa, l’America è tornata a rappresentare un modello e, in una certa
misura, un punto di riferimento per il resto del mondo. La figura di Obama, con
la sua improbabile e sincretica biografia, ma anche la dimostrazione di
vitalità offerta dalla democrazia statunitense hanno rilanciato con forza il
mito di un’America capace sempre di risollevarsi e rinascere. Il mondo ha
assistito prima con scetticismo e poi con crescente partecipazione alla parabola
di Obama. Se avesse potuto votare, quel mondo avrebbe scelto Obama con
maggioranze schiaccianti.
Ecco perché una parte significativa di questo mondo
percepisce oggi Obama anche come il proprio Presidente. Sui temi di politica
estera e sulle grandi questioni internazionali il candidato Obama, come del
resto il presidente in pectore di questi ultimi due mesi, si è espresso in modo
spesso vago e generico.  Ma se del mondo
Obama ha parlato poco, al mondo Obama ha parlato sin da quando è apparso sulla
scena politica. Vi ha parlato come campione di un’America diversa da quella di
questi ultimi anni: un’America sofisticata, cosmopolita, liberal, aperta e
inclusiva. E vi ha parlato anche come espressione di un’America nella quale il
resto del mondo non cessa mai di specchiarsi.
A questo consenso internazionale si aggiunge ora la grande
popolarità interna di Obama. I sondaggi indicano al riguardo tassi che
oscillano tra il 70 e l’80%: quasi venti punti percentuali in più rispetto a
quelli di cui godevano prima del loro primoinsediamento Bill Clinton e George
Bush. Anche una parte degli elettori di McCain è stata contagiata
dall’entusiasmo suscitato dall’elezione di Obama, oltre che dalla forza
inclusiva e bipartisan del discorso politico del nuovo presidente.
Nel corso del XX secolo, e in particolare dopo il 1945,
qualsiasi politica estera degli Stati Uniti ha avuto bisogno di un doppio
consenso, interno e internazionale, per essere efficace e raggiungere i propri
obiettivi. Solo questo doppio consenso permette agli Usa l’effettivo esercizio
di una leadership mondiale che consegue oggettivamente al loro primato di
potenza. Obama dispone oggi di questo doppio consenso. Ne dispone in un
contesto peraltro estremamente difficile, nel quale la capacità degli Stati
Uniti di intervenire in vari teatri si è grandemente ridotta e con una crisi
economica che ogni giorno rivela un volto nuovo e sulla quale si dovranno
concentrare gran parte delle attenzioni della nuova amministrazione. Lo scarto
tra aspettative (altissime) e possibilità (limitate e decrescenti) è quindi molto
forte, e le disillusioni, per gli Stati Uniti così come per gran parte del
mondo, saranno inevitabili. La rinnovata forza egemonica – il nuovo soft power – di cui gli Usa dispongono
grazie alle recenti elezioni subirà subito un’erosione. La subirà però anche in
conseguenza di un aspetto che una disamina dei due consensi rivela: la loro non
complementarità. Detto banalmente ciò che l’America chiede a Obama è molto
diverso da ciò che il mondo si aspetta dal nuovo Presidente. Per gran parte
degli americani è necessario che l’amministrazione si concentri maggiormente
sulle questioni interne, se necessario con politiche economiche espansive e di
sussidio ai settori industriali maggiormente in difficoltà. Il resto del mondo,
e soprattutto le elite internazionaliste che hanno accolto con entusiasmo
l’elezione di Obama, auspicano invece una rimodulazione – in senso
multilateralista, collaborativo e consensuale – e non un abbandono di quelle
ambizioni universalistiche che hanno storicamente caratterizzato il modo statunitense
di stare nel mondo. Si discute oggi molto degli anni Trenta, di Roosevelt e
della necessità di un nuovo New Deal. Nel farlo si tende a dimenticare che
anche gli Stati Uniti di Roosevelt contribuirono con le loro scelte –
protezionistiche, isolazioniste e di appeasement del revisionismo nazista – alla
definitiva implosione del fragile quadro di regole e interdipendenze su cui
poggiava il sistema internazionale allora. Oggi non vi è il rischio di un nuovo,
impraticabile isolazionismo. Ma è su questa sfida, su come conciliare richieste
diverse che concorrono però entrambe ad alimentare la rinnovata forza egemonica
degli Stati Uniti, che verrà testata la capacità di leadership di Obama.

(Aspenia On-Line, 19 Gennaio 2009)

La forza e la debolezza di Obama

Il voto del Senato che ha liberato la seconda tranche del
piano di salvataggio delle istituzioni finanziarie e il piano di stimolo
economico presentato la scorsa settimana dalla leadership democratica alla
Camera dimostrano la forza politica del nuovo Presidente. In entrambi i casi
Obama ha ottenuto quanto chiedeva, spendendosi in prima persona – nel caso del
voto del Senato – per convincere una serie di senatori del partito democratico
a votare a favore del nuovo stanziamento e in contraddizione con la posizione
che essi avevano assunto durante la campagna elettorale.
Obama entra quindi in carica come Presidente forte. Ha tassi
di consenso e popolarità che Bush e Clinton neanche avvicinavano. È forte di un
voto popolare senza precedenti nelle sue dimensioni assolute. Si trova di
fronte un mondo in larga misura ipnotizzato dalla sua figura e dalla prova di
forza che la democrazia statunitense ha saputo dare nel 2008. L’opposizione
repubblicana appare allo sbando, lacerata da divisioni interne e da una
frattura, quella fra radicali e moderati, tra le Sarah Palin e le Susan
Collins, che le elezioni hanno ulteriormente esasperato. I democratici
costituiscono anch’essi un movimento composito ed eterogeneo, come si è ben
visto nelle diverse posizioni assunte rispetto al piano presentato alla Camera:
insufficientemente espansivo per i liberal; troppo azzardato e fiscalmente
irresponsabile per i conservatori; eccessivo nei tagli alle tasse per entrambi.
Non possono però opporsi al loro presidente e sono chiamati a una prova di
disciplina dopo i tanti errori degli ultimi anni. A questa forza politica si aggiunge anche
quella istituzionale: un Congresso impopolare e screditato è chiamato a
interagire e dialogare con una Presidenza che ha riacquisito una credibilità a
lungo mancata. Questa asimmetria peserà nei mesi a venire e faciliterà l’azione
dell’Esecutivo.
Per quanto forte, però, Obama sarà chiamato ad agire con
rapidità. Non sono solo le urgenze della crisi economica, e le sue tante
incognite, a imporlo. Vi sono anche ragioni politiche, per quanto esse siano
meno visibili nella luna di miele post-elettorale di cui sta beneficiando
Obama. A monte opera una condizione che tutti riconoscono, ma le cui
implicazioni saranno più chiare solo fra qualche mese: il gap, inevitabile, che
si verrà a determinare tra le aspettative suscitate dall’elezione di Obama e i
risultati effettivi che la nuova amministrazione riuscirà a realizzare. È
evidente che si tratta di aspettative eccessive e non realizzabili; così come è
evidente che queste aspettative sono tante, diverse e tra loro non
complementari. Lo abbiamo visto bene già in occasione della crisi di Gaza, che
ha rivelato una differenza – quella tra ciò che l’America chiede a Obama e ciò
che il mondo si aspetta dal nuovo Presidente – destinata a riaffiorare in
futuro.
Aspettative non soddisfatte, a destra come a sinistra,
ridurranno la disciplina che di cui stanno dando oggi prova i democratici. I
conservatori del sud, i cosiddetti blue
dog democrats
, osteggeranno con più forza l’alta spesa pubblica
dell’amministrazione; i liberal chiederanno misure più incisive su temi per
essi fondamentali, ambiente e istruzione su tutti. Il blocco forse più
ideologico che vi è oggi al Congresso, quello dei deputati conservatori
repubblicani, alzerà i toni della polemica contro Obama e l’amministrazione
all’avvicinarsi della scadenza di mid-term del 2010. Tutto ciò avverrà in un
contesto nel quale Obama sarà più vulnerabile e meno popolare di oggi. Sarà
fondamentale aver portato a casa dei risultati significativi per quella data. E
sarà allora che si vedrà la vera forza politica di Obama e la tenuta di una
popolarità, invero di una ipnotizzante fascinazione collettiva, che ha pochi
precedenti nella storia degli Stati Uniti.

(Europa, 20 gennaio 2009)

Ordine e Cambiamento

Il discorso inaugurale di Obama ha seguito un copione in
larga misura atteso. Non è stato il più alto o il più immaginifico tra gli
interventi pubblici del neo-Presidente; la retorica è rimasta contenuta e
sobria. Non poteva essere altrimenti, vista l’occasione. Vi è però un passaggio
del discorso, destinato a essere meno sottolineato di altri, che ci dice molto
di Obama e di cosa egli rappresenti per l’America oggi. È il passaggio in cui
Obama ha sollecitato a mettere da parte “piccoli rancori e false promesse, le
recriminazioni e i dogmi consunti” che hanno “strangolato” la politica
statunitense”. L’America – ha proclamato Obama – “ha scelto la speranza sulla
paura, l’unità d’intenti sul conflitto e la discordia”. Questo passaggio racchiude
infatti alcuni fondamentali elementi che Obama è riuscito a fare propri e a
simboleggiare nel corso del cammino che l’ha portato alla Casa Bianca.
Secondo alcuni recenti sondaggi, tra il 70% e l’80% degli
americani dà oggi un giudizio positivo di Obama. I tassi di popolarità del
nuovo presidente sono di molto superiori a quelli di cui godevano Bill Clinton
nel 1992 e George W. Bush nel 2000. In una recente rilevazione Gallup, più di
un terzo degli intervistati ha definito il discorso inaugurale di oggi come il
più importante nella storia degli Stati Uniti; quasi l’80% lo ha collocato, più
sobriamente, tra “i più importanti”. Questo consenso interno si combina con
quello internazionale. Se il mondo avesse potuto votare lo avrebbe fatto per
Obama (con maggioranze schiaccianti in tutti i continenti, secondo un sondaggio
Foreig Policy/Gallup di pochi giorni antecedente il voto).
Come si spiega questa fascinazione collettiva per Obama? Che
cosa chiedono l’America e il mondo a un Presidente che essi osservano ammirati
se non ipnotizzati? Cosa c’è di nuovo e di diverso oggi per alimentare simili
aspettative e, anche, per produrre un culto della personalità quale da tempo
non si vedeva?
Varie risposte possono essere date: la profondità di una
crisi che richiede politiche straordinarie e, con esse, figure straordinarie
capaci di immaginare tali politiche e di metterle in atto; l’esigenza di
voltare pagina, di segnare, anche simbolicamente, una discontinuità forte,
avviando quel “cambiamento” che ha rappresentato la parola d’ordine e il
principale slogan del lungo ciclo elettorale; il desiderio di vedere
ripristinati l’immagine pesantemente danneggiata degli Stati Uniti e il mito di
un’America sempre in grado di rinascere e risollevarsi.
Da qualsiasi parte la si voglia osservare, l’elezione di
Obama ha avuto un effetto catartico. L’America è tornata a rappresentarsi e a venire
rappresentata come un modello, unico ma universale nel suo essere (e porsi) a
disposizione di tutti. Obama è divenuto l’incarnazione del cambiamento, della
diversità, del dinamismo di un’America che ancora una volta si trasforma e si
rinnova. L’improbabile biografia cosmopolita di Obama; la sua storia meticcia,
qualsiasi sia il parametro utilizzato per esaminarla e narrarla (razziale,
sociale, culturale); il suo essere testimonianza vivente che alla fine negli
Usa si premia il merito, il lavoro, la capacità e la tenacia sopra ogni altra
cosa. Questi e altri elementi hanno fatto di Obama il simbolo e la
personificazione di un’America sempre più complessa, diversa e composita; di
un’America che a dispetto di tutto non cessa di cambiare e di farsi mondo;
dell’America delle opportunità e della libertà.
Il discorso del cambiamento e della vitalità giustamente
soffonde la retorica che accompagna l’insediamento di Obama. C’è però qualcosa
di altro e di più che spiega l’emozionata partecipazione collettiva che
accompagna questo evento, che già fu visibile in occasione delle elezioni di
novembre e che è ritornata con forza nel discorso inaugurale di Obama.
L’America che si ritrova oggi a Washington, in alcuni dei suoi luoghi
simbolicamente più importanti – il Lincoln Memorial, il Mall – è un’America che
vuole credere nelle proprie istituzioni e che chiede ne vengano ripristinati il
ruolo e la dignità. È un’America che invoca appunto non solo cambiamento, ma
anche ordine. Per la quale, anzi, cambiamento significa ristabilire compostezza
e sobrietà, laddove sono prevalsi negli ultimi anni ideologia ed eccessi: alcuni
di quei “dogmi consunti” cui ha fatto riferimento Obama nel suo intervento.
Obama e la sua elezione simboleggiano oggi anche questo: la vittoria del rigore,
della preparazione, della serietà e della moderazione. Obama comunica agli
americani complessità e non semplicità. Ha aperto con essi in questi mesi un
dibattito intellettuale, prima ancora che politico. La sua elezione ripristina
l’immagine del Presidente, che torna ad essere una figura da ammirare, e
rispettare:; torna a elevare la competenza a criterio discriminante della
politica. I milioni di americani che hanno osservato il discorso di Obama, le
centinaia di migliaia di persone che hanno invaso Washington, tutti coloro,
dentro e fuori gli Stati Uniti, che hanno rivolto i propri occhi all’America,
lo hanno fatto con l’auspicio e la convinzione che alla Casa Bianca si stia
insediando una persona seria e capace. Sapendo che Obama – a dispetto della
straordinaria forza iconica della sua immagine – non è il Messia, come lui
stesso si è premurato più volte di ricordare; che non ci si possono attendere
miracoli. Chiedendo però quella serietà e quella preparazione, quell’impegno e
quell’attenzione, che la politica, ogni buona politica dovrebbe offrire e
garantire.

(Il Mattino, 21 gennaio 2009)

Un’America che cambia

L’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti rappresenta uno di quei rari eventi destinati a rappresentare uno spartiacque, nelle percezioni pubbliche così come nelle analisi storiche e nelle periodizzazioni conseguenti. Che si tratti di elezioni epocali lo si dice, immancabilmente, ogni quattro anni. Lo si fa con l’esagerata enfasi retorica che sempre accompagna la scelta di un nuovo presidente negli Usa. Ma lo si fa a ragione, visto l’importanza delle elezioni presidenziali statunitensi per il mondo intero.
Eppure è difficile non considerare la vittoria di Barack Obama come un momento speciale, diverso, e unico, che segna una svolta fondamentale nella storia degli Stati Uniti e del mondo. Il lungo percorso che ha portato alle elezioni e il voto di ieri mostrano un’America che cambia, si rinnova e si trasforma. E che lo fa, e lo riesce a fare, anche grazie agli impulsi e agli stimoli offerti dalla stessa, interminabile campagna elettorale. È un cambiamento dai volti molteplici – culturali, demografici, sociali – le cui ripercussioni politiche ed elettorali sono forti e per certi aspetti traumatiche, tanto da costringere Democratici e Repubblicani a rimettere in discussione la propria natura e il proprio progetto politico. Agiscono, in questa trasformazione, rivolgimenti strutturali profondi, di lungo periodo, che l’11 settembre e quel che ne è seguito hanno solo contenuto e temporaneamente anestetizzato. Gli Stati Uniti sono un paese destinato a farsi sempre più complesso, diverso e multiforme. Ogni nuovo censimento ci rivela significative alterazioni negli equilibri demografici, nazionali e, ancor più, locali. Questa ricca diversità – che è “etnica”, linguistica e religiosa – ha trovato la sua incarnazione quintessenziale nella figura stessa di Obama: espressione emblematica, nel suo tortuoso percorso biografico, del pluralismo statunitense e quindi sintesi simbolica ideale delle tante Americhe che fanno oggi l’America. Da parte repubblicana vi è su questo un ritardo che non è però immobilismo. McCain rappresentava quanto di più non-partitico e indipendente i repubblicani potessero offrire. È stato comunque affiancato da una giovane governatrice donna; all’interno del fronte repubblicano cominciano ad emergere figure dalla biografia assolutamente eccentrica per gli standard del mondo conservatore, su tutte il giovane e popolare governatore indiano-americano della Louisiana, Bobby Jindal.
Un’America diversa e plurale è anche un’America che, soprattutto grazie all’immigrazione, rimane giovane. L’elemento demografico si è intrecciato in queste elezioni con quello generazionale nel modificare, e in taluni casi ridisegnare, la mappa elettorale. Una parte del sud (Virginia e North Carolina in particolare) tradizionalmente conservatore, e da quattro decenni repubblicano, cambia pelle grazie all’alleanza tra afro-americani e lavoratori qualificati, tendenzialmente giovani, con istruzione e redditi medio-alti, che operano nei servizi e in vari settori high tech. Un processo simile avviene in pezzi importanti dell’Ovest, come ad esempio il Colorado, dove crescente è il peso – demografico e politico – degli immigrati ispanici. La cartina elettorale che regolarmente ci viene mostrata, e che contrappone le due Americhe – quella delle coste, blu e democratica, e quella profonda, rossa e repubblicana – ha sempre costituito un’inutile e mistificante semplificazione; dentro quelle due Americhe ne stanno infatti molte altre: urbane e rurali, suburbane ed exurbane, industriali e post-industriali. Ma ora anche quella carta può essere finalmente messa in soffitta.
Le tante Americhe giovani si mostrano peraltro impermeabili a elementi qualificanti la cultura conservatrice che è stata così forte nell’ultimo trentennio. Smentendo stereotipi consolidati sull’America bigotta e ultra-religiosa, queste Americhe non assumono posizioni di pregiudiziale opposizione alle unioni omosessuali e manifestano un atteggiamento laico e liberal su temi eticamente sensibili. Più di tutto, riescono a far eleggere un presidente giovane, afro-americano, ma anche multi-etnico, come Obama. Qualcosa che sarebbe stato semplicemente inimmaginabile solo pochi anni fa.
Queste dinamiche profonde si sono a loro volta intrecciate con processi più contingenti. I gravi errori delle amministrazioni Bush e l’inefficienza del Congresso hanno generato una forte critica della politica e delle sue istituzioni. Oggi il tasso d’impopolarità del presidente supera il 70%, mentre quello del Congresso, a maggioranza democratica, sfiora l’80%. La reazione – e questo è un dato particolarmente significativo – non è però di chiusura e di rigetto nei confronti della politica, dei suoi riti e delle sue pratiche. Al contrario, il vento dell’antipolitica, così forte negli Usa degli ultimi anni, stimola partecipazione, coinvolgimento e mobilitazione. Ritempra la democrazia invece di acuirne le difficoltà. Ciò si riflette anche sulla politica estera, o quantomeno sull’immagine degli Usa nel mondo. Un’immagine che appariva danneggiata in modo irreparabile dall’arrogante unilateralismo di Bush e dei neoconservatori, e che invece torna a farsi forte: a esercitare quella capacità di fascinazione e di proiezione globale su cui ha storicamente poggiato l’egemonia statunitense.
Le difficoltà economiche e finanziarie, infine, contribuiscono alla più generale trasformazione culturale cui stiamo assistendo e che tanto ha inciso sull’esito del voto. Slogan consolidati vengono apertamente sfidati; si torna con forza a parlare di equità sociale; dopo molti anni, un candidato rivendica, sia pure con molta cautela, la necessità d’incrementare la pressione fiscale sui redditi più alti.
È un’America, quella emersa dal volto, dalle mille contraddizioni e fragilità. Ma è anche un’America che mostra una volta ancora il suo dinamismo, la sua capacità d’adattamento, la sua freschezza democratica. È un’America, infine, che il resto del mondo spesso rigetta o banalizza, ma che poi finisce per osservare – come è stato con queste elezioni – con sorpresa, curiosità, confusione e, anche, non poca ammirazione.

(Il Mattino, 5 novembre 2008)

Si chiude una saga straordinaria

La sbornia passerà. E Obama erediterà una situazione a dir poco
complessa e difficile. Ma oggi è difficile non provare quella
sensazione di happy hangover che solo vittorie elettorali come quelle
di ieri sera riescono a provocare. Così come è difficile non guardare
con ammirazione al lungo, fin troppo lungo, percorso elettorale che ha
portato all’elezione di Obama. Elezione storica, e questo ormai lo
sappiamo. E percorso elettorale costellato di momenti davvero alti
e memorabili, dal discorso di Obama sulla questione razziale allo
splendido intervento di Hillary Clinton alla convention di Denver.
A essi è ora giusto aggiungere il concession speech di McCain di ieri sera: sobrio, dignitoso, corretto, da vecchio McCain. Un bel modo per tutti di chiudere una saga straordinaria. Una bella lezione anche per una parte della Destra repubblicana. 

La fine di un ciclo

Questo ultimo turbillon di sondaggi confonde e disorienta. E
allora, detto che sulla base degli stessi sondaggi è difficile immaginare come
McCain possa vincere, lasciateci dire che comunque vadano queste elezioni hanno segnato comunque un punto di svolta: nei simboli; nei candidati; nella ridefinizione
della mappa elettorale; nella volontà di mettersi alle spalle gli ultimi otto
anni; nella straordinaria mobilitazione politica ed elettorale; nel ritorno –
sia pure in forme molte caute – di proposte d’incremento della tassazione sul
reddito, dopo un trentennio in cui anche solo ipotizzarlo voleva dire violare
un taboo e andare incontro a una sconfitta certa. Difficile immaginare che
Obama potesse fare una campagna elettorale migliore; difficile credere che le
contingenze storiche potessero essere più favorevoli ai democratici; difficile che le trasformazioni demografiche e sociali potessero incidere maggiormente sulla mappa
elettorale a svantaggio dei repubblicani. E quindi difficile, molto difficile, credere
che ciò non porterà Obama alla presidenza. Se dovesse accadere sarebbe una
delle più grandi sorprese elettorali nella storia degli Stati Uniti. Significherebbe che gli Usa non sono ancora pronti per un presidente afroamericano. Ma a dispetto di ciò, non
vorrebbe dire che l’America non è cambiata e che il lungo ciclo conservatore
non sia giunto comunque al capolinea.