Mario Del Pero

La guerra più lunga degli Stati Uniti

La più lunga guerra nella storia degli Stati Uniti vede oggi un ulteriore prolungamento. Barack Obama ha annunciato l’ennesimo cambiamento di piani in Afghanistan. Gli Stati Uniti non ritireranno le truppe dispiegate, ma manterranno nel 2016 un contingente di circa 10mila soldati che sarà poi quasi dimezzato nel corso dell’anno successivo. Spetterà al successore di Obama decidere cosa fare, se completare o meno il ritiro, lasciando sul campo solo quelle forze speciali impegnate in varie missioni contro i talebani e, ora, anche l’ISIS.
Come si spiega questa decisione e che implicazioni ha per quegli alleati degli Usa, come l’Italia, anch’essi impegnati nella missione in Afghanistan?
Il punto da cui partire è che le grandi ambizioni che mossero inizialmente l’intervento di Washington – sconfiggere i talebani, sradicare il fondamentalismo islamico e procedere a una modernizzazione democratica del paese – sono state ormai definitivamente archiviate. La partita è persa e nessuno si fa più illusioni al riguardo. Gli obiettivi si sono fatti assai più modesti.
Con le sue poche migliaia di uomini, il contingente statunitense residuo svolgerà funzioni basilari e limitate. Sarà dispiegato in alcune aree strategicamente vitali: la capitale Kabul, l’importante base aerea di Bagram, e le altre due basi di Jalalabad e Kandahar. Una scelta in sé rivelatrice. Mantenere dei soldati a Kabul ha una valenza politica e simbolica, ancor prima che militare. Serve per accogliere le richieste del governo di Ashraf Ghani e proseguire quell’opera di addestramento dell’esercito afghano che non ha finora prodotto i risultati auspicati. Le tre basi hanno invece una rilevanza strategica che esula in parte dallo specifico contesto afghano ovvero che deriva dal loro costituire degli importanti avamposti nell’azione anti-terroristica. Da un punto di vista operativo è questa la motivazione primaria della decisione di Obama, ben più che il rilancio di una campagna contro i talebani e il preservamento di una parvenza di unità nazionale in Afghanistan.
Vi sono poi ragioni più precipuamente politiche, locali e interne agli stessi Usa. Pur con poche aspettative, si spera che mantenere una presenza militare possa offrire una leva per rilanciare quei negoziati con il fronte talebano, o con almeno alcune sue fazioni, arenatisi un anno fa. A maggior ragione ora che i talebani si trovano a scontrarsi con le forze dell’ISIS e l’emergere di un comune nemico potrebbe produrre una paradossale convergenza d’interessi con Washington. Mantenere alcune migliaia di soldati e, soprattutto, delle basi serve inoltre nelle complicate relazioni con il Pakistan e le sue forze armate, i principali sponsor dei talebani che gli Usa in questi anni mai sono riusciti a piegare. Infine, è probabile abbia inciso anche un calcolo di politica interna, come evidenziato dagli apprezzamenti repubblicani per la decisione di Obama. Accusato da più fronti per la presunta passività della sua politica estera, il Presidente matura un piccolo credito che cercherà di spendere su altri tavoli, a partire forse dalla definitiva chiusura del carcere speciale di Guantanamo.
Chi, come il nostro governo, parla di seguire gli Usa prolungando la missione già esistente o ipotizza addirittura azioni militari su altri dossier nodali, a partire da quello libico, deve però guardare bene alla lezione di questi quattordici anni di guerra in Afghanistan e allo scarto, davvero macroscopico, tra i mezzi investiti, le ambizioni rivendicate e i risultati raggiunti.

Il Giornale di Brescia, 19 ottobre 2015

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