Mario Del Pero

Icona Globale

A lungo amato o odiato, senza vie di mezzo, Muhammad Ali era divenuto col tempo una sorta d’icona globale: una figura rispettata e riverita, quasi al di sopra delle parti; qualcuno a cui la gente si avvicinava come fosse “il Dalai Lama o Papa Francesco”, ha scritto uno dei suoi migliori biografi, il giornalista David Remnick.
Amato o odiato, Ali lo fu inizialmente per il suo modo di boxare: leggero, sfuggente, poco maschio secondo i suoi tanti critici. Invecchiando, la sua boxe pungente e poco virile lasciò spazio a un altro tipo di pugilato, brutale e violento, che trovò il suo apogeo nei terribili scontri con Foreman a Kinshasa (1974) e, ancor più, con Frazer a Manila (1975). La parabola pugilistica avrebbe però continuato a intrecciarsi con quella politica di cui essa fu specchio e, in molte occasioni, strumento.
Ali non crebbe in un ghetto nero, come molti degli avversari che avrebbe negli anni sfidato e sconfitto, ma in un quartiere della piccola borghesia nera di una città segregata del primo sud, Louisville in Kentucky. In quel sud, violento e razzista, il giovane Alì, ancora Cassius Clay, trovò nella palestra lo strumento di un riscatto che fu da subito razziale quanto e più che sociale. Prima di divenire, in forme diverse, icona globale, Alì lo fu di un mondo nero che cercava la sua emancipazione in un’affermazione identitaria centrata sulla riscoperta delle origini africane, la contrapposizione, talora estrema, all’America bianca e la costruzione di una specifica ed eccentrica religiosità islamico-statunitense. Icona afroamericana, Ali fu anche attore pienamente e consapevolmente politico. Il suo fu un protagonismo marcato da gesti coraggiosi e di grande dignità: la sua obiezione di coscienza durante la guerra del Vietnam, che gli sarebbe costata gli anni migliori della sua carriera pugilistica; la critica della politica estera del suo paese e delle tante ipocrisie che l’accompagnavano; le utopie pan-africaniste; la denuncia della corruzione imperante nel mondo della boxe. Non mancarono momenti bassi ed errori madornali, su tutti la scelta di schierarsi contro Malcolm X quando questi fu espulso dalla Nazione dell’Islam o d’insultare gratuitamente (e reiteratamente) il suo grande rivale Joe Frazer, presentandolo come uno “zio Tom”, mentre Frazer si adoperava per aiutarlo e si recava addirittura alla Casa Bianca per perorarne la causa con il Presidente Nixon (Ali vide la sua licenza a combattere sospesa per 4 anni, dal 1967 al 1971, per renitenza alla leva).
Ritornato a combattere nel 1971, e subito sconfitto da Frazer, Ali non era solamente un altro pugile – più lento e appesantito, capace di compensare il perduto gioco di gambe solo col pugno e, soprattutto, con la straordinaria capacità di assorbire e mediare i colpi – ma anche un altro soggetto politico. Un soggetto non più confinato in un recinto strettamente statunitense, ma proiettato su una scala vieppiù globale. L’“Ali boma ye” (“Ali uccidilo”) – come urlava la folla tutta schierata dalla sua parte – dell’epico scontro con Foreman nello Zaire era il simbolo di un mondo terzo e nero che cercava di affermarsi nel quadro internazionale. L’Ali, spento e forse già colpito dal Parkinson, degli ultimi combattimenti, maltrattato dal suo vecchio sparring partner Larry Holmes, incarnava la fine, drammatica e senza appelli, di un’epoca: di una modernità che aveva esaltato il pugilato – sport di sofferenza, fatica, riscatto ed emancipazione – e che nella boxe, mediatica e politica, di Ali aveva avuto la sua fase ultima e terminale. Rimaneva, a quel punto, l’icona: pacificata, e in una certa misura drammaticamente sedata dalla vita, dall’esperienza e dalla terribile malattia, che ne avrebbe infine silenziato l’irriverenza, l’ironia e la sfacciataggine. L’icona di un uomo che, con pugni e parole, ha concorso a rappresentare (e fare) un’epoca e il mondo che ne è seguito.

Il Messaggero, 5 giugno 2016

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