Mario Del Pero

Terrorismo ed elezioni

In attesa di saperne di più sull’attentato di sabato sera a New York, è possibile provare a fare qualche riflessione sul suo potenziale impatto in una corsa alla Presidenza che, stando agli ultimi sondaggi, pare essere divenuta assai meno scontata di quanto non si credesse solo qualche settimana fa. La prima considerazione è che una chiusura di campagna elettorale dominata dalla questione sicurezza, e da una rinnovata minaccia terroristica, presenta rischi e opportunità tanto per Hillary Clinton quanto per Donald Trump.
La candidata democratica potrebbe ovviamente far leva sulla credibilità che le deriva dalla sua esperienza di statista, della quale vi è un surplus di bisogno in momenti di crisi per la sicurezza nazionale. Gran parte della campagna della Clinton su questo ha puntato: sulla riconosciuta competenza governativa dell’ex segretario di Stato, costantemente contrapposta all’approssimazione e al dilettantismo del suo avversario. Sondaggi alla mano, infatti, non è quasi mai la preparazione della Clinton a essere messa in discussione da chi è in dubbio se votarla o meno, quanto la sua onestà e trasparenza (di cui dubiterebbero almeno il 60/70% degli americani). E però la candidata democratica ha anche molto da perdere in una sfida dominata dai temi della sicurezza. Una recrudescenza della paura nei confronti del terrorismo rischia infatti di legittimare le proposte e le parole d’ordine, estreme e scorrette, del suo avversario. Che sulla paura di un pezzo d’America, non maggioritario ma certo rilevante, ha costruito le sue fortune elettorali e che quella paura ha dimostrato di saperla cavalcare e strumentalizzare. Gli attacchi di Trump a immigrati illegali e mussulmani da essa hanno in fondo origine: offrono bersagli semplici e consolatori; garantiscono soluzioni tanto draconiane quanto efficaci; promettono risposte certe e chiare. Stanno insomma dentro un discorso binario e semplicistico – fondato sullo schema essenziale amico-nemico – che funziona bene in tempi di emergenza per la sicurezza del paese e dei suoi cittadini, reale o esagerata tale emergenza sia. Un discorso, questo, che nello specifico contesto odierno può attingere anche alla più generale insoddisfazione dell’opinione pubblica verso la politica estera statunitense e la campagna infinita contro un terrorismo che sembra, una volta di più, un’Idra dalle teste infinite e replicabili. L’effetto, in altre parole, potrebbe essere opposto a quello auspicato dalla Clinton e favorire un avversario che, è ben ricordarlo, continua a non piacere a una larga maggioranza degli americani, con uno scarto – storicamente altissimo – di circa venti punti tra chi ne dà un giudizio positivo (il 35/40%) e chi ne dà uno negativo (il 55/60%).
Questi dati vanno letti nel contesto di una polarizzazione politica di molto accentuatasi nell’ultimo ventennio. I due campi elettorali – repubblicano e democratico – si sono cioè fatti assai meno mobili, laddove le barriere tra i due sono divenute assai più rigide. È un aspetto, questo, paradossalmente rivelato dai buoni risultati nei sondaggi dei “candidati terzi” di queste presidenziali, il libertarian Gary Johnson e la verde Jill Stein. Che certo sottolineano l’affaticamento di un modello bipartitico il quale, presentandosi coi volti della Clinton e di Trump, ha perso molta credibilità, soprattutto con gli elettori più giovani. Ma che mostrano anche quanto difficile sia oggi per un simpatizzante repubblicano o democratico votare per l’altra parte. Lo evidenzia lo scarsissimo successo del gruppo d’intellettuali repubblicani che hanno invitato a sostenere la Clinton. Lo rivelano i dati delle ultime tornate presidenziali, contraddistinte dalla limitatissima mobilità del voto, con un 90% o più di elettori che hanno scelto candidati dello stesso partito per la Presidenza e il Congresso (20/30 punti percentuali in più rispetto a qualche decennio fa).
Come può incidere un ritorno del terrorismo su questa situazione di elettorati “militarizzati” e sostanzialmente impermeabili? Anche in questo caso, due risposte antitetiche possono essere offerte. La prima è che, trattandosi appunto di due fronti contrapposti e inscalfibili, l’effetto sia limitato: gli elettori della Clinton troverebbero un motivo aggiuntivo per preferirla e altrettanto farebbero quelli di Trump. La seconda lettura, invece, enfatizza come in una competizione così serrata, anche un limitato spostamento di consensi – quale quello generato da una risposta più o meno convincente alla sfida del terrorismo – potrebbe risultare dirimente. Sapendo però anche che con due candidati deboli, molto deboli, come quelli di questo ciclo elettorale, a determinare finora spostamenti significativi nelle intenzioni di voto sono stati gli errori di una parte o dell’altra più che le rispettive proposte: l’avere, come entrambi hanno spesso fatto, parlato troppo più che troppo poco. E forse, la soluzione migliore per Clinton e Trump è attendere che sia l’avversario a fare la prima mossa e, appunto, a sbagliare per primo.

Il Mattino, 19 settembre 2016

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I corpi dei candidati (e delle candidate)

Da quando le competizioni elettorali statunitensi sono diventate fenomeni pienamente mediatici – da quando cioè lo strumento primario della loro rappresentazione è quello audiovisivo – i corpi dei candidati e delle candidate hanno occupato e riempito la scena di questa rappresentazione. Corpi che devono rispondere a canoni estetici tanto basilari quanto stringenti (l’ultimo presidente calvo ad essere eletto, ad esempio, fu Dwight Eisenhower, che non a caso chiuse la lunga era pre-televisiva). Corpi spesso esibiti: come sfoggio di forza e mascolinità (l’altissimo e possente Lyndon Johnson che si chinava minaccioso sui suoi avversari); per occultare fragilità e infermità (il bel volto giovanile di Kennedy); per accentuare dinamismo e giovinezza (l’improbabile jogging mattutino di Clinton); per enfatizzare una capacità di empatia con il mondo (la sinuosa camminata di Obama). E corpi inevitabilmente scrutati e vagliati, poiché il vigore fisico – la virilità, insomma – è attributo richiesto ai presidenti, che essi hanno ostentato in un’arena, quella politica, non di rado rappresentata come gladiatoria: come un luogo dove solo i più forti si affermano.
Dentro una narrazione ad alto tasso di testosterone, una donna parte inevitabilmente svantaggiata. O riesce a rovesciarla, questa narrazione; o cerca di mascolinizzarsi essa stessa: di dimostrare di poter competere e sconfiggere l’avversario sul piano proprio della virilità. Che è quanto alcune candidate recenti hanno cercato di fare. Come Sarah Palin, la vice di McCain nel ticket repubblicano del 2008, di cui si ricorda l’affermazione secondo la quale l’unica differenza tra una “mamma di giocatori di hockey” (a hockey mom) e un “pitbull” fosse il rossetto. Non le giovò granché questo rappresentarsi come un “pitbull con il rossetto”, ma il messaggio era chiaro. Ed è un messaggio che Hillary Clinton ha in più occasioni fatto proprio. Costruendo un’immagine di donna tenace e inflessibile, capace di reggere ritmi di lavoro che sfiancano anche i suoi collaboratori più giovani. Questa candidatura – alla soglia dei 70 anni, dopo la durissima sconfitta del 2008 contro Obama, le umiliazioni subite da First Lady, l’esperienza da senatrice e segretario di Stato – si colloca in fondo entro questa narrazione: quella di una donna che non molla mai. E che alla fine è a più a suo agio in mimetica, tra quei generali dai quali – narrano le cronache – è amata e riverita, che nei cocktail washingtoniani dove imperano giornalisti dei quali invece diffida apertamente.
E però, per reggere questo gioco – per rendere credibile, appunto, questa narrazione – è chiamata a uno sforzo ben superiore rispetto alla controparte maschile. In quanto donna le si applicano standard assai più severi, come ben si è visto in questa campagna elettorale quando già prima della polmonite i suoi avversari hanno frequentemente avanzato insinuazioni sul suo stato di salute – sulla sua intrinseca fragilità di donna quasi settantenne – che difficilmente si sarebbero permessi con un uomo. Improbabile vi siano conseguenze elettorali, a maggior ragione se di rapida polmonite davvero si tratta. I due elettorati, polarizzati e in una certa misura militarizzati, sono già ben definiti e la mobilità dall’uno all’altro è davvero ridottissima. La Clinton resta favorita e si fatica a vedere una possibile via alla Presidenza per Trump, al di là delle evidenti debolezze della sua avversaria. Tra le quali c’è, appunto, anche la vulnerabilità di un corpo femminile costretto ad agire dentro un discorso politico che continua a essere maschile e, non di rado, volgarmente misogino.

Il Giornale di Brescia, 14 settembre 2016

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Candidati deboli

La polmonite d’Hillary introduce un’ulteriore variabile in questo strano ciclo elettorale. Una variabile che, come molte altre, segnala la vulnerabilità di entrambi i candidati. È questo un dato difficilmente oppugnabile oggi: a fronteggiarsi sono due contendenti fragili, che non a caso hanno impostato una campagna principalmente negativa, centrata sulla sottolineatura delle reciproche debolezze. Misurabili, queste, attraverso diversi parametri. L’anagrafe, innanzitutto: i 68 anni di Hillary Clinton e i 70 di Donald Trump. Che se eletti sarebbero tra i più vecchi presidenti nella storia degli Stati Uniti (rispettivamente terza e primo, con il Ronald Reagan del 1980 nel mezzo). E che tutto trasmettono fuorché vitalità e dinamismo, come dimostrato dalle tante insinuazioni fatte circolare dalle due parti sullo stato di salute dell’avversario. L’anagrafe s’intreccia con un secondo, palese fattore: la straordinaria impopolarità di Clinton e Trump. Secondo gli ultimi sondaggi Gallup, un ampio numero di americani – attorno al 50% per Clinton, dieci punti in più per Trump – danno una valutazione negativa dei due candidati. Si tratta, nuovamente di numeri record. Che si accompagnano alla diffusa sfiducia sulla stessa integrità di Hillary Clinton e Donald Trump. In un recente sondaggio CNN coloro che dissentivano con l’affermazione secondo la quale la Clinton sarebbe “onesta e degna di fiducia” sfiorava il 70%; per Trump si attestava attorno a un comunque altissimo 55%. Come ha sottolineato l’analista di Gallup V. Lance Tarrance, quella a cui stiamo assistendo è una “battaglia epica tra due individui che non sono stati capaci di riabilitare la propria immagine presso il pubblico americano e che quindi puntano tutto sul rendere il più sgradevole possibile il proprio opponente”. Lo fanno anche per dare risposta a una terza e ultima debolezza: la loro limitata capacità di mobilitare appieno le proprie basi elettorali, come è vitale fare per poter ambire alla Presidenza. Tra l’establishment repubblicano sono sorti comitati a sostegno di Hillary e non passa giorno senza che appaia sui principali quotidiani statunitensi l’articolo di qualche conservatore che annuncia di non poter votare per Trump, vuoi per la sua politica estera isolazionista e protezionista vuoi per il suo passato libertino e filo-democratico. A sinistra e tra i giovani, la Clinton convince poco o nulla: per la sua moderazione; per una carriera marcata da svolte tanto repentine quanto opportunistiche; per il suo convinto sostegno a un interventismo centrato anche sull’uso dello strumento militare.
Ma come si è giunti a ciò? Come si spiega questa bizzarra sfida tra due candidati tanto impopolari? Due risposte possono essere offerte. La prima è comune a entrambi, anche se colpisce ovviamente di più la Clinton. Ed è l’avversione di un pezzo rilevante d’America verso una politica che appare lontana, delegittimata e priva di credibilità. La seconda spiegazione è invece diametralmente opposta per le due parti. Semplificando, si potrebbe dire che la selezione dei due candidati ha mostrato un establishment troppo debole tra i repubblicani e troppo forte tra i democratici. Il primo ha cercato di cavalcare spregiudicatamente il vento dell’antipolitica nella sua opposizione pregiudiziale e rigida a Obama, finendone però malamente disarcionato e ritrovandosi così con un candidato ingestibile e, anche, impresentabile. Il secondo ha invece preso in ostaggio il ciclo elettorale, dissuadendo altri possibili competitori e portando alla nomination una figura tanto preparata e competente quanto inadeguata a una fase storica, e a un umore politico, che ben altro richiedevano. Perché malattia o meno, Hillary Clinton è a tutti gli effetti la candidata sbagliata: l’esponente emblematica di una vecchia politica che l’America, a torto o ragione, oggi rigetta; la rappresentante di un approccio moderato e centrista in un contesto polarizzato che premia invece la radicalità; l’algida tecnocrate in un’era di demagogico populismo. L’avversaria ideale di Donald Trump, insomma, e forse una delle poche ragioni per le quali il miliardario newyorchese abbia ancora qualche chance di arrivare alla Casa Bianca.

Il Mattino, 13 settembre 2016

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15 anni dopo

È un’America orgogliosa e fiera quella che si ritrova a celebrare questo ennesimo anniversario dell’11 settembre. Che nel ricordare i morti di quella orribile giornata fa sfoggio di compattezza e unità. Che mostra, a se stessa e al mondo, come sulle ceneri del World Trade Center abbia voluto edificare nuovi simboli della sua tenacia e resilienza, della sua grandezza e potenza: lo splendido memoriale da un lato; la possente (e un po’ pacchiana) Freedom Tower dall’altro.
Dietro le apparenze e il fervore patriottico del momento si celano però delle fragilità che gli attacchi terroristici del 2001 hanno in parte causato e in parte accentuato. Tre parole chiave ci aiutano a comprenderle e sintetizzarle. La prima è divisione. La mobilitazione successiva agli attentati, il logico raccogliersi del paese attorno a un Presidente, George Bush, poi destinato a rivelarsi del tutto inadeguato, e lo stato di guerra permanente in cui il paese si trovò produssero inizialmente un senso di unità nazionale tanto sovraccarico quanto effimero. Sottotraccia, occultate dalle contingenze ma potenti, correvano dinamiche che stavano frammentando il paese e minando la sua coesione. Si assisteva a un’accentuazione di processi demografici che stravolgevano il volto dell’America per come lo si conosceva e portavano la sua componente bianca e cristiana verso una condizione di minoranza che essa avrebbe fatto (e fa) molta fatica ad accettare. Un quarantennio di “guerre culturali” – sui curricula scolastici e la bandiera, sull’aborto e l’omosessualità – si sarebbe infine concluso con vari successi del fronte liberal, ma avrebbe lasciato ferite profonde e mai del tutto cicatrizzate. Lo scontro politico ne sarebbe stato a sua volta influenzato, con un inarrestabile imbarbarimento del confronto pubblico e una polarizzazione partitica senza precedenti nella storia recente del paese, con le due parti incapaci di trovare punti di convergenza e uno stato di sostanziale militarizzazione delle rispettive basi (come dimostrato dai livelli bassissimi di mobilità elettorale dell’ultimo decennio, con un 90/95% di votanti che sceglie sempre e solo una parte: alle presidenziali, così come alle elezioni per il Congresso e a quelle statali). Queste spaccature sono state per molti aspetti esacerbate dalle scelte post-11 settembre 2001. Una politica estera ideologica e fallimentare ha alienato un pezzo di paese. Soprattutto, ha finito per accentuare il risentimento e la diffidenza dell’opinione pubblica verso un establishment politico (e, dopo la crisi del 2007-8, economico) autoreferenziale e inetto. Le radici del populismo che ha prodotto il fenomeno Trump stanno insomma anche nelle scelte compiute 15 anni fa.
La seconda parola chiave è paura. Una paura che con l’11 settembre si è fatta in qualche modo strutturale e con la quale solo più tardi noi europei abbiamo imparato a convivere. Questa paura il potere politico ha pensato di poterla cavalcare, finendone però disarcionato. Ed è stata questa paura che ha giustificato scelte securitarie estreme e draconiane, dal carcere di Guantanamo all’uso della tortura, dall’utilizzo invasivo e spregiudicato degli strumenti di spionaggio alla piena legittimazione di una politica di assassini mirati di sospetti terroristi quale non si vedeva dai tempi più bui della Guerra Fredda.
E questo ci porta alla terza e ultima parola chiave: isolamento. Come la coesione nazionale post-11 settembre sarebbe rapidamente evaporata così la solidarietà internazionale con gli Stati Uniti – simboleggiata da quel “siamo tutti americani” con cui il direttore di Le Monde Jean-Marie Colombani titolò il suo editoriale del 12 settembre 2001 – non sopravvisse né alle ipocrisie e ambiguità di tale solidarietà né alle scelte unilaterali e radicali della politica estera e di sicurezza di Bush. Anche in questo caso, gli effetti sarebbero stati di lungo periodo, con una maggioranza di americani che ancor oggi rivendicano la necessità, ed efficacia, di molte delle misure più controverse adottate allora e gran parte del mondo che osserva perplessa se non inorridita.
L’elezione di Obama è parsa poter rovesciare questo processo. In fondo, tutto il discorso politico dell’ultimo Presidente è stato centrato sulla necessità di ricostruire l’unità interna perduta, riportare il paese in quel mondo dal quale si era dolosamente distaccato, superare una paura che non ha ragioni d’essere in assenza di minacce “esistenziali” alla sua sicurezza (nemmeno l’ISIS lo sarebbe, ha spesso affermato Obama). I suoi successi sono stati però al meglio parziali. E l’America celebra questo anniversario nel mezzo di un confronto elettorale abbruttito e finanche violento, dal quale rischia di uscire ancor più divisa, isolata e spaventata.

Il Giornale di Brescia, 11 settembre 2016

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Trump in Messico

In una campagna elettorale ricca di stravaganze, il viaggio lampo di Donald Trump in Messico ha aggiunto un’ulteriore, inattesa bizzarria. Il candidato repubblicano ha sfruttato l’improvvido invito del presidente messicano Peña Nieto per volare a Città del Messico e avere un rapido faccia a faccia. Difficile capire cosa abbia mosso Peña Nieto quando ha proposto a Clinton e Trump d’incontrarlo. La sua popolarità è ai minimi storici e forse ha cercato di risollevarla presentandosi come leader capace di relazionarsi alla pari con il gigante statunitense (inesplicabile diventa però la cautela e moderazione poi dispiegata con Trump, un uomo che nell’ultimo anno ha più volte insultato il Messico e i messicani). Più facile, invece, definire gli obiettivi che il miliardario newyorchese sperava di raggiungere con questo viaggio.
Nettamente dietro alla Clinton – nei sondaggi nazionali così come in quelli, più significativi, degli stati che saranno cruciali in novembre – Trump ha un disperato bisogno di alterare una dinamica che appare oggi irreversibile. Recarsi in Messico serviva quindi per dare un messaggio a diversi segmenti dell’elettorato statunitense. Da un lato, intendeva rafforzare il profilo, oggi assai fragile, del Trump statista e Presidente in pectore. Lo rendeva, questo profilo, più credibile attraverso la legittimazione derivante dall’essere ricevuto da un capo di stato. Dall’altro, permetteva al candidato repubblicano di apparire simultaneamente moderato e inflessibile, capace d’interloquire responsabilmente con la controparte messicana ovvero di non indietreggiare dalle sue posizioni di fermezza e rigore. Ecco perché, diversamente da quanto affermato da molti commentatori, non vi è contraddizione tra il Trump cauto e misurato dell’incontro con Peña Nieto e quello che solo poche ore più tardi a Phoenix tornava a tuonare contro gli immigrati clandestini, proponeva deportazioni di massa, invocava “certificati ideologici” per i futuri immigrati – in modo da selezionare quelli in linea con i valori e principi statunitensi – e prometteva di far pagare al Messico il grande “splendido” muro che sarà costruito alla frontiera dopo la sua elezione (“non lo sanno ancora”, ha affermato Trump, “ma lo pagheranno loro al 100%”).
Sconclusionato, incoerente e violento, il discorso di Phoenix ha offerto l’ennesimo concentrato del Trump-pensiero. E ha mostrato, una volta ancora, come la prevista moderazione e civilizzazione del candidato repubblicano sia lontana dal realizzarsi. Anzi, consapevole che le sue chance di vittoria sono poche o nulle, Trump può solo rilanciare sul terreno della demagogia e della provocazione. Può, insomma, giocare l’unica fiche che sembra essergli rimasta: quella che punta alla piena e totale mobilitazione del suo elettorato e in una contestuale defezione dei molti elettori che di Hillary Clinton diffidano apertamente. È una strada stretta e impervia, però. Perché la violenza verbale e il razzismo di Trump porteranno alle urne tanti che altrimenti per Hillary Clinton non avrebbero mai votato; perché cresce il peso dell’elettorato ispanico (un +17% tra il 2012 e il 2016 a fronte di un aumento di quello complessivo che è stato solo del 5%); perché tra chi vota Trump è ampiamente sovra-rappresentato un segmento dell’elettorato, bianco e anziano, il cui peso relativo sta inesorabilmente calando. E contro queste dinamiche poco possono i colpi di teatro, come l’improvviso viaggio in Messico, e le tante acrobazie alle quali Trump ci ha ormai abituato.

Il Giornale di Brescia, 3 settembre 2016

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Americhe contrapposte

Un Iman e un suo assistente assassinati in un atto che la polizia newyorchese sembra incline a rubricare come di matrice islamofoba. Nuovi scontri tra giovani afroamericani e polizia, questa volta a Milwaukee, dopo l’ennesima uccisione di un giovane nero da parte delle forze dell’ordine. Un candidato presidenziale ben sotto la soglia minima della decenza che accusa la sua avversaria, Hillary Clinton, e Obama di essere “i fondatori dell’ISIS” e invita, con quello che a molti è parso un vero e proprio incitamento alla violenza, il “popolo del II emendamento” (ossia i possessori d’armi) ad agire contro la Clinton.
L’America appare divisa e lacerata come non accadeva da tempo. Attraversata da molteplici linee di frattura; frammentata in molte Americhe, violentemente contrapposte le une alle altre e non disposte a cercare un qualche terreno comune.
A catalizzare e acuire queste fratture concorrono almeno tre fattori generali, tra loro strettamente interdipendenti. Il primo è quello politico. Gli ultimi vent’anni hanno visto una forte intensificazione della polarizzazione politica: una graduale, ma inarrestabile, decrescita della mobilità elettorale da una parte all’altra e la conseguente formazione di due campi rigidamente contrapposti e vieppiù impermeabili. Se da un lato non si tratta di un fenomeno nuovo nella storia statunitense, che al di là della retorica bipartisan è spesso stata connotata da un’aspra partigianeria, dall’altro questa fase storica sembra ricalcare i momenti di massima polarizzazione, con un 90% degli elettori che in occasione delle elezioni presidenziali del 2008 e del 2012 hanno votato per uno straight ticket, scegliendo candidati dello stesso partito tanto per la Presidenza quanto per il Congresso. Vari fattori hanno contribuito a questa polarizzazione: dalle primarie, alle quali partecipano per lo più elettori motivati e militanti con una radicalizzazione delle posizioni e del messaggio politico, al fatto che l’identità dei due partiti è sempre più definita da temi ad alto contenuto simbolico ed emotivo, sui quali è più difficile individuare comuni denominatori. Ciò che consegue, però, è la difficoltà di trovare punti di convergenza, che sarebbero peraltro immediatamente puniti dai due elettorati. L’esperienza di Obama – un presidente che tutto è stato fuorché radicale in termini di politiche attuate – è lì a dimostrarlo. I suoi provvedimenti più importanti sono stati duramente osteggiati dalla controparte repubblicana; la sua legge più famosa, la riforma del sistema sanitario, esplicitamente modellata su proposte avanzate in passato dal fronte conservatore, è passata al Congresso senza un solo voto repubblicano; il tasso di approvazione/disapprovazione del suo operato è stato il più stabile da quando Gallup, a partire dal 1945, fa questo tipo di rilevazioni ed è oscillato tra il 45/50% a dimostrazione della inossidabile fissità dei due campi, quello pro-Obama e quello anti-Obama.
Questa dimensione politica s’intreccia strettamente con quella economica e sociale. Agisce indubbiamente l’onda lunga della crisi del 2007-8 e la trasformazione, forse strutturale, che essa ha imposto all’economia statunitense. Sotto fondamentali che appaiono più che buoni – un PIL che negli anni di Obama è cresciuto al ritmo del 2/2.5%, una disoccupazione passata dal 10 al 5% – covano contraddizioni potenti. Permane una diseguaglianza marcata, solo in parte corretta dagli effetti riequilibratori della crisi; s’accentuano differenze generazionali, con i lavoratori giovani assai meno tutelati e dalle prospettive più incerte; continua a pesare un processo di de-industrializzazione che ha colpito duramente alcune comunità e aree (nelle quali Trump ottiene spesso un ampio sostegno). Incide, infine, la sostanziale non ripetibilità di un modello di alti consumi a debito che ha connotato una fase – i primi anni del XXI secolo – della quale molti americani conservano una vivida memoria, ma che ha infine rivelato la sua insostenibilità. Se i consumi hanno rappresentato un fondamentale, ancorché indiretto, ammortizzatore sociale, essi non assolvono (né possono più assolvere) quella funzione.
Terzo e ultimo fattore: la razza. Da un lato vi è un mondo afroamericano vittima nell’ultimo trentennio tanto delle politiche securitarie della “tolleranza zero” quanto di un discorso meritocratico e neoliberale che ha colpito molte delle conquiste del movimento dei diritti civili. Dall’altro, vi è la realtà di un’America bianca e cristiana che cessa gradualmente di essere maggioranza nel paese e che fatica ad accettarlo: che rivendica l’esistenza di una presunta essenza statunitense ora minacciata e messa in discussione. Un’America, questa, che ne contiene al suo interno tante altre, incluse quelle realtà post-industriali vittime principali della globalizzazione, dove sono scomparsi i lavori che hanno storicamente rappresentato i vettori primari di ascensione sociale. E che, arrabbiate, incattivite e spaventate, diventano talora preda dei demagoghi alla Trump e dei facili bersagli – gli immigrati messicani, le pratiche commerciali cinesi, l’Islam – che essi spregiudicatamente le offrono.
Difficile immaginare un’attenuazione di queste dinamiche nel ciclo elettorale odierno, di suo aspro e incarognito. E difficile, in tutta onestà, anche sperare che esse rientrino dopo un voto dal quale, qualsiasi sia l’esito, uscirà quasi certamente un’America ancor più divisa e polarizzata.

Il Messaggero/Il Mattino, 15 agosto 2016

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Il Donald

Ha accusato Hillary Clinton e Barack Obama di essere i “fondatori” dell’ISIS. Il giorno prima aveva invitato il “popolo del II emendamento” – ossia i possessori di armi – ad agire contro la candidata democratica: una formulazione deliberatamente ambigua che a molti è parsa come un vero e proprio incitamento alla violenza. Donald Trump continua a essere se stesso: a fare il Donald Trump. Smentite sono le previsioni di chi credeva che avrebbe moderato toni e messaggio una volta conquistata la nomination. Rigettati sono i consigli di tanti leader repubblicani che lo imploravano di assumere un atteggiamento più pacato e, anche, civile, pena il rischio di una pesantissima sconfitta in novembre. Una sconfitta, questa, che potrebbe ricadere come una slavina su tutto il partito, con la prospettiva assai concreta di consegnare almeno una delle due camere (il Senato) ai democratici.
Trump invece tira dritto. Se possibile rilancia, con parole e attacchi violenti, politicamente scorretti e, spesso, privi di alcun ancoraggio alla verità. Lo fa perché probabilmente è l’unico linguaggio che conosce e in una certa misura padroneggia. E perché ritiene che esso sia in sintonia con gli umori dell’opinione pubblica statunitense o almeno di quella parte che lo ha portato, contro tutte le previsioni, alla vittoria nelle primarie. Difficile capire se vi sia dietro una strategia o se si tratti dell’ennesima dimostrazione di un dilettantismo e di un’approssimazione per i quali Trump non ha ancora pagato dazio alcuno. Il sentiero che lo può condurre alla Casa Bianca sarebbe di per sé impervio, visto il vantaggio quasi strutturale di cui godono i democratici alle presidenziali, dove i repubblicani debbono vincere molti degli stati in bilico, gli swing states, per pareggiare il numero di grandi elettori già certi di andare alla controparte. Se di strategia invece si tratta, essa appare ad altissimo rischio: per mobilitare appieno un elettorato bianco arrabbiato e conservatore, potenzialmente decisivo in stati come l’Ohio e la Pennsylvania, Trump sta rischiando di alienare ancor più il resto del paese e di perdere così altri stati potenzialmente decisivi, dalla Florida alla Virginia al Colorado.
Ma forse non vi è alcuna strategia. E a parlare, per bocca di Trump, è una pancia del paese che più si scopre minoritaria più s’incarognisce e abbruttisce. I sondaggi questo sembrano dirci oggi. Nelle ultime due settimane la forbice tra Clinton e Trump si è costantemente ampliata, tanto a livello nazionale quanto negli swing states (quasi il 10% in Pennsylvania, secondo le rilevazioni più recenti); il panico tra i repubblicani è ormai palpabile. Tutto può accadere, ovviamente, ma dalle due convention di luglio è emerso un Trump più fragile, insicuro e vulnerabile.
Che cosa ci dice tutto ciò, anche rispetto alla efficacia elettorale di una retorica che un certo populismo, spregiudicato e razzista, utilizza a man bassa pure in Europa? Innanzitutto, che alzare i toni della polemica politica può pagare in un quadro polarizzato come quello degli Usa odierni, ma al contempo fissa un recinto, in termini di consenso e voti, oltre il quale non è possibile spingersi. Serve a vincere le primarie, insomma, ma può poi essere molto penalizzante nelle elezioni generali. Dove, approssimazione, dilettantismo e finanche cialtroneria sono esposte ai riflettori assai più (e più intensamente) che durante le primarie. E forse le difficoltà odierne di Trump ci mostrano anche come gli elettori siano più maturi di quanto non credano i tanti spregiudicati demagoghi che popolano il mondo politico oggi.

Il Giornale di Brescia, 14 agosto 2016

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Spy stories

Email penetrate e rese pubbliche che rivelano le discussioni dei vertici del partito democratico su come danneggiare Sanders e favorire la Clinton nelle primarie. Messaggi riservati, questi, divulgati proprio all’inizio della convention democratica con l’intenzione evidente di alimentare tensioni tra i delegati e rendere più difficile il raggiungimento dell’unità a sostegno di Hillary Clinton. E messaggi che pare siano stati fatti circolare da hackers dei servizi di Putin, con l’obiettivo di danneggiare la Clinton e favorire il candidato repubblicano Donald Trump, grande ammiratore del presidente russo.
Una spy story un po’ surreale, a dire il vero, che irrompe in una campagna presidenziale già di suo ai limiti del grottesco. La Clinton denuncia con asprezza le ingerenze putiniane; Trump si guadagna l’accusa di alto tradimento laddove sollecita Putin a promuovere altre operazioni simili e a divulgare le email secretate che rivelerebbero le malefatte dell’ex Segretario di Stato; i servizi d’intelligence statunitensi s’interrogano sull’opportunità di rispettare tradizione e protocollo, mettendo informazioni sensibili a disposizione di un candidato fuori controllo come Trump. Putin finora tace, ma si può immaginare che osservi compiaciuto il teatrino di questi giorni.
È probabile che la polemica rientri rapidamente: che la tempesta stia in fondo in un bicchiere d’acqua. E che ognuna delle parti in causa reciti la propria parte con il chiaro obiettivo di trarre il massimo vantaggio possibile. La Clinton può rimarcare una volta ancora l’impresentabilità di Trump: un uomo capace di tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, anche quello di sollecitare ingerenze palesi nella politica degli Stati Uniti da parte di uno loro dei principali nemici. Trump ha avuto una giornata di tensioni dentro la convention democratica, anche se la frattura non è durata e il partito è riuscito a esprimere un’unità d’intenti che era invece mancata alla controparte repubblicana. Ma il magnate newyorchese spera comunque di ottenere un tornaconto elettorale da questo suo indiretto flirt con Putin. Sa che una parte non marginale di americani considera il presidente russo leader abile e spregiudicato, capace in più occasioni di mettere in un angolo Obama. E sa che l’ammirazione per lo spregiudicato realismo di Putin origini anche da un’infatuazione autoritaria che pare oggi assai diffusa tra gli elettori di Trump. Non ritiene, insomma, di dover pagar dazio alcuno per il tentativo di cooptare il leader russo nella campagna elettorale, come ha in pratica fatto con il suo invito a continuare l’opera di hackeraggio della mail della Clinton. Putin, infine, è certo consapevole che il suo accorto silenzio alimenta il convincimento che la Russia sia in qualche modo coinvolta. E la cosa presumibilmente non gli dispiace. Questa spregiudicatezza rafforza la convinzione, dentro e fuori la Russia, che egli sia un leader forte capace di giocare la sua partita con efficacia e senza scrupoli. E lo aiuta ad occultare le difficoltà interne e internazionali di Mosca, con una economia in sofferenza e una Russia oggi assai isolata. Soprattutto, la vicenda gli permette di dire che quel gioco spesso rinfacciato agli Usa – quella intrinseca propensione a interferire negli affari interni di altri paesi – lo sa giocare bene anche Mosca se chiamata a farlo. Difficile credere che il Presidente russo voglia davvero aiutare Trump; più probabile invece che – realismo per realismo – Putin sappia che le chance del candidato repubblicano di conquistare la Presidenza siano assai limitate. E che questa piccola dimostrazione di forza, se di ciò davvero si è trattato, non sia destinata ad avere un impatto significativo sull’esito ultimo delle elezioni.

Il Messaggero/Il Mattino 1 agosto 2016

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Purezza democratica

Un tempo le convention erano momenti dirimenti, dove nel fumo a mezz’aria e in un caldo spesso irrespirabile– con compromessi e scontri, urla e sotterfugi, errori e furberie – i delegati sceglievano il candidato, invariabilmente maschile, alla Presidenza. Col tempo, e soprattutto a partire dagli anni Settanta, sono diventate altro: momenti asettici, controllati e altamente televisivi d’incoronamento dei prescelti e, oggi, finalmente anche delle prescelte. Questo lungo anno elettorale non manca però di sorprendere. E nel 2016 le convention democratiche e repubblicane, pur continuando a fungere da momento incoronatore, sono tornate a essere quel che storicamente furono: arene di scontro e contestazione, di passione e di tensione. Politica, insomma. All’atmosfera circense che ha caratterizzato la nomination di Donald Trump a Cleveland la settimana scorsa fanno da contraltare le polemiche feroci e divisive che hanno marcato il primo giorno della convention democratica iniziata ieri a Philadelphia. Agisce l’onda lunga dell’aspra contesa delle primarie che ha contrapposto Hillary Clinton e Bernie Sanders, l’establishment e l’insorgenza, i giovani (per Sanders) e gli over-30 (per Clinton). Trova sfogo l’insoddisfazione di un pezzo non marginale della sinistra democratica verso una scelta, quella di Hillary Clinton, che non piace e finanche irrita: una figura dell’establishment quando l’establishment appare logoro e discreditato; una scelta calata dall’alto quando la mobilitazione vera si attiva sempre più dal basso; una proposta centrista e moderata laddove polarizzazione e radicalizzazione spingono per una più netta contrapposizione tra destra e sinistra, repubblicani e democratici. Ma è anche la conseguenza, dell’ultimo, ennesimo scandalo che colpisce i democratici. Sono delle email, una volta ancora, a costituire l’oggetto dello scalpore e della protesta. Le email del comitato nazionale democratico che rivelano come esso – e la sua presidente, la deputata della Florida Deborah Wasserman Schultz – tutto sono stati fuorché neutrali durante le primarie. Venendo meno al proprio ruolo e al proprio statuto, il comitato avrebbe in più occasioni agito per danneggiare Sanders, mostrano messaggi riservati, violati e resi pubblici da hackers che – scandalo nello scandalo, assurdo nell’assurdo – avrebbero agito per conto dei servizi di Putin, interessati a favorire Trump e i repubblicani.
Poco di cui scandalizzarsi, in fondo. L’establishment è l’establishment e Sanders – che nel partito democratico è entrato solo per partecipare alle primarie – non poteva pensare di correre contro di esso senza pagare dazio alcuno. A sufficienza, però, per alienare ancor di più l’elettorato giovane e di sinistra che ha votato massicciamente contro la Clinton, che ha trovato in un 74enne socialista del Vermont il proprio improbabile profeta e che oggi quel socialista lo rinnega nel momento in cui egli chiede, come ha fatto Sanders, di votare la Clinton pur di fermare la mostruosità di una presidenza Trump. Vi è al contempo del nuovo e del vecchio in tutto ciò. Il vecchio è rappresentato da una sinistra che, nel rincorrere una purezza mai pura abbastanza, rischia di far vincere la destra, anche quella più retriva e bigotta, come nel caso di Trump. Sanders ha in fondo ottenuto molto di più di quanto non immaginasse, a partire dal programma che uscirà dalla convention in cui sono recepite diverse sue proposte e richieste, dal salario minimo ad un’ulteriore riforma di Wall Street fino alla legalizzazione dell’uso della marijuana. Il nuovo, invece, deriva dal fatto che questa politica fluida, partecipata e volatile sembra ormai sfuggire a qualsiasi controllo: anche a quello delle élite più abili e spregiudicate. Sfugge, oggi, addirittura ai Clinton e ai clintonistas. E apre scenari semplicemente inimmaginabili fino a non molto tempo fa.

Il Mattino, 26 luglio 2016

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Il partito di Donald Trump

Coerente con il personaggio che ha incoronato, la convention repubblicana di Cleveland tutto è stata fuorché rituale e ordinaria. Dal caso di plagio del discorso della moglie di Trump, Melania, agli scontri del primo giorno sulle modalità di voto, dagli attacchi scomposti a Hillary Clinton alle urla contro Ted Cruz – l’avversario delle primarie che non ha dato il suo endorsement a Trump – fino all’aggressiva chiusura del candidato repubblicano, diversi sono stati i momenti circensi e sopra le righe. Momenti, questi, che hanno rievocato le vecchie, fumose e aspre convention di una volta più che quelle asettiche e controllate dei tempi recenti. Per i tanti critici, la quattro giorni di Cleveland ha mostrato una volta di più l’impresentabilità di Trump, oltre che l’impatto divisivo e polarizzante della sua ascesa, sul paese e sullo stesso fronte repubblicano. I sostenitori del miliardario newyorchese, al contrario, hanno letto questa convention come rivelatrice una volta ancora della forza di Trump e del suo messaggio politico: come espressione di una spontaneità fresca e genuina, da contrapporre alla politica inquinata e autoreferenziale, ovviamente rappresentata nelle fattezze di Hillary Clinton (per la quale molti intervenuti hanno addirittura invocato la galera).
Può darsi che Cleveland sia stata entrambe le cose, come da vecchia, buona politica: teatro e strategia; arena e compromesso; urla e mediazione. La gran parte dei commentatori ha letto la convention come l’ultimo momento buono per ricompattare il partito repubblicano; come l’ultima chance a disposizione di Trump per ripulire la sua immagine e moderare il suo messaggio. Per divenire, in altre parole, un candidato normale. Ma è così? Per sperare di vincere, Trump ha (o, meglio, aveva) davvero bisogno di “de-trumpizzarsi”?
Numeri alla mano e con Cleveland alle spalle, è lecito nutrire più di un dubbio. I repubblicani partono con un handicap pesantissimo, in parte strutturale e in parte contingente. Si confrontano con una mappa elettorale che nelle elezioni presidenziali si è fatta vieppiù sfavorevole, con i democratici certi di avere dalla loro più grandi elettori (dai 20 ai 40, a seconda delle stime) di quelli garantiti dagli stati a maggioranza repubblicana. E hanno, i repubblicani, davvero poche chances di migliorare il risultato del 2012 presso una minoranza ispanica decisiva in stati ancora in bilico, come il Nevada e il Colorado, ma che Trump ha ulteriormente allontanato con le sue posizioni xenofobe. Può sperare di vincere, il candidato repubblicano, solo rischiando di perdere ancor più largamente, subendo quella che sarebbe una delle più pesanti sconfitte della storia. Deve, insomma, raddoppiare e rilanciare: sovraccaricare ancor più il suo messaggio, con l’obiettivo di mobilitare appieno un elettorato bianco e radicalizzato che gli potrebbe consegnare stati decisivi della Rustbelt postindustriale, come l’Ohio e la Pennsylvania, o di un sud atipico e assai composito, quali la Virginia, la North Carolina e la stessa Florida. Ecco perché non debbono sorprendere il tono estremo di molti interventi sentiti a Cleveland, la reiterata demonizzazione di Hillary Clinton, gli attacchi ai movimenti neri, la natura quasi mono-razziale della convention (più dell’80% degli speakers era bianco). E non debbono sorprendere le parole di Trump sulla politica estera e il suo ostentato rifiuto dei vincoli imposti dalle alleanze degli Usa, a partire dalla stessa Nato. Il candidato newyorchese parla a un elettorato che conosce bene; offre un messaggio scopertamente nazionalista con cui promette di ripristinare la grandezza dell’America, liberandola da costrizioni interne e internazionali; denuncia la debolezza e la corruzione di chi ha guidato il paese. E sa, Trump, che i rapporti di forza tra lui e il partito si sono almeno temporaneamente invertiti. Che il suo elettorato – quello che lo ha portato alla nomination – i repubblicani li tiene in fondo in ostaggio, come la processione a Cleveland/Canossa di molti leader congressuali ha ben evidenziato. Sa, insomma, che dopo Cleveland e fino all’8 novembre il partito repubblicano sarà il partito di Donald Trump.

Il Messaggero, 22 Luglio 2016

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