Dissenso e sovranità

È difficile prevedere i futuri sviluppi del caso di Chen Guangcheng, l’attivista cinese per i diritti umani che dopo essere rocambolescamente evaso dagli arresti domiciliari ha trovato rifugio per una settimana presso l’ambasciata statunitense a Pechino. Chen si trova ora in un ospedale della capitale, mentre negli Usa divampano le polemiche per la presunta leggerezza con cui è stato gestito il caso e l’amministrazione Obama viene messa sotto accusa sia dai repubblicani sia dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. È probabile che un qualche compromesso sarà infine raggiunto e che, almeno temporaneamente, Chen potrà andare a studiare negli Usa.

La vicenda è però rilevatrice delle fragilità di una relazione, quella tra Cina e Stati Uniti, tanto contraddittoria quanto centrale per gli equilibri globali. Il soggetto egemone del sistema internazionale, gli Stati Uniti, e il suo principale antagonista potenziale, la Cina, sono infatti legati da un’interdipendenza  fattasi negli anni strettissima e ineludibile. Il mercato statunitense ha trainato la crescita dell’economia cinese; gli investimenti e le delocalizzazioni produttive americane hanno contribuito all’impetuoso sviluppo industriale della Cina; una quota crescente del debito degli Usa è finito in mani cinesi; il modello di consumi senza inflazione che ha contraddistinto gli Stati Uniti dell’ultimo trentennio sarebbe stato impensabile senza la produzione e le esportazioni della Cina.

Si tratta però di un’interdipendenza sbilanciata, in un contesto di transizione degli assetti mondiali, che si dovrà giocoforza risolvere con un riequilibrio meno vantaggioso per Washington. Tale transizione impone però scelte complesse e cedimenti ad ambo le parti. Gli Usa dovranno rivedere un modello di consumi probabilmente insostenibile, ma che ha avuto una funzione non secondaria nel garantire pace sociale e coesione politica; e dovranno accettare, quanto meno in Asia, di vedere ridotto e bilanciato il loro indiscusso primato militare. La Cina sarà costretta a ripensare il suo modello di sviluppo trainato dalle esportazioni, a rivalutare la propria moneta perdendo così competitività, e a contribuire alla crescita globale attraverso un aumento dei consumi interni permessi dallo straordinario tasso di risparmio pubblico e privato.

Da ambo le parti pare esservi piena consapevolezza di ciò, come emerge anche dai colloqui di questi giorni e dagli sforzi dei due governi di abbassare la soglia della tensione. Un razionale riconoscimento delle convergenze d’interessi, assieme alla consapevolezza di avere destini sempre più intrecciati, spinge naturalmente verso la collaborazione. E però i rischi sono altissimi. La volatile e litigiosa politica statunitense, ormai in permanente stato di mobilitazione elettorale, inserisce nell’equazione una variabile pericolosa e destabilizzante. Gli oppositori di Obama cercano di sfruttare la situazione, e la voce di Chen che invoca aiuto da Hillary Clinton arriva addirittura in diretta all’audizione di una commissione del Congresso. In Cina, le interferenze americane vengono denunciate da settori nazionalisti, in particolare nelle Forze Armate, mentre è in corso una complessa lotta per il potere, i cui termini sono difficili da decifrare, ma nella quale agitare lo spettro della minaccia statunitense può risultare politicamente utile.

Al di là delle contingenze politiche, fondamentale per una parte come per l’altra sarà accettare una messa in discussione, ed una eventuale limitazione, della propria sovranità. È impensabile che il regime cinese possa proseguire indisturbato sulla strada della repressione del dissenso politico: perché nell’era di Twitter e Facebook è ormai impossibile occultarlo; e perché le rappresaglie occidentali sarebbero inevitabili. Gli Usa però dovranno a loro volta abbandonare una parte di quei privilegi quasi imperiali di cui hanno goduto nell’ultimo ventennio. Dovranno cioè non solo integrare pienamente la Cina nell’ordine internazionale a egemonia statunitense, ma anche accettare una riduzione di questa egemonia, nell’ambito militare così come in quello energetico. Non sarà facile, ma alternative non sono date, se non quella di una escalation delle tensioni, pericolosissima e in ultimo incontrollabile.

Il Mattino/Il Messaggero, 5 maggio 2012

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Inizia la corsa per la Casa Bianca

La decisione di Rick Santorum di abbandonare la corsa per la presidenza pone termine alle primarie repubblicane e apre la lunga sfida elettorale tra Barack Obama e Mitt Romney. L’esito delle primarie era in realtà scontato. Troppo lo scarto di risorse e peso politico tra Romney e i suoi avversari. Troppo deboli i profili delle possibili alternative a Romney, come l’improbabile ascesa di un candidato fragile, impreparato ed estremo come Santorum ha mostrato molto bene. Troppo, infine, il desiderio dell’establishment repubblicano – moderato o conservatore poco importa – di chiudere a un certo punto la partita, evitando il protrarsi di una competizione elettorale aspra e divisiva, che avrebbe ulteriormente ridotto le possibilità di riconquistare la presidenza.

Da queste primarie esce infatti un candidato indebolito, come alcuni dati evidenziano con chiarezza. Innanzitutto, quello relativo alla partecipazione elettorale, che a dispetto delle aspettative, e con alcune eccezioni, è stata generalmente assai bassa nonché percentualmente minore rispetto a quattro anni fa. Nel giustificare l’opportunità di avere delle primarie lunghe e combattute,  molti repubblicani hanno fatto riferimento alla sfida del 2008 tra Hillary Clinton e Barack Obama. Che accese l’entusiasmo dell’elettorato democratico, mobilitò milioni di elettori e socializzò alla politica una nuova generazione. Tutte cose che non sono avvenute in queste primarie.

E questo ci porta a un secondo dato significativo. Alla bassa partecipazione elettorale è corrisposto un forte squilibrio anagrafico e demografico tra i votanti. Se possibile, le primarie repubblicane hanno alienato ancor di più quei due segmenti dell’elettorato – le donne e gli under-30 – che furono tra i pilastri del successo di Obama nel 2008 e che i repubblicani dovranno in qualche modo riconquistare. Anche in questo caso le statistiche sono implacabili: nelle recenti, combattute primarie dell’Illinois, ha votato appena il 10,5% degli aventi diritto (più di un milione di elettori in meno rispetto alle primarie democratiche del 2008); solo il 4% degli elettori under 30 – l’8% del totale dei votanti – si è recato alle urne; un quarto dei votanti aveva più di 65 anni; il 75% più di 45. La maggioranza del voto (52%) è stata maschile, anche se le donne residenti nello stato erano di più rispetto agli uomini

Durante le primarie, un discorso elettorale spostatosi vieppiù a destra, soprattutto sui temi “etici” – omosessualità, contraccezione, ruolo della religione nella vita pubblica – ha ulteriormente allontanato dal partito repubblicano il voto femminile e giovane. Così come ha allontanato il voto delle minoranze, su tutte quella ispanica, sottorappresentata tra i repubblicani e vittima principale di posizioni oltranziste e dogmatiche in materia di immigrazione, che lo stesso Romney ha fatto proprie. Di nuovo, il dato elettorale è emblematico: gli elettori bianchi sono stati il 98% del totale in Illinois  (a fronte di un 71.5% dei residenti); il 96% in Ohio (contro l’83% dei residenti); il 95% in Louisiana (contro il 62.5% dei residenti). In altre parole, l’elettore bianco con più di 50 anni è a tutti gli effetti sovra-rappresentato nel partito repubblicano, pur essendo meno significativo da un punto di vista demografico e, anche, culturale e politico. La sua centralità nel processo di selezione dei candidati repubblicani finisce anzi per spingerli verso destra e renderli così ancor meno capaci d’intercettare altri segmenti dell’elettorato.

Romney ha quindi una corsa in salita. Deve recuperare il voto indipendente e moderato, senza però perdere quello di una destra già scettica e maldisposta nei suoi confronti. Un compito difficile, che richiederà un notevole sforzo di equilibrismo e che dovrà far dimenticare le tante assurdità ascoltate durante questa campagna delle primarie.

Il comune denominatore su cui lo sfidante repubblicano si dovrà concentrare è ovviamente rappresentato dall’economia. A dispetto della recente ripresa e del calo della disoccupazione, rimane infatti forte l’insoddisfazione verso l’operato di Obama e la preoccupazione per i conti pubblici disastrati. Obama sarebbe, è bene non dimenticarlo, il primo presidente dai tempi di Franklin Delano Roosevelt ad essere confermato alla Casa Bianca con un tasso di disoccupazione superiore al 7.2% (è, oggi, all’8.2%). Su ciò, e sulla persistenza di una ostilità ad aumenti delle tasse che non è venuta meno neanche con la crisi del 2008, dovrà puntare Romney, in una elezione che potrebbe comunque rivelarsi più combattuta di quanto molti oggi non pronostichino.

Il Mattino, 12 aprile 2012

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Il voto del super-martedì

Romney vince, ma non sfonda. È questo il commento più frequente all’esito del voto del super-martedì, dove dieci stati mettevano in palio un numero di delegati superiore a quello assegnato da gennaio a oggi. Un commento corretto, ancorché parziale e potenzialmente fuorviante. Perché il dato davvero rilevante è che Romney non ha perso, in particolare in Ohio.

Venuta meno la possibilità di una rapida vittoria, Romney sa che la nomination dovrà essere conquistata attraverso una lunga campagna elettorale: accumulando delegati; contenendo le inevitabili sconfitte; sperando che il fronte conservatore continui a disperdere il suo voto su più candidati.

Dinamiche, queste, che sono state in larga misura confermate dal voto di ieri. È infatti ulteriormente cresciuto lo scarto tra i delegati (circa 400) conquistati da Romney e quelli di Rick Santorum (165) e Newt Gingrich (105). Non si è assottigliato il numero di pretendenti (la vittoria in Georgia e il voto imminente in altri stati del sud tengono in vita Gingrich). E si è rivelato una volta ancora lo scarto tra le risorse e l’organizzazione di cui dispone Romney e quelle dei suoi rivali: in Ohio Romney ha speso circa dodici volte più di Santorum, che non è riuscito a raccogliere le firme necessarie per essere presente sulla scheda elettorale di alcune contee e, addirittura, nell’intero stato della Virginia.

Ora la contesa si sposta nel sud profondo – Mississippi, Alabama e più avanti Louisiana – e nel primo ovest, in Missouri, Illinois e in Kansas. Stati nei quali, con la possibile eccezione dell’Illinois, Romney parte decisamente sfavorito. La dispersione del voto conservatore tra Gingrich e Santorum e meccanismi simil-proporzionali di allocazione dei delegati dovrebbero però permettergli di limitare i danni, prima del rush di aprile, quando si voterà, spesso con maggioritario puro, in stati della costa orientale assai favorevoli all’ex governatore del Massachusetts.

Il voto di ieri, in altre parole, conferma e consolida lo status di super-favorito di Romney. A sostegno del quale si sono pronunciati, non a caso, anche leader importanti della destra repubblicana, come il capogruppo alla Camera, il deputato della Virginia Eric Cantor.

E però, questa lunga campagna elettorale sembra indebolire Romney e i repubblicani. Per quanto il desiderio di sconfiggere Obama ricompatterà molti repubblicani in novembre, le scorie lasciate da una campagna estremamente brutale non potranno essere del tutto rimosse. La fragilità di Romney, candidato privo sia di carisma sia di capacità aggregante, è sotto gli occhi di tutti. Come lo è il deficit di entusiasmo tra l’elettorato, espressosi nei bassi tassi di partecipazione al voto e in una conseguente, ulteriore radicalizzazione del dibattito politico, che ha spinto ancor più a destra i repubblicani.

Primarie con bassa partecipazione elettorale e alto tasso di militanza dei votanti finiscono per danneggiare il partito repubblicano, rendendolo meno capace d’intercettare un paese che cambia molto in termini demografici (si pensi solo al peso crescente dell’elettorato ispanico), sociali e culturali. Un paese dove cresce esponenzialmente il sostegno al riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso (dal 27 al 53%, in soli 15 anni, secondo un recente sondaggio Gallup), mentre Rick Santorum tuona contro i contraccettivi e la licenziosità degli stili di vita di molti suoi compatrioti. Più di tutto, queste primarie mostrano lo scarto profondo tra l’America plurale e variegata che voterà in autunno e quella – omogenea, minoritaria, impaurita e, talora, incattivita – che sta votando in questi mesi. Tra un’America che cambia e si trasforma, come sempre nella sua storia, e un pezzo non marginale, ma di certo non maggioritario, del paese che il cambiamento in atto non lo vive, non lo accetta e cerca, senza successo, di fermare.

Il Mattino/Il Messaggero, 8 marzo 2012

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Romney, vittorie e limiti

Mitt Romney vince le primarie in Arizona e, soprattutto, Michigan, rafforzando così il vantaggio in termini di delegati, anche se la soglia dei 1044 necessaria per ottenere la nomination rimane ancora assai lontana (al momento Romney ne ha 167, seguito da Rick Santorum con 48). Evita, Romney, una sconfitta umiliante nel suo stato natio, il Michigan, che avrebbe potuto davvero alterare i termini della competizione. E consolida così la sua posizione di sfidante quasi certo di Obama in novembre. Riesce a farlo grazie alla pochezza dei suoi avversari, incluso un Rick Santorum sopraffatto dalla stanchezza e dalla mancanza di una guida che lo conduca nella campagna elettorale, e sempre più incapace di contenere il suo imbarazzante radicalismo religioso. Un Santorum privo, di fatto, di una vera e propria organizzazione, al punto da non riuscire ad adempiere alle formalità necessarie per candidarsi in uno stato importante come la Virginia, dove martedì prossimo correranno solo Romney e il libertario Ron Paul.

Eppure Romney non convince e risulta indebolito da queste primarie. Fatica a risolvere una partita che dovrebbe essere invece chiusa da tempo, visto l’immenso gap di risorse a suo favore,l’appoggio di gran parte dell’establishment del partito e, appunto, l’estrema debolezza dei suoi avversari.

Come si spiegano queste difficoltà di Romney? Almeno tre risposte possono essere offerte.

La prima ha a che fare con Romney medesimo. Candidato privo di carisma e fascino, quasi robotico nella postura e nella retorica, incapace di occultare il suo opportunismo, visibilmente pronto com’è ad abbracciare qualsiasi posizioni utile per ottenere la nomination. E candidato penalizzato da un passato che lo ha visto, da governatore del Massachusetts, promuovere politiche invise alla destra repubblicana.

La seconda risposta è data proprio dall’ulteriore radicalizzazione di questa destra. Alle primarie partecipano soprattutto elettori schierati e militanti; la discussione risulta inevitabilmente sbilanciata, nel caso repubblicano a destra. L’attuale disillusione e sfiducia verso la politica ha sinora contribuito a un basso tasso di partecipazione elettorale (inferiore a quello del 2008), amplificando ulteriormente l’effetto di radicalizzazione dell’elettorato tipico delle primarie. La conseguenza è stata quella di rendere competitivo un candidato davvero improbabile ed estremo come Santorum e di far apparire troppo moderato Romney, che pure quattro anni fa costituiva l’alternativa conservatrice a John McCain.

Infine, si è finora ritorta contro Romney la sua presunta forza: la sua esperienza di manager di successo e la rivendicata capacità di utilizzarla per gestire questa complessa transizione economica e finanziaria. Con l’economia al centro della discussione e delle preoccupazioni degli elettori, si riteneva che Romney sarebbe stato grandemente avvantaggiato. Così invece non è stato. In quest’America impaurita e, in parte, incattivita il miliardario Romney non riesce a sfondare tra gli elettori dai redditi meno alti. Stando agli exit poll in Michigan gli elettori dal reddito superiore ai 100mila dollari annui hanno votato per il 48% Romney e per il 34% Santorum; quelli con redditi inferiori ai 100mila dollari, per il 41% Santorum e il 36% Romney. Di Romney spesso irrita l’ostentata ricchezza; sconcerta la dichiarazione dei redditi (il 15% pagato su 20 milioni e più di guadagni, con capitali dirottati anche nei paradisi fiscali); suscitano ilarità i tentativi di apparire come un uomo comune, che va alle corse automobilistiche e cucina gli hamburger sulla griglia.

Chi sorride più di tutti è ovviamente Barack Obama, sino ad ora il vero vincitore di queste primarie. Consapevole, però, che Romney rimane un avversario molto pericoloso, che il desiderio repubblicano di riconquistare la Casa Bianca indurrà molti elettori conservatori a mettere da parte dubbi e insoddisfazioni, e che la partita di novembre rimane quanto mai aperta.

Il Mattino, 1 marzo 2012

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Tre debolezze

Nel giudicare un rapporto inevitabilmente squilibrato, quale è quello tra Italia e Stati Uniti, è facile perdere il senso della realtà, minimizzando l’importanza del viaggio americano di Monti ovvero celebrandolo con enfasi decisamente eccessiva e fuori luogo. Sui principali quotidiani americani si fatica oggi a trovare traccia alcuna dell’incontro tra Monti e Obama. Su quelli italiani i toni sono a dir poco trionfalistici e SuperMario – “l’uomo più importante in Europa” secondo il Time – assurge a campione del ritrovato orgoglio nazionale.
Per gli Stati Uniti, e per l’amministrazione Obama in particolare, Monti importante lo è davvero. È però una summa di debolezze quella che spiega, oggi, la rinnovata rilevanza dell’Italia per gli Stati Uniti.
La prima di queste debolezze è ovviamente quella italiana. Come spesso nella sua storia, l’Italia, e chi la governa in questo momento, è importante in quanto problema prima ancora che come risorsa. Sostenere in forma così ostentata il premier italiano, come ha fatto Obama, serve ad aiutare l’Italia a uscire dalle secche di una crisi dai possibili riverberi pandemici. Serve, molto prosaicamente, a facilitare il cruciale rifinanziamento del debito italiano nei mesi a venire, sul quale si gioca una partita decisiva per le sorti dell’Euro. Fa cioè parte di un impegno europeo e statunitense a salvare l’Italia, evitandole una sorte simil-greca.
La seconda debolezza è quella europea. Obama ha trovato in Monti un alleato prezioso per rilanciare il tema della crescita e dello sviluppo in Europa, finora sacrificati sull’altare dell’austerità imposto da Angela Merkel e dall’elettorato tedesco. Il nostro primo ministro è anzi reso interlocutore ancor più rilevante, e politicamente forte, proprio dalla sconcertante mancanza di alternative in un’Europa che appare schiacciata tra il rigorismo – autoreferenziale e prepotente – della Germania, la sudditanza della Francia e il progressivo disimpegno della Gran Bretagna.
Questo doversi appoggiare all’Italia, partner raramente privilegiato e apprezzato, ci rivela però la terza debolezza: quella degli Stati Uniti e dello stesso Obama. Anche per ragioni elettorali, il presidente americano non può permettersi una crisi europea che finirebbe inevitabilmente per danneggiare la crescita degli stessi Stati Uniti; Obama osserva quindi con perplessità la linea dell’austerity imposta dalla Merkel, e con preoccupazione la prospettiva di un’Europa ancor più germano-centrica che questa linea sembra prefigurare. Ha bisogno, in Europa, di contraltari all’attuale strapotere tedesco; e in piccola parte spera che questo ruolo possa essere svolto anche dall’Italia.
Ecco perché Obama ha bisogno di Monti, oggi. Ed ecco perché l’Italia cerca appoggi di questo tipo, fuori e dentro l’Europa. Anche se a monte rimane il problema, tutto europeo, di un egemone, la Germania, che sta dimostrando di non saper davvero fare egemonia.

Giornale di Brescia, 11 febbraio 2011

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Obama e Monti

Ci piace sempre credere che l’Italia sia un interlocutore particolarmente importante per gli Stati Uniti. Che anche la nostra relazione con Washington contenga qualcosa di speciale e unico, come quelle tra Stati Uniti e Gran Bretagna o Israele. Per i nostri tanti emigrati; la nostra collocazione geografica – ponte tra Est e Ovest, Europa e Medio Oriente – in una retorica stucchevole, ma sempre viva; per la nostra presunta abilità diplomatica.
Così ovviamente non è, anche se certi miti (e il velleitarismo che ne consegue) sono duri a morire. Storicamente, L’Italia è stata centrale per gli Usa più come problema che come risorsa; più per ciò che le accadeva che per quel che faceva (o cercava di fare). In un certo senso, ciò è vero anche per le vicende più recenti. A Washington i travagli italiani sono stati osservati con attenzione e grande preoccupazione, nel timore che potessero destabilizzare ulteriormente l’Europa e travolgere l’Euro. E certo si è tirato un forte sospiro di sollievo quando Berlusconi si è dimesso e gli è subentrato Mario Monti.
I tanti riconoscimenti politici e mediatici mostrano come Monti disponga di quella credibilità che ormai Berlusconi aveva del tutto perduto. Una credibilità che il nuovo premier sta facendo del suo meglio per capitalizzare proprio nella relazione con gli Stati Uniti. Facilitato in questo non da una qualche relazione speciale tra Italia e Stati Uniti, ma da una convergenza d’interessi oggettiva, ancorché contingente. E che, fatto salvo l’immenso squilibrio di forza e influenza, permette alle due parti di aiutarsi reciprocamente oggi.
La credibilità di Monti non deriva solo dal non essere Berlusconi. Si lega molto al suo profilo di tecnocrate e, ancor più, di europeista: nella filosofia, nell’esperienza politica e nella visione. Forse per il suo passato, a volte Monti sembra parlare (ed essere letto e valutato) più come commissario europeo che come premier italiano. Un europeismo che, una volta adottate le necessarie misure per salvare l’Italia dal baratro, ha indotto Monti a enfatizzare con forza il tema della crescita e dello sviluppo, da promuoversi su scala europea. Per aiutare l’Italia, ci mancherebbe, ma anche per immaginare un’alternativa plausibile a un’Europa sempre più germano-centrica, che piace poco o nulla agli Usa e a questa amministrazione in particolare.
Obama mostra di apprezzare l’impegno di Monti a mettere in ordine i disastrati conti pubblici, affrontando di petto la crisi del debito. E ovviamente loda l’impegno, per nulla marginale, dell’Italia all’interno dell’Alleanza Atlantica, a partire dall’Afghanistan. Apprezza però ancor di più la posizione assunta da Monti in merito sia al tema della crescita sia alla necessità di potenziare il firewall europeo a protezione dei titoli di stato più deboli ed esposti. Posizione, questa, che contiene un’implicita critica alla Germania e all’austerity merkeliana e che lega Obama e Monti. Il presidente americano è consapevole che la crescita globale di cui gli Usa (e Obama medesimo) disperatamente abbisognano è inestricabilmente legata al superamento delle difficoltà europee e a un rilancio dell’economia del vecchio continente, oggi fortemente inibito dalla rigidità tedesca. E sa, Obama, che Monti è interlocutore ancora più importante in conseguenza della sudditanza francese a Bonn e del sostanziale disimpegno britannico. Sa, infine, il presidente statunitense che rafforzare il governo Monti vuol dire aiutare l’Italia a rifinanziare il debito, disinnescando così la mina della crisi italiana. Ecco perché Italia e Stati Uniti possono e vogliono aiutarsi oggi: nel risolvere la crisi italiana e nel rilanciare la crescita europea. Certo, è sempre l’Italia: non l’interlocutore più importante degli Usa, né quello più stimato e affidabile. Ma in questo momento, l’Europa sembra offrire poco altro agli Stati Uniti. Nessuna relazione speciale quindi; e nemmeno un’eco dei tanti velleitarismi passati. Una semplice, e per questo ben più rilevante, convergenza d’interessi e di vedute.

Il Messaggero, 10 febbraio 2012

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Santorum e la debolezza dei repubblicani

Dopo risultati deludenti in South Carolina e Florida, l’ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum vince, e con margini significativi, le primarie e i caucus di tre stati importanti quali il Minnesota, il Missouri e il Colorado. Non ottiene, di fatto, alcun delegato: sarà il partito ad assegnare i delegati in Minnesota e in Colorado, mentre in Missouri si tornerà a votare più avanti, il 17 di marzo. E difficilmente Santorum potrà offrire un’alternativa a Mitt Romney che, salvo cataclismi oggi difficilmente immaginabili, sarà l’avversario di Obama in novembre. Da domani la macchina elettorale di Romney inizierà a muovere contro Santorum, finora risparmiato dalla pubblicità negativa e dagli attacchi rovesciati, con abilità e successo, addosso all’altro avversario di Romney, l’ex speaker della Camera Newt Gingrich.
La rilevanza, non solo simbolica, del voto di ieri non può però essere sottostimata e ci dice molto, rispetto al voto di novembre e alle possibilità repubblicane di riconquistare la Casa Bianca. Innanzitutto, i successi di Santorum rivelano una volta ancora la debolezza di Romney e, più in generale, del partito repubblicano. A dispetto dei suoi sforzi e del suo radicale spostamento a destra degli ultimi anni, Romney piace poco al sud cristiano e bianco e risulta indigesto a pezzi importanti della working class bianca e conservatrice, che nel mid-West – dall’Iowa al Minnesota – ha finora premiato Santorum. Anche se non lo si può dire pubblicamente, Romney insospettisce per la sua fede mormone. E continua a indisporre per la sua ricchezza, a lungo ostentata e oggi goffamente occultata, per i suoi frequenti cambiamenti di posizione, per la sua evidente incapacità di comunicare con un’America conservatrice e finanche bigotta, ma dignitosa e in sofferenza, che fatica a immedesimarsi in un miliardario con il fascino e il calore umano di un androide di prima generazione.
La debolezza e i problemi di Romney sono però quelli di tutto il partito repubblicano. Un partito i cui principali esponenti stanno in gran parte con Romney, ma che rimane diviso su linee di frattura plurime, profonde e in alcuni casi difficilmente ricomponibili. Fratture regionali, religiose, di classe, tra establishment e base, elite e militanti. Romney è il candidato designato perché offre un minimo comune denominatore ai tanti pezzi di questo composito mondo repubblicano: nonostante tutto è il candidato capace di attrarre consensi ampi e trasversali, come lo stesso voto ha finora dimostrato. Si tratta però di un minimo comune denominatore al ribasso, che consegue alla mancanza di alternative più che a una scelta positiva.
Infine, è difficile sottostimare oggi le cicatrici che queste primarie – brutali e non di rado volgari – sono destinate a lasciare. Romney, e i gruppi privati (le cosiddette SuperPacs) che lo sostengono, hanno finora operato con spregiudicatezza, ampi mezzi e, va detto, straordinaria efficacia. Hanno distrutto la campagna di Gingrich sul nascere, quando la crescita della sua popolarità in Iowa lo aveva trasformato in un pericoloso avversario (l’unico, avversario davvero pericoloso), per poi infliggerle un secondo colpo devastante dopo il successo in South Carolina. È presumibile che faranno lo stesso con Santorum, per quanto il passato di quest’ultimo lo renda meno vulnerabile di Gingrich. Alla fine delle primarie vi saranno però ferite profonde, difficili da rimarginare, per quanto odiato sia Obama e forte il desiderio di sconfiggerlo in novembre.
Obama e il suo team osservano e certamente apprezzano. Meglio di così per loro non potrebbe davvero andare. Se Obama dovesse essere il primo presidente dai tempi di Franklin Delano Roosevelt a venire rieletto nonostante un tasso di disoccupazione superiore al 7%, una parte non secondaria del merito sarebbe dei suoi avversari.

Il Mattino, 9 febbraio 2012

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Patriottismo populista

È stato soprattutto un discorso elettorale, quello pronunciato ieri da Barack Obama. Per molti aspetti si è trattato anzi della prima salve della lunga campagna elettorale che si chiuderà il 6 novembre prossimo. Utile quindi per capire come sarà impostata dal presidente questa campagna, su questioni interne così come sulla politica estera.
In un passaggio emblematico, relativo all’economia e alla necessità di ripristinare eguali opportunità per tutti in America, Obama ha affermato che la posta in palio “sono valori americani”, di proprietà “né dei democratici né dei repubblicani”. “Possiamo accettare l’idea di un paese dove un numero calante di persone sta molto bene e uno crescente fatica a stare a galla” – ha dichiarato Obama – “o possiamo ripristinare un’economia dove a ognuno è data una possibilità, ognuno ottiene la sua parte e ognuno gioca con le stesse regole”.
Una affermazione, questa, che aiuta a comprendere la cifra del messaggio obamiano e la strategia che quasi certamente ne informerà la retorica elettorale. Perché quello di Obama è, o quantomeno ambisce a essere, una sorta di patriottismo populista: capace di parlare alla pancia del paese, intercettandone le paure e i malumori, e di rovesciare a proprio vantaggio quel rigetto della politica che la destra repubblicana ha sfruttato abilmente dopo il 2008.
Ecco perché il tema della diseguaglianza viene posto con tanta enfasi al centro della scena. Una diseguaglianza macroscopica, cresciuta a dismisura nell’ultimo quarantennio, quando il reddito dell’1% più ricco è aumentato di quasi il 300% e quello del 20% più povero di appena il 18%. E una diseguaglianza tollerabile e giustificata in anni di crescita e apparente mobilità sociale, ma semplicemente inaccettabile quando la crisi economica manda il paese in profonda sofferenza, come è avvenuto dopo il 2008. Obama ha quindi facile gioco nel denunciare un sistema fiscale iniquo e regressivo, dove i multimilionari – a partire dal probabile avversario repubblicano, Mitt Romney – pagano in tasse la metà o meno di lavoratori autonomi e dipendenti che hanno redditi di cento o più volte inferiori (nel 2010-11, Romney ha dichiarato di 22 milioni di dollari all’anno, sul quale ha pagato solo il 14% di tasse, grazie a varie detrazioni e alla bassa tassazione dei redditi da capitale; le imposte sui redditi tra i 34mila e 174mila dollari stanno invece oggi tra il 25 e il 28%).
Anche grazie alla forte mobilitazione pubblica dell’ultimo anno, il tema delle sperequazioni sociali ha acquisito una assoluta centralità. E per la prima volta dopo molti anni, una chiara maggioranza dell’opinione pubblica sembra schierata a favore di posizioni che sollecitano una correzione quantomeno parziale di queste storture. In altre parole, è oggi elettoralmente conveniente denunciare la diseguaglianza e chiedere – come fa Obama – di correggere quelle distorsioni del codice fiscale che l’alimentano ed esasperano.
Spostato sul terreno della politica estera, questo discorso si traduce nella promessa – riaffermata ieri da Obama – di tutelare e proteggere l’economia statunitense, difendendola da forme di concorrenza sleale, delocalizzazione produttiva e politiche monetarie scorrette (il riferimento è ovviamente alla Cina e al valore artificialmente basso del Renminbi). Non sono mancati, nel discorso, riferimenti ai tanti successi di politica estera, che costituisce paradossalmente, uno dei principali punti di forza di Obama. E non è mancato il dovuto cenno alla solidità delle alleanze storiche degli Usa, in Europa, in Asia e nelle Americhe. Ma i toni genericamente protezionisti e difensivi di Obama sulle questioni relative all’economia internazionale rivelano uno dei possibili rischi di questa sua svolta. Che essa, cioè, vada a colpire rapporti internazionali già tesi e complicati, bisognosi di forme più intense di collaborazione multilaterale e non dell’adozione di pericolose scorciatoie unilaterali.

 

Il Messaggero, 26 gennaio 2011

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Le primarie repubblicane

A questo punto è improbabile che Mitt Romney non conquisti la nomination repubblicana. Ed è altresì possibile che la contesa si chiuda ancor prima di quanti molti non ritenessero possibile solo poche settimane fa. Laddove Romney ottenesse un buon risultato in South Carolina (21 gennaio) e trionfasse, come indicano i sondaggi, in Florida (31 gennaio) la partita sarebbe chiusa ancor prima di essere iniziata.
Cosa ci dicono quindi queste primarie rispetto all’attuale quadro politico statunitense e alla lunga campagna presidenziale prossima ad iniziare? Quali sono le possibilità dei repubblicani di sconfiggere Obama e riconquistare la Casa Bianca? Romney ha in fondo un passato assai moderato e centrista, laddove invece il partito repubblicano si è spostato decisamente a destra nell’ultimo decennio, come toni e contenuti di queste primarie hanno ben mostrato.
Da questa potenziale contraddizione si possono trarre almeno tre considerazioni. La prima è che questo spostamento a destra sia più complesso e sfaccettato di quanto non appaia e che ciò stia determinando una trasformazione del conservatorismo statunitense. Per le sue passate, ancorché oggi rinnegate, posizioni su aborto e unioni omosessuali, oltre che per la sua fede mormone, Romney è fortemente inviso a settori importanti della destra cristiana. Una destra, questa, che sta oggi montando un ultimo, disperato tentativo per ostacolarne la vittoria. Si tratta però di una destra non solo divisa, ma anche minoritaria: nel partito e, ancor più, in un paese che sui cosiddetti temi etici si è fatto negli ultimi decenni sempre più liberale.
La seconda considerazione riguarda il peso dell’establishment politico ed economico repubblicano. Non si tratta ovviamente di un monolite e le linee di frattura sono molteplici, a seconda delle regioni e degli interessi. Nondimeno, un blocco largamente maggioritario di questo establishment si è schierato con Romney, appoggiato da importanti settori economici e da quasi tutti i più importanti maggiorenti repubblicani, senatori e governatori, convinti che Romney sia il candidato che ha più probabilità di sconfiggere Obama in novembre. Quando sono emerse possibili alternative a Romney – in particolare l’unico suo sfidante serio e pericoloso, l’ex speaker della Camera Newt Gingrich – questo establishment  si è mosso con brutale efficacia, seppellendole sotto una valanga devastante di pubblicità negativa. Si conferma, in altre parole, la difficoltà di promuovere “insorgenze” anti-establishment, in particolare dopo che una sentenza della Corte Suprema ha rimosso i limiti alle spese in campagna elettorale di gruppi privati (le “Super-Pac”) formalmente non affiliati con alcun candidato.
La terza e ultima considerazione riguarda però la difficoltà di fare politica oggi in un paese dove il rigetto della politica e delle istituzioni è davvero forte. Ne consegue spesso l’incapacità di selezionare una classe politica all’altezza del compito, come le primarie repubblicane di nuovo hanno ben mostrato. I risultati migliori sono stati finora ottenuti da due candidati – Mitt Romney e il deputato ultra-libertario del Texas, Ron Paul – che di questi tempi quattro anni orsono erano già fuori dalla contesa. Governatori importanti e influenti e astri nascenti della politica hanno deciso di non correre. Lo spazio è stato così occupato da onesti mestieranti (Rick Santorum), personaggi che sembravano essere usciti dalla politica per sempre (Gingrich) e figure francamente imbarazzanti (la deputata Michelle Bachmann, l’uomo d’affari Herman Cain, persino il magnate Donald Trump).
Anche per questo, Obama rimane oggi favorito, a dispetto della sua scarsa popolarità e dei suoi numerosi errori. Di tutti i suoi avversari possibili, Mitt Romney è però di gran lunga il più forte e pericoloso. Si preannuncia quindi una campagna elettorale lunga, battagliata e, si spera, di livello un po’ superiore a quella delle primarie repubblicane.

Il Giornale di Brescia, 18 gennaio 2012

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Il voto in Iowa

L’Iowa non si smentisce. Nei suoi bizzarri caucus non si conquista la nomination, ma si può perderla prima ancora di iniziare a votare davvero, come Mitt Romney – ora più che mai indiscusso favorito – scoprì quattro anni orsono. Escono quindi subito dalla contesa la pasionaria deputata ultraconservatrice  Michelle Bachmann e, soprattutto, il governatore del Texas Rick Perry, la vera alternativa di Romney a destra, oltre che l’unico in grado di pareggiarne le straordinarie risorse economiche.

Per pochissimi voti Romney ha la meglio sull’ex senatore della Pennsylvania, Rick Santorum, capace d’intercettare il voto della destra cristiana, tradizionalmente ben rappresentata tra l’elettorato repubblicano dell’Iowa. Poco più indietro si colloca Rick Paul, deputato isolazionista, libertarian e anti-proibizionista che piace all’elettorato giovane e anti-establishment. Difficile che la corsa di Santorum e, ancor più, Paul possa però durare a lungo. Troppo eccentrico il secondo, sui temi etici così come sulla politica estera, per gli standard dei repubblicani; debole, privo di risorse e carisma il primo, che solo nel 2006 perdeva con quasi venti punti di scarto il suo seggio senatoriale, la più ampia sconfitta di un senatore in carica nella storia della Pennsylvania.

Oltre all’ex governatore dello Utah (e ambasciatore di Obama in Cina), Jon Huntsman, che in Iowa ha deciso di non correre e punta tutto su di un buon risultato in New Hampshire, rimane solo l’ex speaker della Camera, Newt Gingrich. Gingrich era cresciuto rapidamente nei sondaggi, grazie alle sue eccellenti performance nei dibattiti televisivi, salvo poi essere travolto da una valanga di pubblicità negative e attacchi personali, finanziati da gruppi privati (le cosiddette “SuperPacs”) legati ai suoi avversari, Romney in particolare. Dal voto in Iowa, Gingrich esce fortemente ridimensionato, ma non completamente sconfitto. Se regge in New Hampshire, dove ha raccolto l’appoggio dell’importante quotidiano conservatore “Manchester Union Leader”, e poi riesce a vincere nel primo stato del sud dove si vota, la South Carolina, Gingrich potrebbe provare ad allungare una contesa il cui esito, al momento, appare davvero scontato.

Il voto in Iowa è rilevante per diversi aspetti e ci dice molto sul partito repubblicano e, più in generale, sullo stato di salute della democrazia statunitense. I repubblicani appaiono estremamente frammentati e divisi. Romney vince l’Iowa pur ottenendo, in percentuale, meno voti rispetto al 2008, quando giunse secondo e vide implodere le sue speranze di conquistare la nomination. L’elettorato di destra ha cercato invano un’alternativa a Romney, individuandola infine – più per disperazione che per convinzione – in Santorum. Che una figura non più giovane, borderline, e invero alquanto bizzarra, come Ron Paul possa essere in corsa la dice lunga sui travagli dei repubblicani (nel 2008, Paul ottenne meno della metà dei voti conquistati quest’anno in Iowa). Certo, l’ostilità nei confronti di Obama e il desiderio di riconquistare la Casa Bianca sono collanti forti, che ricompatteranno in una qualche misura il partito. Per il suo passato moderato, i suoi frequenti mutamenti di posizione e il suo straordinario deficit di carisma e fascino, Romney non appare però figura in grado di accelerare o agevolare questo ricompattamento.

L’Iowa ci lascia intendere, inoltre, che la campagna del 2012 sarà tanto brutale quanto straordinariamente costosa. La recente sentenza con cui la Corte Suprema ha rimosso qualsiasi limite alle spese elettorali di gruppi privati formalmente indipendenti  ha contribuito e contribuirà a questo abbruttimento. 6 milioni di dollari sono stati spesi nella campagna in Iowa solo per pubblicità televisive; i 2/3 di queste hanno avuto un contenuto negativo che, in circa la metà dei casi, era indirizzato verso Gingrich. Aspettiamoci di tutto nei mesi a venire: Romney, ad esempio, ha già lanciato una serie di pubblicità anti-Obama che mistificano dichiarazioni fatte in passato dal Presidente, stravolgendone il senso e il contenuto.

Obama e democratici osservano con preoccupazione quanto sta avvenendo. Sanno che le divisioni e le debolezze dei repubblicani sono la loro maggiore risorsa in questo momento. Speravano, però, nell’ascesa di un candidato alternativo a Romney, capace di allungare le primarie e renderle ancor più aspre e divisive. Il voto di ieri in Iowa ci dice che quasi certamente ciò non avverrà.

Il Mattino/Il Messaggero, 5 gennaio 2012

 

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