Mario Del Pero

Il partito di Donald Trump

Coerente con il personaggio che ha incoronato, la convention repubblicana di Cleveland tutto è stata fuorché rituale e ordinaria. Dal caso di plagio del discorso della moglie di Trump, Melania, agli scontri del primo giorno sulle modalità di voto, dagli attacchi scomposti a Hillary Clinton alle urla contro Ted Cruz – l’avversario delle primarie che non ha dato il suo endorsement a Trump – fino all’aggressiva chiusura del candidato repubblicano, diversi sono stati i momenti circensi e sopra le righe. Momenti, questi, che hanno rievocato le vecchie, fumose e aspre convention di una volta più che quelle asettiche e controllate dei tempi recenti. Per i tanti critici, la quattro giorni di Cleveland ha mostrato una volta di più l’impresentabilità di Trump, oltre che l’impatto divisivo e polarizzante della sua ascesa, sul paese e sullo stesso fronte repubblicano. I sostenitori del miliardario newyorchese, al contrario, hanno letto questa convention come rivelatrice una volta ancora della forza di Trump e del suo messaggio politico: come espressione di una spontaneità fresca e genuina, da contrapporre alla politica inquinata e autoreferenziale, ovviamente rappresentata nelle fattezze di Hillary Clinton (per la quale molti intervenuti hanno addirittura invocato la galera).
Può darsi che Cleveland sia stata entrambe le cose, come da vecchia, buona politica: teatro e strategia; arena e compromesso; urla e mediazione. La gran parte dei commentatori ha letto la convention come l’ultimo momento buono per ricompattare il partito repubblicano; come l’ultima chance a disposizione di Trump per ripulire la sua immagine e moderare il suo messaggio. Per divenire, in altre parole, un candidato normale. Ma è così? Per sperare di vincere, Trump ha (o, meglio, aveva) davvero bisogno di “de-trumpizzarsi”?
Numeri alla mano e con Cleveland alle spalle, è lecito nutrire più di un dubbio. I repubblicani partono con un handicap pesantissimo, in parte strutturale e in parte contingente. Si confrontano con una mappa elettorale che nelle elezioni presidenziali si è fatta vieppiù sfavorevole, con i democratici certi di avere dalla loro più grandi elettori (dai 20 ai 40, a seconda delle stime) di quelli garantiti dagli stati a maggioranza repubblicana. E hanno, i repubblicani, davvero poche chances di migliorare il risultato del 2012 presso una minoranza ispanica decisiva in stati ancora in bilico, come il Nevada e il Colorado, ma che Trump ha ulteriormente allontanato con le sue posizioni xenofobe. Può sperare di vincere, il candidato repubblicano, solo rischiando di perdere ancor più largamente, subendo quella che sarebbe una delle più pesanti sconfitte della storia. Deve, insomma, raddoppiare e rilanciare: sovraccaricare ancor più il suo messaggio, con l’obiettivo di mobilitare appieno un elettorato bianco e radicalizzato che gli potrebbe consegnare stati decisivi della Rustbelt postindustriale, come l’Ohio e la Pennsylvania, o di un sud atipico e assai composito, quali la Virginia, la North Carolina e la stessa Florida. Ecco perché non debbono sorprendere il tono estremo di molti interventi sentiti a Cleveland, la reiterata demonizzazione di Hillary Clinton, gli attacchi ai movimenti neri, la natura quasi mono-razziale della convention (più dell’80% degli speakers era bianco). E non debbono sorprendere le parole di Trump sulla politica estera e il suo ostentato rifiuto dei vincoli imposti dalle alleanze degli Usa, a partire dalla stessa Nato. Il candidato newyorchese parla a un elettorato che conosce bene; offre un messaggio scopertamente nazionalista con cui promette di ripristinare la grandezza dell’America, liberandola da costrizioni interne e internazionali; denuncia la debolezza e la corruzione di chi ha guidato il paese. E sa, Trump, che i rapporti di forza tra lui e il partito si sono almeno temporaneamente invertiti. Che il suo elettorato – quello che lo ha portato alla nomination – i repubblicani li tiene in fondo in ostaggio, come la processione a Cleveland/Canossa di molti leader congressuali ha ben evidenziato. Sa, insomma, che dopo Cleveland e fino all’8 novembre il partito repubblicano sarà il partito di Donald Trump.

Il Messaggero, 22 Luglio 2016

Share on Facebook28Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on Tumblr0Email this to someonePrint this page

Convention e violenze

Si apre la convention repubblicana che incoronerà Donald Trump. E si apre in un clima sovraccarico di tensioni e rabbia; con altri poliziotti morti, questa volta a Baton Rouge in Louisiana, ove un nero era stato ucciso dalle forze dell’ordine solo pochi giorni fa. In un clima, cioè, dove la faglia della razza – uno dei principali fattori che ha mosso e lacerato la storia degli Stati Uniti – torna a farsi profonda e quasi incolmabile: dove l’America si trova di nuovo divisa e contrapposta. Questo clima Trump lo ha cavalcato e alimentato: ne è stato tanto il prodotto quanto la causa. Il candidato repubblicano non ha avuto scrupoli nel gettare benzina sul fuoco e nello sfruttare il rabbioso malcontento di un pezzo d’America bianca, spaventata, arrabbiata e in sofferenza. Quest’America – dove chiaramente sovra-rappresentato è l’elettorato con bassi livelli d’istruzione e reddito – si è trovata sistematicamente dalla parte dei perdenti in quei processi d’integrazione globale che negli ultimi trenta/quarant’anni gli Usa hanno guidato e, spesso, sfruttato. Ha visto scomparire – delocalizzate all’estero – le opportunità di lavoro in un settore manifatturiero che pagava bene e offriva, a molte famiglie, il vettore primo di un’ascensione sociale che pareva sostanziare la retorica del sogno americano. Si è trovata a fare i conti con programmi di sostegno alle minoranze che l’hanno fatta sentire discriminata e punita. Ha reagito perplessa a trasformazioni culturali– si pensi solo al tema dei diritti degli omosessuali – che hanno messo in discussione certezze binarie e stravolto ruoli sociali e famigliari consolidati. E osserva con sgomento, questa America, la trasformazione demografica di un paese nel quale cresce il peso d’ispanici e asiatici: un paese che sembra destinato a essere sempre meno bianco e, anche, cristiano. La parola d’ordine che domina i raduni trumpiani è quella del tradimento: tradimento dell’America vera da parte di una politica corrotta e autoreferenziale; tradimento di valori centrati su ancore identitarie vissute come immutabili e fisse, ma oggi contestate o rigettate; tradimento della potenza americana per mano di leader deboli e pavidi che ne permettono l’umiliazione quotidiana su scala mondiale.
È una messa in stato d’accusa di un’intera classe politica, come ben si è visto durante le primarie repubblicane. Che Trump sfrutta e rilancia con la promessa incapsulata nello slogan della sua campagna: “rendere nuovamente grande l’America” (Make America Great Again). Poco è detto su come concretare questa promessa. Il programma del candidato repubblicano è in realtà un pot-pourri incoerente e vago. Un rozzo guazzabuglio fatto di protezionismo e roboante nazionalismo, dove si promette una ritirata dalla globalizzazione libero-scambista e la contestuale disponibilità a ricorrere in modo spregiudicato e ampio a quello strumento, la forza militare, che ancor oggi distingue gli Stati Uniti dal resto del mondo, rendendoli potenza superiore del sistema. Sulla praticabilità di una simile azione è lecito nutrire molti dubbi; così come sulle effettive chances di vittoria di Trump in novembre. I pozzi del confronto politico – oggi feroce e irrimediabilmente abbruttito – sono stati però in larga parte avvelenati. E le conseguenze non possono essere minimizzate, anche a prescindere dall’esito finale del voto. Dal quale gli Stati Uniti sono destinati a uscire ancor più spaccati. Con un’America trumpiana probabilmente non maggioritaria ma rilevante e in grado di tenere in ostaggio il paese; con un sistema internazionale frastagliato e privo dell’ordine che il soggetto egemone era in grado di garantire e spesso imporre; con un partito repubblicano ancor più radicalizzato e ostruzionista. E con il rischio, oggi davvero molto concreto, che le violenze cui stiamo assistendo in questi giorni continuino e s’intensifichino.

Il Mattino 18 luglio 2016

Share on Facebook13Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on Tumblr0Email this to someonePrint this page

Sulla crisi degli studi nordamericani in Italia

Mario Del Pero (SciencesPo, Parigi) e Ferdinando Fasce (Università di Genova)

Sulla crisi degli studi nordamericani in Italia

Sono passati poco più di tre anni dalla scomparsa di Raimondo Luraghi, uno dei padri fondatori dell’americanistica in Italia. Luraghi, la cui celebre Storia della Guerra civile compie quest’anno mezzo secolo di vita, contribuì a rendere l’università di Genova uno dei centri fondamentali per gli studi di storia degli Stati Uniti, oltre che l’unico spazio dove per alcuni anni furono attivi contemporaneamente un dottorato di ricerca e una Fulbright Chair destinata a studiosi statunitensi che venivano a insegnare in Italia. Dottorato e Chair che oggi non esistono più; come non esiste più la cattedra di Luraghi. Gli studi e gli insegnamenti di storia nordamericana a Genova sono ridotti a un paio di contratti rinnovabili di anno in anno. Situazione simile esiste in gran parte d’Italia, dove di cattedre ne sono rimaste quattro. In una recente tavola rotonda sullo studio della storia americana fuori dagli Stati Uniti, al convegno della Organization of American Historians (OAH), due docenti di Cambridge e Oxford, Andrew Preston e Jay Sexton, hanno lamentato la debolezza dell’americanistica nei rispettivi dipartimenti. Un rapido sguardo ci mostra però come il numero di docenti di storia degli Stati Uniti in ognuna delle due università sia più o meno equivalente al totale di quelli presenti in Italia. Questi ultimi – raggruppati nel settore SPS05, “Storia e Istituzioni delle Americhe”, dove hanno casa anche i latino-americanisti – sono oggi undici in totale: quattro professori ordinari, sei associati e un solo ricercatore. Nessuno si trova in un’università a sud di Roma. Alcuni insegnamenti – invero molto pochi – sono tenuti da studiosi che hanno delle competenze americanistiche, ma che per scelta o necessità hanno optato per un altro settore disciplinare, principalmente “Storia Contemporanea” (MSto04) o “Storia delle Relazioni Internazionali” (SPS06). Sono però casi assai rari e sempre più marginali.
La situazione è disarmante. Questo a dispetto della popolarità degli insegnamenti di storia degli Usa tra gli studenti e dei risultati scientifici ottenuti dai membri della piccola comunità nordamericanistica italiana (tra i quali si trovano molti vincitori dei premi dell’OAH per i migliori libri e articoli in lingua non inglese). E a dispetto, anche, di un’attenzione pubblica per gli Usa che in Italia rimane assai viva.
Proprio dall’ultimo dato, la persistente fascinazione per gli Stati Uniti, è utile partire per provare a spiegare la crisi dell’americanistica italiana: lo scarto, invero macroscopico, tra quanto si parla di Usa in Italia e come se ne parla; tra la presenza pubblica – pervasiva e talora quasi ossessiva – delle cose statunitensi e quella accademica – limitata e decrescente. È chiaro come gli Stati Uniti stiano nella nostra quotidianità più di qualsiasi altro paese. I loro prodotti culturali invadono le nostre case. La loro politica, spettacolare e talora circense, continua ad ammaliarci. Le molteplici proiezioni della loro egemonia – contestata e sfidata quanto si vuole – investono direttamente e indirettamente le nostre vite. Con l’America, come continuiamo a chiamarla pur sapendo che non è politicamente corretto farlo, sentiamo tutti di avere ancora un’intima familiarità. E pensiamo quindi di poterne parlare – e magari scrivere – senza conoscerla o averla studiata davvero. Siamo un popolo non solo di commissari tecnici, ma anche di americanisti. Basta un rapido sguardo alle pagine dei principali quotidiani, e ai loro editoriali, per comprenderlo. Nessuno studioso serio di politica estera statunitense si sognerebbe, ad esempio, di usare oggi la categoria di “isolazionismo”, che invece ancora imperversa in non pochi di questi commenti. Se di Stati Uniti si parla male e tanto perché tutti, come per il calcio, si sentono titolati a farlo, per qual motivo si dovrebbe studiarne in profondità la storia? Perché mai l’università italiana dovrebbe investire su di essa?
A questa prima spiegazione ne va aggiunta però una seconda. Che si lega sia alla difficoltà delle humanities in Italia sia a quella, anche più marcata, degli studi d’area. I tagli generalizzati alla ricerca hanno colpito i secondi, tra i quali l’americanistica, in modo pesantissimo. Sarebbe bello credere che ciò derivi da un’effettiva sprovincializzazione della ricerca e degli stessi campi del sapere storiografico. Gli studi d’area sono in fondo ambiti storicamente e socialmente determinati: definiti, in modo non di rado arbitrario, dalle priorità geopolitiche e dalle contingenze, più che da ragioni scientifiche forti e immutabili. La svolta globale degli studi storici ha portato spesso a contestare, o almeno qualificare, le partizioni d’area, anche quelle consolidate. Alcuni dei filoni di ricerca più originali e innovativi questo hanno fatto: hanno inserito l’esperienza storica degli Stati Uniti entro una parabola più ampia e transnazionale, di cui si evidenziano le tante connessioni e interdipendenze. Ma non da questo, ahimè, deriva la debolezza della storia americana in Italia. A insegnarla – nei rari corsi universitari affidati a studiosi fuori dal gruppo SPS05 – non sono nella gran parte dei casi docenti capaci di partecipare a questa operazione scientifica: in grado, cioè, di “de-provincializzare” la storia degli Stati Uniti, come va di moda dire. Sono invece studiosi che di altro si occupano e che degli Usa hanno una conoscenza, spiace dirlo, non proprio approfondita.
Come uscirne? Lamentele e doglianze non sono mancate negli anni, ma hanno sortito assai poco. Come non sono mancate rilevanti iniziative scientifiche, su tutte quelle promosse dal principale centro interuniversitario, il CISPEA, che raggruppa le università di Bologna, Firenze, Piemonte Orientale, Roma Tre e Trieste. La strada rimane quella dell’impegno nella ricerca e nella didattica, rimarcando e denunciando ora non più il ritardo dell’Italia, come si faceva in passato, ma quella che è a tutti gli effetti un’inaccettabile regressione.

Il Sole 24Ore, 17 luglio 2016

Share on Facebook128Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on Tumblr0Email this to someonePrint this page

Obama e la linea del colore

Doveva essere il presidente di un’America finalmente post-razziale. Un’America che la sua persona e la sua biografia in fondo incarnavano, perché l’Obama orgogliosamente nero era anche il figlio di una donna bianca di origini irlandesi, cresciuto e divenuto adulto in luoghi – l’Indonesia con la madre e il patrigno, le Hawaii con i nonni – che costituivano, nei fatti e nella simbologia, il crocevia emblematico di ibridazioni e meticciamenti transpacifici: spazi di pluralismo e contaminazione, dove le differenze scompaiono o si fanno storicamente meno determinate e divisive. È invece, Barack Obama, il Presidente chiamato a confrontarsi con una delle crisi razziali più acute e profonde della recente storia statunitense; una crisi che colpisce in modo spesso indistinto le grandi aree urbane, siano esse in Minnesota o in Texas, nel Maryland o in Louisiana. Il Presidente di un’America nella quale torna cioè ad agire, lacerante e violenta, quella linea del colore che ha segnato la storia del paese e dalla quale esso non è mai riuscito del tutto ad affrancarsi. Obama si trova ora sul banco degli imputati. Accusato dai movimenti neri, su tutti il Black Lives Matter (“Le vite dei neri contano”), di non aver affrontato con il dovuto coraggio la violenza strutturale che gli apparati statuali dispiegano contro gli afroamericani. Denunciato da molti intellettuali di colore come esponente di un ceto politico nero compromesso, imborghesito e incapace ormai di rappresentare e tutelare la minoranza afroamericana. E messo sul banco d’accusa da parte di un pezzo d’America, bianca e non solo, che si sente tradita; che ritiene che le critiche alle forze di polizia, e al loro uso sproporzionato della forza, abbiano finito per rovesciare l’equazione tra vittime e oppressori se non, addirittura, per contribuire al clima che ha portato alla strage di Dallas.
Obama può certo avere delle responsabilità. Almeno fino ai disordini di Ferguson, Missouri, dell’agosto 2014 sulla questione razziale si è mosso con una cautela che rasentava la passività. È stato forse condizionato dal timore di apparire di parte, oltre che da un passato – suo e della moglie Michelle – che lo esponeva all’accusa di contiguità con ambienti radicali del mondo nero. Si è però anche trovato a fare i conti con la piena deflagrazione di contraddizioni a lungo represse e non più contenibili, e con un pezzo d’opinione pubblica e di mondo politico – minoritario, ma non marginale – che mai ha accettato l’idea di avere un nero alla Casa Bianca. Due, in particolare, sono le dinamiche che intrecciandosi inestricabilmente hanno prodotto la drammatica miscela che vediamo in azione oggi: le politiche di sicurezza e la frattura razziale. Le prime sono state dispiegate secondo una logica draconiana di “tolleranza zero” che, soprattutto nelle aree urbane, ha colpito senza pietà gli afroamericani e quelli giovani in particolare. Nel mentre il gap razziale – di reddito, occupazione, istruzione – è rimasto immutato o si è attenuato in minima misura. L’idea che maggior sicurezza nelle strade avrebbe garantito maggiori possibilità sociali non si è realizzata. Questo scarto – tra promesse e risultati, retorica e realtà – Obama l’ha ereditata nel momento in cui essa diveniva tanto visibile quanto insostenibile. Perché non appare più tollerabile che un bambino nero su nove abbia un genitore incarcerato o che il 30% degli afroamericani sotto i 35 anni senza diploma di scuola media superiore si trovi oggi in una prigione. E di certo non appare più accettabile che in nome della sicurezza si tollerino pratiche poliziesche tanto invasive quanto discriminatorie e, non di rado, violente. Le politiche securitarie adottate in risposta alla grave crisi urbana degli anni Settanta e Ottanta paiono in altre parole aver perso molta della loro legittimità. Anche perché, nell’epoca in cui viviamo, esse risultano documentabili e visibili in tempo reale, come drammaticamente rivelato dalle immagini inviate dalla fidanzata di Philando Castile, il 32enne afroamericano ucciso tre giorni fa in Minnesota da un poliziotto. Per la sua storia e per ciò che la sua elezione ha simboleggiato, Obama era forse l’uomo sbagliato per gestire una transizione tanto difficile in un’America ancora così spaccata. A chi gli succederà spetterà il compito di confrontarsi con una situazione divenuta straordinariamente complessa, che una campagna elettorale divisiva e violenta come quella che si prospetta rischia ancor più di aggravare.

Il Messaggero, 9 luglio 2016

Share on Facebook23Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on Tumblr0Email this to someonePrint this page

Chilcot & emailgate

In modi diversi il rapporto Chilcot sulla partecipazione britannica alla guerra in Iraq del 2003 e le dichiarazioni del direttore dell’FBI James Comey in merito alle e-mail di Hillary Clinton aiutano a comprendere alcune delle matrici del clima politico odierno, negli Usa e in Gran Bretagna, e l’impatto che questo potrebbe avere sulle presidenziali statunitensi del novembre prossimo. Il rapporto Chilcot non pare aggiungere nulla a quanto già non si sapesse e, nemmeno, a quello che molti oppositori della guerra – incluso l’ex ministro degli Esteri di Tony Blair, Robin Cook – sostennero prima dello stesso intervento. Il rapporto rivela però una volta di più la sconcertante leggerezza con la quale Blair portò il paese in guerra e la deliberata e dolosa cecità del Primo Ministro di fronte alla solida intelligence che enfatizzava i pericoli di un’azione militare ed evidenziava come Saddam Hussein non fosse prossimo a dotarsi di armi non convenzionali. L’archiviazione dell’inchiesta del FBI sull’utilizzo di un server privato da parte della Clinton nella gestione della sua corrispondenza istituzionale le evita un procedimento legale che avrebbe avuto costi politici immensi, forse la stessa rinuncia alla Presidenza. Ma è accompagnata, questa decisione, dalla severissima censura dell’“estrema negiligenza” dell’ex Segretario di Stato e dalla sistematica smentita di molte delle giustificazioni addotte dalla Clinton. La quale – ora lo sappiamo per certo – ha contravvenuto alle più elementari norme di sicurezza, usando diversi server privati, controllando la propria mail su più dispositivi elettronici e permettendo che circolassero su di essi oltre cento messaggi riservati, inclusi 22 marcati come “top secret”, il livello di classificazione più elevato che esista.
Per l’FBI la Clinton non solo ha agito irresponsabilmente, ma ha anche deliberatamente minimizzato la portata della sua negligenza, mentendo sul numero di documenti secretati inviati su server privati, facilmente hackerabili. Trump e i repubblicani ora tuonano contro il sistema corrotto e manipolato che avrebbe salvato Hillary Clinton da un meritato processo. Sanno però di avere in mano un potente strumento elettorale di cui faranno abbondante e spregiudicato uso nelle settimane a venire, quando le parole di Comey saranno abilmente rimpacchettate in brevi spot elettorali destinati a invadere gli schermi televisivi d’America. Fare leva sull’impopolarità della Clinton – sulla convinzione radicata di un pezzo di paese che la candidata democratica sia inaffidabile se non addirittura corrotta – è una delle poche armi di cui Trump dispone in una corsa per lui ancora pesantemente a handicap. È un’arma, però, che gli è stata in fondo consegnata dalla sua stessa avversaria o, meglio, dalla cultura ed esperienza politica in cui si sono formate figure come Tony Blair e Hillary Clinton (la quale, tra le altre cose, quella guerra sbagliata in Iraq la sostenne e autorizzò). Una cultura ed esperienza, queste, basate sulla convinzione che competenza e preparazione possano in fondo dispensare i leader politici dal rispetto di procedure basilari o, addirittura, consentir loro di anteporre i propri convincimenti (e, di fatto, pregiudizi) alla valutazione obiettiva di fatti e informazioni. Una politica arrogante e autoreferenziale, insomma, nella quale quasi si rivendica il diritto dei migliori di agire fuori dalle regole o al di sopra di esse. E una politica elitaria e lontana, che finisce per alimentare una delle bestie più pericolose oggi in circolazione: quel rigetto, violento e populista, dell’establishment che ha prodotto fenomeni come Donald Trump. Resta da capire perché questa politica faccia così fatica a riformarsi; perché i Clinton siano ancora in grado di prendere in ostaggio un ciclo elettorale, impedendo l’emergere di candidati meno vulnerabili e compromessi. Di certo, sarà ora più difficile per la Clinton presentare la sfida con Trump come quella tra preparazione e imperizia, serietà e approssimazione. Perché quando il direttore del FBI descrive i tuoi comportamenti come avventati e negligenti, e suggerisce addirittura la possibilità che a causa di ciò “attori ostili possano avere avuto accesso all’account email personale” di un Segretario di Stato sul quale circolano messaggi segreti, allora l’accusa all’avversario di essere impreparato e irresponsabile si fa inevitabilmente più labile e meno credibile. Nel mentre, la lunga ombra della guerra in Iraq continua a far sentire il suo peso. Concorre anch’essa al discredito di quelle classi dirigenti che la vollero o, per pavidità e opportunismo, non seppero opporvisi con la necessaria fermezza ed efficacia; informa giudizi retrospettivi binari su esperienze di governo, come appunto quella di Blair, assai più complesse e sfaccettate; incide sulla politica estera statunitense, oggi condizionata dalla paura che una maggioranza dell’opinione pubblica americana ha di vedere replicati quelli errori. Contribuisce, insomma, anch’essa alla delegittimazione di un’élite le cui responsabilità sono certo gravi, ma alla quale non di rado si contrappone il nulla o il peggio.

Il Messaggero, 7 luglio 2016

Share on Facebook35Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on Tumblr0Email this to someonePrint this page

Generazione Bataclan

La terribile strage di Orlando ci dice tre cose. La prima è che, come a Parigi, ad essere colpita è una generazione: essa e quel che rappresenta, simboleggia ed è destinata a produrre. È, questa, la “generazione Bataclan”: i 20/30enni cresciuti nella bellezza della diversità, nella quotidianità del pluralismo e nell’ovvietà della tolleranza. Pratiche e valori che un certo, bigotto oscurantismo scambia per lascivia e assenza di principi. Quello di Orlando è un attentato omofobo perché colpisce chi sta sull’ultima frontiera dei diritti civili, gli omosessuali appunto. Che questi diritti li hanno conquistati con importanti battaglie politiche, significativi successi legislativi e cruciali sentenze della Corte Suprema, che negli Usa hanno infine annullato le leggi statali che vietavano il matrimonio a coppie dello stesso sesso. Tra gli under-30 statunitensi il sostegno a questa decisione si attesta attorno all’80%. Per loro è la normalità, come è giusto e logico che sia.
Una normalità che rimane però esposta a quotidiani pericoli. Che non può essere data per scontata. A maggior ragione laddove esiste un marchio – un brand territorializzato e statualizzato, quello dell’ISIS – che del rigetto di questa modernità plurale e multicolore ha fatto la propria bandiera. È questa la seconda indicazione della strage di Orlando. È molto probabile che essa sia opera di un cane sciolto; che non vi siano dietro la rete di appoggi e la struttura logistica che hanno connotato invece gli attentati di Parigi e di Bruxelles. L’ispirazione viene però dal radicalismo di matrice religiosa: i cupi simboli dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante albergano nell’immaginario di questi terroristi; hanno un potere mobilitante che non può né deve essere sottovalutato; alimentano uno spirito emulativo che nelle maglie larghe e tolleranti della nostra società trova modo di essere dispiegato.
E questo ci porta alla terza indicazione: il rischio che la portata della minaccia, e l’inesistenza di scorciatoie e soluzioni facili, possa creare un terreno assai fertile per i demagoghi e gli estremisti di casa nostra. I Donald Trump che di odio e paura si nutrono e che su di essi prosperano politicamente ed elettoralmente. Il candidato repubblicano ha subito cercato di capitalizzare sull’attentato, chiedendo addirittura le dimissioni di Obama. Le sue poche possibilità di successo in novembre dipendono proprio dall’esistenza di un clima diffuso e pervasivo di paura che altri atti terroristici inevitabilmente alimenterebbero. Dipendono dalla possibilità di riprodurre, ovviamente con altri metodi, quella logica amico-nemico che muove l’azione del terrorismo fondamentalista. Ed è anche contro quest’altro oscurantismo che la “generazione Bataclan” è chiamata oggi a rispondere, negli Usa come in Europa.

Il Giornale di Brescia, 14 giugno 2016

Share on Facebook17Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on Tumblr0Email this to someonePrint this page

Due Populismi?

Le primarie democratiche e, ancor più, repubblicane hanno smentito tutte le previsioni e rovesciato le regole consolidate di questo tipo di competizioni elettorali. A destra come a sinistra, la mobilitazione contro l’establishment – contro quella che noi chiameremo la “casta” – ha travolto politici di lungo corso, portato Donald Trump, il più improbabile dei candidati, alla nomination repubblicana e permesso a un 74enne socialista di rimanere in corsa fino alla fine della contesa democratica.
Populismo sembra essere oggi la parola magica usata, e talora abusata, per spiegare e accomunare i successi di Trump e Sanders. E delle comunanze tra i due in effetti vi sono. In entrambi i casi, agisce con forza un sentimento anti-politico diffuso e trasversale. Trump rappresenta e cavalca l’anti-politica. Sanders si presenta come l’altra-politica: radicale, onesta e aliena ai compromessi. Ma perché questo populismo anti-politico è vincente oggi più che in passato, negli Usa e anche in Europa? Varie spiegazioni possono essere offerte. La politica vilipesa e rigettata è una politica che ha gravi responsabilità: che è stata, e talora continua a essere, lontana, autoreferenziale, incapace di riformarsi. È però anche una politica oggettivamente debole: priva della strumentazione necessaria per confrontarsi con processi globali che hanno da tempo travolto gli argini della governance nazionale dentro cui l’azione politica ed elettorale ancora si dispiega. Nel caso degli Usa – e di questo ciclo elettorale – uno dei dati più significativi è rappresentato dall’attivazione di quel pezzo d’America che nella globalizzazione degli ultimi 30/40 anni si è trovata dalla parte dei perdenti. Un’America bianca, con bassi livelli d’istruzione, che un tempo costituiva la spina dorsale di un mondo operaio ben retribuito e decentemente tutelato e che, in concomitanza col tracollo del settore manifatturiero e la delocalizzazione della produzione industriale, ha visto diminuire redditi, garanzie, possibilità di ascesa sociale e, in taluni casi, anche aspettative medie di vita. Se andiamo a guardare dentro l’elettorato di Trump e Sanders vediamo come questa America sia sovra-rappresentata. Nel caso del miliardario newyorchese si può addirittura sostenere che abbia recuperato alla causa milioni di votanti che avevano disertato le urne nelle ultime tornate elettorali (uno dei dati più significativi di questo ciclo è l’altissima partecipazione elettorale tra i repubblicani).
Sottolineare l’esistenza di alcune, comuni matrici che spiegano i fenomeni Sanders e Trump non dove però indurre nell’errore di accomunarli passivamente, come talora fanno alcuni commentatori. Nel caso del candidato repubblicano, la risposta alla crisi e finanche alla delegittimazione della politica è stata veicolata attraverso un messaggio identitario e nazionalista, fondato sull’esplicita contrapposizione tra questa America e i suoi presunti nemici interni (immigrati) ed esterni (in modi diversi Islam e Cina). Le proposte politiche di Sanders, forse irrealistiche e a sua volta protezionistiche, sono state anch’esse indirizzate contro un nemico: la finanza e il grande capitale. Ma hanno parlato la lingua di un repubblicanesimo civico centrato ancor oggi sull’idea di solidarietà, responsabilità, cooperazione e dialogo. Sono due populismi, quelli di Trump e di Sanders, le cui radici stanno, solide e profonde, dentro la storia degli Stati Uniti. E che, in questo difficile snodo storico, sembrano aver trovato il terreno per ottenere un consenso mai avuto in passato.

Il Giornale di Brescia, 8 giugno 2016

Share on Facebook22Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on Tumblr0Email this to someonePrint this page

Icona Globale

A lungo amato o odiato, senza vie di mezzo, Muhammad Ali era divenuto col tempo una sorta d’icona globale: una figura rispettata e riverita, quasi al di sopra delle parti; qualcuno a cui la gente si avvicinava come fosse “il Dalai Lama o Papa Francesco”, ha scritto uno dei suoi migliori biografi, il giornalista David Remnick.
Amato o odiato, Ali lo fu inizialmente per il suo modo di boxare: leggero, sfuggente, poco maschio secondo i suoi tanti critici. Invecchiando, la sua boxe pungente e poco virile lasciò spazio a un altro tipo di pugilato, brutale e violento, che trovò il suo apogeo nei terribili scontri con Foreman a Kinshasa (1974) e, ancor più, con Frazer a Manila (1975). La parabola pugilistica avrebbe però continuato a intrecciarsi con quella politica di cui essa fu specchio e, in molte occasioni, strumento.
Ali non crebbe in un ghetto nero, come molti degli avversari che avrebbe negli anni sfidato e sconfitto, ma in un quartiere della piccola borghesia nera di una città segregata del primo sud, Louisville in Kentucky. In quel sud, violento e razzista, il giovane Alì, ancora Cassius Clay, trovò nella palestra lo strumento di un riscatto che fu da subito razziale quanto e più che sociale. Prima di divenire, in forme diverse, icona globale, Alì lo fu di un mondo nero che cercava la sua emancipazione in un’affermazione identitaria centrata sulla riscoperta delle origini africane, la contrapposizione, talora estrema, all’America bianca e la costruzione di una specifica ed eccentrica religiosità islamico-statunitense. Icona afroamericana, Ali fu anche attore pienamente e consapevolmente politico. Il suo fu un protagonismo marcato da gesti coraggiosi e di grande dignità: la sua obiezione di coscienza durante la guerra del Vietnam, che gli sarebbe costata gli anni migliori della sua carriera pugilistica; la critica della politica estera del suo paese e delle tante ipocrisie che l’accompagnavano; le utopie pan-africaniste; la denuncia della corruzione imperante nel mondo della boxe. Non mancarono momenti bassi ed errori madornali, su tutti la scelta di schierarsi contro Malcolm X quando questi fu espulso dalla Nazione dell’Islam o d’insultare gratuitamente (e reiteratamente) il suo grande rivale Joe Frazer, presentandolo come uno “zio Tom”, mentre Frazer si adoperava per aiutarlo e si recava addirittura alla Casa Bianca per perorarne la causa con il Presidente Nixon (Ali vide la sua licenza a combattere sospesa per 4 anni, dal 1967 al 1971, per renitenza alla leva).
Ritornato a combattere nel 1971, e subito sconfitto da Frazer, Ali non era solamente un altro pugile – più lento e appesantito, capace di compensare il perduto gioco di gambe solo col pugno e, soprattutto, con la straordinaria capacità di assorbire e mediare i colpi – ma anche un altro soggetto politico. Un soggetto non più confinato in un recinto strettamente statunitense, ma proiettato su una scala vieppiù globale. L’“Ali boma ye” (“Ali uccidilo”) – come urlava la folla tutta schierata dalla sua parte – dell’epico scontro con Foreman nello Zaire era il simbolo di un mondo terzo e nero che cercava di affermarsi nel quadro internazionale. L’Ali, spento e forse già colpito dal Parkinson, degli ultimi combattimenti, maltrattato dal suo vecchio sparring partner Larry Holmes, incarnava la fine, drammatica e senza appelli, di un’epoca: di una modernità che aveva esaltato il pugilato – sport di sofferenza, fatica, riscatto ed emancipazione – e che nella boxe, mediatica e politica, di Ali aveva avuto la sua fase ultima e terminale. Rimaneva, a quel punto, l’icona: pacificata, e in una certa misura drammaticamente sedata dalla vita, dall’esperienza e dalla terribile malattia, che ne avrebbe infine silenziato l’irriverenza, l’ironia e la sfacciataggine. L’icona di un uomo che, con pugni e parole, ha concorso a rappresentare (e fare) un’epoca e il mondo che ne è seguito.

Il Messaggero, 5 giugno 2016

Share on Facebook25Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on Tumblr0Email this to someonePrint this page

28 Pagine

28 pagine. Sono quelle, ancor oggi secretate, del rapporto sugli attentati dell’11 settembre prodotto più di dieci anni fa dalla commissione indipendente d’inchiesta nominata dall’allora Presidente Bush. 28 pagine – alle quali si aggiungono oggi altri documenti usciti dagli archivi – che si soffermano sulle responsabilità della diplomazia saudita: sui contatti di suoi funzionari minori con alcuni dei terroristi dell’11 settembre, cui avrebbero fornito supporto logistico e finanziario. Uno dei membri della commissione, il banchiere ed ex Segretario della Marina John Lehman, ha rotto la consegna del segreto e parlato apertamente di un’ampia rete di legami tra gli attentatori e membri del governo dell’Arabia Saudita, in particolare nel Ministero degli Affari Islamici, che finanzia varie attività e che è da tempo sospettato di sostenere gruppi radicali e fondamentalisti. I famigliari delle vittime degli attacchi invocano oggi la verità. Gli avversari di Obama pensano di aver trovato un altro elemento attraverso cui attaccare il Presidente e la sua politica estera.
Nell’attesa di saperne di più, ciò che merita di essere sottolineato è la evidente fragilità – e in una certa misura obsolescenza – di quella che è stata, soprattutto a partire dagli anni Settanta, la “relazione speciale” tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Una relazione fondata su uno scambio – su un do ut des – chiaro e preciso. Da un lato gli Usa fornivano protezione e sofisticata tecnologia militare a Riad, cui permettevano l’aggressiva campagna globale di proselitismo religioso e di cui tolleravano di fatto l’incessante propaganda anti-israeliana e, spesso, antisemita. Dall’altro, l’Arabia Saudita operava dentro l’Opec per evitare oscillazioni eccesive dei prezzi del petrolio, ritrasferiva negli Usa parte dei profitti maturati, di fatto puntellava l’egemonia del dollaro, e costituiva assieme a Israele ed Egitto il terzo pilastro della strategia di alleanze statunitense nel vicino e medio Oriente. Le condizioni che permettevano – e alimentavano – questa “relazione speciale” sono però progressivamente venute meno, laddove alcune sue tare strutturali sono diventate più difficili da occultare. La guerra fredda – e quindi il ruolo saudita nel contenere l’avversario sovietico (e nel combatterlo in Afghanistan) – è terminata. Gli investimenti in rinnovabili e, soprattutto, il boom del gas naturale hanno permesso di ridurre grandemente la dipendenza statunitense dal petrolio, e l’attenzione conseguente verso l’andamento dei suoi prezzi si è di molto attenuata: dal 2005 a oggi le importazioni di petrolio negli Usa sono diminuite di più del 30%; nel caso dell’Arabia Saudita il calo è stato addirittura prossimo al 50%. La connivenza saudita con il radicalismo islamico si è fatta sempre meno tollerabile politicamente, laddove sia a destra (soprattutto tra i neoconservatori) sia a sinistra si denuncia l’immoralità di un’alleanza con un regime autoritario e oscurantista. I profondi rivolgimenti nel mondo arabo, la crisi siriana e il nuovo dialogo tra Stati Uniti e Iran hanno a loro volta acuito divisioni già in atto. L’Arabia Saudita rimane partner importante degli Usa, ma sembra aver perso la centralità del passato. Il mutevole contesto geopolitico ha in altre parole ridefinito la relazione tra Washington e Riad, rendendola assai meno “speciale”. Soprattutto ne ha esposto le intrinseche contraddizioni e ambiguità, mettendole sotto gli occhi dei riflettori come mai era forse avvenuto prima.

Il Giornale di Brescia, 24 maggio 2016

Share on Facebook16Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on Tumblr0Email this to someonePrint this page

Le debolezze di Hillary Clinton

Hillary Clinton rimane certamente favorita per la conquista della Presidenza in novembre. Le incognite sono però molte: le primarie hanno smentito certezze ritenute inscalfibili e impongono oggi estrema cautela nel formulare previsioni; la candidata democratica è visibilmente vulnerabile; i repubblicani, infine, sembrano aver finalmente fatto pace con l’idea di avere Donald Trump come loro candidato (è in fondo il naturale prodotto del tipo di messaggio che essi stessi hanno veicolato in questi anni) ed essere pronti a ricompattarsi in vista della convention di luglio.
Tre sono le principali fragilità della Clinton, che il suo avversario cercherà di enfatizzare e sfruttare – con spregiudicatezza e aggressività – nelle settimane e nei mesi a venire. La prima è la scarsa, scarsissima fiducia dell’elettorato nei confronti dell’ex Segretario di Stato. Secondo un recente sondaggio Reuters solo il 20% degli americani la considera onesta e degna di fiducia; ben il 60% la pensa altrimenti, con un restante 20% d’indecisi. È uno scetticismo, questo, che si estende allo stesso elettorato democratico, dove la percentuale di chi non si fida della Clinton è altissima, oltre il 40%, e il rischio di una defezione in novembre di chi le ha preferito Sanders, soprattutto tra i giovani, assai elevato. Certo, quello che si prospetta è uno scontro tra due aspiranti presidenti assai deboli: Clinton e Trump sono i candidati meno apprezzati dall’elettorato nella storia degli ultimi dieci cicli presidenziali. Il miliardario repubblicano batte ancor oggi tutti i record immaginabili (il 70% delle donne ne ha un’opinione negativa, ad esempio). Ciò avviene però in un contesto dominato da un forte populismo anti-politico, nel quale una esponente dell’establishment come la Clinton è facilmente attaccabile tanto da rappresentare probabilmente il miglior avversario possibile per chi, come Trump, sulla denuncia della vecchia politica ha costruito le sue fortune elettorali.
L’immagine molto negativa dei due candidati riflette a sua volta la marcata polarizzazione politica del paese. Gli Stati Uniti sono oggi divisi lungo una faglia sempre più ampia e meno suturabile. Detto altrimenti: la mobilità degli elettori da un campo all’altro si è grandemente ridotta, laddove il mitico voto indipendente tutto si rivela essere meno che centrista e moderato, ed è anzi spesso catturabile alzando la soglia retorica dello scontro e della polemica, come Trump ha dimostrato di saper fare. È questa la seconda, chiara debolezza della Clinton. Se la sfida fosse solo sulla preparazione, la competenza e, anche, la basilare civiltà dei comportamenti e del lessico utilizzato non vi sarebbe ovviamente partita. Così però non è. I due campi sono cristallizzati nelle loro posizioni, come ben rivelano i sondaggi rispetto al voto di novembre (che vedono al momento la Clinton avanti, ma di pochissimo) e, ancor più, quelli relativi al tasso di apprezzamento o meno dell’operato di Obama, da anni fermi entro una fascia di oscillazione assai più limitata che in passato (tra il 45 e il 50%), a segnalare la cronica fissità della spaccatura esistente.
Per vincere le elezioni diventa quindi necessario mobilitare appieno i propri bacini elettorali. E su questo troviamo la terza e ultima fragilità della candidata democratica. Che fatica a trascinare alle urne una fetta dei simpatizzanti democratici. E che ha di fronte un avversario capace di recuperare alla causa un pezzo, perduto, dell’elettorato repubblicano. È questo uno dei dati più sorprendenti delle primarie che hanno incoronato Trump: l’altissimo tasso di partecipazione elettorale, più che raddoppiato rispetto al 2012. Trump asserisce di poter portare alle urne milioni di nuovi elettori, compensando così la perdita di quelli allontanati dal suo messaggio violento, razzista e misogino. Si tratta di un’esagerazione e le prime analisi rivelano come la crescita dei votanti repubblicani alle primarie non sia destinata a tradursi automaticamente in un analogo aumento alle presidenziali. Trump pare però poter dare risposta a uno dei problemi che afflissero Romney nel 2012 ossia l’alto tasso d’astensionismo in un segmento non marginale dell’elettorato repubblicano: quello bianco con bassi tassi d’istruzione e reddito, che nel magnate newyorchese sembra aver trovato il suo nuovo profeta.
La corsa alle presidenziali di novembre è quindi lunga e incerta. E Hillary Clinton ha oggi più di una ragione per essere preoccupata.

Il Mattino/Messaggero, 19 Maggio 2016

Share on Facebook23Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on Tumblr0Email this to someonePrint this page