Mario Del Pero

senza filtri

Sarà stato anche un intervento efficace e mobilitante,
quello della Palin di ieri sera (cfr. qui). Ma ormai la campagna elettorale dei
repubblicani ha deciso che di contenuti non si deve proprio parlare. Si
racconta la propria storia, si espone ai riflettori il figlioletto down, si fa
mettere un’improbabile cravatta a un ancor più improbabile padre teen-ager che
ha l’aria di uno che vorrebbe starsene in Alaska a giocare a hockey e a farsi
delle birre con gli amici. Si punta insomma tutto sul character, proprio e ancor più altrui, dopo l’inflazione di (grandi e sconclusionate) idee e visioni del momento neoconservatore

Dall’Alaska a Washington

La
scelta di Sarah Palin come candidato alla vice presidenza è davvero una
sorpresa. Dick Morris, il vecchio adviser di Bill Clinton ora trasformatosi in
un efficace commentatore politico conservatore, aveva sollecitato qualche giorno
fa i repubblicani a candidare una donna, per riaprire una ferita che nemmeno la
convention democratica avrebbe chiuso e per intercettare quel voto femminile,
tendenzialmente democratico ma non necessariamente liberal, deluso dalla
mancata candidatura di Hillary, se non alla presidenza quantomeno alla vice-presidenza.
È
questa la prima, ovvia spiegazione della inaspettata decisione di McCain. A un
ticket di due senatori uomini si contrappone quello di un uomo e una donna, di
un senatore della Sunbelt e di una governatrice del nord più profondo che ci sia,
del presidente potenzialmente più anziano nella storia del paese e della più
giovane guida che l’Alaska abbia mai avuto (oltre che della prima donna eletta
alla carica di governatore). Ma il riequilibrio non è solo anagrafico,
geografico e di genere. Palin porta in dote anche un importante capitale
politico e culturale: è membro della National Rifle Association, è schierata
contro l’aborto (e ha finora trovato il tempo per fare anche cinque figli),
sostiene le trivellazioni nella riserva artica. Bilancia in altre parole alcuni
di quegli elementi che in passato hanno portato McCain in rotta di collisione
con una parte della destra repubblicana. Li bilancia permettendo a McCain di
preservare, se non addirittura di rafforzare, la sua immagine di maverick
indipendente e coraggioso, capace di agire fuori dagli schemi e dalle
convenzioni. Perché scegliere una sconosciuta governatrice dell’Alaska, con
solo due anni di esperienza governativa alle spalle e con un magro diploma in
giornalismo alla University of Idhao nel suo palmares, è a tutti gli effetti
una scelta coraggiosa.
Coraggiosa
e ovviamente molto, molto rischiosa. Perché il vice-presidente è, e deve
essere, nei fatti e nelle percezioni il presidente in pectore. Deve essere credibilmente
presidenziale e pronto a subentrare in caso di necessità, come è peraltro avvenuto
più volte nella storia del paese (con Gerald Ford nel 1974, Lyndon Johnson nel
1963 e Harry Truman nel 1945, per menzionare gli esempi più recenti). Sarah
Palin potrebbe sorprendere tutti e rivelarsi candidata forte e carismatica. Ma
viene catapultata sulla scena politica nazionale senza esperienza alcuna che
non sia quella dell’Alaska e sarà costretta ad affrontare un confronto (e tre
dibattiti televisivi) con Joe Biden, che dell’esperienza e della competenza su
temi domestici e, ancor più, su quelli internazionali fa i suoi cavalli di
battaglia. Il rischio di gaffe, errori e scivoloni è alto e inevitabile. Non a
caso, alcuni leader democratici hanno subito paragonato Palin a uno dei più noti
gaffeur della recente storia statunitense: il vice-presidente di George Bush
Sr., Dan Quayle.
La scelta di Palin potrebbe inoltre rivelarsi controproducente per due
altre ragioni. La prima ha nuovamente a che fare con la sua inesperienza. Una
delle critiche più forti e incisive mosse finora dai repubblicani a Obama era
quella relativa alla sua mancanza d’esperienza governativa. Pochi anni al
senato dell’Illinois e a quello federale, si argomentava, non costituivano
titolo sufficiente per poter ambire alla più alta carica dello stato. Per la
quale si ritiene invece candidata plausibile una figura politica locale, che
guida da due anni uno degli stati meno popolati e politicamente influenti
dell’Unione. D’ora in poi i repubblicani dovranno rinunciare alla carta
dell’esperienza e, se possibile, questa carta passerà in mano ai democratici. La
scelta di Palin, la seconda donna dopo Geraldine Ferraro nel essere candidata alla vice-presidenza, finisce inoltre per togliere dai
riflettori Obama e per inserire nella contesa una figura terza, destinata a
sottrarre spazio ai due candidati presidenti. È probabile che questo fosse uno
degli obiettivi di McCain, come la tempistica della nomina mostra chiaramente. McCain
ha però tutto l’interesse a tenere Obama al centro della scena: a trasformare,
come ha fatto con successo in queste ultime settimane, le presidenziali in una
sorta di grande referendum, pro o contro Obama, evitando un confronto di merito
e, ancor più, una discussione sui fallimenti di Bush. Per questo un candidato
di basso profilo e una scelta convenzionale sarebbe potuta tornare utile. È di
Obama, della sua storia e delle sue vulnerabilità, presunte e reali, che si
deve parlare se i repubblicani vogliono vincere in novembre. Mentre da oggi si
parlerà, e molto, anche della sconosciuta Sarah Palin e del suo improbabile
viaggio dall’Alaska a Washington.

(“Europa”, 30 agosto 2008)

Obama

Non
è stato un discorso entusiasmante quello con cui Obama ha chiuso la convention
e non poteva essere altrimenti. Niente dotti sermoni, niente sofisticate
riflessioni sulla parabola storica degli Stati Uniti e sulla questione
razziale, ma tanti riferimenti all’America che suda, lotta, fatica ed è stata
regolarmente maltrattata e punita in questi ultimi otto anni. Se Obama abbia
raggiunto i suoi obiettivi – su tutti quello di riunificare il partito e di
convincere i clintoniani più intransigenti a votare per lui – lo scopriremo nei
prossimi giorni. Il compito di Obama non era semplice: compattare l’elettorato
democratico, dare più sostanza e meno retorica al suo messaggio politico, fare
del proprio meglio per evitare che questa elezione si trasformi in un
referendum pro o contro Obama medesimo. Perché questa è la strategia adottata,
finora con qualche successo, dal nuovo, spregiudicato team di consiglieri di
McCain. Mettere Obama – le sue contraddizioni, i suoi inevitabili limiti, le
sue ambiguità – al centro della scena; fare del carattere e della biografia del
candidato democratico il tema principale della campagna elettorale; parlare
dell’elitismo simil-hollywoodiano di Obama per non dover discutere di economia
e politica internazionale. È una tattica che ha funzionato nel 2004 e che
rischia di funzionare ancora oggi come ci ricorda James Vega (cfr. qui). Per
conquistare la nomination Obama ha posto la sua biografia al centro della
scena, presentandola come la biografia potenziale della nazione che si candida
a guidare. È sullo stato di quella nazione, e non più sulla storia di Obama,
che la discussione dovrà concentrarsi nelle prossime settimane se i democratici
vogliono riconquistare la presidenza.

Keep goin’ Hillary

Intervento davvero alto, quello di Hillary Clinton ieri sera alla
convention (cfr. qui). Intelligente e corretto, per il futuro politico suo e
del partito. Ma soprattutto appassionato e di sinistra come è raro sentire di
questi tempi. Intriso di eccezionalismo progressista e orgoglio democratico. Verrebbe voglia di dire “rooseveltiano” nei toni efficacemente populisti, nell’invocazione ad ampliare la rete di protezioni sociali e a confrontarsi con ineludibili sfide globali. Tante delle scelte e dei comportamenti della Clinton di questo
ultimo anno sono stati censurabili. Ma di fronte al discorso di ieri sera ci si
può solo togliere il cappello.

Convention e famiglie

La Michelle Obama che si
proclama moglie, figlia, madre e sorella rimanda a topoi classici del discorso politico
statunitense (cfr qui). Mette al centro del discorso la famiglia e comincia così quell’opera
di normalizzazione dell’immagine di Obama che è uno dei grandi obiettivi di
questa convention. Normale e pure straordinaria è infatti per definizione la
famiglia americana: il rifugio protettivo; il luogo privilegiato della democrazia dei consumi; ma anche il medium ove si può realizzare l’American dream. E normali e
straordinari gli Obama stanno cercando di rappresentarsi. Normali nell’aver
costruito una famiglia; straordinari nell’aver potuto beneficiare di famiglie,
per quanto monche, che ne hanno permesso il successo e la realizzazione. Per
farlo non si esita a celebrare i fratelli, a ringraziare la mamma e a raccontare
delle grucce del povero papà, afflitto da sclerosi multipla, che ogni mattina ci
metteva un po’ di più a vestirsi. Dicono sia stato un successo, il discorso di Michelle, ma io ne avrei
fatto volentieri a meno e spero che almeno per una volta Biden non racconterà
dell’incidente che nel 1972 gli portò via la prima moglie e la figlioletta di
un anno.

Biden for Vice President

Scegliere Biden come candidato alla vice-presidenza è una
decisione che rivela il conservatorismo, la partigianeria e, anche, l’insicurezza
di Obama. È una scelta conservatrice sia nei contenuti – Biden è l’emblema dell’internazionalismo
liberal e interventista degli anni Novanta e sull’Iraq ha assunto posizioni
inizialmente assai diverse da quelle di Obama – che nei simboli: alla fine il
ticket è composto da due senatori uomini, nel quale i profili biografici si
integrano e completano perfettamente. È una scelta partigiana, ché Biden è un liberal
della vecchia scuola, assai lontano per comportamenti e dichiarazioni dalla
retorica inclusiva a lungo fatta propria da Obama. Ed è, infine, una scelta che
rivela tutte le insicurezze attuali di Obama e cerca di dare risposta alle sue
due maggiori vulnerabilità, percepite e reali. Serve infatti per cercare di unificare la base democratica,  ancora lacerata dalle primarie (soprattutto
nella Rustbelt) e per offrire, quantomeno come ticket, un profilo alto e credibile
sui temi della politica estera e di sicurezza.

Partigiana, conservatrice e pavida, la scelta di Biden for
vice-president. E per questo la migliore possibile.

Il viaggio di Obama

Bisognerà aspettare gli incontri di oggi con i leader
israeliani e palestinesi e, ancor più, l’atteso discorso di domani a Berlino.
Ma il viaggio di Obama ha finora raggiunto l’obiettivo che si era preposto: che
non era riformulare la sua strategia per Iraq, enfatizzare l’importanza dell’Afghanistan
o sedare le perplessità di molti elettori statunitensi rispetto alle sue
posizioni sul conflitto israelo-palestinese. Il viaggio serviva prima di tutto
per proiettare un’aura di “presidenzialità” attorno a Obama: per renderlo
credibile come futuro presidente; per ridefinirne l’immagine da candidato di
rottura – fresco, giovane ma anche inesperto e ingenuo – in autorevole statista in fieri.
A metà del guado la mission sembra essere stata accomplished. Facilitata peraltro da un
McCain che continua a confondere le carte geografiche (due giorni fa ha
parlato di un confine tra Iraq e Paqistan, cfr qui) e che viene posto sulla
difensiva anche sui temi della politica estera e di sicurezza.

Centrismi

Anche rispetto all’Iraq Obama comincia a fare qualche passo
indietro rispetto alle promesse della campagna elettorale (cfr. qui). Che i tempi promessi
per il ritiro delle truppe fossero irrealistici, soprattutto dopo il cambio di
strategia dell’ultimo biennio, lo si sapeva da tempo. Ma la sinistra della
blogosfera tuona contro l’ennesima dimostrazione della supposta svolta
centrista obamiana. “Supposta” perché il profilo politico e la stessa biografia di Obama sono, a dispetto di tutto, quelli di un uomo “slightly left of center”, almeno
nell’accezione tradizionale della categorie di destra e sinistra. Lo sono sui temi
sociali e non solo (si pensi alle differenze tra le proposte sue e quelle di
Hillary Clinton in materia di sanità). Si può anzi dire che fino ad ora uno degli elementi
di forza di Obama sia stato proprio quello di saper coniugare la moderazione politica e una retorica,
quella del cambiamento e della discontinuità, centrata più sulla denuncia delle pratiche della politica che sui suoi contenuti. Ne è uscito un
discorso talora contraddittorio, ma straordinariamente inclusivo e popolare. E non poteva
essere altrimenti visto che l’80% degli americani si dichiara insoddisfatto
dell’attuale stato di cose, ma parole d’ordine radicali rimangono ancor oggi
minoritarie e marginali.

Il problema per Obama è preservare questo equilibrio tra
proposta moderata e promessa di rottura nel contesto di un’elezione, quella presidenziale, che impone
giocoforza un surplus di moderazione rispetto alle primarie. Perché il 2000 e
il 2004 hanno dimostrato che non si vince con la sola moderazione, che il
proprio elettorato va mobilitato fino in fondo e che non si può correre il
rischio di essere accusati di opportunismo. Ma con il 70/80% degli americani
critici verso l’attuale amministrazione repubblicana, un avversario come John
McCain e una destra radicale ancora così rumorosa, il margine di tolleranza è per Obama forse maggiore che in passato.

Turbolenze

Guardo Rasmussen
per controllare i vari polls. Vedo che in Virginia vi è una
situazione di virtuale parità e che Obama si è considerevolmente
rafforzato. Scopro soprattutto che solo il 47% degli intervistati
è oggi contrario alla nazionalizzazione dell’industria petrolifera
statunitense (il 29% è addirittura favorevole e il 24% indeciso). E mi rendo conto
come non mai dell’impatto che le tante turbolenze di questi ultimi anni
hanno avuto (e stanno avendo) sull’opinione pubblica statunitense.