Mario Del Pero

Olimpiadi e politica

I giochi olimpici sono eventi globali contraddistinti da un intrinseco, e talora primario, significato politico. Le olimpiadi invernali che si aprono domani a Sochi non fanno eccezione e anzi rivelano plasticamente il connubio tra sport e politica.

Ma come si manifesta tale connubio ? Cosa spinge un paese a spendere così tanto per organizzare una grande manifestazione sportiva (cifre non ufficiali indicano in 38 miliardi di euro il costo esorbitante dei giochi di Sochi) ? Quali vantaggi si pensa di trarre? Che cosa ci dice la storia e come si collocano, rispetto ad essa, queste olimpiadi russe?

La valenza simbolica dei giochi e la loro spendibilità nella politica internazionale emergono chiaramente sia nell’organizzazione dell’evento sia nel suo svolgimento. Per un paese, ospitare un’olimpiade o conseguire successi sportivi significa ottenere un preciso riconoscimento: è un momento di affermazione della propria identità e di presentazione globale della propria immagine. I giochi olimpici adempiono a questa funzione: sono vettori di proiezione simbolica di potenza; servono per rendere riconoscibile, e riconosciuto, un dato soggetto statale a un immaginario potenzialmente universale. Le olimpiadi naziste organizzate a Berlino nel 1936, il primo mega-evento sportivo dell’età contempranea, a questo dovevano servire: a legittimare, e far ammirare, il regime hitleriano. Con modalità diverse, ciò valse anche per le olimpiadi del miracolo economico italiano, a Roma nel 1960; per quelle – bagnate di sangue – di Monaco del 1972; o, in tempi più recenti, per i giochi di Seul del 1988 e di Pechino nel 2008. Grandi momenti di ostentato orgoglio nazionale da offrire a un’ammirata, e talora ipnotizzata, audience mondiale. Che osservando le gesta degli atleti finiva inoltre per accettare, e normalizzare, una geopolitica spesso incerta e contestata. Fu questo il caso della Germania dell’Est che usò con profitto lo sport, e i successi olimpici, per affermare e vedere riconosciuta la propria esistenza: per ottenere un riconoscimento simbolico, ma fortissimo, e per dimostrare la propria superiorità rispetto alla controparte occidentale (nei giochi estivi del 1976, 1980 e 1988 la Germania orientale arrivò sempre seconda nel medagliere, dietro l’Unione Sovietica).

Organizzazione e vittorie rispondono però anche a precisi obiettivi di carattere interno. Sono strumenti di costruzione di consenso, tanto per regimi autoritari quanto per governi democratici (le olimpiadi di Los Angeles del 1984, ad esempio, furono un passaggio importante per l’amministrazione Reagan e per la sua retorica nazionalista che celebrava la rinascita e grandezza degli Stati Uniti). E sono mezzi per distribuire risorse e favori – a località, interessi e lobby – giustificando i costi esorbitanti dell’organizzazione dell’evento con i vantaggi economici che ne conseguirebbero e la possibilità di modernizzare una data città e area, attraverso la costruzione di una rete nuova d’infrastrutture ed impianti (in realtà i costi sono quasi sempre superiori ai benefici, come dimostra bene il caso della città di Montreal, che solo nel 2006 ha finito di pagare il buco causato dall’organizzazione dei giochi del 1976).

Le olimpiadi di Sochi si collocano perfettamente entro questa traiettoria. Servono a Putin per mostrare al mondo la rinnovata potenza della Russia; informano e alimentanto un ostentato discorso nazionalista funzionale alla costruzione del consenso interno; cementano i legami tra il regime e alcuni grandi interessi privati che hanno contribuito a co-finanziare quest’olimpiade o che si sono assicurati i tanti appalti distribuiti negli ultimi anni per trasformare Sochi e le aree limitrofe. Sono giochi politici, in altre parole, perché a dispetto della retorica le olimpiadi sono un fenomeno politico come pochi altri, con buona pace degli atleti e di tutti noi che mai ci stanchiamo di ammirarne le gesta e di chiudere convenientemente gli occhi su tutto il resto.

Il Messaggero, 6 febbraio 2014

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