Mario Del Pero

L’accordo sul nucleare iraniano

Che l’accordo sul nucleare iraniano fosse a portata di mano era chiaro dal costante procrastinare la data della scadenza ultima dei negoziati. Troppi elementi spingevano verso il compromesso infine raggiunto. Due leadership, quella statunitense e quella iraniana, inclini come mai prima di oggi a fare delle concessioni significative e mosse dalla comune convinzione che l’assenza di dialogo fosse la reliquia di un passato in larga parte superato. Un contesto di negoziato multilaterale nel quale tutti i mediatori – con la parziale eccezione della Francia – spingevano per l’accordo in nome di una lotta alla proliferazione nucleare che è tornata al centro delle relazioni internazionali correnti. Un quadro geopolitico radicalmente mutato, nel quale il pericolo iraniano – reale, presunto o esagerato esso fosse – risultava vieppiù subordinato ad altre minacce e sfide; e dove Teheran diveniva anzi alleato importante nell’azione contro il fondamentalismo islamico e le sue molteplici (e mutevoli) forme. Una situazione nella quale l’opinione pubblica statunitense, pur fortemente ostile all’Iran – più dell’80% degli americani continua a darne un giudizio negativo, secondo gli ultimi sondaggi Gallup – ritiene che altri siano oggi i nemici che attentano alla sicurezza degli Stati Uniti.

È un accordo, quello appena raggiunto, che va ben oltre il merito e i tecnicismi di come gestire, limitare e contenere il programma nucleare iraniano. Molteplici sono infatti in benefits collaterali che si spera di ottenere. Innanzitutto, si rafforza una politica di non-proliferazione che, nelle intenzioni, dovrebbe aiutare a prevenire una pericolosissima corsa agli armamenti in Medio Oriente e nel resto del mondo. In secondo luogo, si spera di aiutare l’ala moderata di Teheran, a partire dal presidente Rohani. Nel farlo, si sfrutta e consolida quella convergenza strategica con l’Iran che il comune nemico rappresentato dall’ISIS e dal radicalismo sunnita ha concorso ad alimentare. Una convergenza, questa, che contribuisce ad alterare gli equilibri geopolitici in Medio Oriente. Non vi saranno, a brevi, veri e propri rivolgimenti. Ma è chiaro come una piena rilegittimazione dell’Iran e un suo coinvolgimento nelle dinamiche diplomatiche mediorientali siano destinati a ridurre l’importanza dell’Arabia Saudita per gli Stati Uniti e a modificare i termini della relazione speciale tra questi e Israele. Infine, la rimozione dell’embargo può permettere al petrolio iraniano di tornare sul mercato e, per quanto le stime rimangano incerte, contribuire a quel basso prezzo delle risorse energetiche che tanta parte sta avendo nella ripresa globale, anche per i suoi effetti sull’inflazione e sulla conseguente possibilità di promuovere politiche espansive di sostegno alla domanda.

Questo accordo è però solo una tappa. Determinanti saranno ovviamente le sue modalità d’applicazione ovvero la disponibilità iraniana a rispettarne i termini e ad accettare ispezioni e controlli che si preannunciano particolarmente invasivi. Ma vi sono molte altre incognite. Non è detto che chi vi si oppone – Israele ed Arabia Saudita – non agisca per boicottarne i possibili riverberi positivi, magari proprio alimentando quella corsa agli armamenti regionali che si spera di limitare e invertire. Azioni unilaterali di Israele, per quanto oggi assai improbabili, non sono da escludere, anche perché i fronti indiretti di tensione tra Tel Aviv e Teheran, dove un’escalation è sempre possibile, sono molteplici. A maggior ragione se il regime iraniano non dovesse sostanziare questo successo diplomatico con politiche più caute e meno spregiudicate di quanto non sia accaduto nell’ultimo decennio, in Siria così come in Iraq e in Libano. Infine, rimane il contesto interno statunitense, con il fronte repubblicano sul piede di guerra e il suo capogruppo alla Camera, John Boehner, pronto a denunciare l’Iran come il “principale sponsor mondiale del terrore” e l’intesa appena raggiunta come una capitolazione che faciliterà l’acquisizione dell’arma nucleare da parte di Teheran. Obama ha già fatto chiaro che porrà il veto a eventuali bocciature dell’accordo da parte del Congresso. Ma è evidente come una forte mobilitazione politica interna, combinata con la persistenza di un’intensa ostilità pubblica all’Iran, alzerebbe (e presumibilmente alzerà) la soglia della pressione su Teheran e renderà ancor più fragile la tenuta del compromesso. Incognite, queste, di un futuro che di fatto è già iniziato. Grazie a un accordo dalla portata storica, che potrebbe aprire davvero una nuova fase delle relazioni internazionali.

Il Messaggero, 15.7.2015

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