Mario Del Pero

Una sconfitta per Obama?

Una sconfitta per Obama?

 

Obama ha infine ceduto. Nella mattinata di ieri gli F/A-18 statunitensi sono entrati in azione per colpire l’artiglieria dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS) che assediava Irbin, la principale città curda in Irak. Un’azione per ora ancora limitata e accompagnata da un’intensificazione dell’operazione umanitaria finalizzata a fornire acqua e generi di prima necessità alle popolazioni in fuga dall’avanzata delle milizie dell’ISIS. Ma comunque una svolta importante, che smentisce la linea seguita fino ad ora dagli Stati Uniti.

Perché questo cambiamento di rotta  e quali sono le ragioni che hanno indotto gli Usa ad attendere così a lungo?

Obama, è chiaro, ha cercato a tutti i costi di evitare un nuovo coinvolgimento nel teatro iracheno. Considerava l’uscita dall’Irak uno dei suoi maggiori successi di politica estera oltre che la risposta obbligata a quelle sollecitazioni dell’opinione pubblica statunitense che tanto avevano contribuito a portarlo alla Casa Bianca. E sapeva, il Presidente, che una maggioranza degli americani era, ed è, contraria a qualsiasi partecipazione delle forze armate statunitensi in un nuovo conflitto iracheno (stando all’ultimo sondaggio Gallup, il 61% degli intervistati approva ancor oggi la decisione di ritirare tutte le truppe statunitensi nel 2011, mentre il 34% la ritiene errata; la percentuale sale addirittura all’87% tra gli elettori registrati come democratici). Accanto a questa motivazione interna ha agito un convincimento diffuso tra il presidente e i suo consiglieri, una lezione della storia che il decennio precedente sembrava avere confermato: l’idea, cioè, che qualsiasi intervento statunitense, con i suoi inevitabili danni collaterali e vittime innocenti, avrebbe finito per peggiorare la situazione, alimentando e acuendo un’ostilità contro gli Stati Uniti di cui si nutre il radicalismo islamico, in tutte le sue forme e manifestazioni. Si riteneva, e sperava, inoltre che il brutale estremismo dell’ISIS gli si sarebbe ritorto contro, mentre l’ampliamento del territorio sotto il suo dominio avrebbe determinato una sovraestensione destinata a logorarlo e in ultimo distruggerlo. Infine, si confidava nella formazione di una contro-coalizione, imposta anche dalla passività statunitense, nella quale la presenza di un nemico comune e assoluto doveva facilitare il superamento di divisioni settarie e politiche. Nelle intenzioni statunitensi, il pericolo rappresentato dall’ISIS poteva infatti costituire la leva per costringere il premier sciita al Maliki ad accettare finalmente la formazione di un governo di unità nazionale se non, addirittura, a farsi da parte. Secondo questa lettura, un intervento militare statunitense, al contrario, avrebbe rischiato di unire forzosamente tutte le forze sunnite, esacerbando il problema invece di risolverlo.

L’evolvere della situazione sul campo ha però alterato questo stato di cose e le analisi che vi sottostavano. I sorprendenti successi militari dell’ISIS minacciano ora anche le zone controllate dai curdi, fino ad oggi gli alleati più affidabili e credibili di Washington nella regione. Il rischio di una nuova catastrofe umanitaria è altissima, mentre le testimonianze della brutalità estrema dispiegata dalle  milizie sunnite contro nemici e minoranze religiose alimentano sdegno e orrore, negli Usa e altrove. La passività di Obama in Irak è così denunciata dai suoi oppositori repubblicani e abbinata, in modo non di rado grossolano e approssimativo, alle difficoltà, e agli insuccessi, più generali della politica mediorientale degli Stati Uniti. S’interviene quindi per aiutare gli alleati curdi, per fermare l’ISIS, ma anche per motivi simbolici e politici. Nell’auspicio che le tante, valide ragioni che avevano finora indotto a evitare tale intervento non siano confermate; e nella consapevolezza che è quasi sempre più semplice intraprendere, ed estendere, un intervento militare che ridurlo e terminarlo.

Il Messaggero, 9 agosto 2014

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