Mario Del Pero

Le dimissioni di Daschle

È normale, e finanche fisiologico, che un Presidente appena
eletto faccia delle nomine sbagliate e sia costretto a frettolose retromarce.
Il processo di scrutinio pubblico a cui i membri di una nuova amministrazione
sono soggetti è severissimo e senza scampo: anche un semplice contributo non
pagato a una domestica può diventare noto, come ha scoperto Nancy Killefer,
chiamata da Obama a controllare la spesa pubblica e già costretta alle
dimissioni. Nomine controverse o troppo di parte, inoltre, possono non superare
l’ostacolo della conferma al Senato, come verificò a suo tempo Ronald Reagan
quando cercò invano di nominare Robert Bork alla Corte Suprema.
La rinuncia al suo incarico da parte del Segretario della
Sanità Tom Daschle, che solo recentemente aveva saldato il conto con il fisco pagando
140mila dollari tra tasse arretrate e sanzioni, non rientra però in questa
casistica. La vicenda costituisce un campanello d’allarme importante per Obama e
dà un segnale politico inequivoco.  Questo
per almeno tre ragioni. La prima ha a che fare con Daschle medesimo. Un
politico di lungo corso, l’ex senatore del South Dakota, ma sempre capace di
preservare un’immagine d’integrità, rigore e correttezza (anche a costo di
apparire debole e naif, come accadde nel 2002 quando da capogruppo democratico
al Senato fu travolto dal ciclone Bush). E uno dei primi leader “anziani” del
partito democratico a riconoscere il potenziale di Obama, ad abbracciare la
retorica obamiana del cambiamento e a fare da tutore del giovane senatore
dell’Illinois nella sua corsa verso la Casa Bianca. L’ombra
di Daschle si proietta in altre parole su Obama stesso, che fino all’ultimo ha
cercato di difenderlo, scaricandolo solo quando non erano rimaste altre
possibilità.
La seconda indicazione di questa vicenda è che l’America sta
cambiando e che la politica ne deve tenere conto. L’intensificazione
dell’intreccio tra affari e politica, la diffusione di attività lobbistiche che
non sembrano conoscere confini, le porti girevoli che collegano gli uffici del
Congresso a quello delle tante lobby che operano a Washington costituiscono una
situazione tollerabile in anni di benessere e abbondanza, ma assolutamente
inaccettabile oggi. Certo, fa sorridere vedere i repubblicani attaccare Daschle
e Obama dopo aver tollerato per anni forme di corruzione senza precedenti,  istituzionalizzato il clientelismo delle
nomine politiche e concesso appalti milionari ad aziende, come la Halliburton, nei cui boards
sedevano fino a pochi mesi prima membri della stessa amministrazione. Ma ciò non
può essere motivo di consolazione per Obama. Il Presidente ha promesso di
ripristinare regole e codici etici oggi assenti o aggirati, ma si è trovato in
pochi mesi ad affrontare una serie di problemi in questo ambito, sul quale sono
già caduti almeno due potenziali membri di altissimo profilo della sua
amministrazione (l’altro, oltre a Daschle, era stato Bill Richardson a cui
Obama intendeva affidare il dipartimento del Commercio). Obama rappresenta e
incarna il cambiamento, ma si è anch’egli formato politicamente nel clima
tollerante e deontologicamente vizioso dell’ultimo ventennio e si è fatto
strada dentro una macchina politica, quella democratica di Chicago, tra le più
brutali e corrotte d’America. Da questo passato deve ora dimostrare di poter
affrancare se stesso e la sua amministrazione, pena una perdita di credibilità
e forza politica che già comincia a manifestarsi nei rapporti con il Congresso.
Il terzo e ultimo segnale politico è però quello più
preoccupante. La nomina di Daschle alla Sanità era una scelta politicamente
pesante: perché indicava la precisa volontà di Obama di investire un forte
capitale politico nella riforma del costosissimo e inefficiente sistema
sanitario statunitense; perché su questi temi Daschle si è sempre impegnato,
maturando competenze e preparazione. Ora tutto si fa improvvisamente più
difficile. Può darsi che Obama rilanci subito e sfidi i suoi oppositori
anticipando i tempi della riforma. A Obama il coraggio non manca: queste prime
due settimane di Presidenza sono state caratterizzate da un dinamismo
straordinario, che ha permesso di ottenere subito risultati importanti e dalla
forte valenza simbolica. Ora come ora, però, mettere mano alla Sanità appare
più difficile e improbabile.

(Il Mattino, 5 febbraio 2009)

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La Leadership di Obama

Una leadership, per essere efficace, necessita di consenso. Tra
le tante debolezze dell’amministrazione Bush vi è stata anche quella
rappresentata da un consenso, domestico e internazionale, che dopo il 2003 è
costantemente diminuito. Ciò ha contribuito all’erosione dell’immagine degli
Stati Uniti, alla crescita dell’impopolarità di Bush e, soprattutto, alla riduzione
dell’influenza degli Stati Uniti.
L’elezione di Obama ha drasticamente modificato questo stato
di cose. In modo (e con rapidità) del tutto inimmaginabili solo fino a un paio
di anni fa, l’America è tornata a rappresentare un modello e, in una certa
misura, un punto di riferimento per il resto del mondo. La figura di Obama, con
la sua improbabile e sincretica biografia, ma anche la dimostrazione di
vitalità offerta dalla democrazia statunitense hanno rilanciato con forza il
mito di un’America capace sempre di risollevarsi e rinascere. Il mondo ha
assistito prima con scetticismo e poi con crescente partecipazione alla parabola
di Obama. Se avesse potuto votare, quel mondo avrebbe scelto Obama con
maggioranze schiaccianti.
Ecco perché una parte significativa di questo mondo
percepisce oggi Obama anche come il proprio Presidente. Sui temi di politica
estera e sulle grandi questioni internazionali il candidato Obama, come del
resto il presidente in pectore di questi ultimi due mesi, si è espresso in modo
spesso vago e generico.  Ma se del mondo
Obama ha parlato poco, al mondo Obama ha parlato sin da quando è apparso sulla
scena politica. Vi ha parlato come campione di un’America diversa da quella di
questi ultimi anni: un’America sofisticata, cosmopolita, liberal, aperta e
inclusiva. E vi ha parlato anche come espressione di un’America nella quale il
resto del mondo non cessa mai di specchiarsi.
A questo consenso internazionale si aggiunge ora la grande
popolarità interna di Obama. I sondaggi indicano al riguardo tassi che
oscillano tra il 70 e l’80%: quasi venti punti percentuali in più rispetto a
quelli di cui godevano prima del loro primoinsediamento Bill Clinton e George
Bush. Anche una parte degli elettori di McCain è stata contagiata
dall’entusiasmo suscitato dall’elezione di Obama, oltre che dalla forza
inclusiva e bipartisan del discorso politico del nuovo presidente.
Nel corso del XX secolo, e in particolare dopo il 1945,
qualsiasi politica estera degli Stati Uniti ha avuto bisogno di un doppio
consenso, interno e internazionale, per essere efficace e raggiungere i propri
obiettivi. Solo questo doppio consenso permette agli Usa l’effettivo esercizio
di una leadership mondiale che consegue oggettivamente al loro primato di
potenza. Obama dispone oggi di questo doppio consenso. Ne dispone in un
contesto peraltro estremamente difficile, nel quale la capacità degli Stati
Uniti di intervenire in vari teatri si è grandemente ridotta e con una crisi
economica che ogni giorno rivela un volto nuovo e sulla quale si dovranno
concentrare gran parte delle attenzioni della nuova amministrazione. Lo scarto
tra aspettative (altissime) e possibilità (limitate e decrescenti) è quindi molto
forte, e le disillusioni, per gli Stati Uniti così come per gran parte del
mondo, saranno inevitabili. La rinnovata forza egemonica – il nuovo soft power – di cui gli Usa dispongono
grazie alle recenti elezioni subirà subito un’erosione. La subirà però anche in
conseguenza di un aspetto che una disamina dei due consensi rivela: la loro non
complementarità. Detto banalmente ciò che l’America chiede a Obama è molto
diverso da ciò che il mondo si aspetta dal nuovo Presidente. Per gran parte
degli americani è necessario che l’amministrazione si concentri maggiormente
sulle questioni interne, se necessario con politiche economiche espansive e di
sussidio ai settori industriali maggiormente in difficoltà. Il resto del mondo,
e soprattutto le elite internazionaliste che hanno accolto con entusiasmo
l’elezione di Obama, auspicano invece una rimodulazione – in senso
multilateralista, collaborativo e consensuale – e non un abbandono di quelle
ambizioni universalistiche che hanno storicamente caratterizzato il modo statunitense
di stare nel mondo. Si discute oggi molto degli anni Trenta, di Roosevelt e
della necessità di un nuovo New Deal. Nel farlo si tende a dimenticare che
anche gli Stati Uniti di Roosevelt contribuirono con le loro scelte –
protezionistiche, isolazioniste e di appeasement del revisionismo nazista – alla
definitiva implosione del fragile quadro di regole e interdipendenze su cui
poggiava il sistema internazionale allora. Oggi non vi è il rischio di un nuovo,
impraticabile isolazionismo. Ma è su questa sfida, su come conciliare richieste
diverse che concorrono però entrambe ad alimentare la rinnovata forza egemonica
degli Stati Uniti, che verrà testata la capacità di leadership di Obama.

(Aspenia On-Line, 19 Gennaio 2009)

La forza e la debolezza di Obama

Il voto del Senato che ha liberato la seconda tranche del
piano di salvataggio delle istituzioni finanziarie e il piano di stimolo
economico presentato la scorsa settimana dalla leadership democratica alla
Camera dimostrano la forza politica del nuovo Presidente. In entrambi i casi
Obama ha ottenuto quanto chiedeva, spendendosi in prima persona – nel caso del
voto del Senato – per convincere una serie di senatori del partito democratico
a votare a favore del nuovo stanziamento e in contraddizione con la posizione
che essi avevano assunto durante la campagna elettorale.
Obama entra quindi in carica come Presidente forte. Ha tassi
di consenso e popolarità che Bush e Clinton neanche avvicinavano. È forte di un
voto popolare senza precedenti nelle sue dimensioni assolute. Si trova di
fronte un mondo in larga misura ipnotizzato dalla sua figura e dalla prova di
forza che la democrazia statunitense ha saputo dare nel 2008. L’opposizione
repubblicana appare allo sbando, lacerata da divisioni interne e da una
frattura, quella fra radicali e moderati, tra le Sarah Palin e le Susan
Collins, che le elezioni hanno ulteriormente esasperato. I democratici
costituiscono anch’essi un movimento composito ed eterogeneo, come si è ben
visto nelle diverse posizioni assunte rispetto al piano presentato alla Camera:
insufficientemente espansivo per i liberal; troppo azzardato e fiscalmente
irresponsabile per i conservatori; eccessivo nei tagli alle tasse per entrambi.
Non possono però opporsi al loro presidente e sono chiamati a una prova di
disciplina dopo i tanti errori degli ultimi anni. A questa forza politica si aggiunge anche
quella istituzionale: un Congresso impopolare e screditato è chiamato a
interagire e dialogare con una Presidenza che ha riacquisito una credibilità a
lungo mancata. Questa asimmetria peserà nei mesi a venire e faciliterà l’azione
dell’Esecutivo.
Per quanto forte, però, Obama sarà chiamato ad agire con
rapidità. Non sono solo le urgenze della crisi economica, e le sue tante
incognite, a imporlo. Vi sono anche ragioni politiche, per quanto esse siano
meno visibili nella luna di miele post-elettorale di cui sta beneficiando
Obama. A monte opera una condizione che tutti riconoscono, ma le cui
implicazioni saranno più chiare solo fra qualche mese: il gap, inevitabile, che
si verrà a determinare tra le aspettative suscitate dall’elezione di Obama e i
risultati effettivi che la nuova amministrazione riuscirà a realizzare. È
evidente che si tratta di aspettative eccessive e non realizzabili; così come è
evidente che queste aspettative sono tante, diverse e tra loro non
complementari. Lo abbiamo visto bene già in occasione della crisi di Gaza, che
ha rivelato una differenza – quella tra ciò che l’America chiede a Obama e ciò
che il mondo si aspetta dal nuovo Presidente – destinata a riaffiorare in
futuro.
Aspettative non soddisfatte, a destra come a sinistra,
ridurranno la disciplina che di cui stanno dando oggi prova i democratici. I
conservatori del sud, i cosiddetti blue
dog democrats
, osteggeranno con più forza l’alta spesa pubblica
dell’amministrazione; i liberal chiederanno misure più incisive su temi per
essi fondamentali, ambiente e istruzione su tutti. Il blocco forse più
ideologico che vi è oggi al Congresso, quello dei deputati conservatori
repubblicani, alzerà i toni della polemica contro Obama e l’amministrazione
all’avvicinarsi della scadenza di mid-term del 2010. Tutto ciò avverrà in un
contesto nel quale Obama sarà più vulnerabile e meno popolare di oggi. Sarà
fondamentale aver portato a casa dei risultati significativi per quella data. E
sarà allora che si vedrà la vera forza politica di Obama e la tenuta di una
popolarità, invero di una ipnotizzante fascinazione collettiva, che ha pochi
precedenti nella storia degli Stati Uniti.

(Europa, 20 gennaio 2009)

Ordine e Cambiamento

Il discorso inaugurale di Obama ha seguito un copione in
larga misura atteso. Non è stato il più alto o il più immaginifico tra gli
interventi pubblici del neo-Presidente; la retorica è rimasta contenuta e
sobria. Non poteva essere altrimenti, vista l’occasione. Vi è però un passaggio
del discorso, destinato a essere meno sottolineato di altri, che ci dice molto
di Obama e di cosa egli rappresenti per l’America oggi. È il passaggio in cui
Obama ha sollecitato a mettere da parte “piccoli rancori e false promesse, le
recriminazioni e i dogmi consunti” che hanno “strangolato” la politica
statunitense”. L’America – ha proclamato Obama – “ha scelto la speranza sulla
paura, l’unità d’intenti sul conflitto e la discordia”. Questo passaggio racchiude
infatti alcuni fondamentali elementi che Obama è riuscito a fare propri e a
simboleggiare nel corso del cammino che l’ha portato alla Casa Bianca.
Secondo alcuni recenti sondaggi, tra il 70% e l’80% degli
americani dà oggi un giudizio positivo di Obama. I tassi di popolarità del
nuovo presidente sono di molto superiori a quelli di cui godevano Bill Clinton
nel 1992 e George W. Bush nel 2000. In una recente rilevazione Gallup, più di
un terzo degli intervistati ha definito il discorso inaugurale di oggi come il
più importante nella storia degli Stati Uniti; quasi l’80% lo ha collocato, più
sobriamente, tra “i più importanti”. Questo consenso interno si combina con
quello internazionale. Se il mondo avesse potuto votare lo avrebbe fatto per
Obama (con maggioranze schiaccianti in tutti i continenti, secondo un sondaggio
Foreig Policy/Gallup di pochi giorni antecedente il voto).
Come si spiega questa fascinazione collettiva per Obama? Che
cosa chiedono l’America e il mondo a un Presidente che essi osservano ammirati
se non ipnotizzati? Cosa c’è di nuovo e di diverso oggi per alimentare simili
aspettative e, anche, per produrre un culto della personalità quale da tempo
non si vedeva?
Varie risposte possono essere date: la profondità di una
crisi che richiede politiche straordinarie e, con esse, figure straordinarie
capaci di immaginare tali politiche e di metterle in atto; l’esigenza di
voltare pagina, di segnare, anche simbolicamente, una discontinuità forte,
avviando quel “cambiamento” che ha rappresentato la parola d’ordine e il
principale slogan del lungo ciclo elettorale; il desiderio di vedere
ripristinati l’immagine pesantemente danneggiata degli Stati Uniti e il mito di
un’America sempre in grado di rinascere e risollevarsi.
Da qualsiasi parte la si voglia osservare, l’elezione di
Obama ha avuto un effetto catartico. L’America è tornata a rappresentarsi e a venire
rappresentata come un modello, unico ma universale nel suo essere (e porsi) a
disposizione di tutti. Obama è divenuto l’incarnazione del cambiamento, della
diversità, del dinamismo di un’America che ancora una volta si trasforma e si
rinnova. L’improbabile biografia cosmopolita di Obama; la sua storia meticcia,
qualsiasi sia il parametro utilizzato per esaminarla e narrarla (razziale,
sociale, culturale); il suo essere testimonianza vivente che alla fine negli
Usa si premia il merito, il lavoro, la capacità e la tenacia sopra ogni altra
cosa. Questi e altri elementi hanno fatto di Obama il simbolo e la
personificazione di un’America sempre più complessa, diversa e composita; di
un’America che a dispetto di tutto non cessa di cambiare e di farsi mondo;
dell’America delle opportunità e della libertà.
Il discorso del cambiamento e della vitalità giustamente
soffonde la retorica che accompagna l’insediamento di Obama. C’è però qualcosa
di altro e di più che spiega l’emozionata partecipazione collettiva che
accompagna questo evento, che già fu visibile in occasione delle elezioni di
novembre e che è ritornata con forza nel discorso inaugurale di Obama.
L’America che si ritrova oggi a Washington, in alcuni dei suoi luoghi
simbolicamente più importanti – il Lincoln Memorial, il Mall – è un’America che
vuole credere nelle proprie istituzioni e che chiede ne vengano ripristinati il
ruolo e la dignità. È un’America che invoca appunto non solo cambiamento, ma
anche ordine. Per la quale, anzi, cambiamento significa ristabilire compostezza
e sobrietà, laddove sono prevalsi negli ultimi anni ideologia ed eccessi: alcuni
di quei “dogmi consunti” cui ha fatto riferimento Obama nel suo intervento.
Obama e la sua elezione simboleggiano oggi anche questo: la vittoria del rigore,
della preparazione, della serietà e della moderazione. Obama comunica agli
americani complessità e non semplicità. Ha aperto con essi in questi mesi un
dibattito intellettuale, prima ancora che politico. La sua elezione ripristina
l’immagine del Presidente, che torna ad essere una figura da ammirare, e
rispettare:; torna a elevare la competenza a criterio discriminante della
politica. I milioni di americani che hanno osservato il discorso di Obama, le
centinaia di migliaia di persone che hanno invaso Washington, tutti coloro,
dentro e fuori gli Stati Uniti, che hanno rivolto i propri occhi all’America,
lo hanno fatto con l’auspicio e la convinzione che alla Casa Bianca si stia
insediando una persona seria e capace. Sapendo che Obama – a dispetto della
straordinaria forza iconica della sua immagine – non è il Messia, come lui
stesso si è premurato più volte di ricordare; che non ci si possono attendere
miracoli. Chiedendo però quella serietà e quella preparazione, quell’impegno e
quell’attenzione, che la politica, ogni buona politica dovrebbe offrire e
garantire.

(Il Mattino, 21 gennaio 2009)

Un’America che cambia

L’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti rappresenta uno di quei rari eventi destinati a rappresentare uno spartiacque, nelle percezioni pubbliche così come nelle analisi storiche e nelle periodizzazioni conseguenti. Che si tratti di elezioni epocali lo si dice, immancabilmente, ogni quattro anni. Lo si fa con l’esagerata enfasi retorica che sempre accompagna la scelta di un nuovo presidente negli Usa. Ma lo si fa a ragione, visto l’importanza delle elezioni presidenziali statunitensi per il mondo intero.
Eppure è difficile non considerare la vittoria di Barack Obama come un momento speciale, diverso, e unico, che segna una svolta fondamentale nella storia degli Stati Uniti e del mondo. Il lungo percorso che ha portato alle elezioni e il voto di ieri mostrano un’America che cambia, si rinnova e si trasforma. E che lo fa, e lo riesce a fare, anche grazie agli impulsi e agli stimoli offerti dalla stessa, interminabile campagna elettorale. È un cambiamento dai volti molteplici – culturali, demografici, sociali – le cui ripercussioni politiche ed elettorali sono forti e per certi aspetti traumatiche, tanto da costringere Democratici e Repubblicani a rimettere in discussione la propria natura e il proprio progetto politico. Agiscono, in questa trasformazione, rivolgimenti strutturali profondi, di lungo periodo, che l’11 settembre e quel che ne è seguito hanno solo contenuto e temporaneamente anestetizzato. Gli Stati Uniti sono un paese destinato a farsi sempre più complesso, diverso e multiforme. Ogni nuovo censimento ci rivela significative alterazioni negli equilibri demografici, nazionali e, ancor più, locali. Questa ricca diversità – che è “etnica”, linguistica e religiosa – ha trovato la sua incarnazione quintessenziale nella figura stessa di Obama: espressione emblematica, nel suo tortuoso percorso biografico, del pluralismo statunitense e quindi sintesi simbolica ideale delle tante Americhe che fanno oggi l’America. Da parte repubblicana vi è su questo un ritardo che non è però immobilismo. McCain rappresentava quanto di più non-partitico e indipendente i repubblicani potessero offrire. È stato comunque affiancato da una giovane governatrice donna; all’interno del fronte repubblicano cominciano ad emergere figure dalla biografia assolutamente eccentrica per gli standard del mondo conservatore, su tutte il giovane e popolare governatore indiano-americano della Louisiana, Bobby Jindal.
Un’America diversa e plurale è anche un’America che, soprattutto grazie all’immigrazione, rimane giovane. L’elemento demografico si è intrecciato in queste elezioni con quello generazionale nel modificare, e in taluni casi ridisegnare, la mappa elettorale. Una parte del sud (Virginia e North Carolina in particolare) tradizionalmente conservatore, e da quattro decenni repubblicano, cambia pelle grazie all’alleanza tra afro-americani e lavoratori qualificati, tendenzialmente giovani, con istruzione e redditi medio-alti, che operano nei servizi e in vari settori high tech. Un processo simile avviene in pezzi importanti dell’Ovest, come ad esempio il Colorado, dove crescente è il peso – demografico e politico – degli immigrati ispanici. La cartina elettorale che regolarmente ci viene mostrata, e che contrappone le due Americhe – quella delle coste, blu e democratica, e quella profonda, rossa e repubblicana – ha sempre costituito un’inutile e mistificante semplificazione; dentro quelle due Americhe ne stanno infatti molte altre: urbane e rurali, suburbane ed exurbane, industriali e post-industriali. Ma ora anche quella carta può essere finalmente messa in soffitta.
Le tante Americhe giovani si mostrano peraltro impermeabili a elementi qualificanti la cultura conservatrice che è stata così forte nell’ultimo trentennio. Smentendo stereotipi consolidati sull’America bigotta e ultra-religiosa, queste Americhe non assumono posizioni di pregiudiziale opposizione alle unioni omosessuali e manifestano un atteggiamento laico e liberal su temi eticamente sensibili. Più di tutto, riescono a far eleggere un presidente giovane, afro-americano, ma anche multi-etnico, come Obama. Qualcosa che sarebbe stato semplicemente inimmaginabile solo pochi anni fa.
Queste dinamiche profonde si sono a loro volta intrecciate con processi più contingenti. I gravi errori delle amministrazioni Bush e l’inefficienza del Congresso hanno generato una forte critica della politica e delle sue istituzioni. Oggi il tasso d’impopolarità del presidente supera il 70%, mentre quello del Congresso, a maggioranza democratica, sfiora l’80%. La reazione – e questo è un dato particolarmente significativo – non è però di chiusura e di rigetto nei confronti della politica, dei suoi riti e delle sue pratiche. Al contrario, il vento dell’antipolitica, così forte negli Usa degli ultimi anni, stimola partecipazione, coinvolgimento e mobilitazione. Ritempra la democrazia invece di acuirne le difficoltà. Ciò si riflette anche sulla politica estera, o quantomeno sull’immagine degli Usa nel mondo. Un’immagine che appariva danneggiata in modo irreparabile dall’arrogante unilateralismo di Bush e dei neoconservatori, e che invece torna a farsi forte: a esercitare quella capacità di fascinazione e di proiezione globale su cui ha storicamente poggiato l’egemonia statunitense.
Le difficoltà economiche e finanziarie, infine, contribuiscono alla più generale trasformazione culturale cui stiamo assistendo e che tanto ha inciso sull’esito del voto. Slogan consolidati vengono apertamente sfidati; si torna con forza a parlare di equità sociale; dopo molti anni, un candidato rivendica, sia pure con molta cautela, la necessità d’incrementare la pressione fiscale sui redditi più alti.
È un’America, quella emersa dal volto, dalle mille contraddizioni e fragilità. Ma è anche un’America che mostra una volta ancora il suo dinamismo, la sua capacità d’adattamento, la sua freschezza democratica. È un’America, infine, che il resto del mondo spesso rigetta o banalizza, ma che poi finisce per osservare – come è stato con queste elezioni – con sorpresa, curiosità, confusione e, anche, non poca ammirazione.

(Il Mattino, 5 novembre 2008)

Si chiude una saga straordinaria

La sbornia passerà. E Obama erediterà una situazione a dir poco
complessa e difficile. Ma oggi è difficile non provare quella
sensazione di happy hangover che solo vittorie elettorali come quelle
di ieri sera riescono a provocare. Così come è difficile non guardare
con ammirazione al lungo, fin troppo lungo, percorso elettorale che ha
portato all’elezione di Obama. Elezione storica, e questo ormai lo
sappiamo. E percorso elettorale costellato di momenti davvero alti
e memorabili, dal discorso di Obama sulla questione razziale allo
splendido intervento di Hillary Clinton alla convention di Denver.
A essi è ora giusto aggiungere il concession speech di McCain di ieri sera: sobrio, dignitoso, corretto, da vecchio McCain. Un bel modo per tutti di chiudere una saga straordinaria. Una bella lezione anche per una parte della Destra repubblicana. 

La fine di un ciclo

Questo ultimo turbillon di sondaggi confonde e disorienta. E
allora, detto che sulla base degli stessi sondaggi è difficile immaginare come
McCain possa vincere, lasciateci dire che comunque vadano queste elezioni hanno segnato comunque un punto di svolta: nei simboli; nei candidati; nella ridefinizione
della mappa elettorale; nella volontà di mettersi alle spalle gli ultimi otto
anni; nella straordinaria mobilitazione politica ed elettorale; nel ritorno –
sia pure in forme molte caute – di proposte d’incremento della tassazione sul
reddito, dopo un trentennio in cui anche solo ipotizzarlo voleva dire violare
un taboo e andare incontro a una sconfitta certa. Difficile immaginare che
Obama potesse fare una campagna elettorale migliore; difficile credere che le
contingenze storiche potessero essere più favorevoli ai democratici; difficile che le trasformazioni demografiche e sociali potessero incidere maggiormente sulla mappa
elettorale a svantaggio dei repubblicani. E quindi difficile, molto difficile, credere
che ciò non porterà Obama alla presidenza. Se dovesse accadere sarebbe una
delle più grandi sorprese elettorali nella storia degli Stati Uniti. Significherebbe che gli Usa non sono ancora pronti per un presidente afroamericano. Ma a dispetto di ciò, non
vorrebbe dire che l’America non è cambiata e che il lungo ciclo conservatore
non sia giunto comunque al capolinea.

– 4

Stando
al sondaggio CBS/NYTimes di oggi la scelta di Sarah Palin sta danneggiando, e
anche in modo significativo, McCain. Il buon (si fa per dire) Dick Morris esprime
invece ottimismo ed è convinto che l’infelice uscita di Obama sulla
redistribuzione della ricchezza possa essere il fattore che rovescierà il corso
della gara e permetterà a McCain di recuperare il gap che ancora lo separa da
Obama. I sondaggi nazionali contano poco e sono tornati a oscillare molto
(CBS/NYT dà Obama avanti di 11 punti; Fox solo di 3). Il dato rilevante è ovviamente
quello degli stati, dove Obama starebbe (il condizionale è d’obbligo) in una
posizione di relativa sicurezza in una mappa elettorale che lo avvantaggia
molto: anche utilizzando una definizione molto ampia di che cosa sia oggi uno
stato non ancora assegnato (un “toss-up state”), di 15 stati in ballo solo uno
fu democratico nel 2004 (la Pennsylvania, che è ovviamente molto importante). In
altre parole, McCain deve difendere molti stati che furono repubblicani nel
2004 e ha poche chance di conquistare stati che andarono a Kerry nel 2004 o a
Gore nel 2000. Se i sondaggi sono minimamente affidabili (e non sempre nelle
primarie lo furono), McCain non ha chance. E questo “se” continua però a
rappresentare l’incognita che separa Obama dalla Casa Bianca.

– 5

Difficile
credere che il lungo, splendido spot-documentario di Obama mandato ieri in
simultanea sui principali networks statunitensi possa spostare un voto. Era
programmato da tempo e serviva, una volta ancora, a rendere Obama presidente
credibile e sintesi perfetta della nazione che si candida a guidare. Le tante
Americhe – orgogliose, dignitose, tenaci e, anche, commoventi – che appaiono
nello spot vengono efficacemente abbinate ai passaggi e alle esperienze che hanno
segnato la vita di Obama, la sua formazione e la sua ascesa politica: la
dignità del lavoro, anche il più umile; l’importanza dell’educazione; i valori
della famiglia; la denuncia dell’inefficace e iniquo sistema sanitario.

Alcuni
commentatori della sinistra statunitense (come John Nichols di The Nation)
dicono che Obama ha fatto un passo indietro; che si è tolto, almeno in parte, dai
riflettori per raccontare e far parlare l’America e gli americani. Non è
ovviamente così – nello spot/documentario Obama non è un semplice narratore – e non potrebbe essere altrimenti, a 5 giorni delle elezioni. Quel che Obama e il regista dello
spot (Davis Guggenheim, lo stesso del documentario di Al Gore “An Inconvenient
Truth”) hanno fatto è di dare forma al messaggio – patriottico ed
eccezionalista, ancorché non convenzionale – che ha scandito la campagna elettorale:
che Obama è il presidente naturale del paese, perché lui e la sua storia sono
quel paese, ciò che esso è diventato e ciò che esso ancora oggi è in grado di
offrire e trasmettere. Retorica forte, ci mancherebbe; ma anche coinvolgente,
toccante e, speriamo, elettoralmente vincente.

-6

Spero di sbagliarmi, ma non credo che la vittoria di Obama
sarà così larga come preannunciato da molti sondaggi. Temo ci sarà da soffrire
e aspettare martedì notte, ché il vantaggio di Obama nei polls di alcuni stati
cruciali è troppo esiguo e già durante le primarie vi fu una discrepanza –
variamente interpretata – tra sondaggi e voti a sfavore di Obama, in
particolare nel Midwest (Ohio, Pennsylvania e West Virginia su tutti). Che poi
ci siamo tutti abituati all’idea che un afro-americano possa giungere alla Casa
Bianca dà un’idea di quanto sia cambiata l’America e di quanto abbia
contribuito la corsa di Obama a cambiarla.