Mario Del Pero

Americhe contrapposte

Un Iman e un suo assistente assassinati in un atto che la polizia newyorchese sembra incline a rubricare come di matrice islamofoba. Nuovi scontri tra giovani afroamericani e polizia, questa volta a Milwaukee, dopo l’ennesima uccisione di un giovane nero da parte delle forze dell’ordine. Un candidato presidenziale ben sotto la soglia minima della decenza che accusa la sua avversaria, Hillary Clinton, e Obama di essere “i fondatori dell’ISIS” e invita, con quello che a molti è parso un vero e proprio incitamento alla violenza, il “popolo del II emendamento” (ossia i possessori d’armi) ad agire contro la Clinton.
L’America appare divisa e lacerata come non accadeva da tempo. Attraversata da molteplici linee di frattura; frammentata in molte Americhe, violentemente contrapposte le une alle altre e non disposte a cercare un qualche terreno comune.
A catalizzare e acuire queste fratture concorrono almeno tre fattori generali, tra loro strettamente interdipendenti. Il primo è quello politico. Gli ultimi vent’anni hanno visto una forte intensificazione della polarizzazione politica: una graduale, ma inarrestabile, decrescita della mobilità elettorale da una parte all’altra e la conseguente formazione di due campi rigidamente contrapposti e vieppiù impermeabili. Se da un lato non si tratta di un fenomeno nuovo nella storia statunitense, che al di là della retorica bipartisan è spesso stata connotata da un’aspra partigianeria, dall’altro questa fase storica sembra ricalcare i momenti di massima polarizzazione, con un 90% degli elettori che in occasione delle elezioni presidenziali del 2008 e del 2012 hanno votato per uno straight ticket, scegliendo candidati dello stesso partito tanto per la Presidenza quanto per il Congresso. Vari fattori hanno contribuito a questa polarizzazione: dalle primarie, alle quali partecipano per lo più elettori motivati e militanti con una radicalizzazione delle posizioni e del messaggio politico, al fatto che l’identità dei due partiti è sempre più definita da temi ad alto contenuto simbolico ed emotivo, sui quali è più difficile individuare comuni denominatori. Ciò che consegue, però, è la difficoltà di trovare punti di convergenza, che sarebbero peraltro immediatamente puniti dai due elettorati. L’esperienza di Obama – un presidente che tutto è stato fuorché radicale in termini di politiche attuate – è lì a dimostrarlo. I suoi provvedimenti più importanti sono stati duramente osteggiati dalla controparte repubblicana; la sua legge più famosa, la riforma del sistema sanitario, esplicitamente modellata su proposte avanzate in passato dal fronte conservatore, è passata al Congresso senza un solo voto repubblicano; il tasso di approvazione/disapprovazione del suo operato è stato il più stabile da quando Gallup, a partire dal 1945, fa questo tipo di rilevazioni ed è oscillato tra il 45/50% a dimostrazione della inossidabile fissità dei due campi, quello pro-Obama e quello anti-Obama.
Questa dimensione politica s’intreccia strettamente con quella economica e sociale. Agisce indubbiamente l’onda lunga della crisi del 2007-8 e la trasformazione, forse strutturale, che essa ha imposto all’economia statunitense. Sotto fondamentali che appaiono più che buoni – un PIL che negli anni di Obama è cresciuto al ritmo del 2/2.5%, una disoccupazione passata dal 10 al 5% – covano contraddizioni potenti. Permane una diseguaglianza marcata, solo in parte corretta dagli effetti riequilibratori della crisi; s’accentuano differenze generazionali, con i lavoratori giovani assai meno tutelati e dalle prospettive più incerte; continua a pesare un processo di de-industrializzazione che ha colpito duramente alcune comunità e aree (nelle quali Trump ottiene spesso un ampio sostegno). Incide, infine, la sostanziale non ripetibilità di un modello di alti consumi a debito che ha connotato una fase – i primi anni del XXI secolo – della quale molti americani conservano una vivida memoria, ma che ha infine rivelato la sua insostenibilità. Se i consumi hanno rappresentato un fondamentale, ancorché indiretto, ammortizzatore sociale, essi non assolvono (né possono più assolvere) quella funzione.
Terzo e ultimo fattore: la razza. Da un lato vi è un mondo afroamericano vittima nell’ultimo trentennio tanto delle politiche securitarie della “tolleranza zero” quanto di un discorso meritocratico e neoliberale che ha colpito molte delle conquiste del movimento dei diritti civili. Dall’altro, vi è la realtà di un’America bianca e cristiana che cessa gradualmente di essere maggioranza nel paese e che fatica ad accettarlo: che rivendica l’esistenza di una presunta essenza statunitense ora minacciata e messa in discussione. Un’America, questa, che ne contiene al suo interno tante altre, incluse quelle realtà post-industriali vittime principali della globalizzazione, dove sono scomparsi i lavori che hanno storicamente rappresentato i vettori primari di ascensione sociale. E che, arrabbiate, incattivite e spaventate, diventano talora preda dei demagoghi alla Trump e dei facili bersagli – gli immigrati messicani, le pratiche commerciali cinesi, l’Islam – che essi spregiudicatamente le offrono.
Difficile immaginare un’attenuazione di queste dinamiche nel ciclo elettorale odierno, di suo aspro e incarognito. E difficile, in tutta onestà, anche sperare che esse rientrino dopo un voto dal quale, qualsiasi sia l’esito, uscirà quasi certamente un’America ancor più divisa e polarizzata.

Il Messaggero/Il Mattino, 15 agosto 2016

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Il Donald

Ha accusato Hillary Clinton e Barack Obama di essere i “fondatori” dell’ISIS. Il giorno prima aveva invitato il “popolo del II emendamento” – ossia i possessori di armi – ad agire contro la candidata democratica: una formulazione deliberatamente ambigua che a molti è parsa come un vero e proprio incitamento alla violenza. Donald Trump continua a essere se stesso: a fare il Donald Trump. Smentite sono le previsioni di chi credeva che avrebbe moderato toni e messaggio una volta conquistata la nomination. Rigettati sono i consigli di tanti leader repubblicani che lo imploravano di assumere un atteggiamento più pacato e, anche, civile, pena il rischio di una pesantissima sconfitta in novembre. Una sconfitta, questa, che potrebbe ricadere come una slavina su tutto il partito, con la prospettiva assai concreta di consegnare almeno una delle due camere (il Senato) ai democratici.
Trump invece tira dritto. Se possibile rilancia, con parole e attacchi violenti, politicamente scorretti e, spesso, privi di alcun ancoraggio alla verità. Lo fa perché probabilmente è l’unico linguaggio che conosce e in una certa misura padroneggia. E perché ritiene che esso sia in sintonia con gli umori dell’opinione pubblica statunitense o almeno di quella parte che lo ha portato, contro tutte le previsioni, alla vittoria nelle primarie. Difficile capire se vi sia dietro una strategia o se si tratti dell’ennesima dimostrazione di un dilettantismo e di un’approssimazione per i quali Trump non ha ancora pagato dazio alcuno. Il sentiero che lo può condurre alla Casa Bianca sarebbe di per sé impervio, visto il vantaggio quasi strutturale di cui godono i democratici alle presidenziali, dove i repubblicani debbono vincere molti degli stati in bilico, gli swing states, per pareggiare il numero di grandi elettori già certi di andare alla controparte. Se di strategia invece si tratta, essa appare ad altissimo rischio: per mobilitare appieno un elettorato bianco arrabbiato e conservatore, potenzialmente decisivo in stati come l’Ohio e la Pennsylvania, Trump sta rischiando di alienare ancor più il resto del paese e di perdere così altri stati potenzialmente decisivi, dalla Florida alla Virginia al Colorado.
Ma forse non vi è alcuna strategia. E a parlare, per bocca di Trump, è una pancia del paese che più si scopre minoritaria più s’incarognisce e abbruttisce. I sondaggi questo sembrano dirci oggi. Nelle ultime due settimane la forbice tra Clinton e Trump si è costantemente ampliata, tanto a livello nazionale quanto negli swing states (quasi il 10% in Pennsylvania, secondo le rilevazioni più recenti); il panico tra i repubblicani è ormai palpabile. Tutto può accadere, ovviamente, ma dalle due convention di luglio è emerso un Trump più fragile, insicuro e vulnerabile.
Che cosa ci dice tutto ciò, anche rispetto alla efficacia elettorale di una retorica che un certo populismo, spregiudicato e razzista, utilizza a man bassa pure in Europa? Innanzitutto, che alzare i toni della polemica politica può pagare in un quadro polarizzato come quello degli Usa odierni, ma al contempo fissa un recinto, in termini di consenso e voti, oltre il quale non è possibile spingersi. Serve a vincere le primarie, insomma, ma può poi essere molto penalizzante nelle elezioni generali. Dove, approssimazione, dilettantismo e finanche cialtroneria sono esposte ai riflettori assai più (e più intensamente) che durante le primarie. E forse le difficoltà odierne di Trump ci mostrano anche come gli elettori siano più maturi di quanto non credano i tanti spregiudicati demagoghi che popolano il mondo politico oggi.

Il Giornale di Brescia, 14 agosto 2016

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Spy stories

Email penetrate e rese pubbliche che rivelano le discussioni dei vertici del partito democratico su come danneggiare Sanders e favorire la Clinton nelle primarie. Messaggi riservati, questi, divulgati proprio all’inizio della convention democratica con l’intenzione evidente di alimentare tensioni tra i delegati e rendere più difficile il raggiungimento dell’unità a sostegno di Hillary Clinton. E messaggi che pare siano stati fatti circolare da hackers dei servizi di Putin, con l’obiettivo di danneggiare la Clinton e favorire il candidato repubblicano Donald Trump, grande ammiratore del presidente russo.
Una spy story un po’ surreale, a dire il vero, che irrompe in una campagna presidenziale già di suo ai limiti del grottesco. La Clinton denuncia con asprezza le ingerenze putiniane; Trump si guadagna l’accusa di alto tradimento laddove sollecita Putin a promuovere altre operazioni simili e a divulgare le email secretate che rivelerebbero le malefatte dell’ex Segretario di Stato; i servizi d’intelligence statunitensi s’interrogano sull’opportunità di rispettare tradizione e protocollo, mettendo informazioni sensibili a disposizione di un candidato fuori controllo come Trump. Putin finora tace, ma si può immaginare che osservi compiaciuto il teatrino di questi giorni.
È probabile che la polemica rientri rapidamente: che la tempesta stia in fondo in un bicchiere d’acqua. E che ognuna delle parti in causa reciti la propria parte con il chiaro obiettivo di trarre il massimo vantaggio possibile. La Clinton può rimarcare una volta ancora l’impresentabilità di Trump: un uomo capace di tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, anche quello di sollecitare ingerenze palesi nella politica degli Stati Uniti da parte di uno loro dei principali nemici. Trump ha avuto una giornata di tensioni dentro la convention democratica, anche se la frattura non è durata e il partito è riuscito a esprimere un’unità d’intenti che era invece mancata alla controparte repubblicana. Ma il magnate newyorchese spera comunque di ottenere un tornaconto elettorale da questo suo indiretto flirt con Putin. Sa che una parte non marginale di americani considera il presidente russo leader abile e spregiudicato, capace in più occasioni di mettere in un angolo Obama. E sa che l’ammirazione per lo spregiudicato realismo di Putin origini anche da un’infatuazione autoritaria che pare oggi assai diffusa tra gli elettori di Trump. Non ritiene, insomma, di dover pagar dazio alcuno per il tentativo di cooptare il leader russo nella campagna elettorale, come ha in pratica fatto con il suo invito a continuare l’opera di hackeraggio della mail della Clinton. Putin, infine, è certo consapevole che il suo accorto silenzio alimenta il convincimento che la Russia sia in qualche modo coinvolta. E la cosa presumibilmente non gli dispiace. Questa spregiudicatezza rafforza la convinzione, dentro e fuori la Russia, che egli sia un leader forte capace di giocare la sua partita con efficacia e senza scrupoli. E lo aiuta ad occultare le difficoltà interne e internazionali di Mosca, con una economia in sofferenza e una Russia oggi assai isolata. Soprattutto, la vicenda gli permette di dire che quel gioco spesso rinfacciato agli Usa – quella intrinseca propensione a interferire negli affari interni di altri paesi – lo sa giocare bene anche Mosca se chiamata a farlo. Difficile credere che il Presidente russo voglia davvero aiutare Trump; più probabile invece che – realismo per realismo – Putin sappia che le chance del candidato repubblicano di conquistare la Presidenza siano assai limitate. E che questa piccola dimostrazione di forza, se di ciò davvero si è trattato, non sia destinata ad avere un impatto significativo sull’esito ultimo delle elezioni.

Il Messaggero/Il Mattino 1 agosto 2016

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Purezza democratica

Un tempo le convention erano momenti dirimenti, dove nel fumo a mezz’aria e in un caldo spesso irrespirabile– con compromessi e scontri, urla e sotterfugi, errori e furberie – i delegati sceglievano il candidato, invariabilmente maschile, alla Presidenza. Col tempo, e soprattutto a partire dagli anni Settanta, sono diventate altro: momenti asettici, controllati e altamente televisivi d’incoronamento dei prescelti e, oggi, finalmente anche delle prescelte. Questo lungo anno elettorale non manca però di sorprendere. E nel 2016 le convention democratiche e repubblicane, pur continuando a fungere da momento incoronatore, sono tornate a essere quel che storicamente furono: arene di scontro e contestazione, di passione e di tensione. Politica, insomma. All’atmosfera circense che ha caratterizzato la nomination di Donald Trump a Cleveland la settimana scorsa fanno da contraltare le polemiche feroci e divisive che hanno marcato il primo giorno della convention democratica iniziata ieri a Philadelphia. Agisce l’onda lunga dell’aspra contesa delle primarie che ha contrapposto Hillary Clinton e Bernie Sanders, l’establishment e l’insorgenza, i giovani (per Sanders) e gli over-30 (per Clinton). Trova sfogo l’insoddisfazione di un pezzo non marginale della sinistra democratica verso una scelta, quella di Hillary Clinton, che non piace e finanche irrita: una figura dell’establishment quando l’establishment appare logoro e discreditato; una scelta calata dall’alto quando la mobilitazione vera si attiva sempre più dal basso; una proposta centrista e moderata laddove polarizzazione e radicalizzazione spingono per una più netta contrapposizione tra destra e sinistra, repubblicani e democratici. Ma è anche la conseguenza, dell’ultimo, ennesimo scandalo che colpisce i democratici. Sono delle email, una volta ancora, a costituire l’oggetto dello scalpore e della protesta. Le email del comitato nazionale democratico che rivelano come esso – e la sua presidente, la deputata della Florida Deborah Wasserman Schultz – tutto sono stati fuorché neutrali durante le primarie. Venendo meno al proprio ruolo e al proprio statuto, il comitato avrebbe in più occasioni agito per danneggiare Sanders, mostrano messaggi riservati, violati e resi pubblici da hackers che – scandalo nello scandalo, assurdo nell’assurdo – avrebbero agito per conto dei servizi di Putin, interessati a favorire Trump e i repubblicani.
Poco di cui scandalizzarsi, in fondo. L’establishment è l’establishment e Sanders – che nel partito democratico è entrato solo per partecipare alle primarie – non poteva pensare di correre contro di esso senza pagare dazio alcuno. A sufficienza, però, per alienare ancor di più l’elettorato giovane e di sinistra che ha votato massicciamente contro la Clinton, che ha trovato in un 74enne socialista del Vermont il proprio improbabile profeta e che oggi quel socialista lo rinnega nel momento in cui egli chiede, come ha fatto Sanders, di votare la Clinton pur di fermare la mostruosità di una presidenza Trump. Vi è al contempo del nuovo e del vecchio in tutto ciò. Il vecchio è rappresentato da una sinistra che, nel rincorrere una purezza mai pura abbastanza, rischia di far vincere la destra, anche quella più retriva e bigotta, come nel caso di Trump. Sanders ha in fondo ottenuto molto di più di quanto non immaginasse, a partire dal programma che uscirà dalla convention in cui sono recepite diverse sue proposte e richieste, dal salario minimo ad un’ulteriore riforma di Wall Street fino alla legalizzazione dell’uso della marijuana. Il nuovo, invece, deriva dal fatto che questa politica fluida, partecipata e volatile sembra ormai sfuggire a qualsiasi controllo: anche a quello delle élite più abili e spregiudicate. Sfugge, oggi, addirittura ai Clinton e ai clintonistas. E apre scenari semplicemente inimmaginabili fino a non molto tempo fa.

Il Mattino, 26 luglio 2016

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Il partito di Donald Trump

Coerente con il personaggio che ha incoronato, la convention repubblicana di Cleveland tutto è stata fuorché rituale e ordinaria. Dal caso di plagio del discorso della moglie di Trump, Melania, agli scontri del primo giorno sulle modalità di voto, dagli attacchi scomposti a Hillary Clinton alle urla contro Ted Cruz – l’avversario delle primarie che non ha dato il suo endorsement a Trump – fino all’aggressiva chiusura del candidato repubblicano, diversi sono stati i momenti circensi e sopra le righe. Momenti, questi, che hanno rievocato le vecchie, fumose e aspre convention di una volta più che quelle asettiche e controllate dei tempi recenti. Per i tanti critici, la quattro giorni di Cleveland ha mostrato una volta di più l’impresentabilità di Trump, oltre che l’impatto divisivo e polarizzante della sua ascesa, sul paese e sullo stesso fronte repubblicano. I sostenitori del miliardario newyorchese, al contrario, hanno letto questa convention come rivelatrice una volta ancora della forza di Trump e del suo messaggio politico: come espressione di una spontaneità fresca e genuina, da contrapporre alla politica inquinata e autoreferenziale, ovviamente rappresentata nelle fattezze di Hillary Clinton (per la quale molti intervenuti hanno addirittura invocato la galera).
Può darsi che Cleveland sia stata entrambe le cose, come da vecchia, buona politica: teatro e strategia; arena e compromesso; urla e mediazione. La gran parte dei commentatori ha letto la convention come l’ultimo momento buono per ricompattare il partito repubblicano; come l’ultima chance a disposizione di Trump per ripulire la sua immagine e moderare il suo messaggio. Per divenire, in altre parole, un candidato normale. Ma è così? Per sperare di vincere, Trump ha (o, meglio, aveva) davvero bisogno di “de-trumpizzarsi”?
Numeri alla mano e con Cleveland alle spalle, è lecito nutrire più di un dubbio. I repubblicani partono con un handicap pesantissimo, in parte strutturale e in parte contingente. Si confrontano con una mappa elettorale che nelle elezioni presidenziali si è fatta vieppiù sfavorevole, con i democratici certi di avere dalla loro più grandi elettori (dai 20 ai 40, a seconda delle stime) di quelli garantiti dagli stati a maggioranza repubblicana. E hanno, i repubblicani, davvero poche chances di migliorare il risultato del 2012 presso una minoranza ispanica decisiva in stati ancora in bilico, come il Nevada e il Colorado, ma che Trump ha ulteriormente allontanato con le sue posizioni xenofobe. Può sperare di vincere, il candidato repubblicano, solo rischiando di perdere ancor più largamente, subendo quella che sarebbe una delle più pesanti sconfitte della storia. Deve, insomma, raddoppiare e rilanciare: sovraccaricare ancor più il suo messaggio, con l’obiettivo di mobilitare appieno un elettorato bianco e radicalizzato che gli potrebbe consegnare stati decisivi della Rustbelt postindustriale, come l’Ohio e la Pennsylvania, o di un sud atipico e assai composito, quali la Virginia, la North Carolina e la stessa Florida. Ecco perché non debbono sorprendere il tono estremo di molti interventi sentiti a Cleveland, la reiterata demonizzazione di Hillary Clinton, gli attacchi ai movimenti neri, la natura quasi mono-razziale della convention (più dell’80% degli speakers era bianco). E non debbono sorprendere le parole di Trump sulla politica estera e il suo ostentato rifiuto dei vincoli imposti dalle alleanze degli Usa, a partire dalla stessa Nato. Il candidato newyorchese parla a un elettorato che conosce bene; offre un messaggio scopertamente nazionalista con cui promette di ripristinare la grandezza dell’America, liberandola da costrizioni interne e internazionali; denuncia la debolezza e la corruzione di chi ha guidato il paese. E sa, Trump, che i rapporti di forza tra lui e il partito si sono almeno temporaneamente invertiti. Che il suo elettorato – quello che lo ha portato alla nomination – i repubblicani li tiene in fondo in ostaggio, come la processione a Cleveland/Canossa di molti leader congressuali ha ben evidenziato. Sa, insomma, che dopo Cleveland e fino all’8 novembre il partito repubblicano sarà il partito di Donald Trump.

Il Messaggero, 22 Luglio 2016

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Convention e violenze

Si apre la convention repubblicana che incoronerà Donald Trump. E si apre in un clima sovraccarico di tensioni e rabbia; con altri poliziotti morti, questa volta a Baton Rouge in Louisiana, ove un nero era stato ucciso dalle forze dell’ordine solo pochi giorni fa. In un clima, cioè, dove la faglia della razza – uno dei principali fattori che ha mosso e lacerato la storia degli Stati Uniti – torna a farsi profonda e quasi incolmabile: dove l’America si trova di nuovo divisa e contrapposta. Questo clima Trump lo ha cavalcato e alimentato: ne è stato tanto il prodotto quanto la causa. Il candidato repubblicano non ha avuto scrupoli nel gettare benzina sul fuoco e nello sfruttare il rabbioso malcontento di un pezzo d’America bianca, spaventata, arrabbiata e in sofferenza. Quest’America – dove chiaramente sovra-rappresentato è l’elettorato con bassi livelli d’istruzione e reddito – si è trovata sistematicamente dalla parte dei perdenti in quei processi d’integrazione globale che negli ultimi trenta/quarant’anni gli Usa hanno guidato e, spesso, sfruttato. Ha visto scomparire – delocalizzate all’estero – le opportunità di lavoro in un settore manifatturiero che pagava bene e offriva, a molte famiglie, il vettore primo di un’ascensione sociale che pareva sostanziare la retorica del sogno americano. Si è trovata a fare i conti con programmi di sostegno alle minoranze che l’hanno fatta sentire discriminata e punita. Ha reagito perplessa a trasformazioni culturali– si pensi solo al tema dei diritti degli omosessuali – che hanno messo in discussione certezze binarie e stravolto ruoli sociali e famigliari consolidati. E osserva con sgomento, questa America, la trasformazione demografica di un paese nel quale cresce il peso d’ispanici e asiatici: un paese che sembra destinato a essere sempre meno bianco e, anche, cristiano. La parola d’ordine che domina i raduni trumpiani è quella del tradimento: tradimento dell’America vera da parte di una politica corrotta e autoreferenziale; tradimento di valori centrati su ancore identitarie vissute come immutabili e fisse, ma oggi contestate o rigettate; tradimento della potenza americana per mano di leader deboli e pavidi che ne permettono l’umiliazione quotidiana su scala mondiale.
È una messa in stato d’accusa di un’intera classe politica, come ben si è visto durante le primarie repubblicane. Che Trump sfrutta e rilancia con la promessa incapsulata nello slogan della sua campagna: “rendere nuovamente grande l’America” (Make America Great Again). Poco è detto su come concretare questa promessa. Il programma del candidato repubblicano è in realtà un pot-pourri incoerente e vago. Un rozzo guazzabuglio fatto di protezionismo e roboante nazionalismo, dove si promette una ritirata dalla globalizzazione libero-scambista e la contestuale disponibilità a ricorrere in modo spregiudicato e ampio a quello strumento, la forza militare, che ancor oggi distingue gli Stati Uniti dal resto del mondo, rendendoli potenza superiore del sistema. Sulla praticabilità di una simile azione è lecito nutrire molti dubbi; così come sulle effettive chances di vittoria di Trump in novembre. I pozzi del confronto politico – oggi feroce e irrimediabilmente abbruttito – sono stati però in larga parte avvelenati. E le conseguenze non possono essere minimizzate, anche a prescindere dall’esito finale del voto. Dal quale gli Stati Uniti sono destinati a uscire ancor più spaccati. Con un’America trumpiana probabilmente non maggioritaria ma rilevante e in grado di tenere in ostaggio il paese; con un sistema internazionale frastagliato e privo dell’ordine che il soggetto egemone era in grado di garantire e spesso imporre; con un partito repubblicano ancor più radicalizzato e ostruzionista. E con il rischio, oggi davvero molto concreto, che le violenze cui stiamo assistendo in questi giorni continuino e s’intensifichino.

Il Mattino 18 luglio 2016

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Sulla crisi degli studi nordamericani in Italia

Mario Del Pero (SciencesPo, Parigi) e Ferdinando Fasce (Università di Genova)

Sulla crisi degli studi nordamericani in Italia

Sono passati poco più di tre anni dalla scomparsa di Raimondo Luraghi, uno dei padri fondatori dell’americanistica in Italia. Luraghi, la cui celebre Storia della Guerra civile compie quest’anno mezzo secolo di vita, contribuì a rendere l’università di Genova uno dei centri fondamentali per gli studi di storia degli Stati Uniti, oltre che l’unico spazio dove per alcuni anni furono attivi contemporaneamente un dottorato di ricerca e una Fulbright Chair destinata a studiosi statunitensi che venivano a insegnare in Italia. Dottorato e Chair che oggi non esistono più; come non esiste più la cattedra di Luraghi. Gli studi e gli insegnamenti di storia nordamericana a Genova sono ridotti a un paio di contratti rinnovabili di anno in anno. Situazione simile esiste in gran parte d’Italia, dove di cattedre ne sono rimaste quattro. In una recente tavola rotonda sullo studio della storia americana fuori dagli Stati Uniti, al convegno della Organization of American Historians (OAH), due docenti di Cambridge e Oxford, Andrew Preston e Jay Sexton, hanno lamentato la debolezza dell’americanistica nei rispettivi dipartimenti. Un rapido sguardo ci mostra però come il numero di docenti di storia degli Stati Uniti in ognuna delle due università sia più o meno equivalente al totale di quelli presenti in Italia. Questi ultimi – raggruppati nel settore SPS05, “Storia e Istituzioni delle Americhe”, dove hanno casa anche i latino-americanisti – sono oggi undici in totale: quattro professori ordinari, sei associati e un solo ricercatore. Nessuno si trova in un’università a sud di Roma. Alcuni insegnamenti – invero molto pochi – sono tenuti da studiosi che hanno delle competenze americanistiche, ma che per scelta o necessità hanno optato per un altro settore disciplinare, principalmente “Storia Contemporanea” (MSto04) o “Storia delle Relazioni Internazionali” (SPS06). Sono però casi assai rari e sempre più marginali.
La situazione è disarmante. Questo a dispetto della popolarità degli insegnamenti di storia degli Usa tra gli studenti e dei risultati scientifici ottenuti dai membri della piccola comunità nordamericanistica italiana (tra i quali si trovano molti vincitori dei premi dell’OAH per i migliori libri e articoli in lingua non inglese). E a dispetto, anche, di un’attenzione pubblica per gli Usa che in Italia rimane assai viva.
Proprio dall’ultimo dato, la persistente fascinazione per gli Stati Uniti, è utile partire per provare a spiegare la crisi dell’americanistica italiana: lo scarto, invero macroscopico, tra quanto si parla di Usa in Italia e come se ne parla; tra la presenza pubblica – pervasiva e talora quasi ossessiva – delle cose statunitensi e quella accademica – limitata e decrescente. È chiaro come gli Stati Uniti stiano nella nostra quotidianità più di qualsiasi altro paese. I loro prodotti culturali invadono le nostre case. La loro politica, spettacolare e talora circense, continua ad ammaliarci. Le molteplici proiezioni della loro egemonia – contestata e sfidata quanto si vuole – investono direttamente e indirettamente le nostre vite. Con l’America, come continuiamo a chiamarla pur sapendo che non è politicamente corretto farlo, sentiamo tutti di avere ancora un’intima familiarità. E pensiamo quindi di poterne parlare – e magari scrivere – senza conoscerla o averla studiata davvero. Siamo un popolo non solo di commissari tecnici, ma anche di americanisti. Basta un rapido sguardo alle pagine dei principali quotidiani, e ai loro editoriali, per comprenderlo. Nessuno studioso serio di politica estera statunitense si sognerebbe, ad esempio, di usare oggi la categoria di “isolazionismo”, che invece ancora imperversa in non pochi di questi commenti. Se di Stati Uniti si parla male e tanto perché tutti, come per il calcio, si sentono titolati a farlo, per qual motivo si dovrebbe studiarne in profondità la storia? Perché mai l’università italiana dovrebbe investire su di essa?
A questa prima spiegazione ne va aggiunta però una seconda. Che si lega sia alla difficoltà delle humanities in Italia sia a quella, anche più marcata, degli studi d’area. I tagli generalizzati alla ricerca hanno colpito i secondi, tra i quali l’americanistica, in modo pesantissimo. Sarebbe bello credere che ciò derivi da un’effettiva sprovincializzazione della ricerca e degli stessi campi del sapere storiografico. Gli studi d’area sono in fondo ambiti storicamente e socialmente determinati: definiti, in modo non di rado arbitrario, dalle priorità geopolitiche e dalle contingenze, più che da ragioni scientifiche forti e immutabili. La svolta globale degli studi storici ha portato spesso a contestare, o almeno qualificare, le partizioni d’area, anche quelle consolidate. Alcuni dei filoni di ricerca più originali e innovativi questo hanno fatto: hanno inserito l’esperienza storica degli Stati Uniti entro una parabola più ampia e transnazionale, di cui si evidenziano le tante connessioni e interdipendenze. Ma non da questo, ahimè, deriva la debolezza della storia americana in Italia. A insegnarla – nei rari corsi universitari affidati a studiosi fuori dal gruppo SPS05 – non sono nella gran parte dei casi docenti capaci di partecipare a questa operazione scientifica: in grado, cioè, di “de-provincializzare” la storia degli Stati Uniti, come va di moda dire. Sono invece studiosi che di altro si occupano e che degli Usa hanno una conoscenza, spiace dirlo, non proprio approfondita.
Come uscirne? Lamentele e doglianze non sono mancate negli anni, ma hanno sortito assai poco. Come non sono mancate rilevanti iniziative scientifiche, su tutte quelle promosse dal principale centro interuniversitario, il CISPEA, che raggruppa le università di Bologna, Firenze, Piemonte Orientale, Roma Tre e Trieste. La strada rimane quella dell’impegno nella ricerca e nella didattica, rimarcando e denunciando ora non più il ritardo dell’Italia, come si faceva in passato, ma quella che è a tutti gli effetti un’inaccettabile regressione.

Il Sole 24Ore, 17 luglio 2016

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Obama e la linea del colore

Doveva essere il presidente di un’America finalmente post-razziale. Un’America che la sua persona e la sua biografia in fondo incarnavano, perché l’Obama orgogliosamente nero era anche il figlio di una donna bianca di origini irlandesi, cresciuto e divenuto adulto in luoghi – l’Indonesia con la madre e il patrigno, le Hawaii con i nonni – che costituivano, nei fatti e nella simbologia, il crocevia emblematico di ibridazioni e meticciamenti transpacifici: spazi di pluralismo e contaminazione, dove le differenze scompaiono o si fanno storicamente meno determinate e divisive. È invece, Barack Obama, il Presidente chiamato a confrontarsi con una delle crisi razziali più acute e profonde della recente storia statunitense; una crisi che colpisce in modo spesso indistinto le grandi aree urbane, siano esse in Minnesota o in Texas, nel Maryland o in Louisiana. Il Presidente di un’America nella quale torna cioè ad agire, lacerante e violenta, quella linea del colore che ha segnato la storia del paese e dalla quale esso non è mai riuscito del tutto ad affrancarsi. Obama si trova ora sul banco degli imputati. Accusato dai movimenti neri, su tutti il Black Lives Matter (“Le vite dei neri contano”), di non aver affrontato con il dovuto coraggio la violenza strutturale che gli apparati statuali dispiegano contro gli afroamericani. Denunciato da molti intellettuali di colore come esponente di un ceto politico nero compromesso, imborghesito e incapace ormai di rappresentare e tutelare la minoranza afroamericana. E messo sul banco d’accusa da parte di un pezzo d’America, bianca e non solo, che si sente tradita; che ritiene che le critiche alle forze di polizia, e al loro uso sproporzionato della forza, abbiano finito per rovesciare l’equazione tra vittime e oppressori se non, addirittura, per contribuire al clima che ha portato alla strage di Dallas.
Obama può certo avere delle responsabilità. Almeno fino ai disordini di Ferguson, Missouri, dell’agosto 2014 sulla questione razziale si è mosso con una cautela che rasentava la passività. È stato forse condizionato dal timore di apparire di parte, oltre che da un passato – suo e della moglie Michelle – che lo esponeva all’accusa di contiguità con ambienti radicali del mondo nero. Si è però anche trovato a fare i conti con la piena deflagrazione di contraddizioni a lungo represse e non più contenibili, e con un pezzo d’opinione pubblica e di mondo politico – minoritario, ma non marginale – che mai ha accettato l’idea di avere un nero alla Casa Bianca. Due, in particolare, sono le dinamiche che intrecciandosi inestricabilmente hanno prodotto la drammatica miscela che vediamo in azione oggi: le politiche di sicurezza e la frattura razziale. Le prime sono state dispiegate secondo una logica draconiana di “tolleranza zero” che, soprattutto nelle aree urbane, ha colpito senza pietà gli afroamericani e quelli giovani in particolare. Nel mentre il gap razziale – di reddito, occupazione, istruzione – è rimasto immutato o si è attenuato in minima misura. L’idea che maggior sicurezza nelle strade avrebbe garantito maggiori possibilità sociali non si è realizzata. Questo scarto – tra promesse e risultati, retorica e realtà – Obama l’ha ereditata nel momento in cui essa diveniva tanto visibile quanto insostenibile. Perché non appare più tollerabile che un bambino nero su nove abbia un genitore incarcerato o che il 30% degli afroamericani sotto i 35 anni senza diploma di scuola media superiore si trovi oggi in una prigione. E di certo non appare più accettabile che in nome della sicurezza si tollerino pratiche poliziesche tanto invasive quanto discriminatorie e, non di rado, violente. Le politiche securitarie adottate in risposta alla grave crisi urbana degli anni Settanta e Ottanta paiono in altre parole aver perso molta della loro legittimità. Anche perché, nell’epoca in cui viviamo, esse risultano documentabili e visibili in tempo reale, come drammaticamente rivelato dalle immagini inviate dalla fidanzata di Philando Castile, il 32enne afroamericano ucciso tre giorni fa in Minnesota da un poliziotto. Per la sua storia e per ciò che la sua elezione ha simboleggiato, Obama era forse l’uomo sbagliato per gestire una transizione tanto difficile in un’America ancora così spaccata. A chi gli succederà spetterà il compito di confrontarsi con una situazione divenuta straordinariamente complessa, che una campagna elettorale divisiva e violenta come quella che si prospetta rischia ancor più di aggravare.

Il Messaggero, 9 luglio 2016

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Chilcot & emailgate

In modi diversi il rapporto Chilcot sulla partecipazione britannica alla guerra in Iraq del 2003 e le dichiarazioni del direttore dell’FBI James Comey in merito alle e-mail di Hillary Clinton aiutano a comprendere alcune delle matrici del clima politico odierno, negli Usa e in Gran Bretagna, e l’impatto che questo potrebbe avere sulle presidenziali statunitensi del novembre prossimo. Il rapporto Chilcot non pare aggiungere nulla a quanto già non si sapesse e, nemmeno, a quello che molti oppositori della guerra – incluso l’ex ministro degli Esteri di Tony Blair, Robin Cook – sostennero prima dello stesso intervento. Il rapporto rivela però una volta di più la sconcertante leggerezza con la quale Blair portò il paese in guerra e la deliberata e dolosa cecità del Primo Ministro di fronte alla solida intelligence che enfatizzava i pericoli di un’azione militare ed evidenziava come Saddam Hussein non fosse prossimo a dotarsi di armi non convenzionali. L’archiviazione dell’inchiesta del FBI sull’utilizzo di un server privato da parte della Clinton nella gestione della sua corrispondenza istituzionale le evita un procedimento legale che avrebbe avuto costi politici immensi, forse la stessa rinuncia alla Presidenza. Ma è accompagnata, questa decisione, dalla severissima censura dell’“estrema negiligenza” dell’ex Segretario di Stato e dalla sistematica smentita di molte delle giustificazioni addotte dalla Clinton. La quale – ora lo sappiamo per certo – ha contravvenuto alle più elementari norme di sicurezza, usando diversi server privati, controllando la propria mail su più dispositivi elettronici e permettendo che circolassero su di essi oltre cento messaggi riservati, inclusi 22 marcati come “top secret”, il livello di classificazione più elevato che esista.
Per l’FBI la Clinton non solo ha agito irresponsabilmente, ma ha anche deliberatamente minimizzato la portata della sua negligenza, mentendo sul numero di documenti secretati inviati su server privati, facilmente hackerabili. Trump e i repubblicani ora tuonano contro il sistema corrotto e manipolato che avrebbe salvato Hillary Clinton da un meritato processo. Sanno però di avere in mano un potente strumento elettorale di cui faranno abbondante e spregiudicato uso nelle settimane a venire, quando le parole di Comey saranno abilmente rimpacchettate in brevi spot elettorali destinati a invadere gli schermi televisivi d’America. Fare leva sull’impopolarità della Clinton – sulla convinzione radicata di un pezzo di paese che la candidata democratica sia inaffidabile se non addirittura corrotta – è una delle poche armi di cui Trump dispone in una corsa per lui ancora pesantemente a handicap. È un’arma, però, che gli è stata in fondo consegnata dalla sua stessa avversaria o, meglio, dalla cultura ed esperienza politica in cui si sono formate figure come Tony Blair e Hillary Clinton (la quale, tra le altre cose, quella guerra sbagliata in Iraq la sostenne e autorizzò). Una cultura ed esperienza, queste, basate sulla convinzione che competenza e preparazione possano in fondo dispensare i leader politici dal rispetto di procedure basilari o, addirittura, consentir loro di anteporre i propri convincimenti (e, di fatto, pregiudizi) alla valutazione obiettiva di fatti e informazioni. Una politica arrogante e autoreferenziale, insomma, nella quale quasi si rivendica il diritto dei migliori di agire fuori dalle regole o al di sopra di esse. E una politica elitaria e lontana, che finisce per alimentare una delle bestie più pericolose oggi in circolazione: quel rigetto, violento e populista, dell’establishment che ha prodotto fenomeni come Donald Trump. Resta da capire perché questa politica faccia così fatica a riformarsi; perché i Clinton siano ancora in grado di prendere in ostaggio un ciclo elettorale, impedendo l’emergere di candidati meno vulnerabili e compromessi. Di certo, sarà ora più difficile per la Clinton presentare la sfida con Trump come quella tra preparazione e imperizia, serietà e approssimazione. Perché quando il direttore del FBI descrive i tuoi comportamenti come avventati e negligenti, e suggerisce addirittura la possibilità che a causa di ciò “attori ostili possano avere avuto accesso all’account email personale” di un Segretario di Stato sul quale circolano messaggi segreti, allora l’accusa all’avversario di essere impreparato e irresponsabile si fa inevitabilmente più labile e meno credibile. Nel mentre, la lunga ombra della guerra in Iraq continua a far sentire il suo peso. Concorre anch’essa al discredito di quelle classi dirigenti che la vollero o, per pavidità e opportunismo, non seppero opporvisi con la necessaria fermezza ed efficacia; informa giudizi retrospettivi binari su esperienze di governo, come appunto quella di Blair, assai più complesse e sfaccettate; incide sulla politica estera statunitense, oggi condizionata dalla paura che una maggioranza dell’opinione pubblica americana ha di vedere replicati quelli errori. Contribuisce, insomma, anch’essa alla delegittimazione di un’élite le cui responsabilità sono certo gravi, ma alla quale non di rado si contrappone il nulla o il peggio.

Il Messaggero, 7 luglio 2016

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Generazione Bataclan

La terribile strage di Orlando ci dice tre cose. La prima è che, come a Parigi, ad essere colpita è una generazione: essa e quel che rappresenta, simboleggia ed è destinata a produrre. È, questa, la “generazione Bataclan”: i 20/30enni cresciuti nella bellezza della diversità, nella quotidianità del pluralismo e nell’ovvietà della tolleranza. Pratiche e valori che un certo, bigotto oscurantismo scambia per lascivia e assenza di principi. Quello di Orlando è un attentato omofobo perché colpisce chi sta sull’ultima frontiera dei diritti civili, gli omosessuali appunto. Che questi diritti li hanno conquistati con importanti battaglie politiche, significativi successi legislativi e cruciali sentenze della Corte Suprema, che negli Usa hanno infine annullato le leggi statali che vietavano il matrimonio a coppie dello stesso sesso. Tra gli under-30 statunitensi il sostegno a questa decisione si attesta attorno all’80%. Per loro è la normalità, come è giusto e logico che sia.
Una normalità che rimane però esposta a quotidiani pericoli. Che non può essere data per scontata. A maggior ragione laddove esiste un marchio – un brand territorializzato e statualizzato, quello dell’ISIS – che del rigetto di questa modernità plurale e multicolore ha fatto la propria bandiera. È questa la seconda indicazione della strage di Orlando. È molto probabile che essa sia opera di un cane sciolto; che non vi siano dietro la rete di appoggi e la struttura logistica che hanno connotato invece gli attentati di Parigi e di Bruxelles. L’ispirazione viene però dal radicalismo di matrice religiosa: i cupi simboli dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante albergano nell’immaginario di questi terroristi; hanno un potere mobilitante che non può né deve essere sottovalutato; alimentano uno spirito emulativo che nelle maglie larghe e tolleranti della nostra società trova modo di essere dispiegato.
E questo ci porta alla terza indicazione: il rischio che la portata della minaccia, e l’inesistenza di scorciatoie e soluzioni facili, possa creare un terreno assai fertile per i demagoghi e gli estremisti di casa nostra. I Donald Trump che di odio e paura si nutrono e che su di essi prosperano politicamente ed elettoralmente. Il candidato repubblicano ha subito cercato di capitalizzare sull’attentato, chiedendo addirittura le dimissioni di Obama. Le sue poche possibilità di successo in novembre dipendono proprio dall’esistenza di un clima diffuso e pervasivo di paura che altri atti terroristici inevitabilmente alimenterebbero. Dipendono dalla possibilità di riprodurre, ovviamente con altri metodi, quella logica amico-nemico che muove l’azione del terrorismo fondamentalista. Ed è anche contro quest’altro oscurantismo che la “generazione Bataclan” è chiamata oggi a rispondere, negli Usa come in Europa.

Il Giornale di Brescia, 14 giugno 2016

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