Mario Del Pero

28 Pagine

28 pagine. Sono quelle, ancor oggi secretate, del rapporto sugli attentati dell’11 settembre prodotto più di dieci anni fa dalla commissione indipendente d’inchiesta nominata dall’allora Presidente Bush. 28 pagine – alle quali si aggiungono oggi altri documenti usciti dagli archivi – che si soffermano sulle responsabilità della diplomazia saudita: sui contatti di suoi funzionari minori con alcuni dei terroristi dell’11 settembre, cui avrebbero fornito supporto logistico e finanziario. Uno dei membri della commissione, il banchiere ed ex Segretario della Marina John Lehman, ha rotto la consegna del segreto e parlato apertamente di un’ampia rete di legami tra gli attentatori e membri del governo dell’Arabia Saudita, in particolare nel Ministero degli Affari Islamici, che finanzia varie attività e che è da tempo sospettato di sostenere gruppi radicali e fondamentalisti. I famigliari delle vittime degli attacchi invocano oggi la verità. Gli avversari di Obama pensano di aver trovato un altro elemento attraverso cui attaccare il Presidente e la sua politica estera.
Nell’attesa di saperne di più, ciò che merita di essere sottolineato è la evidente fragilità – e in una certa misura obsolescenza – di quella che è stata, soprattutto a partire dagli anni Settanta, la “relazione speciale” tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Una relazione fondata su uno scambio – su un do ut des – chiaro e preciso. Da un lato gli Usa fornivano protezione e sofisticata tecnologia militare a Riad, cui permettevano l’aggressiva campagna globale di proselitismo religioso e di cui tolleravano di fatto l’incessante propaganda anti-israeliana e, spesso, antisemita. Dall’altro, l’Arabia Saudita operava dentro l’Opec per evitare oscillazioni eccesive dei prezzi del petrolio, ritrasferiva negli Usa parte dei profitti maturati, di fatto puntellava l’egemonia del dollaro, e costituiva assieme a Israele ed Egitto il terzo pilastro della strategia di alleanze statunitense nel vicino e medio Oriente. Le condizioni che permettevano – e alimentavano – questa “relazione speciale” sono però progressivamente venute meno, laddove alcune sue tare strutturali sono diventate più difficili da occultare. La guerra fredda – e quindi il ruolo saudita nel contenere l’avversario sovietico (e nel combatterlo in Afghanistan) – è terminata. Gli investimenti in rinnovabili e, soprattutto, il boom del gas naturale hanno permesso di ridurre grandemente la dipendenza statunitense dal petrolio, e l’attenzione conseguente verso l’andamento dei suoi prezzi si è di molto attenuata: dal 2005 a oggi le importazioni di petrolio negli Usa sono diminuite di più del 30%; nel caso dell’Arabia Saudita il calo è stato addirittura prossimo al 50%. La connivenza saudita con il radicalismo islamico si è fatta sempre meno tollerabile politicamente, laddove sia a destra (soprattutto tra i neoconservatori) sia a sinistra si denuncia l’immoralità di un’alleanza con un regime autoritario e oscurantista. I profondi rivolgimenti nel mondo arabo, la crisi siriana e il nuovo dialogo tra Stati Uniti e Iran hanno a loro volta acuito divisioni già in atto. L’Arabia Saudita rimane partner importante degli Usa, ma sembra aver perso la centralità del passato. Il mutevole contesto geopolitico ha in altre parole ridefinito la relazione tra Washington e Riad, rendendola assai meno “speciale”. Soprattutto ne ha esposto le intrinseche contraddizioni e ambiguità, mettendole sotto gli occhi dei riflettori come mai era forse avvenuto prima.

Il Giornale di Brescia, 24 maggio 2016

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