Mario Del Pero

Lasciti obamiani

Mancano i numeri, al partito repubblicano, per far passare al Senato quella controriforma che avrebbe stravolto e smantellato Obamacare, il modello di sanità adottato con Obama. Per anni, i repubblicani avevano promesso di demolire quello che nella loro retorica era presentato come uno degli emblemi dell’obamismo: di un governo invasivo che estendeva senza remore il ruolo della mano pubblica e del potere federale. Alla prova dei fatti, però, questa promessa si è rivelata vuota e irrealistica. Due sono i percorsi che ora si prospettano. Il primo è fare poco o nulla, alimentando quell’incertezza che ha indotto molti gruppi assicurativi a uscire dai mercati locali, rendendo più difficile l’obiettivo primario di Obamacare di creare un mercato ampio di polizze tra le quali i “consumatori di sanità” possano scegliere. Il secondo è di rilanciare un dialogo bipartisan attraverso cui emendare la riforma di Obama, per sanare almeno alcune delle sue criticità. Una revisione, questa, sollecitata a suo tempo dai democratici che si infranse però sugli scogli del rigido ostruzionismo repubblicano.
Come si spiega questo fallimento del partito di Trump e quale potrà essere il suo impatto politico?
Tre sono le cause fondamentali della débâcle repubblicana al Senato. La prima, “di sistema”, consegue sia alla polarizzazione del sistema politico statunitense sia all’estrema radicalizzazione della Destra. In un simile contesto – che premia la demagogia urlata, l’intransigenza dogmatica e l’ostruzionismo a oltranza – è molto più sempice fare opposizione che governare. È molto più facile, insomma, fare ciò che i repubblicani hanno fatto durante gli anni di Obama alla Casa Bianca: rifiutare qualsiasi mediazione e compromesso, evitare di sporcarsi le mani e preservare assoluta purezza ideologica. Tra il 2010 e il 2014 la Camera dei Rappresentanti a maggioranza repubblicana ha votato innumerevoli risoluzioni con le quali ci s’impegnava ad abrogare Obamacare. Risoluzioni puramente simboliche, queste, visto che mancava il voto del Senato e il Presidente avrebbe comunque posto il veto. Ma risoluzioni che hanno poi posto un cappio al collo degli avversari di Obama, vincolandoli all’impegno una volta conquistata la Presidenza con Trump e preservato la maggioranza nei due rami del Congresso.
La seconda spiegazione è rappresentata dai risultati della riforma. Che ha quasi dimezzato il numero di persone prive di copertura sanitaria (riducendole di circa 20 milioni), posto termine a pratiche inaccettabili per un paese civile (come quella di rifiutarsi di assicurare chi aveva dei problemi cronici di salute) ed esteso l’accesso alla sanità pubblica con il programma Medicaid. Una volta garantiti determinati diritti è difficile, se non impossibile, rovesciarli, come la crescente popolarità di Obamacare – anche in stati solidamente conservatori – ben evidenzia.
Terzo e ultimo, l’assenza di alternative alla riforma. Ovvero l’assenza di alternative di destra, ché una di sinistra – un sistema con un erogatore unico e pubblico di servizi medici simile a quelli europei – ovviamente esiste. Obamacare s’ispira infatti a progetti avanzati inizialmente da think tank conservatrici e adottati nel 2006 dal governo repubblicano del Massachusetts, guidato allora da Mitt Romney, avversario poi di Obama nel 2012.
Entrambe le soluzioni disponibili oggi – cercare di provocare l’eutanasia di Obamacare per via dell’inazione o riformarla e migliorarla attraverso una collaborazione bipartisan – rischiano di presentare un conto elettorale assai salato ai Repubblicani alle elezioni di medio-termine del 2018. E ci rivelano, una volta ancora, come la riforma sanitaria di Obama costituisca uno dei lasciti più importanti e profondi della sua Presidenza.

Il Giornale di Brescia, 19 luglio 2017

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Senza egemoni

È immaginabile un ordine internazionale privo di un soggetto egemone capace d’imporre regole e norme? Capace cioè di far accettare, con un attento mix di coercizione e consenso, un’architettura essenziale che permetta di governare le complesse dinamiche del mondo d’oggi? Se la storia ci offre una bussola, questa ci mostra come l’assenza di tale soggetto abbia spesso avuto effetti destabilizzanti se non addirittura disgregatori.
Il G-20 di Amburgo e il viaggio centro-europeo di Donald Trump sembrano indicare come gli Usa non siano in grado di svolgere più questo ruolo. Ma ci dicono anche che sostituti non esistono per un paese ancor oggi nettamente superiore a tutti gli altri in termini di forza militare, dominio monetario, dinamismo economico (oltre che per la capacità di consumo del loro mercato interno, da cui continua a dipendere la crescita globale). Non può ambirvi ancora la Cina, che ama presentarsi come nuova custode dell’ordine liberale contemporaneo, ma che quell’ordine sta contribuendo a scardinare con le sue aggressive politiche commerciali, il suo rigido controllo della propria valuta, le sue sottaciute volontà di primato strategico in Estremo Oriente. Non può esserlo la Germania di Angela Merkel, rinchiusa dentro il suo spazio europeo, ancor oggi nano militare e, soprattutto, dipendente da politiche economiche centrate su strutturali, amplissimi surplus commerciali. E di certo non può esserlo la Russia putiniana, dove ai muscoli perennemente flessi del suo Presidente corrispondono dati economici imbarazzanti, propri di un paese sottosviluppato più che della potenza che Mosca pretenderebbe di essere (Il PIL pro-capite russo è circa il 15% di quello statunitense, ad esempio).
Restano quindi gli Usa. Che dai due mandati di Obama sono usciti in realtà rafforzati, con una disoccupazione al 4.4%, un PIL tornato ad aumentare come percentuale di quello globale, tassi di crescita per i quali noi europei faremmo la firma. Ma gli Stati Uniti sembrano avere scelto un’altra strada. Anzi, la natura ideologica di questa amministrazione e le sue necessità politiche immediate la spingono in una direzione che verrebbe voglia di definire come strutturalmente non-egemonica. Lo hanno crudamente rivelato le parole pronunciate da Donald Trump durante il discorso tenuto a Varsavia prima del vertice tedesco. Il lessico virulentemente occidentalista e i suoi cupi moniti – “la questione fondamentale della nostra epoca è se l’Occidente ha la volontà di sopravvivere”, ha affermato il Presidente – sono assai distanti dai codici di quell’universalismo inclusivo che ha contraddistinto il discorso di tutti i presidenti statunitensi del dopoguerra. L’ostentato unilateralismo, simboleggiato dalla decisione di abbandonare l’accordo di Parigi sul clima, rappresenta il controcanto diplomatico di questo discorso fondato sull’idea – statica e per tanti aspetti a-storica – di un inevitabile conflitto tra civiltà immutabili e impermeabili le une alle altre.
Le contraddizioni sono plurime. E nel rivendicare una presunta essenza cristiana e bianca della nazione statunitense, Trump di fatto pone un pezzo non marginale della sua stessa popolazione fuori dal perimetro che definirebbe cosa siano e debbano essere gli Stati Uniti. Le matrici politiche sono evidenti, perché la forza del Presidente dipende dalla perenne mobilitazione del suo elettorato di riferimento. Gli effetti sono però devastanti per gli Usa e, potenzialmente, per il resto del mondo, come l’ultimo, ricco sondaggio del Pew Center – che indica come il tasso di fiducia nel Presidente fuori dagli Usa sia sceso, nel passaggio da Obama a Trump, dal 64 al 22% – in fondo ben ci mostra.

Il Giornale di Brescia, 10 luglio 2017

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Il G-20 di Amburgo

Vertici come quelli del G-20 svolgono tre diverse funzioni. La prima, riconosciuta e importante, è quella di promuovere una collaborazione multilaterale finalizzata a rafforzare (o creare) forme di governance globale ancora parziali. Il G-20 serve insomma per dare risposte concordate e incisive a crisi di vasta portata, per ampliare i beni pubblici offerti dalla comunità mondiale e per estendere una rete di norme e regole che disciplinino e facilitino le interazioni tra i soggetti di tale comunità. La seconda funzione, spesso sottaciuta e nondimeno visibile, è quella di operare come forum di confronto e scontro tra grandi potenze. Qui è la dimensione terrena e brutale della competizione di potenza che prevale; il multilaterale – per dirla con uno slogan – lascia il campo al multipolare. Terzo e ultimo, il G-20 – come tanti altri fora internazionali – è un palco dal quale i leader dei paesi partecipanti parlano all’opinione pubblica mondiale e, ancor più, a quella interna, dalla quale dipendono in molti casi le loro sorti politiche e la loro stessa legittimità.
Al di là dei generici comunicati finali, dell’ennesimo impegno russo-statunitense a collaborare in Siria e delle frasi di circostanza, è evidente come ad Amburgo abbiano prevalso decisamente la seconda e terza dimensione, perché non solo oggi è impossibile rivedere e potenziare l’architettura della governance mondiale, ma anche quella esistente appare sempre più fragile e contestata.
La partita multipolare si è giocata attorno al triangolo composto da Usa, Cina e un’Europa che, per buona pace di Macron, è ancora Berlino-centrica (la Russia, a dispetto dei muscoli perennemente flessi del suo Presidente, è soggetto marginale e in difficoltà, come evidenziano in modo impietoso i dati sulla sua economia). È un tripolarismo in parte fittizio, questo. L’Europa è attore oggettivamente più debole e le interdipendenze tra Washington e Pechino rimangono assai più profonde (e pericolose) di quelle dell’UE con i due giganti dell’ordine mondiale. Ma è un’Europa – quella a guida tedesca – che nell’attuale congiuntura pensa di avere un’opportunità per uscire dalla crisi degli ultimi anni e iniziare a pensarsi anch’essa come potenza, capace di affrancarsi parzialmente dalla dipendenza securitaria verso gli Stati Uniti.
Se letto in chiave di competizione multipolare, cosa ci dice questo G-20 amburghese? Quali sono le matrici di questa competizione? Le risorse e le possibilità di cui dispongono Europa e Stati Uniti?
Due risposte, generali e intrecciate, possono essere offerte. La prima è che i processi d’integrazione globale degli ultimi decenni hanno prodotto forme d’interdipendenza tanto profonde quanto diseguali. Questa interdipendenza asimmetrica è visibile in molteplici ambiti: dai monumentali squilibri della bilancia commerciale statunitense contro i quali si scaglia Trump a un gap militare tra Usa, Cina e resto del mondo accentuatosi ancor più nell’ultimo ventennio; da un’egemonia del dollaro che rimane incontestata a una gestione dei flussi migratori globali che ricade ora primariamente sull’Europa (e, come ben sappiamo, su alcuni paesi europei in particolare). Se l’interdipendenza da virtuosa si fa viziosa – se invece di generare crescita, ricchezza e scambio alimenta pericoli e tensioni – allora viene meno l’interesse a coltivarla e approfondirla; prevalgono cioè tentazioni unilaterali come quelle cui stiamo assistendo, che sono particolarmente visibili nel caso degli Usa di Trump, ma che non mancano anche alla Germania di Angela Merkel.
Una seconda ragione, tutta politica, va però aggiunta. I leader mondiali parlano a un pubblico che è sia globale sia nazionale. Dal secondo non possono prescindere soprattutto se, come nel caso della Merkel, il momento elettorale si avvicina. Secondo un sondaggio recente, e assai affidabile, del Pew Reseach Center, appena l’11% dei tedeschi dichiara oggi di avere fiducia nel Presidente statunitense; un anno fa, con Obama, questo indicatore era all’86%. Cavalcare l’onda di un anti-trumpismo alimentato dalla poca presentabilità dell’inquilino della Casa Bianca può insomma garantire un ottimo dividendo elettorale e addirittura rafforzare la leadership continentale di Berlino. Il potenziale egemonico tedesco si ferma nondimeno sulla soglia di un unilateralismo commerciale che le politiche della Merkel non solo non contrastano, ma finiscono per acuire. Lo stesso vale però per Trump, il cui lessico rozzamente occidentalista mobilita sì quel pezzo di opinione pubblica interna da cui dipendono le sorti della sua amministrazione, ma rende assai più debole e contestato il messaggio offerto al resto del mondo.
Il combinato disposto di due egemoni fragili e contradditori e di questa rivolta contro l’interdipendenza rischia in ultimo di innescare e accelerare pericolosissimi processi di disgregazione dell’ordine internazionale corrente, facilitando in realtà chi – la Cina di Xi Jinping – queste interdipendenze asimmetriche più di tutte ha sfruttato e alimentato.

Il Messaggero/Il Mattino, 9 luglio 2017

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Trump e il Russiagate

È una partita per il momento tutta interna al partito repubblicano quella del Russiagate: di una scandalo che potrebbe far deragliare sul nascere l’amministrazione Trump. Troppo deboli, divisi e incoerenti sono ancora i democratici, che anzi sembrano sperare di poter allungare la crisi per logorare la controparte e trarne un qualche vantaggio alle elezioni di mid-term del 2018. Insufficiente è, per quanto riguarda il Presidente, la strumentazione strettamente legale, poiché il passaggio ultimo sarebbe quello – tutto politico – dell’impeachment al Congresso. Troppo larghe, infine, sono le maggioranze repubblicane alla Camera e al Senato, soprattutto nel secondo, dove l’impeachment richiede il voto dei due terzi dei suoi membri e assai difficile appare anche una semplice riconquista democratica nel 2018 (tra i 34 seggi su 100 per i quali si voterà ben 25 sono infatti quelli che i democratici dovranno difendere).
Rispetto a queste dinamiche intra-repubblicane, tre sono le variabili cruciali che decideranno l’esito politico del Russiagate e, con esso, il futuro dell’amministrazione Trump. La prima, ovviamente, è rappresentata dalle scoperte che emergeranno nell’indagine condotta dal “procuratore speciale” Robert Mueller. Mueller è parso finora agire con piena autonomia e indipendenza al punto da decidere d’indagare perfino il Presidente per una possibile “ostruzione della giustizia”. Negli ultimi giorni è emersa la voce che Trump sarebbe tentato dall’idea di licenziarlo. Sarebbe una mossa improvvida e auto-lesionista, con riverberi a catena dentro lo stesso Dipartimento della Giustizia che metterebbe in rotta di collisione Trump con i più importanti membri repubblicani al Congresso. Più probabile, invece, che si scelga la linea adottata finora, nell’auspicio che l’omertà, la lealtà di molti collaboratori e, in ultimo, la portata limitata dello scandalo possano tutelare e proteggere Trump. Che, va detto, almeno fino a oggi ne è stato lambito molto meno di quanto non s’immaginasse.
La seconda variabile è rappresentata dalla base repubblicana: da un’opinione pubblica che ancor oggi sembra essere schierata massicciamente dalla parte del Presidente. Abbiamo visto in passato come questo sostegno sia difficilmente scalfibile e, di conseguenza, quanto difficile sia per importanti leader del partito criticare Trump senza pagare un pesante dazio politico e, in prospettiva, elettorale. A dispetto degli scandali e di un primo semestre di Presidenza a dir poco turbolento, tale sostegno rimane ancor oggi assai solido. Secondo i sondaggi Gallup circa l’85% degli elettori registrati come repubblicani dà un giudizio positivo dell’operato di Trump; una chiara maggioranza ritiene che anche se laddove pienamente provate, le ingerenze russe nella campagna elettorale, e le collusioni con alcuni consiglieri del Presidente, non costituirebbero un problema in sé rilevante. Per il momento Trump rimane insomma saldamente in sella e anche nuove, grande rivelazioni potrebbero alterare solo in parte questa variabile cruciale.
Terzo e ultimo: la reciproca dipendenza tra Trump e quelle maggioranze repubblicane al Congresso che potrebbero in ultimo tradirlo e abbatterlo. L’agenda repubblicana è solo agli inizi e abbisogna dell’appoggio del Presidente e del consenso che questo garantisce tra gli elettori del suo partito. Per certi aspetti, lo scandalo ha già determinato l’abbandono di una linea di politica estera – centrata sul riavvicinamento alla Russia di Putin – che molti senatori repubblicani avversavano e che hanno potuto infine affondare. Dai tagli alle tasse al rovesciamento della riforma sanitaria, molteplici sono i fronti rispetto ai quali la collaborazione è indispensabile (e le recenti critiche di Trump alle proposte in materia di sanità discusse dai repubblicani al Senato indicano chiaramente come il Presidente sappia di avere ancora molte frecce al suo arco). È ovviamente uno spregiudicato matrimonio d’interesse, quello tra le due parti. E tale è stato dal momento in cui Trump ha deciso di correre alle primarie del partito. Ma gl’interessi e il cinismo, come ben sappiamo, possono cementare o quantomeno tenere in vita anche le unioni più bizzarre e improbabili.
Il Mattino, 16 giugno 2017

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Le ragioni della decisione di Trump

Nessuna sorpresa. La decisione di Trump di abbandonare l’accordo sul clima ratificato a Parigi nel dicembre 2015 era attesa e per molti aspetti scontata. Di fatto, le politiche adottate in questi primi mesi di presidenza avevano già posto gli Usa fuori dal percorso concordato nella capitale francese. A colpi di ordini esecutivi, direttive alle burocrazie federali e voti del Congresso si sta infatti procedendo da settimane a smantellare la regolamentazione introdotta da Obama per ridurre le emissioni nocive. Il legame e l’interdipendenza tra scelte interne e dinamiche globali sono qui assai stretti: promovendo un’azione incisiva nella lotta al cambiamento climatico, Obama aveva contribuito a rilanciare i negoziati internazionali; demolendo l’impianto legislativo e amministrativo introdotto dal suo predecessore, Trump mette in crisi il processo – di suo fragile e vulnerabile – avviato con l’accordo di Parigi.
Come si spiega questa scelta e quali possono essere le sue conseguenze, dentro e fuori gli Stati Uniti?
Le matrici si possono ricondurre a tre grandi spiegazioni. La prima è tutta politica. I sondaggi ci dicono che diversamente dall’Europa, negli Usa non vi è un ampio consenso sulle cause (e sulla natura ultima) del cambiamento climatico. Una recente indagine del Pew Research Center indica come una minoranza degli americani, appena il 27%, ritenga che vi sia accordo tra gli scienziati sul ruolo primario dell’agente umano nel determinare le trasformazioni del clima cui stiamo assistendo. Una percentuale, questa, che scende al 13% nel caso dei repubblicani conservatori, una netta maggioranza dei quali si dichiara invece convinto che gli studiosi siano mossi da convincimenti politici o da ambizioni di carriera. Ancora una volta, Trump si muove in sintonia con gli umori della sua base elettorale, che cavalca e alimenta, consapevole che ciò gli permette di mantenere una cruciale posizione di forza rispetto al suo partito.
La seconda spiegazione si lega agli interessi economici e ad alcune lobbies tradizionalmente schierate al fianco dei repubblicani. L’industria estrattiva, certamente, ma anche un settore automobilistico che, salvato sotto Obama, si è poi visto imporre standard sempre più stringenti in materia di efficienza e di consumi.
Terzo e ultimo, l’ideologia. Uscire da un impegno multilaterale serve per riaffermare che l’America la sua grandezza la può costruire e rilanciare da sola, sottraendosi ai vincoli e alle costrizioni prodotti da quei processi d’integrazione globale di cui l’inquinamento e il cambiamento climatico sono essi stessi in fondo manifestazione e causa. È un’illusione tutta ideologica, appunto, quella di chi crede che rispetto a tali dinamiche un paese possa agire unilateralmente, preservando la propria indipendenza e sovranità. Ma è un’illusione che può essere venduta con i codici di un nazionalismo estremo che Trump, a modo suo, ha dimostrato di saper maneggiare e gestire.
La conseguenza immediata è quella di mettere in crisi un regime globale di controllo della crescita di emissioni nocive che perde forza ed efficacia laddove viene a mancare il suo principale attore. Perché gli Usa sono superpotenza anche per il loro ruolo di primi generatori pro-capite di gas inquinanti. E se la partita politica rimane ovviamente aperta e sarà determinata dalle scelte future degli elettori americani, il tempo invece stringe su un pianeta fragile, che pare essere vittima una volta ancora d’ignoranza, pregiudizi e opportunismi.

Il Giornale di Brescia, 2 giugno 2017

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Trump, il clima e gli eccezionalismi transatlantici

La decisione di Trump di abbandonare l’accordo sul clima firmato a Parigi nel dicembre 2015 era ormai inevitabile. Se vi è un ambito nel quale l’azione della nuova amministrazione è stata incisiva e rapida questo è sicuramente quello ambientale, dove ordini esecutivi, provvedimenti congressuali e precisi indirizzi dati alle burocrazie federali competenti hanno portato al rapido smantellamento della efficace regolamentazione introdotta durante i due mandati di Obama.
Gli Usa sono il paese, dopo la Cina, che produce più emissioni nocive in assoluto (e primeggiano se la misura viene rilevata pro-capite). Il valore pratico e simbolico di questa loro defezione è evidente. Come l’impegno di Obama, e la convergenza bilaterale con la Cina, erano stati in una certa misura funzionali all’accordo di Parigi, così la svolta trumpiana rovescia per il momento quel processo. I danni di questo grottesco negazionismo anti-scientifico li determineranno in ultimo gli elettori statunitensi con le loro scelte future. I sondaggi ci dicono che sulle tematiche ambientali l’America è divisa secondo linee che sono tanto politiche quanto generazionali. Ma ci dicono, anche, che sull’ambiente abbiamo una delle più profonde faglie di frattura oggi esistenti tra le due sponde dell’Atlantico. Recenti sondaggi mostrano infatti uno scarto marcato su questo tra Europa e Usa: laddove nella prima ampie maggioranze ritengono che il comportamento umano incida in modo importante, se non decisivo, sul cambiamento climatico, nei secondi la percentuale scende di molto (addirittura sotto il 15% nel caso degli elettori registrati come repubblicani secondo una rilevazione del Pew Research Center dell’ottobre 2016).
Come già si vide negli anni di Bush, quello ambientale diventa quindi uno degli ambiti ove l’acuta polarizzazione politica e culturale che esiste negli Stati Uniti si riverbera con più forza sulle relazioni transatlantiche. Anzi, esso sembra avere acquisito una valenza quasi identitaria, tanto per gli europei quanto per la destra statunitense. Per i primi è l’esempio della loro capacità di far fronte al lato oscuro e minaccioso dei processi d’integrazione globale che scandiscono l’era contemporanea; per la seconda è simbolo della capacità degli Usa d’isolarsi da tale dinamiche: di preservare un’indipendenza e una sovranità definite anche dalla possibilità d’inquinare e consumare senza remore e limiti.
Sono due auto-rappresentazioni specularmente eccezionaliste, quella dell’Europa-mondo e della fortezza-America. Sulla questione specifica, gli europei stanno chiaramente dalla parte della ragione e del buon senso, ma dispongono di armi davvero spuntate. Come abbiamo visto bene nel 2014-15, solo un serio impegno statunitense, e una contestuale collaborazione tra Washington e Pechino, possono produrre quella convergenza globale necessaria per contenere la crescita delle emissioni nocive. Nel caso degli Usa abbiamo invece l’ennesimo, ideologico esempio di un’irresponsabile illusione sovranista che un Presidente demagogo cavalca con spregiudicatezza e irresponsabilità. Un’illusione che peraltro stride con dinamiche in atto da tempo, che hanno prodotto una significativa emancipazione degli Usa dalla loro dipendenza da fonti fossili tradizionali (tra il 2006 e il 2016, ad esempio, vi è stato un calo del 53% dell’elettricità prodotta col carbone è una crescita del 5000% di quella generata grazie al solare).
Questo gap transatlantico ha, infine, importanti conseguenze politiche ed elettorali. Se Angela Merkel abbandona la sua nota cautela, e attacca Trump frontalmente come ha fatto negli ultimi giorni, lo fa non solo per gli evidenti disaccordi di merito o per assumere una leadership globale che è al di là dei mezzi e delle possibilità di Berlino. Molto più banalmente, l’opposizione anche dura agli Stati Uniti diventa uno strumento, assai efficace, con cui costruire consenso. Uno strumento doppiamente utile in un anno elettorale, come già il suo predecessore Gerhard Schröder ebbe modo di scoprire nel 2002, durante un’altra fase turbolenta e conflittuale delle relazioni euro-statunitensi.
L’esito finale è però una spaccatura che sublima le debolezze delle due parti: di un’Europa in una certa misura impotente e di un’America che sembra ripiegarsi inesorabilmente su se stessa, abdicando a un ruolo che nessun altro – nemmeno la Cina – può per il momento ambire a svolgere.

Il Mattino, 1 giugno 2017

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Trump, l’impeachment e i repubblicani

La slavina del Russiagate sembra essere davvero partita. I suoi esiti rimangono però imprevedibili, condizionati come sono da molteplici variabili politiche. Potrebbe travolgere rapidamente Trump o risolversi in un nulla di fatto. O, più plausibilmente, logorarlo con inesorabile gradualità fino al giorno in cui i repubblicani al Congresso si riterranno finalmente liberi di scaricarlo. Perché sono queste – la dialettica e i rapporti di forza dentro al partito repubblicano – le dimensioni oggi dirimenti.
Pur permanendo diverse opacità, il quadro a nostra disposizione si è fatto molto più chiaro. Durante la campagna elettorale importanti membri della squadra del Presidente hanno avuto rapporti con alti funzionari e diplomatici russi. Tra questi il futuro Consigliere per la Sicurezza, poi dimessosi, Michael Flynn. Che nella fase d’interregno tra l’amministrazione Obama e quella Trump ha pure incontrato l’ambasciatore russo a Washington, Sergey Kislyak, come del resto hanno fatto il Ministro della Giustizia, Jeff Sessions, e l’influente consigliere (nonché genero) di Trump, Jared Kushner. L’FBI ha avviato un’inchiesta per far luce sia su eventuali complicità con le ingerenze russe nella campagna elettorale sia sui legami di Flynn con Mosca e i finanziamenti che egli avrebbe ricevuto da quest’ultima. Dopo varie tensioni, Trump ha infine licenziato il direttore dell’FBI James Comey proprio per l’eccessiva attenzione dedicata dall’agenzia al caso. Infine, il New York Times ha rivelato l’esistenza di un memorandum scritto da Comey stesso secondo il quale Trump gli avrebbe esplicitamente chiesto di porre termine all’indagine.
Quali sono i termini della questione e come potrebbe evolvere? Da un lato essa è rivelatrice, se mai ve ne fosse bisogno, dell’assoluta e imbarazzante inadeguatezza di Trump rispetto al ruolo che oggi occupa. Le gaffe, le contraddizioni, le bugie, l’ostentata prepotenza, il palese analfabetismo istituzionale: questi e altri elementi hanno contraddistinto la gestione della vicenda da parte del Presidente e di un entourage incapace di contenerlo, gestirlo ed educarlo. Un’inadeguatezza, questa, ormai rimarcata da molti commentatori, anche di destra. Alcuni si spingono addirittura a suggerire l’utilizzo di un passaggio del XXV emendamento costituzionale in virtù del quale, laddove il vice-Presidente e una maggioranza dei principali funzionari dei dipartimenti dell’Esecutivo ritenessero che il “Presidente non è in grado di esercitare i poteri e i doveri derivanti dal suo ufficio”, egli sarebbe rimosso e il suo Vice entrerebbe in carica.
La rimozione per palese inadeguatezza in realtà non esiste costituzionalmente e l’emendamento in questione, approvato nel 1967, rifletteva il timore durante la guerra fredda che un Presidente anziano non fosse più in grado di assolvere le sue funzioni con una conseguente, pericolosa vacanza di poteri. La strada maestra rimane quindi quella politica e, in conseguenza, costituzionale. La messa in stato d’impeachment, in altre parole. Che non si è mai realizzata negli Stati Uniti: Andrew Johnson nel 1868 e Bill Clinton nel 1998 si salvarono al Senato; Richard Nixon nel 1974 si dimise prima che l’impeachment fosse votato (nella certezza che esso sarebbe stato approvato). Se le ultime rivelazioni fossero confermate, il comportamento di Trump ricorderebbe da vicino proprio quello di Nixon. In entrambi i casi vi sarebbe stato infatti un tentativo di ostruire l’indagine dell’FBI.
I contesti politici sono al momento però molto diversi. L’impeachment richiede un primo voto a maggioranza semplice della Camera, seguito da un processo al Senato diretto dal Presidente della Corte Suprema e da un voto finale, per il quale è richiesta la maggioranza qualificata dei due terzi. Considerando i numeri odierni al Congresso, l’impeachment, insomma, sarebbe possibile solo laddove vi fosse una massiccia defezione tra le fila del partito del Presidente. Defezione che non è immaginabile. Perché il partito repubblicano, per il momento, è il partito di Donald Trump. Un partito che il Presidente domina e controlla forte del consenso, amplissimo, di cui gode tra l’elettorato conservatore. Secondo un recente sondaggio CNN/ORC, più del 60% degli elettori repubblicani ritiene addirittura che, anche se chiaramente dimostrata, una palese ingerenza russa nel processo che ha portato Trump alla Casa Bianca sia irrilevante o poco importante. Prima del voto del 2020, ci vorranno insomma altre rivelazioni, gaffe e scandali per attivare un percorso che potrebbe porre termine all’eccentrica esperienza presidenziale di Donald Trump.

Il Mattino 17 maggio 2017

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Star globali

I processi d’integrazione mondiale che scandiscono la realtà contemporanea producono simboli e icone globali, dallo sport alle arti, dal business alla filantropia. È raro, però, che questo ruolo spetti agli esponenti di una politica che – senza eccezioni – soffre da tempo di una pesante crisi di legittimità e credibilità. Barack Obama è stato – e come abbiamo visto a Milano continua a essere – un’eccezione. Gli otto anni di governo, i compromessi e gl’insuccessi, interni e internazionali, hanno scalfito solo in parte il mito obamiano. Col tempo, anzi, lo status d’icona dell’ex Presidente è tornato a rafforzarsi. I capelli si sono ingrigiti, il volto si è fatto assai più ossuto, le spalle si sono lievemente incurvate, ma la continuità tra l’Obama candidato presidenziale che parla a 200mila berlinesi entusiasti nel luglio 2008 e l’Obama dei bagni di folla (e dei mille streaming) milanesi del 2017 appare evidente. Ce lo mostrano, seccamente, i tanti sondaggi che negli anni hanno rimarcato la straordinarietà popolarità di Obama nel mondo e, soprattutto, in un’Europa che per il 44° presidente statunitense ha preso una sbandata simil-adolescenziale dalla quale non si è in fondo mai ripresa (l’ultimo sondaggio di cui disponiamo, fatto qualche mese fa dal Pew Research Center, indicava una fiducia in Obama prossima all’80% nell’area UE, con picchi dell’85% in Francia e Germania; era inferiore al 20% nel 2008 per Bush e si collocava sotto il 10% il giugno scorso per Trump).
Le matrici della fascinazione – i fattori che spiegano il perché Obama sia un’icona-mondo – sono plurimi. Rimandano alla forza mitopoietica di un modello e di un sogno, quelli incarnati dagli Stati Uniti, capaci di ripensarsi e riaffermarsi costantemente: di rinascere sulle proprie ceneri, come in fondo fu proprio con l’elezione del 2008. E rimandano, ovviamente, alla straordinaria biografia dello stesso ex Presidente. A una storia tanto globale –nella quale si mescolano e intrecciano Africa, Europa, America e Asia – quanto unicamente americana. Una storia, questa, che diventa parabola dell’eccezionalismo statunitense: di un nazionalismo che al contempo rivendica e ostenta il suo intrinseco universalismo.
I politici che, volenti o nolenti, si fanno star si espongono però a rischi forti, come ben rivelano sia l’esperienza alla Casa Bianca di Obama sia questi primi mesi post-presidenziali. È una dinamica che alimenta, lo abbiamo visto bene, aspettative irrealistiche; proietta sul leader un’aura quasi messianica; lo allontana da quella realtà che deve conoscere per poter ambire a cambiare.
Il tempo ci dirà se Obama sia stato un grande presidente. Di certo, durante i suoi otto anni alla Casa Bianca sono state promosse politiche incisive e riforme importanti. E si è cercato di fare i conti con i rischi che abbiamo appena menzionato, attraverso il deliberato utilizzo di una retorica realista e gradualista, incline a evitare promesse irrealizzabili e a enfatizzare gli inevitabili compromessi imposti dalla quotidianità dell’agire politico. Attenta, inoltre, a proiettare continuamente un’immagine di normalità alla quale tanto hanno contribuito la famiglia e la moglie Michelle in particolare.
Anche se i bilanci sono prematuri, non altrettanto si può dire di questi primi mesi da ex Presidente. La scelta, istituzionalmente corretta, del basso profilo è stata ben presto disattesa. Le foto di Obama in vacanza sull’isola privata del patron di Virgin, Richard Bronson, hanno lasciato perplessi in molti. Che in questa fase storica, e con un miliardario alla Casa Bianca, avrebbero chiesto un altro messaggio. Poche settimane più tardi si è scoperto che Obama, il quale in passato non aveva mancato d’ironizzare sui cachet di Goldman Sachs a Hillary Clinton, sarebbe stato pagato 400mila dollari per intervenire a una conferenza sulla sanità organizzata dalla banca d’investimenti Cantor Fitzgerald (Barack e Michelle Obama hanno ottenuto più di 60milioni di dollari da Penguin come anticipo dei diritti delle loro memorie). Facili moralismi a parte, l’impressione è che Obama si sia calato pienamente, e con un certo compiacimento, in quel jet set globale nel quale sembra trovarsi davvero a suo agio. E che tutto ciò rischi di nuocere alla credibilità di quel messaggio politico che – dal cambiamento climatico all’ineguaglianza – nessun leader mondiale può oggi promuovere con la sua stessa forza e incisività.

Il Mattino, 10 aprile 2017

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100 giorni

Allo scoccare della scadenza, simbolicamente rilevante, dei primi 100 giorni di Presidenza, Donald Trump rilancia la linea della fermezza verso la Corea del Nord, fino a prospettare la possibilità di una guerra contro Pyongyang. Le matrici del bellicoso atteggiamento del Presidente statunitense non sono difficili da decrittare. Vi è il convincimento che il regime nordcoreano conosca, e rispetti, solo il linguaggio della forza: che alzare la soglia del conflitto costituisca un utile strumento di pressione su Kim Jong-un. Si ritiene che un simile approccio sia utile per indurre la Cina a svolgere un ruolo più attivo nella crisi. E si crede che l’intransigenza e l’enfasi sulla possibilità di dispiegare lo strumento militare – l’elemento primario della superiorità di potenza di cui godono gli Usa – possano pagare un forte dividendo politico interno, rendendo Trump più popolare e, anche, “presidenziale”. Sebbene sia presto per dirlo, i sondaggi che misurano il tasso di approvazione dell’operato di Trump negli Usa hanno visto una lieve ma costante crescita nelle ultime settimane (dal 39 al 42.5%). Soprattutto, la nuova linea di politica estera, assertiva e interventista, ha raccolto il sostegno di molti commentatori liberal e messo i democratici – di loro straordinariamente deboli e divisi – sulla difensiva.
Gli assunti strategici e politici alla base di questa svolta sono certo discutibili e il rischio di escalation incontrollate altissimo. Quel che è certo, però, è che sono bastati cento giorni per mettere a tacere chi preconizzava radicali (e del tutto impraticabili) svolte isolazioniste e per riportare l’azione internazionale di Washington nell’alveo di un internazionalismo conservatore nel quale centrale torna ad essere il primato militare degli Usa e l’ostentata disponibilità a farne uso.
Certo, il lessico usato da Trump rimane quello semplice e binario che abbiamo imparato a conoscere. E i dettami di questo internazionalismo conservatore, per quanto semplificati, difficilmente trovano spazio negli ossessivi tweet presidenziali. Eppure la svolta appare rilevante e, per il momento, non reversibile. Come ci mostra peraltro l’evoluzione degli equilibri interni all’amministrazione, con la marginalizzazione di chi sollecitava e proponeva drastiche rotture – strategiche e retoriche – da Steve Bannon all’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Flynn, e la crescente centralità anche mediatica del successore di Flynn, McMaster, nonché del segretario di Stato Tillerson.
Tre sono i principali pilastri operativi e concettuali di questo internazionalismo conservatore. Il primo è una propensione ad agire unilateralmente accentuata dalla fiducia nell’uso, e appunto nell’ostentazione, della superiorità bellica. Come con Bush Jr., l’ONU non è tanto negletta quanto utilizzata come palcoscenico nel quale le posizioni americane sono esplicitate all’opinione pubblica interna e internazionale. Lo mostra bene l’estremo attivismo dispiegato in queste settimane dall’ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Nikki Haley. La seconda è una visione geopolitica nella quale – in discontinuità con gli anni di Obama – si riafferma la centralità del Medio Oriente e la necessità di preservare un chiaro equilibrio regionale di potenza favorevole agli Usa, anche a discapito del tanto invocato riavvicinamento a Mosca. Le tensioni con la Russia finiscono anzi per dare nuovo vigore alle relazioni transatlantiche, e alla stessa NATO, così vilipese da Trump prima di giungere alla Casa Bianca. Terzo e ultimo, la consapevolezza di quanto nodale sia il rapporto, e l’interdipendenza, tra Cina e Stati Uniti. Fondato su forme d’integrazione profonde e strutturali, dilemmi e contraddizioni ineludibili, spinte alla competizione e allo scontro, questo rapporto rappresenta la variabile cruciale delle relazioni internazionali correnti, come proprio la crisi coreana torna a evidenziare.
Abbandonate sembrano quindi essere le velleitarie promesse di lanciare guerre commerciali globali o di costruire grandi assi russo-statunitensi. Persino il muro con il Messico pare prossimo a essere riposto nel cassetto. Per certi aspetti ci sarebbe da rallegrarsi. E però, in passato questo internazionalismo conservatore non ha mancato di dare pessime prove di sé, si pensi solo agli sfaceli provocati in Medio Oriente da Bush Jr.. E nelle mani certo più incerte ed erratiche di Trump, alcuni dei patenti limiti di una simile, rigida visione di politica estera potrebbero davvero deflagrare.

Il Mattino, 29 aprile 2017

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Gli Usa e Castro

Tanti elementi hanno contribuito a fare di Fidel Castro un’icona globale. Positiva o negativa; idealizzata o demonizzata; amata o odiata. Simbolo di coraggio, emancipazione e appeal rivoluzionario, per una parte; ennesimo, imperituro e demagogico dittatore, per l’altra. “Fidel” – come amici e nemici hanno finito familiarmente per chiamarlo – è stato entrambe le cose. Ed è proprio nella relazione conflittuale con gli Stati Uniti che queste diverse dimensioni si sono intrecciate e alimentate, dentro una rappresentazione eroica di uno scontro impari – di un “Davide contro Golia” – nel quale si tendeva inevitabilmente a parteggiare per la Cuba castrista e si finiva così spesso per chiudere gli occhi di fronte alla sua rapida deriva autoritaria.
L’ascesa al potere di Castro nel 1959 fu in realtà accolta con curiosità e simpatia da molti negli Usa. L’auspicio di parte del mondo liberal statunitense era che Castro potesse diventare un interlocutore capace di abbandonare gli eccessi rivoluzionari, di promuovere le ottimistiche riforme modernizzatrici indicate da Washington, e di accettare una subalternità strategica ed economica agli interessi statunitensi che conseguiva a rapporti di forza squilibrati e all’indiscussa egemonia emisferica degli Stati Uniti. I due anni che seguirono videro invece un rapidissimo deterioramento delle relazioni cubano-statunitensi. In una spirale viziosa sulle cui responsabilità gli storici continuano a interrogarsi, riforme economiche (a partire da quella agraria) che andavano a toccare importanti interessi americani sull’isola, crescenti ingerenze degli Stati Uniti e un contestuale avvicinamento di Cuba all’Unione Sovietica fecero precipitare la situazione e aprirono una lunga fase di “guerra fredda” caraibica, che avrebbe finito per rafforzare politicamente Castro, consolidandone l’immagine di coraggioso rivoluzionario.
Per più di trent’anni, la giustificazione primaria dell’ostilità statunitense a Cuba fu quella strategica: dentro gli schemi della Guerra Fredda, il regime castrista era considerato l’avamposto ultimo del monolite comunista, diretto da Mosca. Ma era, ancor più, un modello che ambiva ad estendersi all’America Latina, sfidando qui il primato statunitense. Contro questo pericolo, gli Usa mossero inizialmente una guerra totale, imponendo un rigido e punitivo embargo, cercando di rovesciare il regime e promovendo operazioni clandestine finalizzate ad assassinare Castro o a incrinarne il fascino rivoluzionario (tra gli schemi più bizzarri mai inventati dalla CIA, vi fu anche quello di usare sostanze chimiche depilatorie per rendere Castro completamente glabro e fargli così perdere una virile, e villosa, mascolinità che si pensava contribuisse alla sua popolarità).
La Guerra Fredda costituì però anche la condizione ambientale entro la quale Castro e il suo regime trovarono un proprio, preciso ruolo. Divennero il simbolo globale della resistenza all’impero americano; ottennero preziosi aiuti sovietici; promossero un’audace, e onerosa, politica di assistenza anti-imperialista, inviando ad esempio soldati, medici e infermieri in diversi teatri africani (e saranno le truppe cubane, tra il 1975 e il 1988, a svolgere un ruolo decisivo nel fermare l’esercito sudafricano in Angola, contribuendo così ad accelerare la crisi e implosione dell’osceno regime segregazionista di Pretoria).
Fu, paradossalmente, una “relazione speciale” quella tra Usa e Cuba durante la Guerra Fredda. Terminata quest’ultima, la contrapposizione assoluta e totale perse progressivamente di senso. L’unità anti-castrista dell’influente comunità d’immigrati cubani, concentrati in alcune contee del sud della Florida, iniziò a venir meno, con le nuove generazioni assai meno rigide nei confronti di possibili aperture a L’Avana (secondo un recente sondaggio della Florida International University, ben il 72% dei cubani-americani sotto i 40 anni sostiene oggi la fine dell’embargo). I tanti oppositori di Castro riuscirono negli anni Novanta a far passare un inasprimento delle sanzioni economiche giustificato in termini di difesa dei diritti umani, violati a Cuba, e non più d’interessi strategici. Era un embargo, però, che stava fuori dal tempo e dalla storia: la reliquia di un passato che non aveva più ragion d’essere. Cuba – priva degli aiuti sovietici e prostrata da decenni d’isolamento economico e di cattivo governo – si trovava ormai sulle ginocchia; gli Usa erano a loro volta vieppiù isolati in un’America Latina dove nessuno condivideva più la linea dell’intransigenza. Castro rimaneva un simbolo, potente e globale; ma Cuba non aveva più gli strumenti, gli interessi e la volontà per svolgere un ruolo internazionale grandemente sproporzionato rispetto alle sue risorse e possibilità.
L’apertura di Obama, e la disponibilità de L’Avana, si spiegano così facilmente. Vi sono forti incentivi economici, come ben evidenzia il sostegno bipartisan all’apertura, con diversi governatori e senatori repubblicani che guardano con interesse alle possibilità commerciali che paiono aprirsi. Il disgelo è inoltre sostenuto dalla maggioranza dell’opinione pubblica statunitense. Difficile quindi che esso non continui in futuro, al di là delle dichiarazioni di Trump in campagna elettorale e dei bellicosi pronunciamenti di alcuni esponenti repubblicani. Non esiste insomma più ragione strategica o politica per tenere in vita la “relazione speciale” dell’ultimo mezzo secolo. E non esistono più, o non sono più politicamente rilevanti, né l’internazionalismo castrista né l’anti-castrismo statunitense. Fidel, alla fine, ha avuto una vita ben più lunga di entrambi.

Il Mattino/Il Messaggero, 27 Novembre 2016

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