Mario Del Pero

Obama e il califfato del Levante

Come si spiega la passività degli Stati Uniti di fronte all’offensiva che ha portato le nuove forze del fondamentalismo sunnita – il califfato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS, nell’acronimo inglese in uso) – a conquistare importanti città irachene e a minacciare la stessa Baghdad? Sono legittime le critiche che da più parti vengono oggi mosse all’amministrazione americana? Infine, quanto sta avvenendo in Iraq e in Siria è davvero un altro esempio del graduale indebolimento della potenza statunitense e della decrescente capacità degli Usa di dominare la scena internazionale e, nella fattispecie, quella mediorientale?

Le risposte che si possono dare a queste domande ci mostrano un quadro più sfumato e complesso di quello denunciato dai tanti critici di Obama. Ma ci rivelano altresì i limiti di una campagna globale contro il terrorismo – quella in cui gli Usa sono impegnati da ormai quasi tredici anni – che ha finito per produrre e mobilitare più terroristi di quanti non ne abbia eliminati e catturati, a dispetto dei successi (su tutti l’eliminazione di Bin Laden), dei proclami e della spregiudicata e intensa campagna di assassini mirati promossa dall’attuale amministrazione.

Si evidenzia, nell’inazione statunitense, un senso di frustrazione e impotenza verso problemi, e interlocutori, che appaiono sempre meno gestibili. Non è una novità questa: la storia dell’azione internazionale degli Stati Uniti è segnata da rapporti con partner riottosi, spregiudicati e talora intrattabili. Partner comunque mossi da priorità proprie, capaci di esercitare con efficacia la “tirannia del debole”, soprattutto quando la posta in palio per l’alleato maggiore, gli Stati Uniti appunto, era tale da indurlo a concessioni e compromessi. Lo vediamo bene oggi in Medio Oriente e in Iraq, dove gli interlocutori locali di Washington – siano essi il governo egiziano, quello iracheno o quello israeliano – fanno orecchie da mercante alle proposte e alle richieste di Washington e dove il frenetico attivismo del segretario di Stato Kerry produce pochi o nulli risultati, e viene accolto con malcelata sufficienza se non addirittura scherno.

Anche perché esso sembra costituire un attivismo di circostanza: una cosmesi diplomatica finalizzata a occultare il decrescente peso geopolitico del Medio Oriente nell’equazione che definisce l’interesse nazionale degli Stati Uniti. E’ questo il secondo fattore da considerare: per gli Usa il Medio Oriente è oggi meno importante, molto meno importante, di quanto non fosse solo pochi anni fa. Perché le priorità statunitensi sono orientate verso l’Asia e il Pacifico, dove più profonde sono le interdipendenze economiche che coinvolgono gli Usa e maggiore, con l’ascesa cinese, la minaccia all’egemonia globale degli Usa; perché la maturata autosufficienza energetica ha emancipato gli Stati Uniti dal vincolo principale che li legava al teatro mediorientale; perché, per quanto terribile nelle sue conseguenze, la situazione di stallo e guerra civile intra-islamica cui si assiste oggi in Iraq e Siria non è necessariamente svantaggiosa per gli Stati Uniti.

Essa infatti garantisce un equilibrio che paradossalmente facilita quel disimpegno sollecitato con forza dall’opinione pubblica del paese, stanca di guerre inconcludenti e contraria a nuovi interventi militari. La variabile politica interna, alla quale Obama si è sempre mostrato molto sensibile, rappresenta infatti il terzo elemento che concorre a spiegare l’atteggiamento, ovvero la passività, di Washington. Al quale ne va infine aggiunto un ultimo, centrale e spesso sottaciuto: il negoziato con l’Iran e le sue possibili implicazioni. Un Iran con il quale gli Usa condividono oggi diversi interessi e obiettivi. Un Iran la cui influenza regionale è di molto aumentata, anche in conseguenza degli errori compiuti dagli Usa e del deterioramento dei loro rapporti con il principale alleato, l’Arabia Saudita. E un Iran che, per l’ennesimo paradosso della storia, potrebbe tornare ad assumere il ruolo geopolitico svolto prima della rivoluzione teocratica: quello di garante di un ordine regionale che gli Usa, sempre più disattenti e disinteressati, non possono né vogliono più svolgere.

Il Giornale di Brescia, 1 luglio 2014

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