Mario Del Pero

La Clinton e il primo dibattito delle primarie democratiche

Hillary Clinton ha largamente dominato il primo dibattito tra i candidati democratici alle presidenziali del 2016. Per preparazione, capacità di rintuzzare i (flebili) attacchi dei suoi avversari e, anche, efficacia comunicativa nei tempi stretti del confronto televisivo lo scarto tra la Clinton e gli altri è risultato davvero macroscopico. Come ha sottolineato, con un linguaggio ai limiti del politically correct, l’autorevole commentatore del Washington Post, Dana Milbank, Hillary è apparsa come “l’uomo in mezzo ai ragazzi”.
Dopo gli inciampi dell’estate – in parte veri, in parte esagerati dai media nel disperato tentativo di dare un po’ di pathos alle scontate primarie democratiche – la Clinton è apparsa controllare la situazione e finanche divertirsi con controparti così fragili e prevedibili. La discussione, va detto, si è distinta per serietà, contenuti e rispetto reciproco: un contrasto stridente col circo delle primarie dei repubblicani, in ostaggio da mesi dei vaneggiamenti di Donald Trump. Ma, appunto, è stata una discussione talmente impari da far apparire questo voto come un semplice incoronamento di Hillary Clinton: un rituale, più che un vero e proprio momento di confronto democratico. L’unico, tra i quattro altri candidati, ad avere costruito una sua base elettorale (e un suo profilo) precisi e distinti è il senatore 74enne del Vermont Bernie Sanders. Un socialista che siede da 25 anni al Congresso, prima come deputato e poi come senatore, che è tutto fuorché la caricatura che ne hanno fatto anche alcuni media nostrani (da parlamentare Sanders si è spesso distinto per competenza legislativa ed efficacia nel tutelare gl’interessi del suo stato), ma che non rappresenta una credibile alternativa per la Presidenza. Negli ultimi mesi il senatore del Vermont è di molto cresciuto nei sondaggi – su scala nazionale e soprattutto in New Hampshire, il primo stato dove si voterà dopo i caucus in Iowa – ed è parso addirittura mettere sulla difensiva la Clinton. Il bacino elettorale cui Sanders può attingere è però strutturalmente limitato, vuoi per la radicalità di alcune suoi posizioni vuoi per la sua incapacità di sfondare tra le minoranze, su tutte quella afro-americana, che sono centrali nella coalizione elettorale democratica. Per molti aspetti Sanders sembra essere anzi l’avversario ideale per la Clinton: ne accentua il profilo di solida statista, porta a mobilitare un pezzo di elettorato di sinistra alienato e disilluso, previene l’emergere di un candidato alternativo che, per anagrafe e biografia, possa davvero mettere in difficoltà l’ex Segretario di Stato.
E però, per la Clinton la strada verso la Casa Bianca è tutt’altro che in discesa e le stesse primarie democratiche in fondo lo evidenziano. Lo scetticismo nei suoi confronti degli elettori di sinistra, e di quel voto giovane che fu così importante nel 2008 e nel 2012, non è affatto svanito. Nei sondaggi improvvisati fatti a ridosso del dibattito, così come nei gruppi di elettori democratici selezionati dalla CNN per assistervi, la maggioranza ha preferito Sanders, a dispetto di tutto. Oggi pochi lo ricordano, ma i confronti autunnali delle primarie democratiche del 2007 furono largamente dominati dalla Clinton, con un Obama non di rado impacciato e goffo nelle interazioni rapide, e talora brutali, della discussione televisiva. Fu solo a ridosso del voto in Iowa, e soprattutto grazie ad esso, che questa dinamica fu rovesciata. Hillary Clinton, in altre parole, raramente piace ai suoi elettori, anche a quelli che ne riconoscono la preparazione e le capacità e sono pronti a votarla. Ed è a tutt’oggi guardata con diffidenza da una maggioranza dell’opinione pubblica. I sondaggi sono inequivoci: circa il 60% degli americani ritiene che la Clinton non sia onesta o affidabile. Il moderatore di questo primo dibattito, il celebre giornalista della CNN Anderson Cooper, ha posto il problema con grande nettezza a una Clinton peraltro imperturbabile: “è disposta a qualsiasi cosa pur di essere eletta Presidente?”, le ha chiesto. E i radicali cambiamenti di posizione, nella carriera di Hillary Clinton, sono talmente tanti da lasciare in effetti perplessi (l’ultimo in ordine di tempo è la sua presa di posizione contro l’accordo di libero scambio trans-Pacifico che lei stessa negoziò e sostenne da segretario di Stato). È questa una vulnerabilità che Hillary potrebbe pagare molto cara al voto di novembre, di per sé difficile per qualsiasi candidato democratico (dal 1948, solo una volta, con Bush Sr. nel 1988, lo stesso partito conquistò un terzo mandato presidenziale). Anche perché i repubblicani avrebbero in teoria figure in grado di alterare le dinamiche elettorali, su tutti il giovane senatore della Florida, Marco Rubio. Solamente in teoria, però, ché il combinato disposto prodotto dal loro ulteriore spostamento a destra, dall’egemonia di un discorso anti-immigrati che scivola non di rado verso la xenofobia, e dal fenomeno Trump costituiscono probabilmente la maggior risorsa di cui dispongano oggi i democratici e Hillary Clinton.

Il Mattino, 15 ottobre 2015

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