Mario Del Pero

Lasciti obamiani

Mancano i numeri, al partito repubblicano, per far passare al Senato quella controriforma che avrebbe stravolto e smantellato Obamacare, il modello di sanità adottato con Obama. Per anni, i repubblicani avevano promesso di demolire quello che nella loro retorica era presentato come uno degli emblemi dell’obamismo: di un governo invasivo che estendeva senza remore il ruolo della mano pubblica e del potere federale. Alla prova dei fatti, però, questa promessa si è rivelata vuota e irrealistica. Due sono i percorsi che ora si prospettano. Il primo è fare poco o nulla, alimentando quell’incertezza che ha indotto molti gruppi assicurativi a uscire dai mercati locali, rendendo più difficile l’obiettivo primario di Obamacare di creare un mercato ampio di polizze tra le quali i “consumatori di sanità” possano scegliere. Il secondo è di rilanciare un dialogo bipartisan attraverso cui emendare la riforma di Obama, per sanare almeno alcune delle sue criticità. Una revisione, questa, sollecitata a suo tempo dai democratici che si infranse però sugli scogli del rigido ostruzionismo repubblicano.
Come si spiega questo fallimento del partito di Trump e quale potrà essere il suo impatto politico?
Tre sono le cause fondamentali della débâcle repubblicana al Senato. La prima, “di sistema”, consegue sia alla polarizzazione del sistema politico statunitense sia all’estrema radicalizzazione della Destra. In un simile contesto – che premia la demagogia urlata, l’intransigenza dogmatica e l’ostruzionismo a oltranza – è molto più sempice fare opposizione che governare. È molto più facile, insomma, fare ciò che i repubblicani hanno fatto durante gli anni di Obama alla Casa Bianca: rifiutare qualsiasi mediazione e compromesso, evitare di sporcarsi le mani e preservare assoluta purezza ideologica. Tra il 2010 e il 2014 la Camera dei Rappresentanti a maggioranza repubblicana ha votato innumerevoli risoluzioni con le quali ci s’impegnava ad abrogare Obamacare. Risoluzioni puramente simboliche, queste, visto che mancava il voto del Senato e il Presidente avrebbe comunque posto il veto. Ma risoluzioni che hanno poi posto un cappio al collo degli avversari di Obama, vincolandoli all’impegno una volta conquistata la Presidenza con Trump e preservato la maggioranza nei due rami del Congresso.
La seconda spiegazione è rappresentata dai risultati della riforma. Che ha quasi dimezzato il numero di persone prive di copertura sanitaria (riducendole di circa 20 milioni), posto termine a pratiche inaccettabili per un paese civile (come quella di rifiutarsi di assicurare chi aveva dei problemi cronici di salute) ed esteso l’accesso alla sanità pubblica con il programma Medicaid. Una volta garantiti determinati diritti è difficile, se non impossibile, rovesciarli, come la crescente popolarità di Obamacare – anche in stati solidamente conservatori – ben evidenzia.
Terzo e ultimo, l’assenza di alternative alla riforma. Ovvero l’assenza di alternative di destra, ché una di sinistra – un sistema con un erogatore unico e pubblico di servizi medici simile a quelli europei – ovviamente esiste. Obamacare s’ispira infatti a progetti avanzati inizialmente da think tank conservatrici e adottati nel 2006 dal governo repubblicano del Massachusetts, guidato allora da Mitt Romney, avversario poi di Obama nel 2012.
Entrambe le soluzioni disponibili oggi – cercare di provocare l’eutanasia di Obamacare per via dell’inazione o riformarla e migliorarla attraverso una collaborazione bipartisan – rischiano di presentare un conto elettorale assai salato ai Repubblicani alle elezioni di medio-termine del 2018. E ci rivelano, una volta ancora, come la riforma sanitaria di Obama costituisca uno dei lasciti più importanti e profondi della sua Presidenza.

Il Giornale di Brescia, 19 luglio 2017

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