Mario Del Pero

Leadership globali e diverse

È stato, al solito, un discorso alto quello con cui Obama ha ricordato Nelson Mandela. E un discorso non scontato, nel quale all’ovvio omaggio a Mandela è corrisposta la sottolineatura di un tema spesso centrale nella retorica obamiana: quello della imperfezione umana. “È proprio perché poteva ammettere l’imperfezione”, ha detto Obama di Mandela, “che lo amavamo … non era un busto di marmo, ma un uomo fatto di carne e di sangue”.

I limiti dell’uomo, le sue contraddizioni, sono spesso stati utilizzati dal presidente statunitense per giustificare scelte realiste e pragmatiche; per giustificare quella che a molti pare essere un’eccessiva propensione al compromesso. Enfatizzare l’inevitabile imperfezione di un’icona davvero globale come Nelson Mandela, costruirne una memoria centrata sulla sua azione di statista più che alla sua battaglia rivoluzionaria, sembra servire a Obama per ricordare una volta ancora le possibilità e costrizioni dell`agire politico. E serve in una certa misura anche a impossessarsi, in modo sottile e attento, del manto di Mandela: a rivendicarne l’eredità. Perché a dispetto di tutto, Obama rimane l’unico leader davvero globale: in quanto capo della potenza egemone del sistema internazionale; in virtù della sua biografia, straordinaria e cosmopolita; per l’emozione e le aspettative che la sua ascesa politica riuscirono a catalizzare in tutto il mondo; per la sua straordinaria e persistente popolarità. A ciò si aggiunge anche la relazione storica in qualche misura speciale tra Stati Uniti e Sudafrica, legati a lungo dalla comune esperienza della segregazione (cui negli sud degli Usa si sarebbe posto termine de jure solamente a metà degli anni Sessanta) e uniti, in alcuni snodi cruciali della Guerra Fredda, da solidi rapporti diplomatici e da comuni interessi geopolitici. Pur con tutte le immense differenze tra i due paesi, Obama e Mandela ne sono stati i primi presidenti neri. E non è un caso che tra le figure che Obama ha evocato nel suo intervento vi sia stato anche Martin Luther King, campione anch’egli di coraggio, pragmatismo e capacità di dialogo.

Eppure, osservando Obama e i tanti altri leader convenuti a Johannesburg per le esequie di Mandela, qualcosa balzava inevitabilmente agli occhi: ed era il contrasto tra le loro leadership – fragili, incerte, contestate – e quella che è sempre riuscito a proiettare Nelson Mandela. Spesso, quella sottolineatura dell’imperfezione umana così qualificante il discorso obamiano appare più una dichiarazione d’impotenza della politica che una giustificazione dei suoi strumenti e dei suoi mezzi. In parte ciò consegue a una più generale debolezza della politica: alla sua incapacità di  gestire processi che ormai sfuggono al suo controllo e alla sua guida. Molto, però, deriva dalle diverse modalità di legittimazione della leadership, che raramente permettono di produrre oggi guide forti e carismatiche. E che quando riescono a farlo, come avvenne appunto nel caso di Obama, le vedono poi rapidamente anestetizzate dalla fragilità della politica e dalla farraginosità e inefficienza dei processi decisionali nelle democrazie contemporanee. La leadership di Mandela, che acquisì nel tempo una dimensione e una proiezione globali, è quella dell’uomo di campo: forgiata in una lotta rivoluzionaria, anticoloniale e anti-razzista (e, oggi si tende a ometterlo, a lungo anche anti-capitalista). È una leadership figlia di un`investitura forte, mitigata solo in parte dalla successiva, controversa azione di governo. Le fonti di una simile legittimazione non esistono ormai quasi più e questo è certamente un bene. Ma in sua vece siamo spesso in balia di leadership mediatiche più che politiche: precarie, esili, volatili, superficiali. In ultimo non-leadership, come rivelava impietoso il contrasto tra chi veniva omaggiato e chi omaggiava ai funerali di Mandela.

Il Messaggero, 11 dicembre 2013

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