Mario Del Pero

Chilcot & emailgate

In modi diversi il rapporto Chilcot sulla partecipazione britannica alla guerra in Iraq del 2003 e le dichiarazioni del direttore dell’FBI James Comey in merito alle e-mail di Hillary Clinton aiutano a comprendere alcune delle matrici del clima politico odierno, negli Usa e in Gran Bretagna, e l’impatto che questo potrebbe avere sulle presidenziali statunitensi del novembre prossimo. Il rapporto Chilcot non pare aggiungere nulla a quanto già non si sapesse e, nemmeno, a quello che molti oppositori della guerra – incluso l’ex ministro degli Esteri di Tony Blair, Robin Cook – sostennero prima dello stesso intervento. Il rapporto rivela però una volta di più la sconcertante leggerezza con la quale Blair portò il paese in guerra e la deliberata e dolosa cecità del Primo Ministro di fronte alla solida intelligence che enfatizzava i pericoli di un’azione militare ed evidenziava come Saddam Hussein non fosse prossimo a dotarsi di armi non convenzionali. L’archiviazione dell’inchiesta del FBI sull’utilizzo di un server privato da parte della Clinton nella gestione della sua corrispondenza istituzionale le evita un procedimento legale che avrebbe avuto costi politici immensi, forse la stessa rinuncia alla Presidenza. Ma è accompagnata, questa decisione, dalla severissima censura dell’“estrema negiligenza” dell’ex Segretario di Stato e dalla sistematica smentita di molte delle giustificazioni addotte dalla Clinton. La quale – ora lo sappiamo per certo – ha contravvenuto alle più elementari norme di sicurezza, usando diversi server privati, controllando la propria mail su più dispositivi elettronici e permettendo che circolassero su di essi oltre cento messaggi riservati, inclusi 22 marcati come “top secret”, il livello di classificazione più elevato che esista.
Per l’FBI la Clinton non solo ha agito irresponsabilmente, ma ha anche deliberatamente minimizzato la portata della sua negligenza, mentendo sul numero di documenti secretati inviati su server privati, facilmente hackerabili. Trump e i repubblicani ora tuonano contro il sistema corrotto e manipolato che avrebbe salvato Hillary Clinton da un meritato processo. Sanno però di avere in mano un potente strumento elettorale di cui faranno abbondante e spregiudicato uso nelle settimane a venire, quando le parole di Comey saranno abilmente rimpacchettate in brevi spot elettorali destinati a invadere gli schermi televisivi d’America. Fare leva sull’impopolarità della Clinton – sulla convinzione radicata di un pezzo di paese che la candidata democratica sia inaffidabile se non addirittura corrotta – è una delle poche armi di cui Trump dispone in una corsa per lui ancora pesantemente a handicap. È un’arma, però, che gli è stata in fondo consegnata dalla sua stessa avversaria o, meglio, dalla cultura ed esperienza politica in cui si sono formate figure come Tony Blair e Hillary Clinton (la quale, tra le altre cose, quella guerra sbagliata in Iraq la sostenne e autorizzò). Una cultura ed esperienza, queste, basate sulla convinzione che competenza e preparazione possano in fondo dispensare i leader politici dal rispetto di procedure basilari o, addirittura, consentir loro di anteporre i propri convincimenti (e, di fatto, pregiudizi) alla valutazione obiettiva di fatti e informazioni. Una politica arrogante e autoreferenziale, insomma, nella quale quasi si rivendica il diritto dei migliori di agire fuori dalle regole o al di sopra di esse. E una politica elitaria e lontana, che finisce per alimentare una delle bestie più pericolose oggi in circolazione: quel rigetto, violento e populista, dell’establishment che ha prodotto fenomeni come Donald Trump. Resta da capire perché questa politica faccia così fatica a riformarsi; perché i Clinton siano ancora in grado di prendere in ostaggio un ciclo elettorale, impedendo l’emergere di candidati meno vulnerabili e compromessi. Di certo, sarà ora più difficile per la Clinton presentare la sfida con Trump come quella tra preparazione e imperizia, serietà e approssimazione. Perché quando il direttore del FBI descrive i tuoi comportamenti come avventati e negligenti, e suggerisce addirittura la possibilità che a causa di ciò “attori ostili possano avere avuto accesso all’account email personale” di un Segretario di Stato sul quale circolano messaggi segreti, allora l’accusa all’avversario di essere impreparato e irresponsabile si fa inevitabilmente più labile e meno credibile. Nel mentre, la lunga ombra della guerra in Iraq continua a far sentire il suo peso. Concorre anch’essa al discredito di quelle classi dirigenti che la vollero o, per pavidità e opportunismo, non seppero opporvisi con la necessaria fermezza ed efficacia; informa giudizi retrospettivi binari su esperienze di governo, come appunto quella di Blair, assai più complesse e sfaccettate; incide sulla politica estera statunitense, oggi condizionata dalla paura che una maggioranza dell’opinione pubblica americana ha di vedere replicati quelli errori. Contribuisce, insomma, anch’essa alla delegittimazione di un’élite le cui responsabilità sono certo gravi, ma alla quale non di rado si contrappone il nulla o il peggio.

Il Messaggero, 7 luglio 2016

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