babele

"L'economia sta crescendo, ma non veloce quanto dovrebbe", ha affermato Obama durante un'intervista alla rete televisiva NBC. E d'altronde, ha continuato il presidente, non "esistono bacchette magiche". In sé un'affermazione normale, fin quasi scontata, per un capo di stato impegnato a fronteggiare una delle crisi più complesse e difficili degli ultimi due secoli. Corrette o meno siano le misure adottate - e su questo la discussione rimane aperta - nessuno avrebbe potuto pensare che dalla recessione apertasi nel 2007-2008 si sarebbe usciti tanto facilmente. Alcuni dati, poi, non possono che confortare Obama e il suo team. Pur con una crescita inferiore alle aspettative nel secondo quadrimestre, la proiezione per il 2010 prevede un aumento del PIL del 2,4%, comunque significativo, in termini assoluti e relativi. Secondo le stime più recenti di un autorevole organismo indipendente come il Congressional Budget Office - le cui valutazioni sono rispettate a destra come a sinistra - il piano di stimolo messo in campo nel febbraio 2009 ha permesso la creazione di circa 3 milioni di posti di lavoro nel secondo quadrimestre del 2010, raggiungendo quindi gli obiettivi dell'amministrazione e offrendo una risposta fondamentale alla crisi.

Eppure l'immagine dell'Obama che non "ha la bacchetta magica" stride con quella dell'Obama "Messia", così diffusa dentro e ancor più fuori gli Stati Uniti (fu in fondo il settimanale tedesco "Der Spiegel" a offrire una copertina emblematica dedicata a Obama, titolata appunto "Der Messiah faktor"). E ci mostra un'intrinseca contraddizione della narrazione che ha accompagnato tutta la parabola politica di Obama. Messianica, questa narrazione, lo è stata davvero: nelle aspettative generate; nella promessa di cambiamento; nella sua capacità di rivitalizzare una volta ancora il mito americano. E però i contenuti politici di tale narrazione sono sempre stati moderati, inclusivi, bipartisan. Centrati cioè sulla promessa di superare contrapposizioni e polarità; di archiviare la parentesi, radicale e ideologica, di Bush; di riportare alla Casa Bianca competenza, rigore e sobrietà.

Quella obamiana è sempre stata una narrazione nella quale convivevano messianesimo e pragmatismo. Era anzi proprio il pragmatismo, così lontano dal discorso ad alto contenuto ideologico di Bush e dei neoconservatori, a sostanziare la messianica promessa della trasformazione: del "yes we can". Alla Casa Bianca, però, quel "can" si è spesso trasformato in "can not". Perché è inevitabile che solo una parte delle promesse di una campagna elettorale vengano realizzate; perché la portata della crisi è tale che l'uscita non può che essere graduale e dolorosa; perché le ricette miracolose, appunto, non esistono, né a Washington né altrove. Ma anche e soprattutto perché nell'America polarizzata e divisa di oggi non vi è spazio per dialoghi e collaborazioni bipartisan, come la radicalizzazione del partito repubblicano ben rivela.

Lo scarto tra narrazione e pratiche, tra desideri e possibilità, si è rivelato troppo ampio per essere colmato. E se un errore politico Obama ha compiuto è stato certo quello di non averlo capito per tempo, e di non aver capitalizzato a dovere l'immensa impopolarità di Bush e dei repubblicani. Col suo atteggiamento professorale e responsabile, Obama ha permesso che nell'immaginario degli americani la crisi diventasse "la crisi di Obama" così come le guerre in Iraq e in Afghanistan sono diventate le "guerre di Obama".

Di fronte a una campagna elettorale sempre più aspra e intensa, però, Obama sembra aver cambiato approccio. Non solo ricordando come nessuno abbia in mano "bacchette magiche", ma anche rimarcando con forza le gravi colpe del suo predecessore, come ha fatto sempre domenica a  New Orleans, nel quinto anniversario del disastro causato dal ciclone Kathrina: "un disastro naturale, ma anche un disastro prodotto dall'uomo", ha affermato Obama, "un vergognoso fallimento del governo che ha lasciato abbandonati e da soli un numero incalcolabile di uomini, donne e bambini". Scopriremo nei mesi a venire - e in particolare alle elezioni di novembre - se questa svolta sia destinata a pagare o se sia stata troppo tardiva.


[Il Mattino, 30 agosto 2010]

Guerre Invisibili

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Checché ne dicano i commentatori come Robert Kagan, sempre pronti a celebrare un'America marziale, pugnace e virile, agli americani la guerra non piace. Come è normale e inevitabile per qualsiasi democrazia. A chi può mai piacere l'idea di vedere il fiore della propria gioventù rischiare la vita, magari in paesi lontani, ingrati e sconosciuti? Chi può dichiararsi felice di vedere risorse, umane e materiali, fagocitate dalla guerra: dalla sua preparazione e dalla sua condotta?

Se possibile, gli Stati Uniti rappresentano più di qualsiasi altra potenza l'antitesi della guerra. Nascono rigettando le guerre europee e magnificando il pacifico elemento commerciale, capace di legare gli stati in un abbraccio virtuoso e benefico. Il loro essere anti-Europa si è manifestato anche, se non soprattutto, nella sottolineatura critica, canonizzata poi nella retorica politica statunitense, del legame inestricabile tra la guerra e l'esperienza storica europea.

L'America la guerra ha poi imparato rapidamente a farla: per conquistare l'indipendenza, per difenderla, per espandersi e conquistare. Per proiettare la propria influenza e il proprio modello nel mondo. Ma l'influenza di un discorso anti-bellico e, non di rado, anti-militarista è rimasta. Anche nelle giustificazioni e nelle rappresentazioni, la guerra dell'America è divenuta qualcosa d'altro: un'operazione di polizia, una guerra per la libertà, per la democrazia, per la stessa umanità. In taluni casi un'anti-guerra: una guerra contro la guerra, per "porre fine a tutte le guerre", come affermò il presidente Woodrow Wilson dopo aver portato gli Usa nel primo conflitto mondiale.

L'ascesa degli Stati Uniti a potenza egemone del sistema internazionale ha creato una sorta di schizofrenia nel rapporto tra il paese e la guerra. I temi e simboli della sicurezza nazionale dominavano il dibattito pubblico;  vi era però una crescente ritrosia a intraprendere conflitti potenzialmente lunghi, costosi e dolorosi. Si riduceva cioè progressivamente il capitale di disponibilità al sacrificio. Qualcosa di assolutamente normale e fisiologico per una democrazia; a maggiore ragione per una democrazia prospera e vitale come quella statunitense. Ma qualcosa anche di molto problematico per una grande potenza, spesso condotta da leader convinti che il paese dovesse promuovere una politica estera ambiziosa, globale e interventista.

Questa schizofrenia si è paradossalmente intensificata dopo l'11 settembre. Che ha conferito a chi guidava gli Stati Uniti un nuovo capitale di disponibilità al sacrificio, individuale e collettivo, in larga misura poi sperperato. E che ha portato il paese in una condizione - rivelatasi politicamente insostenibile - di guerra permanente e apparentemente infinita. L'inchiesta del "Washington Post" sul labirintico mondo parallelo costruito dall'intelligence statunitense per combattere la guerra globale al terrorismo evidenzia quanti danni possa produrre questa schizofrenia. Per essere combattuta, la guerra - a maggior ragione una guerra senza fine - deve essere il più possibile invisibile. Non può in nessun modo essere una guerra di popolo, con un servizio di leva obbligatorio: un'opulenta democrazia non la potrebbe tollerare. La guerra la fanno i poveracci (in taluni casi non statunitensi che in cambio della leva ottengono un percorso accelerato alla cittadinanza). E la fanno - come mostra il "Washington Post" nel caso dell'intelligence - i costosissimi contractors, mercenari del nuovo millennio che possono fare il colpo della vita - e guadagnare quanto mai avrebbero sognato - o perderla, quella vita, senza che nessuno sia chiamato a renderne conto. Senza le cerimonie pubbliche, i lutti e le conseguenti introspezioni collettive che raramente giovano al consenso di chi sta al potere.

È una guerra fatta non di rado in nome della democrazia, ma che finisce per ferire l'essenza stessa della democrazia statunitense. Creando isole torbide, che sfuggono alle regole. Imponendo un velo opaco che non permette ai cittadini di vedere la guerra, la sua condotta, le sue conseguenze e i suoi costi. Deresponsabilizzando un potere politico non più chiamato a rendere conto delle proprie decisioni. Ma è anche l'unica guerra che la più vecchia, farraginosa e potente democrazia del mondo sembra oggi capace di condurre.


[Il Mattino, 22 luglio 2010]

Spie come noi

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Il leggendario Markus Wolf, la "spia senza volto" che guidava lo spionaggio internazionale della Stasi, era solito scherzare sugli agenti infiltrati per lunghi periodi all'estero. Il bel giorno in cui tali agenti diventavano finalmente operativi - ha affermato Wolf nelle sue memorie - "ci eravamo dimenticati chi fossero o perché mai li avessimo inviati" all'estero.

In realtà, anche nelle sue memorie Wolf non rinunciò a offrire ai lettori un po' di sana disinformazione. Durante la Guerra Fredda i servizi d'intelligence dell'Urss e degli altri paesi del blocco comunista promossero in realtà un imponente sforzo d'infiltrazione spionistica ai danni della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. E lo fecero proprio attivando spie 'dormienti', sapientemente coltivate negli anni, in attesa che potessero accedere a centri decisionali e fornire quindi informazioni di alto valore. Agiva allora il convincimento che la sfida geopolitica e ideologica con l'Occidente fosse destinata a durare a lungo. E che a prevalere sarebbe stato anche chi avesse avuto maggior pazienza nel cercare di penetrare i segreti ultimi dell'avversario. L'Urss ottenne successi importanti, anche grazie a spie - come Kim Philby e gli altri 4 studenti del gruppo di Cambridge - reclutate giovanissime, aspettando che il loro prestigioso background accademico e sociale gli permettesse di essere assunti dal ministero degli Esteri o dai servizi segreti, da dove fornirono informazioni vitali sul programma nucleare anglo-statunitense o sulle operazioni clandestine della CIA in Europa orientale.

Le spie 'dormienti' furono tra le protagoniste della competizione spionistica che costituiva una delle tante manifestazioni della Guerra Fredda. Ma hanno ancora un senso oggi? Che obiettivi si poneva la Russia di Putin nel mantenere la rete di spie 'dormienti' smantellata nei giorni scorsi dall'FBI? A cosa servivano questi inverosimili agenti, che con le loro famiglie conducevano una vita pienamente americanizzata e assai consuetudinaria, nella placida realtà suburbana alle porte di New York e di Boston? Ha davvero senso per un servizio segreto straniero avere agenti capaci di costruire relazioni con un professore di Harvard o un finanziere newyorchese?

Per quanto ne sappiamo, le informazioni carpite da questi agenti sono state di marginale rilevanza strategica. In taluni casi è probabile si tratti addirittura di un retaggio della Guerra Fredda: che alcune delle spie arrestate - come l'improbabile professore marxista Juan Lazaro (in realtà il 66enne Mikhail Vasenkov) - siano spie 'ibernate', reliquie di un'epoca che fu, più che 'dormienti'. In altri, però, è chiaro che si tratta di un'operazione recente, promossa in piena era putiniana. Un'operazione che riflette la nuova, e talora spregiudicata, assertività della politica estera russa. E che evidenzia come il consolidamento politico e istituzionale promosso da Putin sia avvenuto anche attraverso il rafforzamento ulteriore dei servizi d'intelligence russi, dai quali peraltro proviene lo stesso Primo Ministro russo. Come evidente è la volontà, anche in ambito spionistico, di vendicare le umiliazioni subite dalla Russia post-sovietica negli anni Novanta, quando i servizi occidentali operavano in piena libertà e mettevano le mani su importanti tesori archivistici e documentari dell'ex Unione Sovietica. Una Russia capace di attivare una nuova rete di spie 'dormienti' negli Stati Uniti è, almeno simbolicamente, una Russia capace di riacquisire il ruolo che le compete sulla scena internazionale. Che tutto sia finito con uno scambio di spie - il primo da un quarto di secolo a questa parte - non è casuale. Una decisione che rimanda anch'essa ai tempi della Guerra Fredda e contribuisce a rafforzare il prestigio della Russia, anche se lo scambio non è affatto alla pari (Mosca baratta dieci spie, probabilmente minori, non ancora condannate con quattro spie occidentali, da tempo in carcere). Un prestigio, però, da costruire senza alzare oltre una certa soglia le tensioni con gli Stati Uniti, come la risoluzione rapida e consensuale della crisi evidenzia. Perché se la Russia ambisce a recuperare almeno parte dello status perduto, è altrettanto vero che non può permettersi tensioni eccessive con l'ex avversario. Non può cioè permettersi nuove guerre fredde, se non nell'ambito, tanto pittoresco quanto primariamente simbolico, della guerra delle spie.

Il Mattino, 10 luglio 2010

Obama e la sicurezza

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Poco dopo l'insediamento di Obama alla Casa Bianca un sondaggio Gallup rivelò come una chiara maggioranza degli americani fosse favorevole alla definizione di standard più rigidi sui consumi di carburante o all'introduzione di norme che punissero più severamente la discriminazione salariale. Temi, questi, tipicamente di sinistra, che segnalavano una svolta importante nell'umore del paese e, per alcuni commentatori, addirittura nella sua cultura politica dominante. Lo stesso sondaggio aveva però una terza domanda, sulla chiusura del carcere speciale di Guantanamo. Rispetto alla quale una percentuale maggioritaria degli intervistati si dichiarava decisamente contraria.

L'America ha dato (e dà tuttora) un giudizio assai severo sull'operato di Bush. Che non si estende però alla sua azione nella lotta al terrorismo e ai metodi, assai poco ortodossi, che sono stati utilizzati. Perché - argomentano molti - questi metodi hanno garantito la sicurezza del paese, prevenendo altri attacchi terroristici. Perché la straordinarietà della situazione venutasi a determinare dopo l'11 settembre 2001 imponeva l'utilizzo di strumenti eccezionali e investiva giocoforza il presidenti di poteri ampliati e discrezionali. Perché, infine, l'idea che la sovranità statunitense potesse essere limitata dal rispetto di norme internazionali era (e rimane) molto impopolare negli Usa.

Di tutto ciò Obama ha ovviamente dovuto tenere conto. Ha modificato alcune delle politiche di Bush, da Guantanamo alla denuncia dei metodi aggressivi d'interrogatorio di sospetti terroristi usati negli anni di Bush. Lo ha fatto per convinzione, per principio e, soprattutto, per soddisfare quella parte dell'opinione pubblica e del mondo politico liberal che chiedevano una discontinuità netta. Ma lo ha fatto in modo parziale e non di rado contraddittorio, ad esempio nel tentativo, assai contorto, di definire le categorie di prigionieri presenti a Guantanamo per giustificare la prosecuzione dell'incarcerazione di alcuni di essi anche in assenza di prove di colpevolezza certe o esplicitate. Queste contraddizioni derivano solo in parte dall'oggettiva difficoltà di relazionarsi ai terroristi utilizzando le norme - statunitensi e internazionali - attualmente esistenti. A monte agiscono chiare considerazioni di ordine politico. Obama non può e non vuole andare contro il sentire comune ancora maggioritario negli Usa. Sa di essere vulnerabile sul terreno della sicurezza. E spera che il tema passi gradualmente in secondo piano, oscurato, come spesso è accaduto in questi ultimi due anni, da altri problemi e priorità, a partire dall'emergenza economica.

È chiaro, però, che nuovi attentati, anche se sventati - come è stato a New York pochi giorni fa o sul volo Amsterdam - Detroit il natale scorso - rimettono la questione del terrorismo al centro della scena ed espongono questa intrinseca vulnerabilità di Obama e dei democratici. Il precario equilibrio costruito dall'amministrazione non soddisfa nessuno, né i conservatori che denunciano con forza l'insufficiente fermezza dell'azione di Obama, né la sinistra che auspicava (e chiedeva) una rottura più netta e inequivoca con il passato. Costituisce però l'unico equilibrio politicamente possibile, che un eventuale riaffiorare dell'emergenza terrorismo finirebbe peraltro per travolgere. Un'eventualità simile - un nuovo attacco terroristico - è sempre dietro l'angolo. Troppo facile colpire un paese poroso, aperto, dove la popolazione si muove in continuazione quali sono gli Stati Uniti. La quasi esplosione dell'autobomba a Times Square è lì a ricordarcelo. Come ce lo ricordano, a modo loro, i toni utilizzati da una destra radicale che una parte non marginale del partito repubblicano non riesce a bloccare e, anzi, coltiva assiduamente e in modo irresponsabile. Toni che sarebbero quasi caricaturali, se non ci fossero dei precedenti recenti - l'attentato di Oklahoma City del 1995 che fece quasi 200 vittime - a ricordarci di cosa è capace di provocare questa violenza verbale e politica. Per quanto concerne la sicurezza e la lotta al terrorismo, Obama cammina su un filo assai sottile, che eventi incontrollabili e imprevedibili rischiano sempre di recidere.


[Il Mattino, 4 maggio 2010]

L'America de noantri

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Il rapporto tra politica ed expertise, tra chi prende le decisioni e chi studia i problemi a cui tali decisioni debbono essere applicate, è questione antica e irresoluta. Lo è in particolare negli Stati Uniti, la più antica (e, per certi aspetti, vecchia e farraginosa) democrazia del mondo, dove a varie riprese il caravanserraglio della politica e dei suoi strumenti è stato messo sotto accusa da riformatori tecnocratici, che ne denunciavano il carattere corrotto, anti-meritocratico e inefficiente.

Tutto ciò vale ancor più per la politica estera. Oggetto, questa, di aspre contrapposizioni partitiche e regionali negli Usa, e catalizzatore di fratture politiche estreme nella discussione su come definire e declinare l'interesse nazionale. Ma anche ambito che richiede ancor più competenze - disciplinari e linguistiche - di cui la politica raramente dispone e alle quali si deve gioco forza appoggiare.

Anche di questo si è discusso nell'incontro organizzato dal Ministero degli esteri e dalle Facoltà di Scienze Politiche italiane; facoltà dove si concentrano gran parte degli studi internazionalistici e che quindi rappresentano il naturale interlocutore della diplomazia. L'incontro era sul tema - oggi assai caldo - del disarmo e della non proliferazione. Un argomento che permette, in teoria, una feconda interazione tra studiosi, decisori (i.e.: politici) e diplomatici. I primi portano le loro conoscenze (che, per chi lavora a scienze politiche, sono per natura inter e pluri-disciplinari), gli ultimi la loro esperienza e quelli di mezzo, in teoria, apprendono e decidono con maggior cognizione di causa.

Sulla carta tutto tiene. La storia, a partire da quella americana, ci dice però che nei fatti le cose sono assai più complicate e che l'interazione tra 'scienza' e politica, conoscenza e decisione, apre spesso dilemmi  assai complicati. Lo si è capito bene quando è intervenuta la dott.sa Federiga Bindi, esperta di politica estera e di sicurezza della UE e fellow alla Brookings Institution di Washington DC, una delle più importanti e influenti think tank statunitensi. La dott.sa Bindi si fregia di un titolo non da poco: "Consigliere del Ministro degli Esteri per le politiche attinenti alla global governance e alle relazioni transatlantiche". Se le parole hanno ancora un senso, ciò significa che è uno dei più rilevanti e influenti consulenti del ministro. Ebbene, Bindi si è lanciata in una celebrazione di un'America che non solo riconosce le competenze e le fa accedere ai centri decisionali, ma dove la stessa carriera politica è vincolata alla capacità del/la aspirante politico/a di mettere sul tavolo un cv fatto di studi, dottorati, pubblicazioni. Un'America di esperti illuminati dove per entrare nell'amministrazione "è necessario avere un PhD" e dove Obama è potuto diventare presidente "perché ha scritto due libri". Un'America dove - per usare un termine che la dott.sa Bindi ama molto - vi è "osmosi" piena tra politica, accademia e think tank; dove politici e studiosi collaborano e si rispettano; dove, anzi, per fare il politico è buona cosa essere stato prima uno studioso e un intellettuale. E dove il politico migliore è, appunto, quella che ha un PhD e scrive su riviste prestigiose e referate.

Lo studioso di Stati Uniti - che pur ritiene essi abbiano molto da insegnare all'Europa e ancor più all'Italia - non può che stropicciarsi gli occhi incredulo. Sa bene che la troppa prossimità tra politica e ricerca ha causato alcuni pericolosi corto-circuiti, in particolare negli anni della guerra fredda quando gl'investimenti pubblici condizionavano (e in una certa misura inquinavano) le università. Sa che un certo fideismo tecnocratico ha provocato danni immensi alla politica estera statunitense, soprattutto in quella fase storica, con Kennedy presidente, in cui l'intellighenzia dei Best and Brightest, come li definì il giornalista David Halberstam, ebbe accesso senza precedenti al potere e ai centri decisionali. Sa anche che di presidenti con PhD ve ne è stato solo uno nella storia degli Stati Uniti (Woodrow Wilson, eletto quasi un secolo fa); che sono pochi i membri importanti dell'attuale gabinetto che hanno un PhD (su due piedi mi vengono in mente solo Robert Gates alla Difesa e Steven Chu all'Energia);  e sa che i due presidenti forse più incisivi degli ultimi 70 anni - Lyndon Johnson e Ronald Reagan - avevano delle semplice laurette di college improbabili e minori (rispettivamente Southwest Texas State Teachers College ed Eureka college, Illinois). Soprattutto chi studia gli Stati Uniti sa che la loro politica - una politica non di rado brutale e altamente conflittuale - la si fa in sedi altre dalle università e dalle think tank (creazioni in larga misura recenti, queste, che meriterebbero un discorso a parte e che sono state ben studiate in Italia da Mattia Diletti). Obama non è diventato presidente perché ha un PhD (non lo ha); né perché ha scritto due libri; lo è diventato perché 20 anni fa ha deciso di fare politica - e di farla da afro-americano - in una delle political machine più brutali d'America, quella di Chicago. Dove è cresciuto e si è fatto le ossa politicamente, in modo spregiudicato e in una battaglia senza esclusioni di colpi.

Invocare un'America che non esiste a uso e consumo di un'Italia che, ahimè, è fin troppo presente è davvero molto provinciale. E tra le tante cose di cui abbiamo bisogno in questo paese non vi sono né ricerca politicizzata né nuovi consiglieri del principe: di quelli, come peraltro di principi, ne abbiamo già a sufficienza. Soprattutto non abbiamo bisogno di caricaturare il resto del mondo, nella fattispecie gli Usa, con banalità e stereotipi. Da quel mondo abbiamo, sì, molto da imparare: a patto di studiarlo, conoscerlo e capirlo.

Ps: la consigliera Bindi ha anche rivendicato con forza il ruolo svolto dall'Italia nel promuovere il processo che avrebbe, tra le altre cose, permesso il nuovo accordo Start tra Usa e Russia. Un sondaggio improvvisato con alcuni colleghi non italiani che si occupano di politica estera statunitense ha rivelato che nessuno, di questo ruolo italiano, era a conoscenza. I più hanno risposto con una battuta sul tipico velleitarismo italiano. E, in tutta franchezza, mi è parso di sentire l'eco delle loro fragorose risate. Ma da storici sospendiamo il giudizio e attendiamo fiduciosi l'apertura degli archivi - presumibilmente tra 70/80 anni.

Difficile che questo summit voluto da Obama produca risultati concreti. E non è certo questo l'obiettivo del Presidente statunitense. È infatti la valenza simbolica del vertice - una grande iniziativa multilaterale voluta e promossa dagli Usa - a definirne la rilevanza politica e diplomatica. Il nucleare, e i pericoli di cui si fa portatore, lega tutti i soggetti del sistema; è il filo su cui corrono tante delle interdipendenze delle relazioni internazionali correnti. Ed è per questo che Obama lo ha posto al centro della sua agenda politica.

Dal trattato di non proliferazione del 1968 a oggi sono stati ottenuti risultati importanti: si sono ridotti di molto gli arsenali delle due grandi potenze; altri paesi, a partire dalla Cina, hanno rinunciato ad essere competitori nucleari, limitando i propri arsenali a una funzione di semplice deterrenza; il numero di stati in possesso di armi nucleari, o che ambiscono a dotarsene, è di molto diminuito (da 20/25 ai dieci attuali). Negli ultimi anni però il nucleare è tornato a fare paura. Escalation regionali (come nel caso indo-pakistano), regimi spregiudicati e/o disperati (Iran e Corea del Nord), doppi standard e, infine, dolose negligenze (gli Usa che non ratificano il test per la messa al bando degli esperimenti) hanno di fatto bloccato ulteriori sviluppi della non-proliferazione. La minaccia terroristica, e la possibilità che armi nucleari cadano in mano a soggetti non interessati a rispettare le regole della deterrenza, hanno acuito inevitabilmente paure e preoccupazioni. Così come le ha acuite la possibilità che si scateni una corsa nucleare in Medio Oriente, alterando equilibri regionali già assai fragili e precari.

La risposta di Obama a queste paure è quella del negoziato multilaterale. Si tratta di un multilateralismo almeno in parte obbligato. Poiché nessun soggetto è immune dal pericolo, s'impone una soluzione consensuale e globale. Ripudiando una volta ancora le categorie e il lessico di Bush, Obama dimostra di comprendere chiaramente come non esistano scorciatoie unilaterali con cui perseguire la sicurezza nazionale. Obama offre una visione per certi aspetti neo-wilsoniania di una sicurezza che, nell'era nucleare, è di tutti - è "sicurezza collettiva" - o non è di nessuno.

Il multilateralismo di Obama sul nucleare, e le modalità con cui lo si declina, non costituisce però solo il prodotto di vincoli e costrizioni cui anche la grande potenza statunitense deve sottostare. È un multilateralismo solo in parte forzoso e imposto. Esprime anche scelte precise che connotano l'approccio strategico e il discorso politico di Obama. È Il nucleare, infatti, a costituire l'ambito simbolico scelto da Obama per mettere gli Stati Uniti al centro della scena: per tornare ad assumere l'iniziativa politica e morale persa con Bush. Per parlare sia al mondo - che a larga maggioranza apprezza un presidente statunitense anti-nuclearista e multilateralista - sia a un'opinione pubblica interna che, quando adeguatamente preparata ed educata, ha dimostrato di appoggiare politiche di riduzione degli armamenti così come di mal sopportare le logiche di una pace nucleare fondata sulla possibilità della propria distruzione, assieme a quella dell'avversario. L'immoralità dell'equilibrio del terrore nucleare era già stata denunciata con grande efficacia politica e retorica da Ronald Reagan. Obama ha fatto propria tale denuncia, in un contesto internazionale non solo mutato, ma anche più precario e volubile.

In parte scelto, in parte obbligato, il multilateralismo obamiano è anche, e inevitabilmente, strumentale. È infatti uno dei mezzi attraverso cui l'amministrazione Obama cerca di dispiegare una complessa strategia diplomatica. Il nucleare è il denominatore che genera una comunanza d'interessi tra le principali potenze del sistema; in quanto tale, permette di attivare un processo negoziale virtuoso fatto di accordi, scambi e concessioni reciproche, come si è visto bene in questi giorni nelle relazioni sia con la Russia sia con la Cina. Ed è strumentale anche perché la riduzione delle armi nucleari permette, in prospettiva, di ristabilire gerarchie di potenza militare che proprio il nucleare, a la massimizzazione della capacità di deterrenza che esso fornisce a chi lo possiede, tende ad annullare. Le armi nucleari sono diventate nel tempo le armi dei poveri: il deterrente dei disperati, come rivela il caso della Corea del Nord. Gli Usa, grazie al loro indiscusso primato militare, hanno solo da guadagnare dal rilancio di un serio regime di non proliferazione.

I problemi sono tanti. Le tensioni di questi giorni con Israele e Pakistan indicano come la strada sia lunga e complessa. Vincoli, ideali e interessi convergono però nel definire la nuova politica nucleare degli Stati Uniti che costituisce oggi l'ambito principale, e il test più importante, del multilateralismo obamiano.


[Il Mattino, 14 aprile 2010]

Obama e il nucleare

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Obama è stato di parola e ha messo la questione nucleare al centro della sua agenda politica. All'inizio della settimana è stata annunciata la revisione della strategia nucleare statunitense (la Nuclear Posture Review), che fissa condizioni più stringenti al possibile uso di armi nucleari e impegna a ridurre il ruolo di tali armi nelle future strategie di sicurezza degli Stati Uniti. Ieri è stato firmato l'accordo con la Russia per una nuova riduzione dei rispettivi arsenali nucleari; infine, Obama ha da tempo espresso l'intenzione di svolgere un ruolo di primo piano nella conferenza internazionale sulla non-proliferazione del maggio prossimo.

A destra si denuncia la svolta obamiana, presentandola come un'abdicazione unilaterale del primato statunitense, destinata a rendere gli avversari di Washington ancor più spregiudicati e intraprendenti. A sinistra l'apprezzamento è parziale e qualificato: i termini dell'accordo con Mosca sono considerati troppo timidi; soprattutto, si critica la decisione di Obama di non rinunciare apertamente alla possibilità per gli Usa di utilizzare le armi nucleari come "primo colpo", anche in risposta a un attacco non nucleare. Commentatori autorevoli, come lo scienziato politico realista Stephen Walt, presentano il nuovo approccio di Obama come un esercizio di "pubbliche relazioni", potenzialmente utile, ma "insignificante" se valutato da una "prospettiva strategica".

La Nuclear Posture Review di Obama è il frutto di molte mediazioni e compromessi; in quanto tale non poteva offrire discontinuità radicali con il passato né evitare di contenere passaggi ambigui e talora vaghi. L'accordo con la Russia doveva a sua volta tener conto delle posizioni della controparte, restia a limitare quel retaggio della guerra fredda - le armi nucleari - che, assieme alle sue risorse energetiche, rappresenta il principale elemento di potenza di cui Mosca oggi ancora dispone. E non poteva non tener conto delle resistenze, presenti e future, che permangono all'interno degli stessi Stati Uniti: saranno infatti necessari i voti dei 2/3 dei senatori presenti in aula per ratificare il trattato e molti repubblicani hanno già espresso la loro ritrosia ad avallare un accordo che limita le capacità statunitensi e offre un altro successo politico a Obama.

Eppure, la svolta c'è e non può essere sottostimata. Sarà primariamente simbolica, come asserisce Walt, ma proprio la natura precipuamente simbolica delle armi nucleari ce ne mostra immediatamente la rilevanza. La simbologia che accompagna scelte e retorica di Obama è infatti importante e rivelatrice. In primo luogo, Obama torna a ribadire, in modo netto e inequivoco,  l'anormalità dello strumento nucleare: un mezzo il cui uso può essere contemplato solo in casi straordinari, si afferma nella Nuclear Posture Review, contro paesi che non rispettano il trattato di non-proliferazione nucleare (il riferimento è ovviamente a Iran e Corea del Nord). Venuta meno questa straordinarietà scompariranno le condizioni che rendono pensabile una funzione del nucleare altra da quella della semplice deterrenza di potenze parimenti dotate di armi nucleari. Il contrasto con gli anni di Bush e Rumsfeld - la Nuclear Posture Review del 2002 presentava le armi nucleari come "opzioni militari credibili per impedire una vasta gamma di minacce" e invocava "maggiore flessibilità" rispetto al loro possibile uso - è davvero stridente.

Nel momento in cui si enfatizza l'anormalità delle armi nucleari si torna esplicitamente a distinguerle da quelle chimiche e biologiche, evitando di ricorrere alla categoria - semplicistica e mistificatrice - di "armi di distruzione di massa", che l'amministrazione Bush usò invece con superficialità e spregiudicatezza. Le implicazioni diplomatiche sono altresì rilevanti: si ricostruisce un rapporto fondamentale con la Russia, utile in particolare per la gestione dello scottante dossier iraniano, e si mettono ancor più in un angolo stati non collaborativi come, appunto, l'Iran e la Corea del Nord. Soprattutto, si matura un capitale di credibilità vitale per intraprendere iniziative globali e multilaterali di disarmo e non-proliferazione. Per promuovere con efficacia tali iniziative, e per ri-assumere pienamente l'iniziativa politica e morale, è infatti indispensabile agire in modo coerente, evitando doppi standard in nome dei quali a taluni - gli Usa, ma anche Israele - sono permessi comportamenti e scelte che diventano intollerabili se intrapresi da altri. Sentire, dopo più di un decennio, un presidente statunitense che torna a parlare di non-proliferazione e che s'impegna a sottoporre al Senato la ratifica del trattato che mette al bando i test nucleari (il Comprehensive Test Ban Treaty, firmato quasi quindici anni fa) rappresenta una novità significativa e apprezzabile. E apre, va da sé, un altro fronte politico interno che impegnerà Obama e i democratici nei mesi a venire. Destino inevitabile per una presidenza non solo ambiziosa, ma che, dopo il successo sulla sanità, sembra avere finalmente ripreso nelle proprie mani i tempi del dibattito politico interno, troppo a lungo lasciati in quelle degli avversari conservatori.

[Il Mattino, 9 aprile 2010]

Sostenitori e critici della riforma del sistema sanitario di Obama ne hanno celebrato l' approvazione con toni celebrativi o apocalittici. Come il completamento del grande disegno progressista di Franklin Delano Roosevelt e Lyndon Johnson; o come un'inaccettabile violazione delle libertà individuali da parte di un governo federale sempre più intrusivo e, ormai, quasi socialista.
Sono rappresentazioni bizzarre e, invero, caricaturali. Si tratta di una riforma molto importante, ma moderata nei contenuti, oltre che cauta e graduale nelle sue modalità d'applicazione. Per ottenere la risicata maggioranza che ha infine permesso l'approvazione della legge, Obama è dovuto sottostare a numerosi compromessi, che hanno di molto attenuato i progetti originari e indotto ad abbandonare l'idea di offrire una "public option", un'assicurazione pubblica in competizione con quelle private. Anche per questo, la riforma non piace granché a molti liberal democratici, disposti infine a sostenerla solo per l'assenza di alternative. Nell'assegnare alla mano pubblica un ruolo di semplice supervisione, integrazione e supplenza - il governo federale impone infatti l'obbligo d'assicurazione e offre sussidi a chi non si può permettere di acquistarne una - la riforma sembra rimandare alla tradizione di un conservatorismo illuminato, a - là Nixon o Eisenhower, più che al progressismo di Roosevelt e Johnson. Non è un caso che nei contenuti e nelle giustificazioni, essa mostri straordinarie assonanze con la riforma promossa in Massachusetts nel 2006 dall'allora governatore repubblicano Mitt Romney che, nel disperato tentativo di accreditarsi con la destra del suo partito, denuncia oggi Obama per avere "tradito il suo giuramento al paese" con "un gigantesco abuso di potere".
Eppure, a dispetto della sua moderazione, la riforma sanitaria di Obama è per molti aspetti uno spartiacque, la cui rilevanza non può essere sottostimata: per quello che simboleggia, per le possibilità che apre e, ancor più, per ciò che ha evitato.
Ciò che ha prevenuto, innanzitutto. Nei giorni precedenti il voto qualche commentatore, incautamente, ha affermato che una sconfitta avrebbe fatto di Obama un presidente a termine: un nuovo Jimmy Carter. Non era (e non è) questo il problema, sia perché si tratta di scenari assai futuribili sia perché non si vede emergere sulla scena una credibile alternativa nazionale a Obama. La bocciatura della legge avrebbe sortito effetti ben più tangibili sul breve periodo, galvanizzando una destra radicale che tiene oggi in ostaggio il partito repubblicano, riducendo ulteriormente le possibilità di una qualche, minima, collaborazione bipartisan e, soprattutto, mandando definitivamente in frantumi un partito democratico diviso e indisciplinato. Le conseguenze elettorali sarebbero state potenzialmente devastanti per il partito democratico e per il Presidente, già a partire dalle prossime elezioni di mid-term in novembre, a prescindere dai calcoli individuali che hanno indotto alcuni deputati democratici a votare contro.
Per questo, il successo ottenuto sulla sanità apre nuove possibilità all'amministrazione, come si vede già in questi giorni nella discussione sulla riforma del sistema finanziario, passata qualche giorno fa alla commissione competente del Senato senza il previsto ostruzionismo repubblicano. Così come una sconfitta avrebbe posto un macigno sull'agenda riformatrice dell'amministrazione, così la vittoria, per quanto faticosa, permette di rilanciarne l'azione. Dal voto i democratici escono rafforzati e i repubblicani indeboliti: una situazione inimmaginabile solo due mesi orsono, dopo l'incredibile conquista repubblicana del seggio al senato che era di Ted Kennedy.
La rilevanza simbolica della riforma sanitaria, infine. Per quanto misurata e, secondi alcuni, finanche conservatrice la riforma della sanità è un passaggio epocale. Non solo e non tanto per quel che determina, ma per ciò che rappresenta: il rovesciamento di logiche, categorie e, anche, miti che hanno dominato il discorso politico e culturale nell'ultimo quarantennio e ai quali anche Clinton si era spesso dovuto piegare. All'idea, cioè, che iniquità sociali radicate e livelli crescenti di disuguaglianza siano il dazio inevitabile da pagare in una dinamica società post-industriale quale quella statunitense. Con la riforma della sanità, Obama e i democratici hanno lanciato un messaggio opposto. Hanno riaffermato l'idea che il governo federale - il pubblico - ha un obbligo nei confronti dei ceti più deboli ed esclusi; deve intervenire nel correggere squilibri e nel sanare ingiustizie. E può trovare le risorse per farlo anche aumentando il livello di tassazione sui redditi più alti, familiari e individuali. Le misure saranno state caute; il messaggio - considerato quel che è stata l'America in questo ultimo quarantennio - è però davvero radicale.

[Il Mattino, 27 marzo 2010]

"I nostri ragazzi in Afghanistan saranno sollevati" nel sapere che "l'amministrazione Obama è più preoccupata di muovere guerra a Fox che di farla in Afghanistan", ha dichiarato Glenn Beck, uno dei più popolari commentatori della rete televisiva statunitense Fox.
Beck - uno dei giornalisti più aggressivi e faziosi di una rete televisiva di per sé aggressiva e faziosa come Fox News - si riferiva alle recenti dichiarazioni di Anita Dunn, responsabile della comunicazione della Casa Bianca, che aveva accusato Fox News di non essere un canale d'informazione, ma "un braccio del partito repubblicano". Un giudizio in larga parte corretto, quello della Dunn. Fox offre un minimo di news, più o meno obiettive, e tantissimi commenti che, con gradi diversi di partigianeria e parzialità, hanno sempre come bersaglio Obama e i democratici. La rete di Rupert Murdoch ha peraltro una sorta di alter ego liberal nel canale MSNBC, dove un giornalismo ugualmente urlato e di parte - anche se di qualità lievemente superiore - muove quotidianamente guerra ai repubblicani e agli avversari di Obama.
Che Fox o MSNBC siano dei canali d'informazioni è quindi in larga misura una finzione. Sono strumenti di battaglia politica ed esempi evidenti dell'imbarbarimento e della polarizzazione dello scontro politico negli Stati Uniti. Uno scontro che si è radicalizzato nei toni e che ha determinato una trasformazione degli stessi media televisivi da luoghi dove il confronto avviene - mediato, disciplinato e civilizzato - in soggetti partecipi dello scontro medesimo, inclini a esasperare il conflitto e non più a regolamentarlo e mostrarlo.
Obama e i suoi hanno quindi più di un motivo di risentimento nei confronti di Fox. Guardare una puntata del programma di Beck o di quello di Bill O'Reilly, un altro celebre commentatore ultra-conservatore di Fox News, non può che indurre a interrogarsi su dove sia mai finito il giornalismo di un tempo e su quale sistema d'informazione si sia venuto a formare negli Stati Uniti (e non solo negli Stati Uniti, come vediamo quotidianamente nel nostro paese).
Eppure, attaccare così frontalmente Fox News è stato un errore politico, che si spiega almeno in parte con le difficoltà di Obama e con la volontà di mobilitare appieno i propri sostenitori in questa complicata contingenza. Denunciare Fox, come ha fatto Anita Dunn, espone infatti il Presidente all'accusa, politicamente molto pesante, di voler limitare la libertà di stampa. Scendere nell'arena melmosa che Fox ha tanto concorso a creare è indicatore di una suscettibilità insospettabile, che indebolisce inevitabilmente Obama agli occhi dell'opinione pubblica. Stride con la conclamata intenzione di superare le divisioni e le polarizzazioni che hanno paralizzato gli Stati Uniti nell'ultimo decennio. E permette infine a Fox di recitare la parte della vittima, soggetta all'attacco di un governo autoritario, intrusivo e quasi-socialista, che - afferma Beck - muove guerra ai suoi cittadini e non si cura invece di proteggerli dalle minacce esterne. Fox News non è un bell'esempio d'informazione. Non lo è nella grossolanità dei reportage, nei toni urlati, nella bellicosità nazionalista di molti suoi commentatori, nell'aggressività spesso volgare di personaggi come Beck. Ingaggiare un corpo a corpo con Fox, come l'amministrazione ha fatto, significa però scendere al suo livello. Meglio non curarsene e sorriderne, come Obama era riuscito a fare con successo sino a oggi.

[Il Mattino, 14 ottobre 2009]


Una sconfitta politica

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Una pessima giornata, questo venerdì 2 ottobre 2009, per Barack Obama. Alcune stime recenti sull'andamento dell'economia statunitense avevano indotto all'ottimismo. I pesanti dati di ieri sull'occupazione riportano tutti con i piedi per terra e mostrano come la strada per uscire dalla crisi sia ancora lunga e tortuosa. A pesare ancor di più è però l'eclatante sconfitta subita a Copenhagen, dove la candidatura di Chicago, la città d'adozione di Obama, a ospitare le Olimpiadi del 2016 è stata bocciata senza appello.

Obama aveva deciso di spendersi in prima persona, volando a Copenhagen nella speranza di convincere i delegati del Comitato Olimpico Internazionale a scegliere Chicago. Una decisione controversa, questa, criticata dai conservatori statunitensi e che è servita a poco. Nei giorni a venire le polemiche non mancheranno e contribuiranno in piccola misura a erodere ulteriormente il capitale politico di cui dispone il Presidente.

Assieme all'economia è la politica estera l'altro ambito nodale grazie al quale Obama ha costruito le proprie fortune elettorali. Quella stessa politica estera che in questi dieci mesi di Presidenza ha posto l'amministrazione statunitense di fronte a problemi immensi e dilemmi frustranti. Quanto avvenuto a Copenhagen può essere in una certa misura letto come una metafora delle tante difficoltà che gli Usa (e ovviamente Obama) si trovano ad affrontare oggi. A dispetto della retorica, le Olimpiadi sono infatti un fenomeno tutto politico: negli intricati e torbidi negoziati che portano alla scelte della sede; nella gestione e promozione dell'evento; nello stesso momento sportivo, dove i successi dei propri atleti sono quasi sempre sfruttati come strumenti per la costruzione del consenso da qualsiasi governo, autoritario o democratico esso sia. La storia ci offre al riguardo molteplici esempi. Ad essi si aggiunge oggi la sconfitta di Obama. Che è, appunto, una sconfitta politica. E che è una sconfitta di politica estera, non priva di rilevanti significati simbolici.

Nel suo intervento a Copenhagen, Obama si era affidato a elementi ormai classici del suo armamentario retorico. La candidatura di Chicago è stata così presentata come ulteriore esempio di un'America che vuole stare pienamente in un mondo dal quale pretese, almeno ideologicamente, di potersi separare negli anni di Bush. Ed è stata presentata come esempio di un'America che torna a farsi mondo, grazie alla sua diversità, al suo pluralismo e, anche, all'universalità dei suoi ideali e de suoi valori. "Quest'incontro potrebbe tenersi a Chicago", ha affermato con il consueto charme Obama, perché la realtà multietnica e cosmopolita della città (e, con essa, dell'America) la rende appunto "simile al mondo". Una città, quella dell'Illinois, dove un cittadino globale come il Presidente non poteva che trovarsi a suo agio, come ha ricordato Obama nell'ennesimo tentativo di sovrapporre la propria biografia a quella della nazione che guida e, con essa, del mondo che gli Usa rappresenterebbero. "In quelle strade di Chicago" - ha affermato Obama - "ho lavorato fianco a fianco con uomini e donne bianchi e neri, asiatici e ispanici, di ogni classe, nazionalità e religione". Un'America, quella incarnata da Chicago, che proprio come il suo Presidente vuole stare nel mondo ed ambisce ad essere il mondo.

Il problema, una volta ancora, è che questo mondo ha sorriso, applaudito e infine girato la testa dall'altra parte. Come fanno quotidianamente leader israeliani e palestinesi, afghani e pakistani, per tacere degli alleati europei.

Sarà pure il retaggio di Bush, l'ipocrisia di molti che delle difficoltà statunitensi non mancano di godere, il riaffiorare di mai sopiti pregiudizi anti-statunitensi. Ma Obama davvero poco potrà realizzare se non riuscirà a tradurre in effettiva capacità di pressione politica l'ampio consenso e la simpatia di cui, stando ai sondaggi, ancora gode in gran parte del mondo. Senza dimenticare che sul piano interno, si rafforzano e affilano le armi quelli che di questo mondo continuano a desiderare di non far parte.

 

Il Mattino, 3 ottobre 2009