Patriottismo populista

È stato soprattutto un discorso elettorale, quello pronunciato ieri da Barack Obama. Per molti aspetti si è trattato anzi della prima salve della lunga campagna elettorale che si chiuderà il 6 novembre prossimo. Utile quindi per capire come sarà impostata dal presidente questa campagna, su questioni interne così come sulla politica estera.
In un passaggio emblematico, relativo all’economia e alla necessità di ripristinare eguali opportunità per tutti in America, Obama ha affermato che la posta in palio “sono valori americani”, di proprietà “né dei democratici né dei repubblicani”. “Possiamo accettare l’idea di un paese dove un numero calante di persone sta molto bene e uno crescente fatica a stare a galla” – ha dichiarato Obama – “o possiamo ripristinare un’economia dove a ognuno è data una possibilità, ognuno ottiene la sua parte e ognuno gioca con le stesse regole”.
Una affermazione, questa, che aiuta a comprendere la cifra del messaggio obamiano e la strategia che quasi certamente ne informerà la retorica elettorale. Perché quello di Obama è, o quantomeno ambisce a essere, una sorta di patriottismo populista: capace di parlare alla pancia del paese, intercettandone le paure e i malumori, e di rovesciare a proprio vantaggio quel rigetto della politica che la destra repubblicana ha sfruttato abilmente dopo il 2008.
Ecco perché il tema della diseguaglianza viene posto con tanta enfasi al centro della scena. Una diseguaglianza macroscopica, cresciuta a dismisura nell’ultimo quarantennio, quando il reddito dell’1% più ricco è aumentato di quasi il 300% e quello del 20% più povero di appena il 18%. E una diseguaglianza tollerabile e giustificata in anni di crescita e apparente mobilità sociale, ma semplicemente inaccettabile quando la crisi economica manda il paese in profonda sofferenza, come è avvenuto dopo il 2008. Obama ha quindi facile gioco nel denunciare un sistema fiscale iniquo e regressivo, dove i multimilionari – a partire dal probabile avversario repubblicano, Mitt Romney – pagano in tasse la metà o meno di lavoratori autonomi e dipendenti che hanno redditi di cento o più volte inferiori (nel 2010-11, Romney ha dichiarato di 22 milioni di dollari all’anno, sul quale ha pagato solo il 14% di tasse, grazie a varie detrazioni e alla bassa tassazione dei redditi da capitale; le imposte sui redditi tra i 34mila e 174mila dollari stanno invece oggi tra il 25 e il 28%).
Anche grazie alla forte mobilitazione pubblica dell’ultimo anno, il tema delle sperequazioni sociali ha acquisito una assoluta centralità. E per la prima volta dopo molti anni, una chiara maggioranza dell’opinione pubblica sembra schierata a favore di posizioni che sollecitano una correzione quantomeno parziale di queste storture. In altre parole, è oggi elettoralmente conveniente denunciare la diseguaglianza e chiedere – come fa Obama – di correggere quelle distorsioni del codice fiscale che l’alimentano ed esasperano.
Spostato sul terreno della politica estera, questo discorso si traduce nella promessa – riaffermata ieri da Obama – di tutelare e proteggere l’economia statunitense, difendendola da forme di concorrenza sleale, delocalizzazione produttiva e politiche monetarie scorrette (il riferimento è ovviamente alla Cina e al valore artificialmente basso del Renminbi). Non sono mancati, nel discorso, riferimenti ai tanti successi di politica estera, che costituisce paradossalmente, uno dei principali punti di forza di Obama. E non è mancato il dovuto cenno alla solidità delle alleanze storiche degli Usa, in Europa, in Asia e nelle Americhe. Ma i toni genericamente protezionisti e difensivi di Obama sulle questioni relative all’economia internazionale rivelano uno dei possibili rischi di questa sua svolta. Che essa, cioè, vada a colpire rapporti internazionali già tesi e complicati, bisognosi di forme più intense di collaborazione multilaterale e non dell’adozione di pericolose scorciatoie unilaterali.

 

Il Messaggero, 26 gennaio 2011

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Le primarie repubblicane

A questo punto è improbabile che Mitt Romney non conquisti la nomination repubblicana. Ed è altresì possibile che la contesa si chiuda ancor prima di quanti molti non ritenessero possibile solo poche settimane fa. Laddove Romney ottenesse un buon risultato in South Carolina (21 gennaio) e trionfasse, come indicano i sondaggi, in Florida (31 gennaio) la partita sarebbe chiusa ancor prima di essere iniziata.
Cosa ci dicono quindi queste primarie rispetto all’attuale quadro politico statunitense e alla lunga campagna presidenziale prossima ad iniziare? Quali sono le possibilità dei repubblicani di sconfiggere Obama e riconquistare la Casa Bianca? Romney ha in fondo un passato assai moderato e centrista, laddove invece il partito repubblicano si è spostato decisamente a destra nell’ultimo decennio, come toni e contenuti di queste primarie hanno ben mostrato.
Da questa potenziale contraddizione si possono trarre almeno tre considerazioni. La prima è che questo spostamento a destra sia più complesso e sfaccettato di quanto non appaia e che ciò stia determinando una trasformazione del conservatorismo statunitense. Per le sue passate, ancorché oggi rinnegate, posizioni su aborto e unioni omosessuali, oltre che per la sua fede mormone, Romney è fortemente inviso a settori importanti della destra cristiana. Una destra, questa, che sta oggi montando un ultimo, disperato tentativo per ostacolarne la vittoria. Si tratta però di una destra non solo divisa, ma anche minoritaria: nel partito e, ancor più, in un paese che sui cosiddetti temi etici si è fatto negli ultimi decenni sempre più liberale.
La seconda considerazione riguarda il peso dell’establishment politico ed economico repubblicano. Non si tratta ovviamente di un monolite e le linee di frattura sono molteplici, a seconda delle regioni e degli interessi. Nondimeno, un blocco largamente maggioritario di questo establishment si è schierato con Romney, appoggiato da importanti settori economici e da quasi tutti i più importanti maggiorenti repubblicani, senatori e governatori, convinti che Romney sia il candidato che ha più probabilità di sconfiggere Obama in novembre. Quando sono emerse possibili alternative a Romney – in particolare l’unico suo sfidante serio e pericoloso, l’ex speaker della Camera Newt Gingrich – questo establishment  si è mosso con brutale efficacia, seppellendole sotto una valanga devastante di pubblicità negativa. Si conferma, in altre parole, la difficoltà di promuovere “insorgenze” anti-establishment, in particolare dopo che una sentenza della Corte Suprema ha rimosso i limiti alle spese in campagna elettorale di gruppi privati (le “Super-Pac”) formalmente non affiliati con alcun candidato.
La terza e ultima considerazione riguarda però la difficoltà di fare politica oggi in un paese dove il rigetto della politica e delle istituzioni è davvero forte. Ne consegue spesso l’incapacità di selezionare una classe politica all’altezza del compito, come le primarie repubblicane di nuovo hanno ben mostrato. I risultati migliori sono stati finora ottenuti da due candidati – Mitt Romney e il deputato ultra-libertario del Texas, Ron Paul – che di questi tempi quattro anni orsono erano già fuori dalla contesa. Governatori importanti e influenti e astri nascenti della politica hanno deciso di non correre. Lo spazio è stato così occupato da onesti mestieranti (Rick Santorum), personaggi che sembravano essere usciti dalla politica per sempre (Gingrich) e figure francamente imbarazzanti (la deputata Michelle Bachmann, l’uomo d’affari Herman Cain, persino il magnate Donald Trump).
Anche per questo, Obama rimane oggi favorito, a dispetto della sua scarsa popolarità e dei suoi numerosi errori. Di tutti i suoi avversari possibili, Mitt Romney è però di gran lunga il più forte e pericoloso. Si preannuncia quindi una campagna elettorale lunga, battagliata e, si spera, di livello un po’ superiore a quella delle primarie repubblicane.

Il Giornale di Brescia, 18 gennaio 2012

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Il voto in Iowa

L’Iowa non si smentisce. Nei suoi bizzarri caucus non si conquista la nomination, ma si può perderla prima ancora di iniziare a votare davvero, come Mitt Romney – ora più che mai indiscusso favorito – scoprì quattro anni orsono. Escono quindi subito dalla contesa la pasionaria deputata ultraconservatrice  Michelle Bachmann e, soprattutto, il governatore del Texas Rick Perry, la vera alternativa di Romney a destra, oltre che l’unico in grado di pareggiarne le straordinarie risorse economiche.

Per pochissimi voti Romney ha la meglio sull’ex senatore della Pennsylvania, Rick Santorum, capace d’intercettare il voto della destra cristiana, tradizionalmente ben rappresentata tra l’elettorato repubblicano dell’Iowa. Poco più indietro si colloca Rick Paul, deputato isolazionista, libertarian e anti-proibizionista che piace all’elettorato giovane e anti-establishment. Difficile che la corsa di Santorum e, ancor più, Paul possa però durare a lungo. Troppo eccentrico il secondo, sui temi etici così come sulla politica estera, per gli standard dei repubblicani; debole, privo di risorse e carisma il primo, che solo nel 2006 perdeva con quasi venti punti di scarto il suo seggio senatoriale, la più ampia sconfitta di un senatore in carica nella storia della Pennsylvania.

Oltre all’ex governatore dello Utah (e ambasciatore di Obama in Cina), Jon Huntsman, che in Iowa ha deciso di non correre e punta tutto su di un buon risultato in New Hampshire, rimane solo l’ex speaker della Camera, Newt Gingrich. Gingrich era cresciuto rapidamente nei sondaggi, grazie alle sue eccellenti performance nei dibattiti televisivi, salvo poi essere travolto da una valanga di pubblicità negative e attacchi personali, finanziati da gruppi privati (le cosiddette “SuperPacs”) legati ai suoi avversari, Romney in particolare. Dal voto in Iowa, Gingrich esce fortemente ridimensionato, ma non completamente sconfitto. Se regge in New Hampshire, dove ha raccolto l’appoggio dell’importante quotidiano conservatore “Manchester Union Leader”, e poi riesce a vincere nel primo stato del sud dove si vota, la South Carolina, Gingrich potrebbe provare ad allungare una contesa il cui esito, al momento, appare davvero scontato.

Il voto in Iowa è rilevante per diversi aspetti e ci dice molto sul partito repubblicano e, più in generale, sullo stato di salute della democrazia statunitense. I repubblicani appaiono estremamente frammentati e divisi. Romney vince l’Iowa pur ottenendo, in percentuale, meno voti rispetto al 2008, quando giunse secondo e vide implodere le sue speranze di conquistare la nomination. L’elettorato di destra ha cercato invano un’alternativa a Romney, individuandola infine – più per disperazione che per convinzione – in Santorum. Che una figura non più giovane, borderline, e invero alquanto bizzarra, come Ron Paul possa essere in corsa la dice lunga sui travagli dei repubblicani (nel 2008, Paul ottenne meno della metà dei voti conquistati quest’anno in Iowa). Certo, l’ostilità nei confronti di Obama e il desiderio di riconquistare la Casa Bianca sono collanti forti, che ricompatteranno in una qualche misura il partito. Per il suo passato moderato, i suoi frequenti mutamenti di posizione e il suo straordinario deficit di carisma e fascino, Romney non appare però figura in grado di accelerare o agevolare questo ricompattamento.

L’Iowa ci lascia intendere, inoltre, che la campagna del 2012 sarà tanto brutale quanto straordinariamente costosa. La recente sentenza con cui la Corte Suprema ha rimosso qualsiasi limite alle spese elettorali di gruppi privati formalmente indipendenti  ha contribuito e contribuirà a questo abbruttimento. 6 milioni di dollari sono stati spesi nella campagna in Iowa solo per pubblicità televisive; i 2/3 di queste hanno avuto un contenuto negativo che, in circa la metà dei casi, era indirizzato verso Gingrich. Aspettiamoci di tutto nei mesi a venire: Romney, ad esempio, ha già lanciato una serie di pubblicità anti-Obama che mistificano dichiarazioni fatte in passato dal Presidente, stravolgendone il senso e il contenuto.

Obama e democratici osservano con preoccupazione quanto sta avvenendo. Sanno che le divisioni e le debolezze dei repubblicani sono la loro maggiore risorsa in questo momento. Speravano, però, nell’ascesa di un candidato alternativo a Romney, capace di allungare le primarie e renderle ancor più aspre e divisive. Il voto di ieri in Iowa ci dice che quasi certamente ciò non avverrà.

Il Mattino/Il Messaggero, 5 gennaio 2012

 

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Obama e i repubblicani

Gli ultimi sondaggi rivelano una crescita, sia pure limitata, del consenso nei confronti di Obama, il cui operato viene ora giudicato positivamente dal 45% degli elettori (era il 40 solo qualche settimana fa). La fiducia nei confronti del presidente e dei rappresentanti democratici al Congresso è inoltre assai superiore a quella verso i repubblicani (41 a 34).

Quando Obama annunciò la sua ricandidatura, nell’aprile scorso scorso, pochi avrebbero scommesso sulla possibilità di una sua sconfitta. La terribile estate di Obama, culminata con la debacle durante il negoziato sull’aumento del tetto del debito, rese questa eventualità non solo meno remota, ma addirittura probabile. I tassi di popolarità del presidente scesero ai loro minimi storici e da più parti si cominciò a paragonare Obama a Jimmy Carter, l’ultimo presidente democratico a non essere rieletto. Le proiezioni mostrarono allora come Obama avesse praticamente bruciato il vantaggio di cui godeva nei confronti del più accreditato avversario repubblicano, l’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney.

Queste oscillazioni rivelano l’estrema volubilità di un’opinione pubblica spaventata dalla crisi, delusa dai propri rappresentanti e certo influenzata dalle modalità spesso urlate e grossolane con cui i media rappresentano e raccontano la politica negli Usa. Una volubilità dalle evidenti implicazioni elettorali, come si è ben visto nei risultati altalenanti delle ultime consultazioni.

Vari fattori hanno avvantaggiato Obama in queste settimane. Il presidente è riuscito a risollevarsi dal baratro in cui sembrava essere precipitato in agosto grazie ai discreti dati dell’economia e alle loro ricadute sulla disoccupazione (scesa in un anno dal 9.8 all’8.6%). Sembra inoltre avere un effetto positivo la scelta di Obama di abbandonare la cautela e moderazione dell’ultimo anno e fare proprio un tema – quello della lotta alla disuguaglianza – che ha acquisito una rinnovata centralità nel discorso pubblico e che è, oggi, quello più sentito dagli elettori sotto i trent’anni. Per poter vincere nel 2012, Obama ha infatti assoluto bisogno del voto under 30, che tanto contribuì alla sua elezione nel 2008 (il 66% degli elettori con meno di 30 anni votò per Obama, solo il 31% per McCain) e che disertò invece in massa le urne nel 2010, anche perché disilluso da molte scelte del presidente (l’astensione fu dell’80% contro il 49 del 2008 e il 26 delle precedenti elezioni di mid-term del 2006).

Questa parziale ripresa di Obama sembra però essere dovuta anche a un terzo, forse ancor più rilevante fattore: la pochezza e gli errori dei suoi avversari. Al congresso, l’ostruzionismo repubblicano e la paralisi decisionale che ne è conseguita sta irritando sempre più l’opinione pubblica. I leader del partito, a partire dallo speaker della Camera John Boehner, ne sembrano consapevoli, ma sono ostaggio di una minoranza tanto radicale, quanto inflessibile e dogmatica. Questa assenza di leadership si è manifestata anche nelle primarie, dove il candidato in pectore, Mitt Romney, appoggiato da tutti i maggiorenti repubblicani non è ancora riuscito a spiccare il volo e rimane inviso a una parte rilevante dell’elettorato conservatore. Le primarie, peraltro, sono state caratterizzate da momenti a dir poco imbarazzanti, che hanno alimentato molti dubbi sulla possibilità che il partito repubblicano sia in grado di esprimere un candidato autorevole e all’altezza. Dentro un confronto spostatosi a destra come probabilmente mai prima di oggi, gli aspiranti presidenti hanno fatto fatica a collocare la Libia su una carta geografica, dibattuto l’eventualità di un attacco nucleare iraniano agli Stati Uniti, condiviso la preoccupazione per possibili infiltrazioni negli Usa di agenti iraniani addestrati in Venezuela, proposto la deportazione di una dozzina di milioni di immigrati messicani (sul cui lavoro si regge l’economia di alcune parti del paese), chiesto l’abolizione della Federal Reserve, del dipartimento dell’Energia e di quello dell’Istruzione, invocato il ritorno al gold standard. Inevitabile che gli elettori osservino perplessi, se non scioccati, questo spettacolo. Inevitabile che ne tragga vantaggio un presidente, di suo oggi non particolarmente forte né autorevole.

Il Messaggero, 30 dicembre 2011

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L’incontro Geithner-Monti

L’incontro tra Mario Monti e il segretario del Tesoro statunitense Timothy Geithner non ha rappresentato in sè nulla di straordinario o di atipico. Nel suo viaggio europeo Geithner sta incontrando i principali leader dei paesi europei con l’intento di sollecitarli ad adottare forme più incisive di risposta alla crisi del debito. Gli Usa, e l’amministrazione Obama, osservano infatti la complessa situazione europea con attenzione e preoccupazione crescenti. Sanno che nella rete d’interdipendenze correnti eventual default europei, e una conseguente crisi dell’euro, avrebbero riverberi globali e finirebbero per colpire pesantemente gli stessi Stati Uniti. Numerosi istituti finanziari statunitensi sono oggi esposti con investimenti in titoli europei. Dopo il 2008, la moneta unica è parsa anzi rappresentare una forma d’investimento sicura: una delle poche certezze in mezzo alla temperie di allora. Acquistare titoli nazionali europei apparve all’epoca una scelta non solo saggia, ma finanche cauta e conservativa. Salvo poi vedere fallire grandi broker, come “MF Global” guidata dall’ex amministratore delegato di Goldman Sachs (oltre che governatore e senatore del New Jersey), Jon Corzine, che proprio in Europa (e sull’Europa) avevano pesantemente investito e scommesso.

Ai possibili riverberi finanziari, al rischio cioè che la crisi del debito in Europa si estenda a banche e investitori statunitensi, si sommano quelli commerciali. Una nuova recessione europea andrebbe a colpire una ripresa economica globale che si muove lentamente e a singhiozzo. Con essa diventerebbe virtualmente impossibile un’uscita dalla crisi degli stessi Stati Uniti. Sulla quale, è bene ricordarlo, Obama si gioca probabilmente la rielezione nel 2012. Criticato da chi, come Giscard d’Estaing, lo considera un’indebita ingerenza esterna, lo spiegamento di forze statunitensi in Europa (il vice-presidente Biden era ad Atene, lunedì scorso per incontrare il primo ministro Papademos) si spiega anche con considerazioni di tipo elettorale, come hanno peraltro candidamente ammesso alcuni consiglieri di Obama. Se l’Europa entra in recessione diventerà quasi impossibile per gli Usa avere l’ulteriore, ancorché limitata, riduzione del tasso di disoccupazione di cui Obama ha disperato bisogno. Infine, i riverberi potrebbero non essero solo economici ed elettorali, ma anche geopolitici. Le relazioni transatlantiche rischiano infatti di risultare ulteriormente danneggiate da una crisi europea, proprio quando Europa e Stati Uniti si trovano a fronteggiare un complesso arco di crisi e instabilità, che si estende dal Nord Africa al Medio Oriente finanche alla Russia.

In tutto ciò, l’Italia rappresenta ovviamente l’anello debole: la casella che potrebbe far crollare l’intero domino. L’endorsement pubblico di Geithner a Monti – figura, ha dichiarato il segretario del Tesoro statunitense, dotata “di molta credibilità nel mondo” – serve a rafforzare il nostro Primo Ministro, fuori e dentro l’Italia. E serve a ribadire ad Angela Merkel quale è la posizione degli Stati Uniti, che alla Germania chiedono di abbandonare finalmente rigidità e dogmatismo, per salvare l’Europa e l’euro e, incidentalmente, aiutare Obama alle urne. Non esplicitato ma evidente vi è però anche un ultimo aspetto nella visita di Geithner che non può passare inosservato. Ci piaccia o non ci piaccia, difficilmente la Casa Bianca si sarebbe esposta (e si sarebbe potuta esporre) così se vi fosse stato ancora Berlusconi a Palazzo Chigi. E questo ci ricorda ancora quanto abbiano pesato le dinamiche esterne nell’ultima crisi politica italiana e cosa voglia dire, oggi, stare entro un sistema internazionale sempre più condizionante in termini di vincoli e di sovranità.

Il Messaggero, 9 dicembre 2011

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New York e il Futuro

New York incarna e simboleggia come pochi altri luoghi la ricchezza, il dinamismo, la diversità, ma anche i paradossi e le contraddizioni degli Stati Uniti.

È stata capace di uscire dalla drammatica crisi urbana degli anni Settanta/Ottanta, da una microcriminalità diffusa e dall’epidemia di crack e altre droghe che l’avevano resa quasi invivibile. È tornata ad essere città-mondo: luogo di riferimento per il resto del paese e del pianeta. Si è risollevata più rapidamente del previsto dopo l’11 settembre. Il suo mercato immobiliare ha retto come nessun altro l’urto del post-2007. In un’America che sta abbandonando i sobborghi e riscoprendo i vantaggi della vita urbana, New York rimane, assieme a San Francisco, la città dove è più facile muoversi a piedi e con mezzi pubblici (quasi l’80% delle famiglie di Manhattan e più del 50% di quelle di New York non possiedono un’automobile).

Ma è anche un luogo dove opera una metropolitana malandata e spesso inaffidabile; dove vi sono quartieri a oggi inavvicinabili; dove secondo l’ultimo censimento il 20% della popolazione (1 milione e 600mila persone) vive sotto la soglia della povertà; dove i macroscopici squilibri sociali dell’America odierna sono visibili come da nessuna altra parte; dove la polizia spesso gode di una sorte d’impunità, che le permette comportamenti inaccettabili; dove i tempi biblici di costruzione della nuova Freedom Tower a Ground Zero ci ricordano quanto farraginosa  e inefficiente possa essere la democrazia statunitense in azione.

Eppure a New York, forse più che altrove, si può sempre toccare con mano il desiderio degli Stati Uniti non solo di guardare al futuro, ma di provare a immaginarlo e finanche realizzarlo, spesso recuperando e reinventando pezzi di un passato che sembrava dismesso per sempre. Nel 2009 è stato inaugurato il parco della High Line, la vecchia ferrovia sopraelevata che dagli anni trenta agli anni Ottanta serviva per trasportare carne e prodotti caseari nella parte sudoccidentale della città. Un progetto urbanistico visionario e quasi folle – quello di recuperare una linea ferroviaria per realizzarvi un parco pubblico – risoltosi in uno straordinario successo, anche grazie al convinto sostegno del sindaco Michael Bloomberg: a oggi l’High Line attrae centinaia di migliaia di persone, è presa a modello da molte altre città, promuove varie iniziative culturali e sta, di fatto, trasformando una parte del quartiere di Chelsea.

La High Line è però solo il caso più famoso di questa costante voglia d’inventare, ripensarsi, proiettarsi in avanti. In queste settimane il comune di New York si trova a dover scegliere il progetto vincente per il recupero di una parte di Roosevelt Island, l’isola nello East River, tra Manhattan e il Queens. Sussidiato in forma di concessione gratuita e d’impegno a investimenti infrastrutturali, il progetto prevede la creazione di un centro di ricerca universitaria high tech capace in prospettiva di attrarre ulteriori intelligenze e capitali a New York. Le futuristiche proposte avanzate da università come Cornell, Stanford e Columbia – dagli avanzatissimi standard bio-architettonici – rivelano ancora una volta cosa possa fare una virtuosa e coraggiosa collaborazione tra pubblico e privato.

Nel mentre, il modello della High Line ha scatenato uno spirito emulativo, espressosi in una miriade di progetti che, in scala, sperano di replicarne il successo. Progetti che aspirano a recuperare e adattare ciò che solo poco tempo fa appariva perso per sempre. È questo il caso del “Delancey Underground”, un sottopasso nello East Village, usato un tempo come deposito di carrozze della metropolitana e poi abbandonato. Allo studio è un progetto per fare del “Delancey Underground” un parco sotterraneo: una specie di Low Line capace di usare tecnologia a fibre ottiche per illuminare naturalmente il sottopasso e permettere che vi cresca vegetazione. Un progetto più ambizioso, se possibile, della stessa High Line, ma che ha già raccolto capitali e appoggi politici.

Una città di contraddizioni e ineguaglianze, New York, dove ogni appartamento che si rispetti ha la sua felice famigliola di topi, dove gli spostamenti sono scanditi dal cigolare (e dai ritardi) di una metropolitana inaugurata più di un secolo fa, ma capace di operare 24 ore al giorno e di trasportare quotidianamente tra i 4 e i 5 milioni di passeggeri. Una città dove non ci si stanca però mai d’immaginare il futuro e di provare a realizzarlo.

Il Messaggero, 29 novembre 2011

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Ohio

Sarebbe ingenuo leggere in chiave 2012 il referendum che in Ohio ha affossato la legge, recentemente approvata dal senato statale, che limitava il diritto di contrattazione collettiva. Non è e non va letto come un voto pro o contro Obama. Ma è forse qualcosa di più significativo e importante: un paletto, che ora sarà difficile rimuovere, stante anche la portata del risultato (62 a 38). Lo ha riconosciuto pure il governatore dell’Ohio, John Kasich, quando ha ammesso che probabilmente la legge era “too much, too soon” per i cittadini dell’Ohio. “Too much, too soon” è uno slogan che ben descrive la parabola del Tea Party; a esagerare si rischiano scottature dolenti. E si scopre che alla fine neanche i poliziotti o i vigili del fuoco dell’Ohio sono disposti a seguirti

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Rouse in, Daley (quasi) out

E così Obama allontana Daley e torna alle origini, in vista di una campagna elettorale che presumibilmente sarà giocata più sulla contrapposizione che sul dialogo, il superamento delle divisioni e l’unità del paese (cfr. Politico). Non si è riusciti a ripetere il Clinton-1994/6, in altre parole. Perché Obama, ahimé, non è Clinton. Ma anche perché i repubblicani d’oggi sono, se possibile, ancor più dogmatici e rigidi di quelli di allora

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La debolezza di Obama

Tre anni orsono Barack Obama veniva eletto presidente al termine di una competizione elettorale coinvolgente e appassionante come poche altre nella storia. Per quanto difficili potessero apparire allora le sfide che Obama era chiamato ad affrontare, pochi avrebbero immaginato che tre anni più tardi i tassi di impopolarità del presidente avrebbero raggiunto i livelli odierni e che la sua rielezione sarebbe stata in pericolo. Certo, la complessità dei problemi da affrontare e l’ineluttabile scarto tra aspettative e possibilità – tra quel che si prometteva e quel che realisticamente si poteva realizzare – erano sotto gli occhi di tutti. Si riteneva però che Obama avesse ricompattato il paese, sanandone almeno in parte le profonde fratture politiche, sociali e culturali; che la lezione della crisi del 2007-2008 avesse reso il mondo politico e l’opinione pubblica più disposti ad accettare una serie di riforme e a fare i conti con le macroscopiche contraddizioni del modello di sviluppo dell’ultimo trentennio; che, infine, la fitta rete d’interdipendenze commerciali, finanziarie e valutarie avrebbe obbligato le principali potenze mondiali a collaborare, sia pure forzosamente, per evitare diffusioni pandemiche di problemi circoscritti, fossero essi il debito greco o la crisi di una grande banca statunitense.

Tutti e tre questi assunti si sono però rivelati infondati. E l’amministrazione Obama ha finito anch’essa per sottrarsi alle proprie responsabilità, evitando in ultimo di fare i conti con alcuni dei fattori cruciali che avevano concorso a causare la crisi. Dopo il primo piano di stimoli all’economia del febbraio 2009 e il fortunato salvataggio dell’industria automobilistica, che si sommavano all’utilizzo aggressivo della leva monetaria da parte della Federal Reserve, Obama è indietreggiato e non ha adottato quegli strumenti di regolamentazione del settore finanziario che molti invocavano. Un mondo, quello di Wall Street, che rimane peraltro tra i maggiori finanziatori della campagna elettorale del presidente e dal quale provengono alcuni dei suoi principali consiglieri, a partire dal segretario del Tesoro Timothy Geithner.

La svolta politica e culturale che le elezioni del 2008 avrebbero dovuto certificare non si è a sua volta realizzata. Al contrario, la crisi e il suo drammatico impatto su molte regioni degli Stati Uniti hanno concorso ad alimentare un populismo anti-politico e anti-istituzionale che invoca un’ulteriore ritirata dello stato e non una crescita del suo ruolo, come soggetto regolatore e supplente in fase di bassa crescita e carenza d’investimenti quale quella attuale. Soprattutto dopo la faticosa riforma del sistema sanitario, a oggi la più importante vittoria politica di Obama ma anche quella più onerosa in termini di capitale politico, i termini della discussione si sono spostati sui disastrati conti pubblici e non sulla necessità di promuovere politiche espansive di sostegno all’economia e ai consumi. La richiesta di utilizzare la leva fiscale per rastrellare le risorse necessarie a rendere compatibili i due obiettivi di sostenere la crescita e ridurre il debito si è quindi scontrata con questo clima, che denuncia qualsiasi aumento delle imposte come l’atto predatorio di un governo federale che travalicherebbe le proprie prerogative. Poca importa se le imposte sui redditi di persone fisiche e imprese sono oggi a livelli bassissimi, e se in termini di ricchezza individuale siamo tornati a forme di sperequazione sociale pre-1929.

Queste difficoltà interne statunitensi si riverberano però inevitabilmente sul resto del mondo. La debole volontà regolamentatrice del sistema finanziario ha reso più difficile un’azione concertata a livello mondiale; la fragilità del dollaro e i macroscopici squilibri commerciali hanno aggiunto ulteriori elementi d’instabilità; soprattutto, le politiche di austerity adottate dopo le elezioni di mid-term del 2010 hanno ulteriormente contratto la capacità di consumo delle famiglie americane, già in sofferenza in seguito alla crisi del settore immobiliare e al conseguente impoverimento del patrimonio con cui erano riusciti a fronteggiare l’alto tasso medio d’indebitamento. Si tratta di quei consumi che hanno trainato la crescita globale e che sono privi per il momento di sostituti. Gli Usa si trovano così al centro di una crisi che li soffoca e che hanno contribuito a causare. Lo fanno con un presidente debole e non particolarmente coraggioso, un’opposizione ideologica e ostruzionista e partner internazionali alle prese con i loro problemi, oltre che incapaci di guardare oltre l’orticello di casa. Con la consapevolezza, peraltro, che la scadenza elettorale del 2012 renderà ancor più difficile l’adozione delle politiche necessarie per uscire dal guado.

Il Messaggero

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La comprensibile ma effimera protesta degli indignados di Wall Street

Gli ultimi dati sulla povertà negli Usa offrono un quadro che preoccupa e sconcerta al tempo stesso. Più del 15% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, che colpisce soprattutto le minoranze afroamericana (27%) e ispanica (25%). E che è particolarmente marcata nelle aree urbane e tra i bambini. Nelle ultime quattro decadi, il tasso di povertà infantile è oscillato tra il 15 e il 23%, tornando a crescere nell’ultimo decennio dopo che era calato in modo significativo durante gli otto anni di presidenza Clinton (dal 21 al 16%)  A questa povertà corrisponde uno scarto tra redditi più alti e redditi più bassi che è ai livelli degli anni Venti del Novecento. Crescita della povertà e macroscopiche forme di diseguaglianza caratterizzano, in altre parole, la società statunitense oggi.

È un processo che si è dispiegato negli ultimi trenta/quarant’anni, in conseguenza di trasformazioni strutturali dell’economia statunitense e mondiale – che hanno di fatto aumentato il gap tra lavoratori con alti livelli d’istruzione e qualifica professionale e lavoratori generici e non qualificati – ma anche di precise scelte politiche, dai tagli alle tasse sui redditi e capitali alla deregulation del settore finanziario.

Il dinamismo della società statunitense, i consumi crescenti (ancorché a debito) e la capacità della destra d’imporre il proprio discorso – di fare, in altre parole, egemonia culturale – hanno reso tutto ciò socialmente e politicamente tollerabile. La crisi del 2007-2008 e quel che ne è seguito hanno però fatto scoppiare queste storture e contraddizioni. Contribuendo ad attivare forme di protesta assai diverse tra le quali è ora possibile includere anche quelle dei giovani, e francamente assai ‘acerbi’, indignados di Wall Street. È una protesta, quest’ultima, fragile e confusa, nei toni genericamente populisti così come nei contenuti a dir poco vaghi. Esprime rabbia, malessere e indignazione che sono comprensibili e giustificabili; ma per il momento offre davvero poco in termini di proposta. E probabilmente avrebbe attratto assai meno attenzioni se non vi fosse stata la reazione – ottusa e sproporzionata – delle forze dell’ordine.

Come si spiega questa debolezza, manifestatasi in uno spontaneismo che può generare simpatia e solidarietà, ma che difficilmente si traduce in effettiva capacità di mobilitazione e di azione politica?

In primo luogo, agisce un trentennio di disaggregazione e frammentazione sociale, che rende problematico e quasi impossibile promuovere forme collettive di protesta incisive e non velleitarie. In secondo luogo, il malessere e l’incattivimento della società statunitense è stato in parte già intercettato da una destra che lo ha rivoltato contro la politica e lo stato, sfruttandolo per rilanciare la sua campagna ormai quarantennale per i tagli alle tasse, lo smantellamento del welfare state e l’ulteriore riduzione del ruolo del pubblico. Infine, questi ragazzi che protestano – ingenuamente ma con passione – si trovano di fatto privi di interlocutori politici e sociali. Che non di rado esistono a livello locale, su questioni specifiche (si pensi solo alle tante vittorie di movimenti ambientalisti dagli anni settanta a oggi); ma che mancano quando il terreno e l’oggetto del contendere si estendono a questioni più ampie e generali. Deboli sono i sindacati, vittime di decenni di sconfitte politiche oltre che del loro patologico corporativismo; debole è la politica, rinchiusa nelle sue stanze e sempre più lontana dal paese reale. Ora la sinistra newyorchese – i sindacati, l’associazionismo e il volontariato, i movimenti pacifisti – sembra volersi mobilitare a sostegno degli indignados, con l’obiettivo di disciplinarne l’azione, sfruttarne il malessere e canalizzarne la passione. Difficile che ciò accada. Nondimeno, la politica e Wall Street dovranno riuscire a offrire risposte vere a questa protesta per recuperare un credito e una credibilità ormai in gran parte perduti.

Il Giornale di Brescia, 6 ottobre 2011

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