Mario Del Pero

Cuba e l’isolamento degli Stati Uniti

Accuratamente preparato e discusso, l’annuncio di Barack Obama e Raul Castro ha nondimeno sorpreso. Pochi si aspettavano un’azione così incisiva e coraggiosa, da ambo le parti, e l’avvio di un percorso che, per quanto destinato a incontrare numerosi ostacoli, appare oggi ineluttabile.

Ma perché Obama ha deciso proprio ora di riaprire le relazioni diplomatiche con Cuba e di allentare, laddove possibile, l’embargo economico nei confronti dell’isola? Quali sono le condizioni che hanno permesso questa decisione e quali le possibili conseguenze?

Gli obiettivi, innanzitutto. Con questa iniziativa Obama facilita l’uscita dall’isolamento non solo di Cuba ma degli stessi Usa. Sempre più soli nel mantenere una politica di rigidità ed ostracismo verso Cuba e sempre più criticati dal resto della comunità internazionale. L’Assemblea generale dell’ONU ha approvato più di venti risoluzioni nelle quali si chiede la fine dell’embargo statunitense contro L’Avana. L’ultima di queste risoluzioni risale a poche settimane fa ed è stata votata da 188 dei 193 membri dell’Assemblea. A questo isolamento politico è corrisposto, nell’ultimo ventennio, un crescente isolamento economico: laddove Cuba si apriva agli investimenti stranieri, essa continuava a rimanere in larga misura off-limits per quelli statunitensi. Ciò avveniva in un contesto regionale nel quale l’influenza e il peso degli Stati Uniti diminuivano rapidamente. E anche il desiderio di riacquisire una centralità nelle Americhe almeno in parte perduta spiega l’iniziativa di Obama su una questione, Cuba, che ha spesso alimentato frizioni e scontri tra gli Usa e i loro partner latino-americani. Infine incide il valore simbolico della decisione, che di certo non sfugge ad altri interlocutori di Washington, a partire da quello iraniano, verso i quali il messaggio intende essere inequivoco: liberata da vincoli elettorali e desiderosa di lasciare un marchio significativo in quest’ultimo biennio di governo,  l’amministrazione statunitense si muoverà con quel coraggio e quella incisività che le sono spesso mancati nei precedenti sei anni.

Lo farà, però, soprattutto se le condizioni lo permetteranno. Condizioni, queste, certamente presenti nel caso specifico delle relazioni cubano-statunitensi. L’assenza di rapporti diplomatici e il persistere di uno stato di guerra fredda tra i due paesi rappresentavano davvero degli anacronistici cimeli di una storia ormai terminata. Passati sono i tempi in cui Chuck Norris sgominava i tentativi cubani d’invasione degli Stati Uniti; passato è il timore che un fuoco rivoluzionario sempre più flebile e bolso si estenda da Cuba al resto del Continente; passato è quel convincimento molto trionfalistico del post-guerra fredda secondo il quale l’irrigidimento dell’embargo e l’intensificazione delle pressioni avrebbero fatto crollare il regime; passato è infine anche il peso politico di una comunità cubano-statunitense che, per la centralità della Florida nelle elezioni presidenziali, ha spesso tenuto in ostaggio la politica statunitense verso Cuba. Quest’ultimo è uno dei dati più significativi evidenziati da quanto accaduto. Assai meno monolitica di un tempo, la comunità cubana negli Usa è oggi divisa secondo linee di frattura generazionali assai marcate. I figli degli esuli anti-castristi e gl’immigrati più recenti hanno una posizione meno dogmatica e legata al passato. Sono favorevoli, secondo i sondaggi di cui disponiamo, alla fine dell’embargo e alla normalizzazione delle relazioni. Sognano un futuro d’interdipendenza e di abbattimento delle barriere e non la prosecuzione di una contrapposizione ormai priva di significato.

Ecco perché il processo apertosi l’altro ieri appare ineluttabile. Ineluttabile ma non semplice. Il fronte repubblicano ha infatti a sua disposizione molteplici strumenti per ostacolarlo e rallentarlo. Obama ha già iniziato a usare i suoi poteri presidenziali per attenuare un embargo la cui rimozione completa necessita però del voto congressuale. Un congresso che potrebbe far mancare i fondi per la riapertura dell’ambasciata statunitense a Cuba o bloccare la nomina del nuovo ambasciatore. Probabile che ciò avvenga. Anche se, per una volta, l’iniziativa politica sembra essere in mano al Presidente e ai democratici, nella consapevolezza che l’incapacità di molti repubblicani a uscire dalla guerra fredda potrebbe avere anche dei costi elettorali già a partire dal 2016.

Il Messaggero, 19 gennaio 2014

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on Tumblr0Email this to someonePrint this page

Lascio un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *