babele

"I nostri ragazzi in Afghanistan saranno sollevati" nel sapere che "l'amministrazione Obama è più preoccupata di muovere guerra a Fox che di farla in Afghanistan", ha dichiarato Glenn Beck, uno dei più popolari commentatori della rete televisiva statunitense Fox.
Beck - uno dei giornalisti più aggressivi e faziosi di una rete televisiva di per sé aggressiva e faziosa come Fox News - si riferiva alle recenti dichiarazioni di Anita Dunn, responsabile della comunicazione della Casa Bianca, che aveva accusato Fox News di non essere un canale d'informazione, ma "un braccio del partito repubblicano". Un giudizio in larga parte corretto, quello della Dunn. Fox offre un minimo di news, più o meno obiettive, e tantissimi commenti che, con gradi diversi di partigianeria e parzialità, hanno sempre come bersaglio Obama e i democratici. La rete di Rupert Murdoch ha peraltro una sorta di alter ego liberal nel canale MSNBC, dove un giornalismo ugualmente urlato e di parte - anche se di qualità lievemente superiore - muove quotidianamente guerra ai repubblicani e agli avversari di Obama.
Che Fox o MSNBC siano dei canali d'informazioni è quindi in larga misura una finzione. Sono strumenti di battaglia politica ed esempi evidenti dell'imbarbarimento e della polarizzazione dello scontro politico negli Stati Uniti. Uno scontro che si è radicalizzato nei toni e che ha determinato una trasformazione degli stessi media televisivi da luoghi dove il confronto avviene - mediato, disciplinato e civilizzato - in soggetti partecipi dello scontro medesimo, inclini a esasperare il conflitto e non più a regolamentarlo e mostrarlo.
Obama e i suoi hanno quindi più di un motivo di risentimento nei confronti di Fox. Guardare una puntata del programma di Beck o di quello di Bill O'Reilly, un altro celebre commentatore ultra-conservatore di Fox News, non può che indurre a interrogarsi su dove sia mai finito il giornalismo di un tempo e su quale sistema d'informazione si sia venuto a formare negli Stati Uniti (e non solo negli Stati Uniti, come vediamo quotidianamente nel nostro paese).
Eppure, attaccare così frontalmente Fox News è stato un errore politico, che si spiega almeno in parte con le difficoltà di Obama e con la volontà di mobilitare appieno i propri sostenitori in questa complicata contingenza. Denunciare Fox, come ha fatto Anita Dunn, espone infatti il Presidente all'accusa, politicamente molto pesante, di voler limitare la libertà di stampa. Scendere nell'arena melmosa che Fox ha tanto concorso a creare è indicatore di una suscettibilità insospettabile, che indebolisce inevitabilmente Obama agli occhi dell'opinione pubblica. Stride con la conclamata intenzione di superare le divisioni e le polarizzazioni che hanno paralizzato gli Stati Uniti nell'ultimo decennio. E permette infine a Fox di recitare la parte della vittima, soggetta all'attacco di un governo autoritario, intrusivo e quasi-socialista, che - afferma Beck - muove guerra ai suoi cittadini e non si cura invece di proteggerli dalle minacce esterne. Fox News non è un bell'esempio d'informazione. Non lo è nella grossolanità dei reportage, nei toni urlati, nella bellicosità nazionalista di molti suoi commentatori, nell'aggressività spesso volgare di personaggi come Beck. Ingaggiare un corpo a corpo con Fox, come l'amministrazione ha fatto, significa però scendere al suo livello. Meglio non curarsene e sorriderne, come Obama era riuscito a fare con successo sino a oggi.

[Il Mattino, 14 ottobre 2009]


Una sconfitta politica

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Una pessima giornata, questo venerdì 2 ottobre 2009, per Barack Obama. Alcune stime recenti sull'andamento dell'economia statunitense avevano indotto all'ottimismo. I pesanti dati di ieri sull'occupazione riportano tutti con i piedi per terra e mostrano come la strada per uscire dalla crisi sia ancora lunga e tortuosa. A pesare ancor di più è però l'eclatante sconfitta subita a Copenhagen, dove la candidatura di Chicago, la città d'adozione di Obama, a ospitare le Olimpiadi del 2016 è stata bocciata senza appello.

Obama aveva deciso di spendersi in prima persona, volando a Copenhagen nella speranza di convincere i delegati del Comitato Olimpico Internazionale a scegliere Chicago. Una decisione controversa, questa, criticata dai conservatori statunitensi e che è servita a poco. Nei giorni a venire le polemiche non mancheranno e contribuiranno in piccola misura a erodere ulteriormente il capitale politico di cui dispone il Presidente.

Assieme all'economia è la politica estera l'altro ambito nodale grazie al quale Obama ha costruito le proprie fortune elettorali. Quella stessa politica estera che in questi dieci mesi di Presidenza ha posto l'amministrazione statunitense di fronte a problemi immensi e dilemmi frustranti. Quanto avvenuto a Copenhagen può essere in una certa misura letto come una metafora delle tante difficoltà che gli Usa (e ovviamente Obama) si trovano ad affrontare oggi. A dispetto della retorica, le Olimpiadi sono infatti un fenomeno tutto politico: negli intricati e torbidi negoziati che portano alla scelte della sede; nella gestione e promozione dell'evento; nello stesso momento sportivo, dove i successi dei propri atleti sono quasi sempre sfruttati come strumenti per la costruzione del consenso da qualsiasi governo, autoritario o democratico esso sia. La storia ci offre al riguardo molteplici esempi. Ad essi si aggiunge oggi la sconfitta di Obama. Che è, appunto, una sconfitta politica. E che è una sconfitta di politica estera, non priva di rilevanti significati simbolici.

Nel suo intervento a Copenhagen, Obama si era affidato a elementi ormai classici del suo armamentario retorico. La candidatura di Chicago è stata così presentata come ulteriore esempio di un'America che vuole stare pienamente in un mondo dal quale pretese, almeno ideologicamente, di potersi separare negli anni di Bush. Ed è stata presentata come esempio di un'America che torna a farsi mondo, grazie alla sua diversità, al suo pluralismo e, anche, all'universalità dei suoi ideali e de suoi valori. "Quest'incontro potrebbe tenersi a Chicago", ha affermato con il consueto charme Obama, perché la realtà multietnica e cosmopolita della città (e, con essa, dell'America) la rende appunto "simile al mondo". Una città, quella dell'Illinois, dove un cittadino globale come il Presidente non poteva che trovarsi a suo agio, come ha ricordato Obama nell'ennesimo tentativo di sovrapporre la propria biografia a quella della nazione che guida e, con essa, del mondo che gli Usa rappresenterebbero. "In quelle strade di Chicago" - ha affermato Obama - "ho lavorato fianco a fianco con uomini e donne bianchi e neri, asiatici e ispanici, di ogni classe, nazionalità e religione". Un'America, quella incarnata da Chicago, che proprio come il suo Presidente vuole stare nel mondo ed ambisce ad essere il mondo.

Il problema, una volta ancora, è che questo mondo ha sorriso, applaudito e infine girato la testa dall'altra parte. Come fanno quotidianamente leader israeliani e palestinesi, afghani e pakistani, per tacere degli alleati europei.

Sarà pure il retaggio di Bush, l'ipocrisia di molti che delle difficoltà statunitensi non mancano di godere, il riaffiorare di mai sopiti pregiudizi anti-statunitensi. Ma Obama davvero poco potrà realizzare se non riuscirà a tradurre in effettiva capacità di pressione politica l'ampio consenso e la simpatia di cui, stando ai sondaggi, ancora gode in gran parte del mondo. Senza dimenticare che sul piano interno, si rafforzano e affilano le armi quelli che di questo mondo continuano a desiderare di non far parte.

 

Il Mattino, 3 ottobre 2009
Come già in passato, Obama ha deciso di affrontare un momento politico particolarmente difficile parlando alla Nazione. Perché di questo si è trattato. Non di un discorso a un Congresso riottoso, diviso e indisciplinato, i cui membri difficilmente cambieranno idea nelle settimane a venire. Ma un appello all'opinione pubblica e a coloro che pur non condividendo gli eccessi repubblicani di queste settimane, o addirittura votando democratico, guardano con perplessità alle proposte di riforma del sistema sanitario. Come è possibile che sia così? Come si può essere scettici o perplessi verso una riforma di un sistema sanitario iniquo, inefficiente e straordinariamente costoso come quello americano? Un sistema che brucia il 16% del PIL, assorbe risorse ingenti delle imprese rendendole meno competitive, lascia quasi 50 milioni di americani privi di copertura alcuna e altre decine di milioni con un servizio talora scandalosamente parziale? La risposta più comune che si sente in questi giorni è che le proposte in discussione vadano contro alcuni fondamentali principi statunitensi. Che esse assegnino al pubblico un ruolo e una presenza inaccettabili per gran parte degli americani. Che siano espressione di una filosofia "statalista" incompatibile con l'America: con la sua storia, i suoi principi e i suoi valori. È però difficile credere che sia questo il vero problema. La mano pubblica è già fortemente presente nella sanità, con programmi fondamentali come Medicare e Medicaid. Le proposte in discussione sono moderate e assai lontane dal prospettare la creazione di sistemi pubblici simili a quelli europei, che una parte della sinistra democratica considera esempi da imitare. Nei mesi passati, la stessa opinione pubblica ha accettato forme ben più pesanti e invasive d'intervento pubblico, che hanno portato, di fatto, un presidente a licenziare l'amministratore delegato di General Motors e a dire quali auto la compagnia avrebbe dovuto produrre. Il problema, e le conseguenti difficoltà politiche di Obama, risiedono altrove. E stanno nel fatto che una parte d'America è tutto sommato soddisfatta del tipo di copertura medica di cui essa oggi gode, mentre un'altra parte d'America guarda con estrema preoccupazione a un ulteriore aumento della spesa pubblica e alla crescita del deficit che ne conseguirebbe. Si tratta di due pezzi di Stati Uniti elettoralmente rilevanti e politicamente influenti. Forse i più importanti in assoluto. Da un lato abbiamo gli anziani, beneficiari dell'eccellente copertura sanitaria che Medicare garantisce nella quasi totalità dei casi, e quei lavoratori con alte qualifiche e redditi conseguenti che possono permettersi ottime assicurazioni o le ottengono tramite contratti di lavoro particolarmente favorevoli. Dall'altro abbiamo una fetta consistente d'elettorato indipendente, che di Bush aveva detestato anche l'irresponsabilità fiscale e che è spaventata dai costi potenziali della riforma sollecitata da Obama. I repubblicani hanno compreso di poter sfruttare questa situazione per uscire da una condizione di marginalità in cui erano stati relegati negli ultimi mesi. Hanno offerto una giustificazione ideologica a perplessità che spesso ideologiche non sono. Lo hanno fatto con una violenza e una radicalità per certi aspetti sconcertanti, ma che superata la tempesta potrebbero anche finire per nuocere loro. Non era però a questi repubblicani che Obama si rivolgeva ieri, se non quando denunciava con asprezza le menzogne, il cinismo e l'irresponsabilità di chi spesso guida la mobilitazione contro la riforma. La moderazione del discorso di Obama non era diretta ai membri repubblicani del Congresso, con i quali sarà assai difficile costruire qualsiasi collaborazione bipartisan. Serviva invece a placare le paure di chi è ostile alla riforma perché ne teme le conseguenze, in termini di costi e di peggioramento del servizio di cui una parte d'America - non la totalità, ma una parte rilevante - oggi beneficia. E serviva anche a offrire una sintesi alle varie anime di un partito, quello democratico, indisciplinato e privo di leadership, che in questi mesi non ha offerto un grande spettacolo al Congresso. Le difficoltà di Obama sono evidenti. Le lobby assicurative sono mobilitate per affondare la riforma. Tra i pezzi d'opinione pubblica che la osteggiano vi sono spesso cittadini attivi politicamente, capaci di essere coinvolti in forme d'azione assai incisiva. Tra i democratici prevalgono non di rado interessi di bottega e la posizione di molti parlamentari è condizionata da considerazioni elettorali, che s'intensificano all'approssimarsi della scadenza elettorale del 2010. Obama ha mostrato ieri di voler svolgere un ruolo attivo e diretto nella contesa. Nella consapevolezza che un fallimento avrebbe delle ripercussioni pesanti per la sua amministrazione, ma addirittura devastanti per il partito democratico. Il Mattino, 11 Settembre 2009
Questa è una sintesi dell'intervento che terrò sabato al festival Con-Vivere a Carrara (http://www.con-vivere.it/) e che "Europa" ha pubblicato oggi sulle pagine della Cultura

Libertà e Impero sono termini e categorie che si sono sempre intrecciate nella storia degli Stati Uniti. Fu per separarsi da un impero che le colonie nordamericane della Gran Bretagna combatterono una guerra per l'indipendenza e per una libertà definita in modo nuovo e per certi aspetti radicale. I nuovi Stati Uniti d'America procedettero però subito a edificare un altro impero - un impero "della e per" la libertà, come affermò Thomas Jefferson - per proteggere questa fragile e contraddittoria libertà, ma anche per consolidarla e, infine, diffonderla e universalizzarla. La partecipazione degli Usa alla corsa imperiale di fine '800 rappresentò non solo la via per entrare pienamente nel mondo, partecipando alla "missione" che le potenze "civilizzate" si erano arrogate, ma anche un modo per difendere la libertà repubblicana, minacciata da tensioni sociali e politiche interne e da una crisi economica che non aveva precedenti nella storia del paese. Nel corso del '900, l'inarrestabile ascesa della potenza statunitense si combinò con l'affermarsi di un discorso anti-imperiale che avrebbe dominato il dibattito pubblico e politico negli Stati Uniti. Nondimeno, questo ostentato anti-imperialismo si conciliava solo in parte con la piena maturazione di una superiorità economica, culturale e militare destinata a fare degli Stati Uniti una potenza ancor più imperiale.
Nell'impero peculiare e non più territoriale che gli Usa avrebbero edificato dopo la Seconda Guerra Mondiale tornava a manifestarsi il convincimento, più volte rimodulato nella storia statunitense, che esistesse un legame strettissimo tra la sicurezza degli Stati Uniti, la protezione della libertà repubblicana e l'estensione dell'influenza statunitense nel mondo, nelle varie forme in cui questa poteva essere promossa.
Nel Ventesimo secolo questo connubio tra espansione e sicurezza/libertà ha funzionato con successo perché il soggetto imperiale - gli Stati Uniti - ha mostrato di essere dotato di un'impareggiabile capacità egemonica. Gli Usa sono risultati talmente magnetici e attraenti (come modello), talmente superiori (come potenza) e talmente convincenti (come interlocutore) che gli altri stati hanno infine accettato la legittimità del loro primato e della loro leadership.
È difficile trovare nella storia un altro paese capace quanto gli Stati Uniti di possedere questi attributi e di costruire per il loro tramite un'egemonia negoziata e consensuale, e pertanto doppiamente efficace e pervasiva. Il tramite per il quale si è esercitata la leadership statunitense è stato rappresentato dalla rete d'interdipendenze globali sviluppatesi nel corso del '900 e parzialmente istituzionalizzate con le norme e le organizzazioni che hanno vieppiù regolamentato le relazioni internazionali. Della crescente normazione di un ordine mondiale liberale, gli Usa sono stati indubbi protagonisti. Congruente con i valori statunitensi e funzionale agli interessi di Washington, questo processo ha permesso agli Stati Uniti di dispiegare il proprio primato e d'includervi, con un ruolo di partner minori e inevitabilmente subordinati, nuovi e vecchi rivali. Ma quest'ordine ha finito per imporre vincoli e costrizioni agli stessi Usa, che si sono trovati inclusi in una rete di interdipendenze plurime alle quali anche l'unica superpotenza rimasta doveva in ultimo soggiacere.
Il paradosso è evidente. Gli Usa hanno costruito ed ampliato la propria egemonia per il tramite dell'interdipendenza; questa interdipendenza, però, ha finito per limitare la sovranità e, in ultimo la libertà d'azione, degli stessi Stati Uniti. La tensione si è fatta particolarmente forte nell'ultimo trentennio, in concomitanza con il ritorno all'interno degli Stati Uniti di un discorso fortemente nazionalista che fa del ripudio delle organizzazioni internazionali e del multilateralismo uno dei suoi tratti distintivi. Con doloso impegno, George W. Bush ha proceduto a delegittimare le fondamenta di un ordine internazionale che in passato aveva ben servito interessi e ideali statunitensi. Facendolo, ha eroso l'elemento fondamentale dell'egemonia statunitense.
Obama offre oggi un messaggio potente, ecumenico e inclusivo, che mette al centro della scena la stessa improbabile biografia del presidente: meticcia, sincretica e, per molti aspetti, globale. Con Obama l'America non solo è tornata nel mondo, ma è tornata a rappresentarsi come il mondo. Il successo da questo punto di vista è inequivoco e fino a qualche tempo fa assolutamente inimmaginabile. Si tratta però di un successo parziale e non sufficiente, che deve essere consolidato attraverso il ripensamento e il rafforzamento di un ordine internazionale oggi fragile e in larga misura delegittimato.
E che passa, in ultimo, dalla capacità di Obama di tornare a rendere accettabile e, addirittura, invocata una leadership, quella degli Stati Uniti, che non ha sostituti potenziali, ma che suscita oggi forti ostilità e resistenze.

Obama e la CIA

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Il tema degli abusi commessi dai servizi d'intelligence statunitensi nella lotta al terrorismo torna al centro della scena. Obama ha deciso di sottrarre alla CIA le competenze sugli interrogatori e di nominare un'apposita unità, che sarà coordinata dal Consiglio di Sicurezza Nazionale e risponderà quindi direttamente alla Casa Bianca. Pur con molti omissis è stato finalmente pubblicato il rapporto elaborato dall'ispettore generale della CIA nel 2004, che rivela sia gli abusi compiuti da alcuni agenti dell'agenzia durante gli interrogatori di sospetti terroristi sia le divisioni presenti all'interno della CIA sui metodi utilizzati e sulla loro legalità. Infine, il ministro della Giustizia Eric Holder ha deciso di nominare un procuratore indipendente per decidere se incriminare o meno gli agenti coinvolti negli interrogatori.
Obama avrebbe voluto evitare tutto ciò. Le inchieste, e le inevitabili polemiche che le accompagnano, rischiano di riaprire antiche ferite e inasprire lo scontro politico, acuendo la polarizzazione partitica già in atto, proprio quando una qualche forma di collaborazione bipartisan appare particolarmente necessaria per promuovere alcune importanti riforme.
Lasciare alle spalle gli anni di Bush e Cheney non è però possibile. Già irritata per altre concessioni di Obama e per quello che ritiene essere un insufficiente impegno della Casa Bianca sulla questione della riforma del sistema sanitario, la sinistra democratica chiede un'indagine incisiva che vada ad accertare anche le responsabilità della precedente amministrazione. Le influenti associazioni per la difesa dei diritti umani e civili chiedono venga fatta luce sulle eventuali illegalità compiute e beneficiano di un nuovo clima politico e culturale, nel quale la giustizia si rivela assai più ricettiva verso le loro richieste. Soprattutto, è ormai accertato che abusi e torture vi sono stati in quantità tale da non poter più essere semplicemente rubricati come semplici errori o eccessi di zelo di alcuni funzionari. Tra il 2001 e il 2004 agenti dei servizi d'intelligence e contractors privati hanno torturato per estorcere informazioni a presunti terroristi e lo hanno fatto con l'autorizzazione del dipartimento della Giustizia e l'investitura - esplicita o meno questo è da accertare - delle più alte cariche dello stato, a partire dal vice-Presidente, dal ministro della Giustizia e da quello della Difesa.
Nell'occhio del ciclone vi è ora la CIA. È uno strano destino quello dell'agenzia centrale d'intelligence. Essa esce pesantemente indebolita dagli otto anni di Bush, durante i quali il suo peso istituzionale si è molto ridotto. Ciò è però avvenuto per ragioni diverse se non opposte tra loro. Fu infatti la prima amministrazione Bush a sottrarre inizialmente competenze e funzioni a una CIA i cui analisti non offrivano quelle stime sui programmi militari di Saddam Hussein richieste dal Pentagono e dalla Casa Bianca per poter giustificare l'intervento militare in Iraq. Fu l'allora direttore della CIA, George Tenet, a capitolare infine alle pressioni e a fornire l'intelligence contraffatta sulle armi di distruzione di massa del regime iracheno che gli sarebbero poi costate le dimissioni e avrebbero grandemente indebolito la stessa agenzia. Ed è oggi la CIA a pagare più di tutti per il coinvolgimento di alcuni membri della sua componente operativa in un programma di lotta al terrorismo i cui metodi, ci rivela oggi il rapporto dell'ispettore generale, molti all'interno della stessa CIA contestavano e rigettavano.
Tra le funzioni non scritte dell'agenzia d'intelligence vi è però anche quello di fungere da capro espiatorio e di coprire chi ha responsabilità politiche. Accade oggi; è accaduto più volte in passato. È però possibile che ciò non basti. Un'inchiesta che si fermasse al primo livello di responsabilità, agli esecutori materiali, difficilmente soddisferà i liberal e le associazioni per la difesa dei diritti umani. Spingersi oltre rischia però di scatenare una mezza guerra civile, come l'attivismo di Cheney e del mondo conservatore mostra bene. Non fare nulla non era peraltro più possibile, sia politicamente sia legalmente. E Obama si trova così suo malgrado ad affrontare dilemmi e problemi di cui, oggi come oggi, avrebbe fatto volentieri a meno.

[Il Mattino, 26 agosto 2009]

Obama ha deciso d'investire pesantemente nella battaglia politica per la riforma del sistema sanitario. Se ne era finora tenuto ai margini, lasciando autonomia alla leadership democratica al Congresso, auspicando la costruzione di un ampio consenso bipartisan e sottolineando così la necessità che la riforma avvenisse in forma il più possibile consensuale. Non è stato così. I democratici si sono rivelati divisi e incerti. I repubblicani ritengono di avere finalmente individuato un tema vincente, sul quale mettere in crisi il Presidente. L'opinione pubblica assiste disorientata, timorosa di fronte a una riforma costosa e alla prospettiva che essa sia finanziata con inevitabili aumenti dell'imposizione fiscale, sia pure limitati ai redditi più alti.
Con il discorso di ieri Obama ha reso chiaro che non si faranno marce indietro. Che sulla sanità nei mesi a venire si giocherà una partita politica decisiva, destinata a consolidare la forza, politica e istituzionale, del Presidente o a indebolirlo in modo rilevante, con gli inevitabili riverberi elettorali alle elezioni di mid-term del 2010. I pilastri fondamentali del disegno di legge in discussione sono tre: la creazione di un sistema di assicurazione pubblica, competitivo con (e integrativo a) quelli privati; il divieto per le compagnie assicurative di rifiutare la garanzia di copertura a malati cronici; la cancellazione dei limiti sulla copertura massima offerta dalle compagnie. A ciò si dovrebbero aggiungere una serie di economie di scala, attraverso un miglioramento delle prestazioni mediche e un loro più rigoroso e severo monitoraggio.
Obama ha giustificato la riforma presentandola sia come un imperativo morale sia, soprattutto, come una necessità economica. Le spese sanitarie negli Stati Uniti sono da tempo fuori controllo, eppure quasi 50 milioni di americani sono privi di assicurazione. I costi dell'assicurazione medica pesano sulle imprese, in particolare quelle piccole e medio-piccole, e, alzando il costo del lavoro, impediscono la crescita dei salari e dei consumi.
La risposta repubblicana non si è fatta attendere. Le obiezioni specifiche sono molteplici e vanno dalla richiesta di porre dei limiti alla possibilità d'intraprendere azioni legali contro medici e ospedali alla sollecitazione ad introdurre degli incentivi per coloro che s'impegnano ad abbandonare comportamenti che facilitano la diffusione di malattie altrimenti prevenibili. Lo scontro vero e proprio ruota però ad alcune questioni generali, sulle quali si misurerà la portata del cambiamento politico e culturale in atto negli Stati Uniti. Le critiche dei repubblicani, infatti, non si concentrano solo sui costi previsti della riforma, stimati tra i mille e i mille e cinquecento miliardi di dollari in un decennio. Ad essere denunciata è la filosofia, che noi chiameremo statalista, delle proposte democratiche. Alla mano pubblica si chiede non solo di svolgere una funzione d'integrazione delle assicurazioni private, ma anche di competere con esse, con l'obiettivo ultimo di ridurre i costi ed estendere la copertura. È, questo, un Pubblico che non si limita quindi a un semplice ruolo di regolamentazione e di supplenza, ma acquisisce un volto che, per una parte rilevante del paese, rimane politicamente scorretto se non inaccettabile. E lo fa - seconda questione nodale - imponendo un aumento dell'imposizione fiscale. Si dibatte oggi delle modalità di questa tassazione straordinaria e della soglia di reddito oltre la quale essa dovrà scattare: i 350mila euro per nucleo familiare proposti in alcuni disegni di legge, il milione di dollari per famiglia indicato ieri da Obama, le riduzioni delle deduzioni fiscali per le assicurazioni più costose proposte da taluni. Chiedendo esplicitamente dei soldi ai contribuenti si sfida però un altro tabù - quello della riduzione delle tasse - che ha dominato il dibattito politico dagli anni Settanta e tanto ha contribuito all'egemonia conservatrice dell'ultimo trentennio.
Sulla sanità Obama ha deciso di rischiare come non aveva mai fatto in questi sei mesi di presidenza. Da Truman a Clinton i presidenti democratici hanno sempre fallito nel loro tentativo di creare un sistema sanitario universale. I mesi a venire ci diranno se anche su questo Obama riuscirà a vincere una scommessa che, ora come ora, appare davvero molto rischiosa.

[Il Mattino, 24 luglio 2009]

Sarah Palin

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È vero che a voler volare troppo vicino al sole ci si brucia le ali, ma è difficile non simpatizzare almeno un po' oggi per Sarah Palin. Che, e spero di non sbagliarmi, è stata davvero stritolata nel brutale tritacarne della politica statunitense e non credo proprio possa ambire a dominare un partito repubblicano radicalizzato, minoritario  e "know-nothing", come ha sostenuto invece ieri Frank Rich sul New York Times

È difficile non rimanere colpiti da un Obama che si piega scherzosamente per la foto con la presidente della provincia dell'Aquila, stringe la mano uno ad uno ai vigili del fuoco, corre in ritardo verso il podio della foto di gruppo, applaudito e cercato dagli altri capi di stato.
Che Obama sia un comunicatore abile, dotto e sofisticato lo sappiamo oggi fin troppo bene. Alcuni dei suoi discorsi degli ultimi due anni sono dei capolavori di retorica politica. Ma col tempo il contenuto del suo messaggio è stato reso sempre più efficace e incisivo dal medium del messaggio medesimo: dal corpo di Obama. Le movenze, la postura e un body language asciutto, ma sicuro e coinvolgente, hanno infatti ulteriormente rafforzato la forza comunicativa del discorso obamiano.
Inizialmente non fu così. Il successo e l'ascesa al potere hanno conferito quel di più - in termini di sicurezza e levità - che si rivela oggi decisivo. Molti ricordano i primi dibattiti all'inizio delle interminabili primarie democratiche, dove un Obama impacciato e fuori ruolo risultò spesso schiacciato dalla preparazione della Clinton, dalla competenza di Biden, dalla freschezza populista - a metà strada tra Big Jim e Bruce Springsteen - di John Edwards. Il tempo e le vittorie elettorali hanno cambiato questa situazione. Il corpo di Obama è progressivamente diventato quello dell'America. O, meglio, delle Americhe e delle sue tante incarnazioni ideali: quella che gioca spensierata con i figli; quella che anche a 47 anni realizza canestri in sospensione da 7 metri (lasciando a bocca aperta i soldati che osservano ammirati il loro futuro comandante in capo); quella che passeggia dinoccolata, ondeggiando come Denzel Washington; quella che balla splendidamente; quella, infine, che di fronte ai problemi e alle tragedie si rimbocca le maniche e mostra tutta la sua sobria e rigorosa competenza.
Da quando la politica si è fatta televisione, l'apparenza e, appunto, il corpo sono diventati cruciali. Dopo Eisenhower e Truman, gli ultimi presidente pre-televisivi, non ci sono più stati presidenti bassi o calvi negli Stati Uniti. L'America - che ha nel presidente l'unica carica elettiva nazionale e che in esso quindi vede, e vuol vedere, la propria rappresentazione ideale - si specchia nel corpo e nelle movenze del proprio leader. Corpo e movenze che, nel caso di Obama, portano con sé quella pluralità di Americhe racchiuse nella sua figura e nella sua improbabile biografia. Ma corpo e movenze che fanno di Obama anche un potenziale leader globale, come vediamo bene in queste giornate del G-8 abruzzese. E nella empatia che riesce a trasmettere, nell'ammirazione che alimenta, nell'austerità che esprime, il corpo di questo leader televisivo globale torna paradossalmente a sacralizzarsi: a essere perfetto, idealizzabile e, quindi, quasi irraggiungibile.
È illusione, ci mancherebbe. L'ultimo grande leader americano a proiettare un'immagine simile - a divenire icona da t-shirt assieme a Marilyn e James Dean - fu John Kennedy. Simbolo di una generazione nuova, che nelle rappresentazioni dell'epoca combinava dinamismo, freschezza, competenza e rigore. E presidente invece inefficace, incline al compromesso, piegato da malanni fisici dolorosissimi, che lo rendevano quasi infermo.
La politica ha però bisogno di miti, illusioni e corpi ideali per costruire quel consenso che le è necessario. Non bastano, ovviamente; ma sono indispensabili. Anche su questo i successi di Obama - effimeri o meno essi siano destinati a rivelarsi - sono oggi indubbi.

[Il Mattino, 10 luglio 2009]

Robert McNamara

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È morto oggi Robert McNamara. È difficile trovare un uomo che abbia simboleggiato meglio la generazione dei Best & Brightest che guidò l'America negli anni Sessanta. Che ne abbia incarnato le straordinarie competenze, il fideismo tecnocratico, i sogni progressisti e modernizzatori, ma anche l'hubris- ingenua, ottimista e non di rado arrogante - le contraddizioni e, in ultimo, i drammi. La generazione, in altre parole, che credeva davvero possibile trasformare il Vietnam, e che finì col bombardarlo per modernizzarlo, distruggerlo per salvarlo. Diversamente da altri, McNamara ha provato a fare i conti con queste contraddizioni e con i propri errori. Ci è riuscito solo in parte, ma ha lasciato nel documentario "Fog of War" alcune riflessioni uniche, sulla guerra in particolare, che meritano oggi di essere riviste (per chi ha fretta, si vedano soprattutto i minuti 35-43)

I marines hanno lanciato oggi la maggior operazione militare di terra da quella del 2004 a Fallujah, in Iraq. Il teatro è quello dell'Afghanistan sud-occidentale: la regione del fiume Helmand, dove i talebani hanno progressivamente consolidato la propria presenza promovendo azioni di guerriglia che le forze britanniche lì presenti non sono riuscite a contenere e fronteggiare.
L'operazione, che dà di fatto inizio al nuovo corso promesso da Obama in Afghanistan, risponde a considerazioni di ordine strategico, ma ha anche un implicito significato politico. Obama non può dirlo, ma l'intensificazione dell'impegno statunitense in Afghanistan riflette il convincimento che anche nel teatro afgano si possano applicare le ricette testate a partire dal 2006 in Iraq. Per questo è fondamentale riacquisire il pieno controllo del territorio, soprattutto quelle aree dove più forte è la presenza talebana. L'arida valle dell'Helmand è una di queste ed è anche una regione dove si coltiva una parte importante dell'oppio attraverso cui si finanzia la guerriglia. Prosciugare questa fonte di reddito vuol dire limitarne di molto la capacità operativa. Ripristinare condizioni elementari di sicurezza nell'area significa porre le precondizioni per normalizzarne la vita, promuovere lo sviluppo economico e - nel circolo virtuoso di un modello liberal di crescita, progresso e modernizzazione - costruire il consenso tra la popolazione che è indispensabile per rafforzare il governo centrale e indebolire i talebani. Si tratta di una strategia classica di nation-building, centrata sul binomio sicurezza-sviluppo e sulla stabilizzazione politica che esso dovrebbe garantire.
Ma l'offensiva serve anche per dare un chiaro messaggio politico: al governo afgano, al Pakistan e, anche, agli alleati europei. Gli Stati Uniti usano le truppe aggiuntive portate in Afghanistan per cercare di stabilire una presenza permanente laddove le forze afgane e quelle NATO non vi sono riuscite. Mostrano la loro risolutezza nel promuovere una escalation sia dell'azione militare sia dei programmi di sviluppo civile. Nel farlo chiedono però che essa sia pareggiata da un maggiore impegno degli alleati della NATO e di Kabul e testano, una volta ancora, l'effettiva volontà e capacità del Pakistan di partecipare alla campagna contro i talebani. L'offensiva spinge infatti questi ultimi verso le zone di confine e obbliga l'esercito pakistano a impegnarsi maggiormente nell'area.
Obama è stato quindi di parola. Ha affermato che è l'Afghanistan il fronte principale della campagna globale contro il terrorismo e ha agito di conseguenza. I rischi che corre sono davvero tanti. La storia non offre molti esempi riusciti di operazioni di nation-building quale quella che gli Usa intendono promuovere in Afghanistan. La stessa surge in Iraq andrà testata nei mesi a venire, in concomitanza con la progressiva ritirata delle truppe statunitensi. La prospettiva di un Afghanistan pacificato e controllato dal governo di Kabul appare quanto mai futuribile. I probabili successi militari dell'offensiva dovranno essere confermati nelle settimane e nei mesi successivi, quando i soldati statunitensi e afgani dispiegati nella regione si troveranno a fare i conti con una guerriglia che ha già dimostrato di saper approfittare delle opportunità offerte da una presenza stanziale di soldati avversari in virtù della quale essi si trasformano spesso in facili bersagli. Non è certo che il messaggio venga infine recepito dagli alleati europei, a maggior ragione se queste difficoltà dovessero manifestarsi rapidamente. Resta, infine, il dilemma rappresentato dal Pakistan. Sulla cui tenuta nessuno può scommettere e che rischia di essere ulteriormente destabilizzato dalla nuova iniziativa statunitense. L'inazione in Afghanistan non è possibile, politicamente e militarmente; l'azione apre dilemmi e rischia di far peggiorare la situazione. Diversamente da altre aree di crisi, in Afghanistan gli Stati Uniti sono però il soggetto agente: quello le cui decisioni e scelte potranno risultare decisive. Ed è per questo che sull'Afghanistan Obama si gioca molto, forse più che su qualsiasi altra questione di politica estera e di sicurezza.

[Il Mattino, 2 luglio 2009]