Mario Del Pero

L’ America assente scommette sull’Iran

Nei molteplici fronti di crisi che divampano in Medio Oriente spiccano più che mai la passività e l’inazione degli Stati Uniti. L’incapacità di quello che in teoria rimane il soggetto egemone del sistema internazionale di intervenire per sanare tali crisi o quantomeno ripristinare un minimo di ordine e stabilità. Una debolezza, quella degli Usa, che stride con il frenetico attivismo dispiegato in Medio Oriente dal segretario di Stato, John Kerry. Al quale i diversi soggetti regionali hanno risposto con freddezza e, talora, malcelato scherno, inclusi i tradizionali alleati di Washington nella regione, a partire dall’Egitto o dall’Arabia saudita, o addirittura leader che devono agli Stati Uniti la loro stessa esistenza, come Nouri al-Maliki in Iraq o Hamid Karzai in Afghanistan. La riconoscenza non è delle relazioni internazionali, ma la forza sì; colpisce, dunque, che gli Usa non siano in grado d’imporre le proprie posizioni e che essi vengano anzi apertamente sfidati anche da chi dipende da loro, in termini di aiuti economici e protezione militare.

E però non è solo la debolezza degli Stati Uniti a spiegare la poca incisività della loro azione in Medio Oriente. Ovvero quella limitata incisività origina da una pluralità di fattori che non stanno necessariamente a indicare un’assenza di politica o una dolosa inettitudine dell’amministrazione Obama. Nelle crisi mediorientali si manifesta in primo luogo l’effetto di rimescolamenti geopolitici ai quali hanno contribuito, e contribuiscono, gli Stati Uniti stessi; la partita cruciale, che sottostà a molte delle altre, è quella rappresentata dal negoziato con l’Iran, che non si limita ovviamente alla questione nucleare e che si pone l’obiettivo di coinvolgere progressivamente Teheran nella gestione dell’ordine regionale. Un successo in tal senso sconvolgerebbe le dinamiche mediorientali, come ben sembra aver compreso l’alleato saudita. E costituirebbe per Obama un successo diplomatico straordinario. Prove di collaborazione tra Iran e Stati Uniti si sono già intraviste nella recente crisi irachena, anche se la strada è ovviamente lunga e gli avversari di una distensione assai agguerriti, in Medio Oriente e ancor più all’interno dei due paesi. E questo ci porta a un secondo fattore di condizionamento dell’azione statunitense: quello interno. Che sulle questioni mediorientali, in particolare il conflitto israelo-palestinese, incide moltissimo come ben vediamo in questi giorni e come ha avuto occasione di scoprire Kerry nel suo fallimentare tentativo di rilanciare il processo di pace. Senza cadere nelle fantasie complottistiche di chi vede lobby filo-israeliane tirare le fila della politica mediorientale di Washington, è evidente però che la questione della difesa d’Israele sia ormai diventata quasi una issue di politica interna per gli Stati Uniti e che ciò limiti, e finanche paralizzi, la capacità degli Usa di mediare nella disputa o anche solo d’influenzare un alleato, Israele, che dagli aiuti militari statunitensi dipende. Per farlo sarebbe inoltre necessario un appoggio a una politica interventista e d’ingerenza che oggi invece manca completamente negli Stati Uniti. E’ questo il terzo fattore da tenere in considerazione. In pochi anni la regione mediorientale è divenuta meno centrale per gli Usa e per la loro opinione pubblica. Pesano, in tal senso, gli errori compiuti dopo l’11 settembre e l’indisponibilità degli americani a immaginare un nuovo dispiego di uomini e mezzi in Medio Oriente. E pesa altresì una trasformazione delle politiche energetiche che in pochi anni ha quasi affrancato gli Stati Uniti dalla loro dipendenza nei confronti del petrolio arabo e ha grandemente ridotto, di conseguenza, la rilevanza geopolitica della regione. Ecco perché l’ (in)azione degli Stati Uniti in Medio Oriente non riflette solamente una più generale fragilità della loro politica estera, ma consegue anche al profondo ripensamento delle sue direttrici di fondo.

Messaggero, 16 luglio 2014

 

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