Mario Del Pero

Dibattiti e narrazioni

I sondaggi fatti a ridosso del primo dibattito televisivo e l’esito dei tanti focus group creati per valutarne l’impatto non sembrano lasciare adito a dubbi: Hillary Clinton ha vinto, e nettamente, questo primo confronto con Donald Trump. Lo scarto in termini di preparazione e competenza – di professionalità politica, in altre parole – è apparso ancor più marcato del previsto. Pur venendo costantemente interrotta dal suo avversario, la candidata democratica è stata attenta a non farsi trascinare in alcuna bagarre, anche a costo di risultare algida e poco appassionata. Con freddezza e cinismo ha denunciato – spesso in modo davvero aspro – il dilettantismo, il razzismo e la misoginia di Trump. Che ha perso progressivamente controllo e pazienza, dispensando un campionario di smorfie e battute che tutto lo facevano apparire fuorché presidenziale.
Con lo scorrere dei minuti Trump è divenuto sempre più il Trump che conosciamo. Il suo sforzo di moderazione e autocontrollo ha retto sì e no per il primo terzo della discussione. Una fase dove è stato talora incisivo, soprattutto quando ha riproposto le parole d’ordine di un protezionismo commerciale dalla dubbia praticabilità, ma capace di raccogliere consensi ampi e trasversali nell’elettorato. Di fronte all’incalzare della sua avversaria è però gradualmente imploso, salvato infine solamente dal gong che ha posto termine a questo primo round.
Trump ha evitato gaffe devastanti, anche se dichiarare, come ha fatto, che fosse normale per un uomo d’affari auspicare il crollo del mercato immobiliare nel 2006 (“si chiama business”, ha affermato in risposta alle critiche di Hillary) offre ai democratici uno spot che sarà utilizzato ad nauseam nelle prossime settimane. Di certo, Trump non ha convinto gl’indecisi. Che non sono molti, schiacciati tra due campi elettorali militarizzati e impermeabili l’uno all’altro. Ma che proprio per questo potrebbero risultare decisivi l’8 novembre.
La cattiva performance di Trump non si spiega però solo con i suoi limiti politici, fin troppo evidenti e conosciuti. È anche il portato di una tensione assai difficile da risolvere. Il messaggio radicale, scorretto ed estremo del miliardario newyorchese ha funzionato nel catalizzare la piena mobilitazione della base repubblicana. Da un lato, la rigida polarizzazione politica fa sì che anche i repubblicani più scettici convergano infine sul miliardario newyorchese pur di evitare una vittoria della Clinton. Dall’altro, Trump è riuscito a recuperare alla causa un pezzo di elettorato, bianco e disilluso, il cui astensionismo aveva contribuito alla sconfitta di Romney nel 2012. Nel farlo, però, ha allontanato ancor più sia le minoranze sia quegli elettori indipendenti, inclini a votare repubblicano che sono però spaventati dal suo radicalismo. Nelle ultime settimane Trump ha cercato di moderare il proprio messaggio, come si è visto bene in questo primo dibattito televisivo, quando ha ad esempio evitato di sollevare un tema divisivo, ancorché centrale per i suoi successi elettorali, come quello dell’immigrazione. La coperta appare però troppo corta, anche perché, dati alla mano, maggiori sembrano essere i margini di cui la Clinton ancora dispone per ampliare la propria base elettorale, tra giovani, donne e minoranze.
Difficile infine comprendere quale impatto possa avere questo primo confronto, e quelli che seguiranno, sull’esito ultimo del voto. Da più parti s’invita correttamente a non sopravvalutarne la rilevanza e gli effetti, come la storia recente ben evidenzia. In un contesto caratterizzato da forte polarizzazione e bassissima mobilità elettorale, un dibattito può cambiare assai poco. E però, quel che Hillary Clinton è riuscita ad alterare è stata una narrazione della sfida che l’ha vista costantemente sulla difensiva nelle ultime settimane. Una narrazione che per il momento torna a porre al suo centro la fragilità e impreparazione ultima di Trump e non le tante debolezze della sua avversaria.

Il Messaggero, 28 settembre 2016

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