Mario Del Pero

Generazione Bataclan

La terribile strage di Orlando ci dice tre cose. La prima è che, come a Parigi, ad essere colpita è una generazione: essa e quel che rappresenta, simboleggia ed è destinata a produrre. È, questa, la “generazione Bataclan”: i 20/30enni cresciuti nella bellezza della diversità, nella quotidianità del pluralismo e nell’ovvietà della tolleranza. Pratiche e valori che un certo, bigotto oscurantismo scambia per lascivia e assenza di principi. Quello di Orlando è un attentato omofobo perché colpisce chi sta sull’ultima frontiera dei diritti civili, gli omosessuali appunto. Che questi diritti li hanno conquistati con importanti battaglie politiche, significativi successi legislativi e cruciali sentenze della Corte Suprema, che negli Usa hanno infine annullato le leggi statali che vietavano il matrimonio a coppie dello stesso sesso. Tra gli under-30 statunitensi il sostegno a questa decisione si attesta attorno all’80%. Per loro è la normalità, come è giusto e logico che sia.
Una normalità che rimane però esposta a quotidiani pericoli. Che non può essere data per scontata. A maggior ragione laddove esiste un marchio – un brand territorializzato e statualizzato, quello dell’ISIS – che del rigetto di questa modernità plurale e multicolore ha fatto la propria bandiera. È questa la seconda indicazione della strage di Orlando. È molto probabile che essa sia opera di un cane sciolto; che non vi siano dietro la rete di appoggi e la struttura logistica che hanno connotato invece gli attentati di Parigi e di Bruxelles. L’ispirazione viene però dal radicalismo di matrice religiosa: i cupi simboli dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante albergano nell’immaginario di questi terroristi; hanno un potere mobilitante che non può né deve essere sottovalutato; alimentano uno spirito emulativo che nelle maglie larghe e tolleranti della nostra società trova modo di essere dispiegato.
E questo ci porta alla terza indicazione: il rischio che la portata della minaccia, e l’inesistenza di scorciatoie e soluzioni facili, possa creare un terreno assai fertile per i demagoghi e gli estremisti di casa nostra. I Donald Trump che di odio e paura si nutrono e che su di essi prosperano politicamente ed elettoralmente. Il candidato repubblicano ha subito cercato di capitalizzare sull’attentato, chiedendo addirittura le dimissioni di Obama. Le sue poche possibilità di successo in novembre dipendono proprio dall’esistenza di un clima diffuso e pervasivo di paura che altri atti terroristici inevitabilmente alimenterebbero. Dipendono dalla possibilità di riprodurre, ovviamente con altri metodi, quella logica amico-nemico che muove l’azione del terrorismo fondamentalista. Ed è anche contro quest’altro oscurantismo che la “generazione Bataclan” è chiamata oggi a rispondere, negli Usa come in Europa.

Il Giornale di Brescia, 14 giugno 2016

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Due Populismi?

Le primarie democratiche e, ancor più, repubblicane hanno smentito tutte le previsioni e rovesciato le regole consolidate di questo tipo di competizioni elettorali. A destra come a sinistra, la mobilitazione contro l’establishment – contro quella che noi chiameremo la “casta” – ha travolto politici di lungo corso, portato Donald Trump, il più improbabile dei candidati, alla nomination repubblicana e permesso a un 74enne socialista di rimanere in corsa fino alla fine della contesa democratica.
Populismo sembra essere oggi la parola magica usata, e talora abusata, per spiegare e accomunare i successi di Trump e Sanders. E delle comunanze tra i due in effetti vi sono. In entrambi i casi, agisce con forza un sentimento anti-politico diffuso e trasversale. Trump rappresenta e cavalca l’anti-politica. Sanders si presenta come l’altra-politica: radicale, onesta e aliena ai compromessi. Ma perché questo populismo anti-politico è vincente oggi più che in passato, negli Usa e anche in Europa? Varie spiegazioni possono essere offerte. La politica vilipesa e rigettata è una politica che ha gravi responsabilità: che è stata, e talora continua a essere, lontana, autoreferenziale, incapace di riformarsi. È però anche una politica oggettivamente debole: priva della strumentazione necessaria per confrontarsi con processi globali che hanno da tempo travolto gli argini della governance nazionale dentro cui l’azione politica ed elettorale ancora si dispiega. Nel caso degli Usa – e di questo ciclo elettorale – uno dei dati più significativi è rappresentato dall’attivazione di quel pezzo d’America che nella globalizzazione degli ultimi 30/40 anni si è trovata dalla parte dei perdenti. Un’America bianca, con bassi livelli d’istruzione, che un tempo costituiva la spina dorsale di un mondo operaio ben retribuito e decentemente tutelato e che, in concomitanza col tracollo del settore manifatturiero e la delocalizzazione della produzione industriale, ha visto diminuire redditi, garanzie, possibilità di ascesa sociale e, in taluni casi, anche aspettative medie di vita. Se andiamo a guardare dentro l’elettorato di Trump e Sanders vediamo come questa America sia sovra-rappresentata. Nel caso del miliardario newyorchese si può addirittura sostenere che abbia recuperato alla causa milioni di votanti che avevano disertato le urne nelle ultime tornate elettorali (uno dei dati più significativi di questo ciclo è l’altissima partecipazione elettorale tra i repubblicani).
Sottolineare l’esistenza di alcune, comuni matrici che spiegano i fenomeni Sanders e Trump non dove però indurre nell’errore di accomunarli passivamente, come talora fanno alcuni commentatori. Nel caso del candidato repubblicano, la risposta alla crisi e finanche alla delegittimazione della politica è stata veicolata attraverso un messaggio identitario e nazionalista, fondato sull’esplicita contrapposizione tra questa America e i suoi presunti nemici interni (immigrati) ed esterni (in modi diversi Islam e Cina). Le proposte politiche di Sanders, forse irrealistiche e a sua volta protezionistiche, sono state anch’esse indirizzate contro un nemico: la finanza e il grande capitale. Ma hanno parlato la lingua di un repubblicanesimo civico centrato ancor oggi sull’idea di solidarietà, responsabilità, cooperazione e dialogo. Sono due populismi, quelli di Trump e di Sanders, le cui radici stanno, solide e profonde, dentro la storia degli Stati Uniti. E che, in questo difficile snodo storico, sembrano aver trovato il terreno per ottenere un consenso mai avuto in passato.

Il Giornale di Brescia, 8 giugno 2016

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Icona Globale

A lungo amato o odiato, senza vie di mezzo, Muhammad Ali era divenuto col tempo una sorta d’icona globale: una figura rispettata e riverita, quasi al di sopra delle parti; qualcuno a cui la gente si avvicinava come fosse “il Dalai Lama o Papa Francesco”, ha scritto uno dei suoi migliori biografi, il giornalista David Remnick.
Amato o odiato, Ali lo fu inizialmente per il suo modo di boxare: leggero, sfuggente, poco maschio secondo i suoi tanti critici. Invecchiando, la sua boxe pungente e poco virile lasciò spazio a un altro tipo di pugilato, brutale e violento, che trovò il suo apogeo nei terribili scontri con Foreman a Kinshasa (1974) e, ancor più, con Frazer a Manila (1975). La parabola pugilistica avrebbe però continuato a intrecciarsi con quella politica di cui essa fu specchio e, in molte occasioni, strumento.
Ali non crebbe in un ghetto nero, come molti degli avversari che avrebbe negli anni sfidato e sconfitto, ma in un quartiere della piccola borghesia nera di una città segregata del primo sud, Louisville in Kentucky. In quel sud, violento e razzista, il giovane Alì, ancora Cassius Clay, trovò nella palestra lo strumento di un riscatto che fu da subito razziale quanto e più che sociale. Prima di divenire, in forme diverse, icona globale, Alì lo fu di un mondo nero che cercava la sua emancipazione in un’affermazione identitaria centrata sulla riscoperta delle origini africane, la contrapposizione, talora estrema, all’America bianca e la costruzione di una specifica ed eccentrica religiosità islamico-statunitense. Icona afroamericana, Ali fu anche attore pienamente e consapevolmente politico. Il suo fu un protagonismo marcato da gesti coraggiosi e di grande dignità: la sua obiezione di coscienza durante la guerra del Vietnam, che gli sarebbe costata gli anni migliori della sua carriera pugilistica; la critica della politica estera del suo paese e delle tante ipocrisie che l’accompagnavano; le utopie pan-africaniste; la denuncia della corruzione imperante nel mondo della boxe. Non mancarono momenti bassi ed errori madornali, su tutti la scelta di schierarsi contro Malcolm X quando questi fu espulso dalla Nazione dell’Islam o d’insultare gratuitamente (e reiteratamente) il suo grande rivale Joe Frazer, presentandolo come uno “zio Tom”, mentre Frazer si adoperava per aiutarlo e si recava addirittura alla Casa Bianca per perorarne la causa con il Presidente Nixon (Ali vide la sua licenza a combattere sospesa per 4 anni, dal 1967 al 1971, per renitenza alla leva).
Ritornato a combattere nel 1971, e subito sconfitto da Frazer, Ali non era solamente un altro pugile – più lento e appesantito, capace di compensare il perduto gioco di gambe solo col pugno e, soprattutto, con la straordinaria capacità di assorbire e mediare i colpi – ma anche un altro soggetto politico. Un soggetto non più confinato in un recinto strettamente statunitense, ma proiettato su una scala vieppiù globale. L’“Ali boma ye” (“Ali uccidilo”) – come urlava la folla tutta schierata dalla sua parte – dell’epico scontro con Foreman nello Zaire era il simbolo di un mondo terzo e nero che cercava di affermarsi nel quadro internazionale. L’Ali, spento e forse già colpito dal Parkinson, degli ultimi combattimenti, maltrattato dal suo vecchio sparring partner Larry Holmes, incarnava la fine, drammatica e senza appelli, di un’epoca: di una modernità che aveva esaltato il pugilato – sport di sofferenza, fatica, riscatto ed emancipazione – e che nella boxe, mediatica e politica, di Ali aveva avuto la sua fase ultima e terminale. Rimaneva, a quel punto, l’icona: pacificata, e in una certa misura drammaticamente sedata dalla vita, dall’esperienza e dalla terribile malattia, che ne avrebbe infine silenziato l’irriverenza, l’ironia e la sfacciataggine. L’icona di un uomo che, con pugni e parole, ha concorso a rappresentare (e fare) un’epoca e il mondo che ne è seguito.

Il Messaggero, 5 giugno 2016

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28 Pagine

28 pagine. Sono quelle, ancor oggi secretate, del rapporto sugli attentati dell’11 settembre prodotto più di dieci anni fa dalla commissione indipendente d’inchiesta nominata dall’allora Presidente Bush. 28 pagine – alle quali si aggiungono oggi altri documenti usciti dagli archivi – che si soffermano sulle responsabilità della diplomazia saudita: sui contatti di suoi funzionari minori con alcuni dei terroristi dell’11 settembre, cui avrebbero fornito supporto logistico e finanziario. Uno dei membri della commissione, il banchiere ed ex Segretario della Marina John Lehman, ha rotto la consegna del segreto e parlato apertamente di un’ampia rete di legami tra gli attentatori e membri del governo dell’Arabia Saudita, in particolare nel Ministero degli Affari Islamici, che finanzia varie attività e che è da tempo sospettato di sostenere gruppi radicali e fondamentalisti. I famigliari delle vittime degli attacchi invocano oggi la verità. Gli avversari di Obama pensano di aver trovato un altro elemento attraverso cui attaccare il Presidente e la sua politica estera.
Nell’attesa di saperne di più, ciò che merita di essere sottolineato è la evidente fragilità – e in una certa misura obsolescenza – di quella che è stata, soprattutto a partire dagli anni Settanta, la “relazione speciale” tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Una relazione fondata su uno scambio – su un do ut des – chiaro e preciso. Da un lato gli Usa fornivano protezione e sofisticata tecnologia militare a Riad, cui permettevano l’aggressiva campagna globale di proselitismo religioso e di cui tolleravano di fatto l’incessante propaganda anti-israeliana e, spesso, antisemita. Dall’altro, l’Arabia Saudita operava dentro l’Opec per evitare oscillazioni eccesive dei prezzi del petrolio, ritrasferiva negli Usa parte dei profitti maturati, di fatto puntellava l’egemonia del dollaro, e costituiva assieme a Israele ed Egitto il terzo pilastro della strategia di alleanze statunitense nel vicino e medio Oriente. Le condizioni che permettevano – e alimentavano – questa “relazione speciale” sono però progressivamente venute meno, laddove alcune sue tare strutturali sono diventate più difficili da occultare. La guerra fredda – e quindi il ruolo saudita nel contenere l’avversario sovietico (e nel combatterlo in Afghanistan) – è terminata. Gli investimenti in rinnovabili e, soprattutto, il boom del gas naturale hanno permesso di ridurre grandemente la dipendenza statunitense dal petrolio, e l’attenzione conseguente verso l’andamento dei suoi prezzi si è di molto attenuata: dal 2005 a oggi le importazioni di petrolio negli Usa sono diminuite di più del 30%; nel caso dell’Arabia Saudita il calo è stato addirittura prossimo al 50%. La connivenza saudita con il radicalismo islamico si è fatta sempre meno tollerabile politicamente, laddove sia a destra (soprattutto tra i neoconservatori) sia a sinistra si denuncia l’immoralità di un’alleanza con un regime autoritario e oscurantista. I profondi rivolgimenti nel mondo arabo, la crisi siriana e il nuovo dialogo tra Stati Uniti e Iran hanno a loro volta acuito divisioni già in atto. L’Arabia Saudita rimane partner importante degli Usa, ma sembra aver perso la centralità del passato. Il mutevole contesto geopolitico ha in altre parole ridefinito la relazione tra Washington e Riad, rendendola assai meno “speciale”. Soprattutto ne ha esposto le intrinseche contraddizioni e ambiguità, mettendole sotto gli occhi dei riflettori come mai era forse avvenuto prima.

Il Giornale di Brescia, 24 maggio 2016

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Le debolezze di Hillary Clinton

Hillary Clinton rimane certamente favorita per la conquista della Presidenza in novembre. Le incognite sono però molte: le primarie hanno smentito certezze ritenute inscalfibili e impongono oggi estrema cautela nel formulare previsioni; la candidata democratica è visibilmente vulnerabile; i repubblicani, infine, sembrano aver finalmente fatto pace con l’idea di avere Donald Trump come loro candidato (è in fondo il naturale prodotto del tipo di messaggio che essi stessi hanno veicolato in questi anni) ed essere pronti a ricompattarsi in vista della convention di luglio.
Tre sono le principali fragilità della Clinton, che il suo avversario cercherà di enfatizzare e sfruttare – con spregiudicatezza e aggressività – nelle settimane e nei mesi a venire. La prima è la scarsa, scarsissima fiducia dell’elettorato nei confronti dell’ex Segretario di Stato. Secondo un recente sondaggio Reuters solo il 20% degli americani la considera onesta e degna di fiducia; ben il 60% la pensa altrimenti, con un restante 20% d’indecisi. È uno scetticismo, questo, che si estende allo stesso elettorato democratico, dove la percentuale di chi non si fida della Clinton è altissima, oltre il 40%, e il rischio di una defezione in novembre di chi le ha preferito Sanders, soprattutto tra i giovani, assai elevato. Certo, quello che si prospetta è uno scontro tra due aspiranti presidenti assai deboli: Clinton e Trump sono i candidati meno apprezzati dall’elettorato nella storia degli ultimi dieci cicli presidenziali. Il miliardario repubblicano batte ancor oggi tutti i record immaginabili (il 70% delle donne ne ha un’opinione negativa, ad esempio). Ciò avviene però in un contesto dominato da un forte populismo anti-politico, nel quale una esponente dell’establishment come la Clinton è facilmente attaccabile tanto da rappresentare probabilmente il miglior avversario possibile per chi, come Trump, sulla denuncia della vecchia politica ha costruito le sue fortune elettorali.
L’immagine molto negativa dei due candidati riflette a sua volta la marcata polarizzazione politica del paese. Gli Stati Uniti sono oggi divisi lungo una faglia sempre più ampia e meno suturabile. Detto altrimenti: la mobilità degli elettori da un campo all’altro si è grandemente ridotta, laddove il mitico voto indipendente tutto si rivela essere meno che centrista e moderato, ed è anzi spesso catturabile alzando la soglia retorica dello scontro e della polemica, come Trump ha dimostrato di saper fare. È questa la seconda, chiara debolezza della Clinton. Se la sfida fosse solo sulla preparazione, la competenza e, anche, la basilare civiltà dei comportamenti e del lessico utilizzato non vi sarebbe ovviamente partita. Così però non è. I due campi sono cristallizzati nelle loro posizioni, come ben rivelano i sondaggi rispetto al voto di novembre (che vedono al momento la Clinton avanti, ma di pochissimo) e, ancor più, quelli relativi al tasso di apprezzamento o meno dell’operato di Obama, da anni fermi entro una fascia di oscillazione assai più limitata che in passato (tra il 45 e il 50%), a segnalare la cronica fissità della spaccatura esistente.
Per vincere le elezioni diventa quindi necessario mobilitare appieno i propri bacini elettorali. E su questo troviamo la terza e ultima fragilità della candidata democratica. Che fatica a trascinare alle urne una fetta dei simpatizzanti democratici. E che ha di fronte un avversario capace di recuperare alla causa un pezzo, perduto, dell’elettorato repubblicano. È questo uno dei dati più sorprendenti delle primarie che hanno incoronato Trump: l’altissimo tasso di partecipazione elettorale, più che raddoppiato rispetto al 2012. Trump asserisce di poter portare alle urne milioni di nuovi elettori, compensando così la perdita di quelli allontanati dal suo messaggio violento, razzista e misogino. Si tratta di un’esagerazione e le prime analisi rivelano come la crescita dei votanti repubblicani alle primarie non sia destinata a tradursi automaticamente in un analogo aumento alle presidenziali. Trump pare però poter dare risposta a uno dei problemi che afflissero Romney nel 2012 ossia l’alto tasso d’astensionismo in un segmento non marginale dell’elettorato repubblicano: quello bianco con bassi tassi d’istruzione e reddito, che nel magnate newyorchese sembra aver trovato il suo nuovo profeta.
La corsa alle presidenziali di novembre è quindi lunga e incerta. E Hillary Clinton ha oggi più di una ragione per essere preoccupata.

Il Mattino/Messaggero, 19 Maggio 2016

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Obama e Hiroshima

Barack Obama sarà il primo presidente nella storia degli Stati Uniti a recarsi in visita a Hiroshima. Non si scuserà, Obama, nell’occasione, per il bombardamento dell’agosto 1945. È anzi probabile che la userà per ribadire l’inevitabilità di quella scelta; per tornare su un tema spesso presente nei suoi discorsi, a partire da quello pronunciato in occasione del conferimento del Nobel per la pace: la terribile necessità di essere pronti a far ricorso alle le armi, a usare la guerra e a scendere nel male, quando chiamati a farlo. Non basterà, questo, a placare le critiche di chi, dentro gli Stati Uniti, accusa il Presidente d’insufficiente patriottismo: di essere più incline a sottolineare colpe ed errori degli Usa che a celebrarne la grandezza e i meriti storici. Ma in quest’ultimo biennio presidenziale, Obama ha dimostrato di prestare poca o nulla attenzione a polemiche tanto aspre quanto spesso pretestuose; ad attacchi non di rado rozzi e pregiudiziali.
Che obiettivi si pone il Presidente e cosa spera di ottenere con questo viaggio e con un gesto la cui valenza simbolica non può comunque essere sottostimata? Tre sono le possibili risposte. La prima si lega a considerazioni di ordine geopolitico e al mutevole contesto dell’Estremo Oriente. Dove l’ascesa della potenza cinese, l’assenza di un ordine istituzionalizzato e il riaffiorare di antagonismi regionali sembrano rafforzare il ruolo di Washington come garante ultimo della sicurezza e della stabilità dell’area. Il viaggio a Hiroshima serve sì a ribadire la natura speciale della relazione tra Stati Uniti e Giappone. Ma serve anche a enfatizzare la possibilità di superare il retaggio che informa le retoriche nazionaliste di chi soffia sul fuoco delle tante tensioni interstatuali ancora esistenti: tra Cina e Giappone; Coree e Giappone; Vietnam e Cina. Andando a Hiroshima, Obama non propone certo di cancellare quella storia. Invita però a evitarne un uso strumentale, portando a modello una relazione, quella tra Stati Uniti e Giappone, che – si afferma non senza eccessi retorici – dalle ombre della storia si sarebbe in fine emancipata.
Il secondo obiettivo di Obama è legato al nucleare medesimo. Sotto la sua Presidenza, gli Usa si sono fortemente impegnati per ridurre gli arsenali e per contenere una proliferazione che – con i programmi di Iran e Corea del Nord – sembrava preludere a una nuova corsa agli armamenti. Agisce, qui, un mix d’interesse e d’ideali. Al genuino desiderio di liberare il mondo dalle armi nucleari corrisponde la piena consapevolezza che anche un limitato deterrente nazionale può ridurre la rilevanza (e la spendibilità) del principale privilegio di potenza di cui godono gli Stati Uniti: la loro indiscussa superiorità militare. La visita a Hiroshima servirà in altre parole per rilanciare una retorica anti-nucleare funzionale agli obiettivi strategici statunitensi, congruente con il discorso, ostentatamente idealista, di Obama e, anche, utile elettoralmente ai democratici, visto che sarà contrapposta alle irresponsabili considerazioni di Trump sull’opportunità che Giappone e Corea del Sud si dotino di loro deterrenti nucleari.
E questo ci porta al terzo e ultimo elemento: l’immagine internazionale degli Usa e del loro leader. Il viaggio a Hiroshima è in una certa misura la degna conclusione di una parabola iniziata con il discorso del Cairo del giugno 2009, quando Obama tese la mano al mondo mussulmano. È parte cioè di una retorica internazionalista e collaborativa che ha qualificato il lessico e la simbologia della politica estera obamiana. E che ha contributo tanto alla popolarità del Presidente quanto al ripristino dell’immagine globale degli Stati Uniti durante i suoi due mandati.

Il Giornale di Brescia, 11 maggio 2016

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Trump e Clinton

Partita chiusa, ormai in campo democratico, dove Hillary Clinton ha in tasca la nomination e, forse, anche in campo repubblicano, con Donald Trump trionfante in tutti e cinque gli stati dove si è votato martedì e sempre più vicino alla soglia fatidica dei 1237 delegati che gli daranno la maggioranza assoluta alla convention di Cleveland. L’establishment repubblicano farà (e ha fatto) di tutto per evitare questo esito; sembra però essersi ormai rassegnato, come ben rivelano gli sforzi per ripulire l’immagine di Trump: di presentarlo come un nuovo Reagan, sopra le righe sì, ma anche genuino e coraggioso. Sforzi, questi, davvero impervi. La retorica, estrema e aggressiva, del miliardario newyorchese ha matrici antiche: sta dentro la storia e la cultura politica di un pezzo d’America. Mai, però, essa era giunta così vicina alla Casa Bianca; mai un lessico così radicale e violento aveva ottenuto una simile investitura elettorale.
Le matrici di ciò sono plurime. Si sintetizzano però nella inarrestabile perdita di credibilità (e legittimità) della politica e dei suoi esponenti. Oggi tra l’80 e il 90% degli americani dà un giudizio negativo dell’operato del Congresso; a dispetto della ripresa economica e della crescita dell’occupazione, un’ampia maggioranza degli elettori repubblicani ritiene di star peggio di otto anni fa, quando Obama fu eletto; tra coloro che vogliono un outsider, un non-politico, come prossimo Presidente, Trump stravince con percentuali vicine all’80/90%.
Grossolano, volgare, estremo, il populismo di Trump beneficia pertanto di un bersaglio facile e ampio: una politica che un pezzo d’America, e della sua pancia, considera ormai corrotta, inetta e sostanzialmente irrecuperabile. Ed una politica che, in questa narrazione, trova in Hillary Clinton la sua incarnazione ultima ed emblematica. Per certi aspetti, l’ex Segretario di Stato è quindi l’avversario ideale di Trump: la figura contro il quale con più efficacia può essere dispiegata la sua offensiva populista. I sondaggi disvelano con nettezza questa vulnerabilità della Clinton: il tasso di apprezzamento dell’opinione pubblica nei suoi confronti è precipitato negli ultimi mesi, anche tra gli elettori democratici, con molti sostenitori di Sanders che minacciano di disertare le urne in novembre. Urne dove invece si potrebbero recare in massa quegli elettori – in maggioranza bianchi con bassi livelli d’istruzione e reddito – che Trump sembra avere recuperato alla causa. È questo uno dei dati più sorprendenti (e sottaciuti) delle primarie repubblicane, contraddistinte da livelli di partecipazione al voto senza precedenti, con una percentuale complessiva che è quasi raddoppiata tra il 2012 e il 2016.
Può bastare tutto ciò per compensare le tante debolezze di Trump? La risposta, a oggi, non può che essere negativa. Con la sua misoginia e il suo razzismo, il miliardario newyorchese ha di fatto alienato pezzi cruciali dell’elettorato, su tutti quello femminile e quello ispanico. Le donne costituiscono una netta maggioranza dell’elettorato (il 53% sia nel 2008 sia nel 2012), votano in prevalenza democratico, tanto da essere risultate decisive nelle due vittorie di Obama, e danno per il 70% o più un giudizio fortemente negativo di Trump. Non potrebbe essere altrimenti, considerando la lunghissima lista d’insulti misogini che ne hanno contraddistinto la vita pubblica e, oggi, l’impegno politico. Quanto agli ispanici – per lo più cittadini d’origine messicana e centro-americana per i quali la questione nodale è l’immigrazione – le posizioni xenofobe e intransigenti di Trump li hanno spinti ancor più verso il partito democratico. Stiamo parlando di un 11/12% del corpo elettorale, maggiormente concentrato in alcune aree e, soprattutto, in alcuni stati che potrebbero risultare decisivi in novembre, come il Colorado e la Florida.
A fronteggiarsi, dunque, sono per molti aspetti due candidati deboli e vulnerabili. In una contesa, però, nella quale la debolezza di Trump sembra essere maggiore e, per molti aspetti, strutturale.

Il Mattino, 28 aprile 2016

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Trump e i repubblicani

La si attendeva, una netta vittoria di Donald Trump nel suo stato di New York. Ma la portata di questa vittoria e la debacle del suo principale avversario, Ted Cruz, sono ben più ampie delle previsioni. Trump ha ottenuto il 60.5% dei voti e circa 90 dei 95 delegati assegnati da queste primarie, conquistando chiare maggioranze in tutti i segmenti dell’elettorato, con il consueto surplus tra gli elettori con un basso livello d’istruzione (dove ha sfiorato il 70%).
Il cammino verso la nomination rimane nondimeno stretto e difficile. Trump dovrà vincere con ampi margini negli stati del nord-est dove si voterà martedì prossimo, tra i quali il Connecticut, il Maryland e la Pennsylvania. Soprattutto, dovrà ottenere un ottimo risultato nel voto cruciale dell’Indiana del 3 maggio prossimo, in un terreno a lui più sfavorevole rispetto a quello di martedì. Le regole del voto – talora bizzarre e arcane – variano radicalmente da stato a stato, ma tutte le proiezioni mostrano come Trump debba continuare a ottenere nette maggioranze per superare la soglia fatidica di 1237 delegati, necessaria per essere eletto al primo turno durante la convention di Cleveland. Se ciò non dovesse avvenire, se – soprattutto – la distanza da quella soglia fosse nell’ordine della cinquantina di delegati, le sue possibilità diminuirebbero radicalmente. I partecipanti alla convention sono vincolati all’esito delle primarie del loro stato solo nel primo turno di voto; dalla seconda tornata questo vincolo scompare. Sappiamo che la disorganizzazione della macchina elettorale di Trump, la spregiudicatezza di Cruz e il disperato desiderio dell’establishment repubblicano di evitare la candidatura del miliardario newyorchese hanno già contribuito a selezionare delegazioni statali dominate dagli anti-trumpiani. In altre parole, a Trump non basterà vincere, anche largamente. Dovrà dominare la competizione, come ha fatto l’altro ieri.
Ma come si spiega questo suo successo? Cosa ci dice dello stato del partito repubblicano? In caso di nomination, quante possibilità ha Trump in una sfida contro Hillary Clinton, che col voto di ieri si è quasi certamente assicurata la candidatura democratica?
Trump domina perché il suo messaggio, populista e antipolitico, appare l’unico capace di offrire un comune denominatore ampio e trasversale, socialmente, politicamente e geograficamente. Non altrettanto si può dire di quello dei suoi due avversari rimasti. Il governatore dell’Ohio John Kasich è esponente di un fronte repubblicano moderato fattosi ormai strutturalmente minoritario nel partito (non è un caso che l’unico distretto elettorale dello stato di New York non vinto da Trump – la ricca Manhattan – sia andato a Kasich). Il radicalismo conservatore e religioso di Cruz lo chiude a sua volta dentro un recinto non espandibile, come ben evidenziano i suoi successi al sud e le sue pesanti sconfitte altrove (a NY si è fermato addirittura al 14.5% e a 0 delegati).
Questi dati ci mostrano come Trump sia espressione di una cultura e di una retorica oggi egemoni dentro la destra statunitense e non un fenomeno eccentrico emerso dal nulla. Cultura e retorica, queste, che i repubblicani si sono illusi di poter controllare e utilizzare contro Obama, con un’opposizione tanto pregiudiziale quanto rigida e spesso ottusa, finendo però per creare un mostro che è in ultimo sfuggito al loro controllo. Laddove Trump ottenesse la nomination è probabile si assista a una significativa defezione dentro il fronte repubblicano e che molti suoi elettori scelgano di disertare le urne o addirittura votare per la Clinton. Trump spera di compensare tutto ciò mobilitando un elettorato apatico ed arrabbiato che il suo messaggio è riuscito finora a intercettare e far votare (un dato, questo, spesso sottaciuto: il numero di votanti alle primarie repubblicane di New York è stato ad esempio di sette volte superiore a quello del 2012). Ma è dubbio che ciò possa bastare, soprattutto se consideriamo l’immagine estremamente negativa di Trump, in generale e ancor più tra le donne, che sono oggi maggioranza nel paese e che nel 2012 contribuirono in maniera decisiva al successo di Obama.

Il Messaggero, 21 aprile 2016

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Sanders in Vaticano

Bernie Sanders ha sorpreso molti con la sua decisione di sospendere per un giorno la campagna elettorale e volare a Roma per partecipare alla conferenza organizzata dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali in occasione del venticiquennale dell’enciclica “Centesimus Annus”. Una conferenza di taglio piuttosto accademico, questa, durante la quale Sanders ha parlato per una quindicina di minuti su “l’urgenza di un’economia morale”. Nelle intenzioni del senatore del Vermont e del suo entourage l’evento doveva però garantire un preciso ritorno politico e d’immagine, spendibile anche nell’immediato delle primarie. Papa Francesco è infatti figura molto popolare negli Stati Uniti; i sondaggi Gallup immediatemente successivi al suo viaggio americano dell’autunno scorso indicavano come ben il 70% degli americani avesse un’opinione favorevole su di lui e appena il 17% lo giudicasse invece negativamente; Sanders non manca occasione per rivendicare la convergenza di vedute con Francesco – del quale si proclama “grande fan” – e il comune impegno contro la diseguaglianza: “a quelli che sostengono che Sanders sia radicale”, ha affermato l’aspirante Presidente, “consiglio di leggere ciò che dice il Papa”.
Ecco perché il viaggio italiano ha rappresentato tutto fuorché un diversivo rispetto alla competizione, fattasi sorprendentemente serrata, per la nomination democratica. Le possibilità di Sanders di sconfiggere Hillary Clinton rimangono in realtà assai esigue. E dipendono in modo decisivo da una vittoria alle primarie di New York del 19 aprile prossimo. Quello di New York è uno degli stati dove maggiore è la presenza di cattolici, che costituiscono quasi il 40% della popolazione totale (sono tra il 20 e il 25% a livello nazionale). Pochi giorni più tardi si tornerà a votare in altri stati a consistente maggioranza cattolica, come il piccolo Rhode Island (54% di cattolici), il Connecticut (40%) e la Pennsylvania (29%). Vi sembra essere, in altre parole, un calcolo politico preciso e piuttosto disinvolto. Non a caso Sanders ha continuato a ipotizzare la possibilità d’incontrare, sia pur brevemente, Papa Francesco: “sarei molto orgoglioso se ciò accadesse”, ha affermato non più tardi di mercoledì, anche se nessun incontro era ufficialmente previsto e già nei giorni scorsi dal Vaticano ci si era affrettati a sottolineare come l’invito fosse partito dagli organizzatori del convegno e non certo dal Pontefice.
E però vi sono dei rischi di fronte a una decisione che potrebbe portare pochi vantaggi a Sanders e rivelarsi, al contrario, addirittura controproducente. Vi è in primo luogo la realtà di un mondo cattolico statunitense oggi assai complesso ed eterogeneo, sempre meno condizionato nelle sue scelte di voto dall’affiliazione religiosa. Un elettorato, questo, non necessariamente ricettivo al messaggio sociale del Papa e, ancor meno, al tentativo di Sanders di appropriarsene. In fondo, lo stato a maggiore presenza cattolica (41%) dove finora si è votato, il Massachusetts, è anche quello in cui Hillary Clinton ha ottenuto il miglior risultato fuori dal Sud, dove l’ex segretario di Stato ha dominato la contesa e costruito la solida maggioranza di delegati di cui dispone oggi. In secondo luogo va aggiunto il rischio che quella di Sanders sembri un’iniziativa patentemente strumentale: appaia espressione di quella politica spregiudicata contro la quale il senatore del Vermont tuona quotidianamente. Sanders – che sarebbe il primo ebreo candidato alla Presidenza da uno dei due principali partiti – è stato fino ad ora molto attento a evitare di portare la religione dentro il dibattito elettorale, venendo addirittura criticato per la presunta ritrosia a riconoscere la sua ebraicità. In una campagna elettorale costruita in contrapposizione al freddo cinismo della Clinton, il viaggio romano sembra però normalizzare e in una certa misura finanche abbruttire Sanders. Forse è l’effetto inevitabile dell’asprezza delle primarie; o forse l’aura di santità di cui si è spesso ammantato il senatore del Vermont appartiene più ai luoghi della sua visita romana che a quelli, terreni e brutali, dello scontro politico.

Il Messaggero, 16 aprile 2016

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La corsa affannata di Renzi

Questo nuovo viaggio americano di Matteo Renzi sembra seguire un canovaccio ormai consolidato. Vi è in primo luogo l’incontro con una qualche eccellenza italiana nel mondo, in questo caso il futuristico impianto ibrido di fonti rinnovabili costruito da Enel Green Power in Nevada. Vi sono le occasioni pubbliche in centri di ricerca e università (nel suo personalissimo inglese, migliorato ma ancora molto maccheronico, Renzi ha parlato nell’occasione a Harvard). Vi sono i momenti spettacolo: il jogging sul lungolago di Chicago assieme al sindaco della città, Rahm Emanuel; l’incontro alla scuola italiana; la serata chiusa a cantare “sweet home Chicago”; l’immancabile foto con Obama. E vi è, infine, il summit internazionale: quello sul nucleare di Washington dove, Renzi fa però capire, si affronteranno informalmente anche dossier importanti per l’Italia, a partire ovviamente da quello libico.
La strategia politica e comunicativa è abbastanza chiara. L’America rappresenta lo specchio nel quale la nuova Italia, e il suo dinamico leader, s’intendono riflettere, per mostrare all’opinione pubblica, italiana ma anche internazionale, i risultati raggiunti e le potenzialità accese. In questa narrazione – in questo storytelling direbbe Renzi – l’Italia renziana combina diversi elementi che il viaggio americano illustra e magnifica. È l’Italia che scommette sul suo genio e sulla sua intraprendenza per affermarsi nel mondo, anche nei settori a più alto contenuto tecnologico come l’appalto vinto da Enel in Nevada rivela. È l’Italia che a questo mondo può dare del tu: perché lo conosce, ne è parte e può addirittura ambire a guidarlo. È l’Italia che finalmente attrae interesse, intelligenze e investimenti, tanto che un accordo è stato siglato con il Watson Center della IBM che creerà un proprio centro europeo nel tecnopolo dell’area ex Expo a Milano. Ed è, infine, l’Italia capace di sedersi al tavolo dei grandi e avere voce in capitolo su problemi nodali, siano essi la questione libica, la non proliferazione nucleare o la crisi siriana.
“Per la mia squadra è venuto il momento di correre” perché questa “è la soluzione in un mondo globalizzato” ha affermato Renzi in margine all’incontro con l’amministratore delegato dell’IBM Genny Rometti. Ma quanto e come corre davvero questa Italia renziana? Quanto è credibile nel suo ruolo di statista e d’innovatore cosmopolita il nostro Presidente del Consiglio?
Simbologia per simbologia, l’affannata e incerta corsa mattutina a Chicago è lì a indicarci tutte le potenziali contraddizioni di questa narrazione. Il passo pesante e sbilenco e l’improbabile postura podistica del Presidente del Consiglio sembrano dirci che lo scarto tra rappresentazione e realtà rischia di essere ancora molto ampio: che l’Italia americana di Renzi sia oggi al meglio un’aspirazione e al peggio una proiezione più che una distinta possibilità e tanto meno la realtà. Che a rappresentarla e promuoverla sia un uomo di suo assai poco internazionalizzato e “globale” come Renzi – formatosi e cresciuto dentro gli spazi angusti, protettivi e autoreferenziali della provincia italiana – appare in sé indicativo. Questo scarto tra desideri e possibilità ci viene in fondo crudamente ricordato dall’ennesimo episodio di malgoverno italiano, quello che ha coinvolto la ministra Guidi. In un mondo globalizzato si deve effettivamente provare correre, su questo Renzi ha ragione. Ma per il momento la corsa appare spesso ancora molto goffa e ansimante.

Il Giornale di Brescia, 3 aprile 2016

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