Mario Del Pero

Generale

Presidenziali USA 2008, Istruzioni per l’uso, Parte I

In
una competizione elettorale come quella che ci apprestiamo a seguire, vince il
candidato che riesce a difendersi meglio, a non farsi travolgere dalle proprie
debolezze, a gestire la propria vulnerabilità e a non giungere logoro ed
esausto all’ultimo, cruciale mese di campagna elettorale. Quali sono, in
estrema sintesi, le principali debolezze e le principali forze di Obama e
McCain? Ne elenco in ordine causale alcune

 

Obama,
i contro

      Le lunghe primarie non solo hanno diviso i
democratici, ma hanno sfinito candidato, elettori e militanti. Per fortuna non
si porterà la partita a Denver. Tre settimane di vacanza, a guardare il
baseball e le finali NBA, ora come ora faranno comodo a tutti

    Obama è uno straordinario oratore, ma un modesto
(e talora pessimo) “debater”, soprattutto se costretto a stare entro i tempi,
secchi e stringenti, della televisione.

       La razza. È orribile dirlo, ma un qualche peso
lo eserciterà e sarà a suo svantaggio. Bisogna capire quale sarà questo peso,
ma i dati delle primarie qualche indicazione ahimé la offrono, soprattutto nel
Midwest bianco, rurale e post-industriale (in West Virginia, caso estremo ma
pur sempre indicativo, il 20% degli elettori delle primarie ha detto di essere
stato condizionato da fattori razziali nella sua scelta; 8 su 10 di coloro che
si collocano entro questo 20% hanno votato per Clinton).

        Nella vita, Obama ha scelto (perché di scelta si
è trattato) di essere prima di tutto un leader-afroamericano, ancorché di una
generazione nuova e più pragmatica. Inevitabilmente, ha costruito una rete di
relazioni inaccettabili per una parte dell’America mainstream, fatta tra gli
altri di reverendi incontrollabili ed ex-terroristi redenti.

        Obama non è tanto più inesperto di Clinton (ha
solo due anni di senato in meno) e non è vero che non abbia un programma
politico preciso e dettagliato (fate un giro sul suo sito web per vederlo).
Ma quella è un immagine che gli è stata cucita addosso e dalla quale farà molta
fatica a emanciparsi

         Alcuni gruppi fondamentali per il successo
democratico – ispanici, donne, bianchi con redditi bassi e scarsa istruzione –
lo guardano con diffidenza, come ben si è visto nelle primarie

 

Obama,
i pro


       Incarna come nessun altro la richiesta forte di
rottura e cambiamento. Anche da un punto di vista generazionale: è un leader
post-baby boom, post-Vietnam, post anni Sessanta/Settanta, con le loro guerre
politiche e culturali. Offre quindi una biografia che è simultaneamente di
rottura/discontinuità e di sintesi. Una biografia che una parte non
indifferente dell’elettorato vorrebbe ora fosse anche quella del paese.

       Nei numeri, nelle risorse, nella capacità di
mobilitazione, la base della coalizione obamiana – afro-americani ed elettorato
bianco con redditi medio-alti e istruzione universitaria – è più ampia ed
espandibile di quanto non si creda. Questo permette di mettere in gioco stati
(come la Virginia) dati per persi fino a poco tempo fa

      Non è un repubblicano [secondo gli ultimi gli
ultimi sondaggi il rapporto tra coloro che si qualificano come democratici e
quelli che invece si dichiarano repubblicani è di 41.7% a 31.6%; il rapporto
era 36.4 a 33.6 solo due anni fa ]

      Non ha votato a favore dell’intervento in Iraq,
anche se poi per un paio d’anni se ne è stato convenientemente zitto.

        
Ha (e avrà fino a novembre) una barca di soldi.

       Ha dimostrato una grande capacità d’intercettare
quel voto indipendente che è stato spesso fondamentale nelle elezioni
presidenziali.

–    La mappa elettorale in una certa misura lo può favorire. Se
riesce, come sembra, a mettere in gioco una parte del sud, gli swing states (e
i grandi elettori) che i repubblicani dovranno difendere sono più di quelli dei
democratici

       In novembre non si vota solo per la presidenza,
ma come ogni due anni si rinnova la camera e un terzo del senato (oltre
all’elezione di 11 governatori e a una miriade di elezioni statali e locali).
Secondo tutti i sondaggi si profila una nuova debacle per i repubblicani (che
hanno perso recentemente tre elezioni suppletive, anche in collegi a loro
tradizionalmente favorevoli). Un effetto traino su Obama ciò potrebbe averlo

        È un liberal sui temi etici, cari alla destra
religiosa. Destra che – a dispetto degli stereotipi da noi dominanti – è tanto
rumorosa, quanto minoritaria, come ben abbiamo visto in questi ultimi anni (a
partire dal caso Terri Schiavo).

 
McCain,
i pro


      Di nuovo è il candidato repubblicano maggiormente capace di tenere assieme e portare a sintesi le molteplici anime del conservatorismo statunitense.

    Per lo stesso motivo, e a dispetto dei suoi
tanti indietreggiamenti dell’ultimo biennio, rimane il candidato repubblicano
maggiormente capace di contrastare Obama tra gli indipendenti (e infatti aveva
un vantaggio ben chiaro su Clinton in questo gruppo di elettori)

      Per i blue-collar democratici, che tanta
diffidenza manifestano verso Obama, è il repubblicano di maggiore appeal

        Viene dalla Sunbelt, che ha pur sempre eletto
tutti i presidenti dal 1964 a oggi.

      La sua lunga carriera politica, la sua
attenzione ai temi della difesa e della sicurezza, il suo passato di eroe di
guerra, il suo nazionalismo, tanto semplice e old-style, quanto efficace e
potente: difficile immaginare un candidato capace più di McCain di offrire un
profilo alternativo a quello di Obama e di sfruttare le debolezze, reali
o presunte, del suo avversario. Stando all’ultimo sondaggio, sulla national
security il 51% trova McCain più credibile di Obama e solo il 37% preferisce
invece Obama. È questo un “credibility gap” di cui i democratici hanno sempre
sofferto e che la figura di Obama non aiuta a colmare.

 

McCain,
i contro


        
È un repubblicano

        L’età. Non bello dirlo, ma peserà. Soprattutto
per il contrasto stridente con la freschezza e la vitalità di Obama. E
comunque, la maratona per le presidenziali logora anche i più temprati.

      Bene o male, quello di novembre sarà anche un
voto su Bush. Il cui tasso di impopolarità supera oggi il 70%, la cifra più
alta mai raggiunta da un presidente nel dopoguerra (più di Truman nel 1951 o di
Nixon nel mezzo del Watergate, tanto per intenderci)

        
Ha una posizione a dir poco impopolare sull’Iraq

        
Ha posizioni sull’aborto, e promette nomine
conseguenti alla Corte Suprema se gliene sarà data l’occasione, che gli
renderanno a dir poco difficile conquistare il voto delle donne clintoniane,
per quanto critiche verso Obama esse siano.

      Analogamente, il suo indietreggiamento sui temi
dell’immigrazione ne pregiudica la capacità di conquistare il voto ispanico

        Appoggia la politica economica e i tagli alle
tasse di Bush. All’operaio bianco dell’Ohio che guadagna 30mila dollari lordi all’anno
potranno non piacere Obama, il suo accento, i suoi dotti sermoni, la sua
cravatta rossa e i suoi completi lindi e stirati. Ma nemmeno quelle di McCain
sono posizioni granché popolari

     I suoi voltafaccia dell’ultimo biennio (ad
esempio sulla tortura) ne hanno molto appannato l’immagine di maverick, onesto
e indipendente

 

Nel
prossimo post proverò a offrire qualche ipotesi sulla mappa elettorale e gli
stati che potranno risultare decisivi in autunno


No dream ticket

Io non credo che Obama-Clinton sia un dream ticket né la
soluzione migliore per i democratici, anche se Obama farà fatica a bloccarlo. I
candidati vice-presidenti non fanno vincere le elezioni, ma possono concorrere
a farle perdere. La presenza di Hillary nel ticket offuscherebbe Obama,
confermandone la fragilità agli occhi di molti elettori. Concorrerebbe a polarizzare
e inasprire ancor più il quadro . Soprattutto
trascinerebbe nella contesa il sempre più ingombrante Bill. Meglio, molto
meglio, qualcuno come il senatore Jim Webb, della Virginia, che aiuterebbe a
conquistare uno stato potenzialmente fondamentale, coprirebbe Obama sulle
questioni di politica estera e di sicurezza (è un veterano del Vietnam ed è stato
segretario della Marina con Reagan) e non sarebbe certo meno credibile di
Hillary presso la working class bianca della Rustbelt.

Mappe elettorali

Ora che le primarie volgono al termine, da più parti ci si
chiede se Hillary Clinton non sarebbe stata più competitiva di Obama in
novembre. A bocce ferme credo proprio di sì: la maggiore capacità di Obama d’intercettare
il voto indipendente non compensa le sue difficoltà con una parte dell’elettorato
bianco negli stati cruciali della Rustbelt. Ma le bocce non erano ferme e dopo
i risultati di gennaio e febbraio non vi era modo per Clinton di rovesciare l’esito
delle primarie senza lacerare il partito democratico, con tutte le conseguenze del caso.

Può Obama vincere in novembre? La risposta è ovviamente
positiva e ritengo anzi che egli sia favorito. Ma gli ostacoli non sono
irrilevanti e un semplice sguardo alla mappa elettorale degli Usa (vedi qui) lo
rivela assai bene. Nel Midwest postindustriale, dove Obama fatica molto, si
concentrano molti dei potenziali swing states di novembre; con l’eccezione dell’Ohio, sono
stati (Pennsylvania, Michigan, Wisconsin) dove Kerry vinse nel 2004 e che i
democratici devono assolutamente conquistare quest’autunno. È difficile
immaginare che Florida (per McCain) e California (per Obama) siano veramente in
gioco. Per compensare una nuova sconfitta in Ohio e, magari, in uno degli altri
stati della Rustbelt Obama deve quindi riportare nel campo democratico stati
persi nel 2000 e nel 2004. Possono essere stati del primo sud (Virginia e
North Carolina, dove più forte è la coalizione potenziale tra afro-americani e
bianchi con redditi medio-alti e istruzione universitaria), del Midwest profondo
(Missouri, il perenne battleground) e dell’ovest (Colorado, New Mexico e Nevada,
dove però Obama deve vincere le perplessità di una parte dell’elettorato
ispanico). Una missione non impossibile, ovviamente, ma nemmeno facile e scontata.

Perché Clinton ha perso

Mentre riparte il tormentone sul dream ticket, si possono provare a tirare le prime somme di queste interminabili primarie democratiche. Soprattutto, si può cercare di capire perché Clinton abbia perso, a dispetto della sua forza politica, delle sue risorse, delle sue indubbie capacità e del fatto, forse non sufficientemente sottolineato, che i programmi dei due candidati fossero alla fine assai simili. La sfortuna, gli errori, la sorprendente abilità di Obama: tutti questi fattori hanno concorso nel determinare l’esito finale. Ma hanno agito anche trasformazioni più ampie, che rendono l’America di oggi assai diversa da quella clintoniana degli anni Novanta. Provo, in sintesi, a ricapitolare le ragioni della sconfitta di Hillary Clinton (ognuno dei punti di cui sotto è ovviamente passibile di vari approfondimenti e specificazioni):

 

a)   I clintoniani hanno completamente sbagliato la strategia elettorale. Pensavano di replicare il modello del 2004: vittorie in Iowa e in New Hamsphire, domino conseguente e partita chiusa il supermartedì. È bastata la sconfitta in Iowa per far saltare tutto. A quel punto la maggior organizzazione sul campo di Obama ha fatto la differenza nei caucus, la cui importanza è stata a sua volta sottovalutata dai Clinton (tanto per intenderci: nei caucus del solo stato di Washington, dove erano in palio 78 delegati, Obama ha ottenuto 26 delegati in più di Clinton, che ne ha recuperati appena 19 nelle due larghe vittoria in Ohio e in Pennsylvania, dove i delegati n palio erano 300)

b) Obama è stato a lungo trattato con i quanti di velluto dai media

c)  Clinton e il suo team hanno sottovalutato Obama. Non si spiega altrimenti l’incapacità di sfruttare prima la vicenda del reverendo Wright, che se sollevata in tempo avrebbe potuto modificare l’esito del voto a partire, appunto, dai caucus dell’Iowa

d)   Obama ha sfruttato appieno la blogosfera: la sua capacità di mobilitazione, cruciale nella creazione di un movimento attivo sul campo, e, ancor più, quella di fundraising, che ha dotato Obama di straordinarie risorse, rivelatisi decisive nel limitare i danni negli stati – di nuovo Pennsylvania e Ohio – dove Clinton era decisamente più forte.

e)   Maturato il distacco decisivo tra il supermartedì (5 febbraio) e il voto in Texas e Ohio (4 marzo), Clinton ha deciso di alzare il tono della polemica e di ricorrere spesso a una campagna negativa. Difficile dire se ciò le abbia giovato elettoralmente, ad esempio tra una parte dell’elettorato bianco, ma è certo che ciò abbia finito per compattare il fronte obamiano e, ancor più, l’elettorato afroamericano. A quel punto è divenuto impossibile per Clinton conquistare la nomination senza alienare quell’elettorato, spaccare il partito e pregiudicare le possibilità di successo in novembre. E in modo inarrestabile, i superdelegati – tra i quali Clinton aveva un ampio vantaggio – hanno cominciato a schierarsi con Obama per evitare questo esito.

f)    Fattore Bill. Di nuovo difficile da misurare in termini elettorali, anche se ha fatto una certa impressione vedere un ex presidente scendere nella contesa in questo modo (lo si confronti con l’atteggiamento di George Bush Sr. nel 2000, ad esempio). Ma le critiche ricevute da molti superdelegati e la profonda irritazione di alcuni dei più influenti politici afroamericani hanno finito per contribuire al processo di cui al punto d).

g)   E questo ci riporta al fatto che l’America di oggi non è quella degli anni Novanta. E che il messaggio tecnocratico, ma algido, della Clinton ha rivelato una debole capacità di mobilitazione, anche perché non bilanciato in alcun modo dal carisma e dal fascino che Bill sapeva proiettare

h)    Molto più importante della competenza e, anche, dei programmi è stato il giudizio sul comportamento di Obama e Clinton negli ultimi sei anni e, in particolare, la loro posizione rispetto alla politica estera di Bush. Obama è riuscito a sfruttare l’ostilità alla guerra e la richiesta forte della maggioranza dei militanti democratici di uscire quanto prima dall’Iraq, anche se la sua posizione non è stata sempre lineare e coerente su questo (si vedano le dichiarazioni, e ancor più i silenzi, del periodo 2002-2004). Hillary ha pagato il suo sostegno alla guerra e la sua incapacità di emanciparsi da un’immagine di falco, ampiamente coltivata negli anni passati e confermata in alcune decisioni recenti (ad esempio il suo voto a favore della risoluzione che dichiara la Guardia Rivoluzionaria Iraniana una organizzazione terroristica)

 

Per questi motivi Clinton ha perso. Resta ora da capire se l’America sia cambiata a sufficienza, se Obama sia abile abbastanza e se McCain sia debole quanto sembra.

Profondo Sud

A sorpresa, il candidato democratico Travis Childers ha vinto ieri un’elezione suppletiva per la camera dei rappresentanti tenutasi in Mississippi. Si tratta di un collegio elettorale di una zona povera e rurale del sud profondo, controllato dai repubblicani negli ultimi tredici anni e dove Bush vinse con più del 60% nel 2004. Childers è un democratico molto conservatore, ma i tentativi repubblicani di abbinarlo a Obama non hanno sortito alcun effetto e il voto degli afroamericani (che rappresentano più del 35% della popolazione del Mississippi) è stato mobilitato con successo. E se anche nel sud profondo i repubblicani perdono i pezzi, vuol proprio dire che le elezioni di novembre sono più che mai aperte e che Obama è competitivo anche in parti d’America, a cominciare dal sud, dove Gore e Kerry furono pesantemente sconfitti nel 2000 e nel 2004.

Indiana e North Carolina

Tutto come previsto quasi due mesi orsono, a dispetto di
reverendi Wright, Dio e fucili. Obama vince larghissimo in North Carolina (56%
a 41%), dove recupera tutti i delegati persi in Pennsylvania, e perde di misura
in Indiana (51% a 49%). Il rischio per Obama era perdere o vincere stretto in
North Carolina e subire una netta sconfitta in Indiana. È invece accaduto il
contrario. E la partita è più che mai chiusa. Ora Clinton sembra voler chiedere
il riconoscimento del voto di Michigan e Florida, venendo meno a un impegno
assunto da tutti i candidati democratici all’inizio delle primarie. Spiace dirlo, ma i Clinton escono da questa campagna elettorale
molto, molto male. Sia come sia, anche con le delegazioni di Michigan e Florida
Obama manterrebbe un vantaggio di cento delegati (e rimarrebbe avanti anche nel
voto popolare, di circa 150mila voti).

Si pone ora il problema di capire se Obama possa davvero
vincere in novembre, alla luce della sua evidente difficoltà a
intercettare il voto degli elettori bianchi con redditi bassi e medio-bassi in
stati cruciali come la Pennsylvania, l’Ohio, il Michigan. Gli exit poll di ieri
mostrano un risultato più positivo in Indiana, dove il gap tra Obama e Clinton in
questo segmento dell’elettorato rimane, ma si sarebbe ridotto di molto (60 a 40,
da confermare però). Un semplice sguardo alla mappa dell’Indiana (cfr qui),
però, ci mostra tutte le difficoltà che Obama dovrà affrontare. Obama vince
largo nelle aree urbane (Gary e Indianapolis su tutte), ove più forte è la
coalizione che è riuscito a costruire in questi mesi, basata sull’asse
afro-americani/bianchi con istruzione universitaria e redditi medio-alti (a
Gary pesa inoltre molto la vicinanza con Chicago, la città di Obama). Fatica
invece moltissimo nelle realtà rurali, bianche e più povere, cosa che in una
certa misura si vede anche in North Carolina, dove peraltro la percentuale di
afro-americani che hanno votato, e per il 90% e più hanno votato per Obama, è
assai superiore.

È un limite che pregiudica le chance di successo di Obama in
novembre e che avrebbe reso la Clinton più competitiva, come sostengono alcuni
commentatori ? Credo di no. Perché la scelta di
Clinton avrebbe alienato il voto afro-americano (circa 1/4 di quello
democratico complessivo, non dimentichiamolo). Perché almeno una parte di
questo voto democratico anti-Obama tornerà all’ovile in novembre. Perché McCain
è candidato più vulnerabile di quanto non si creda. E, soprattutto, perché la
candidatura di Obama e un’America almeno in parte cambiata possono fare sì che
in novembre si formi un equilibrio diverso rispetto al passato, nel quale alcuni
pezzi di ovest (Colorado e New Mexico su tutti) e di sud (a partire dalla
Virginia e dalla North Carolina) potrebbero eventualmente compensare una
sconfitta in swing states finora ritenuti indispensabili, come appunto l’Ohio. Bisognerà
comprendere quando flessibile ed estendibile sia la coalizione obamiana e
quanto davvero nuova sia l’America del 2008. Ma è una partita aperta e se dovessi scommettere ora come ora punterei su Obama.  

Nuove generazioni

Tanti fattori hanno fatto sì che le grandi, cruciali conquiste del movimento dei diritti civili – dalla fine della segregazione all’affirmative action – si fermassero ai limiti di una soglia dimostratasi invalicabile e la questione razziale rimanesse uno dei drammi e dei problemi irrisolti della società statunitense. Non è sempre politicamente corretto dirlo, ma tra questi fattori vi è anche la modestia politica, l’egotismo ombelicale e l’opportunismo di molti leader politici e religiosi afro-americani, che proprio per il tramite della lotta per i diritti civili ottennero la necessaria investitura di legittimità, e che ormai da anni vivono di rendita, alimentando problemi e divisioni invece di operarsi per risolverli e ricomporli. A questa logica non si sta sottraendo il reverendo Wright, il cui protagonismo rischia ora di danneggiare pesantemente Obama, che pure aveva evitato fino ad oggi di prenderne del tutto le distanze. Ecco perché la campagna di Obama può essere letta anche come espressione di uno scontro interno alla comunità afroamericana. Uno scontro dalla valenza simbolica e politica forte, ancorché mai esplicitata, che contrappone alla vecchia generazione di leader, la cui palestra formativa e legittimante fu il movimento per i diritti civili, una nuova leva, capace di offrire un messaggio inclusivo, tecnocratico e moderato. Una nuova leva formatasi, anche grazie all’affirmative action, nelle migliori università più che nelle chiese, nelle manifestazioni e nelle scuole ancora segregate. E una nuova leva che non a caso guarda alle città come ai laboratori dove impegnarsi, applicare le proprie competenze, conquistare la necessaria credibilità politica e presentarsi sulla scena nazionale come leader autorevoli, seri e responsabili. Gli esempi sono molti, a partire dai sindaci non ancora quarantenni di Newark (Cory Booker) e di Washington (Adrian Fenty), e dal primo governatore afro-americano del Massachusetts, Deval Patrick. Obama è, per certi aspetti, la punta di un iceberg e di una trasformazione da seguire con attenzione e di cui non si può non auspicare il successo.

Game over, again

Clinton recupera circa 15 delegati grazie alla vittoria in
Pennsylvania. Questo le permette di ridurre a circa 150 delegati il distacco da
Obama. In altre parole avrebbe bisogno di altre 10 primarie in Pennsylvania per
colmare il gap. Ma gli stati dove si deve ancora votare sono solo nove, che
messi assieme fanno circa due volte la Pennsylvania in termini di delegati. Che
la partita fosse chiusa lo si sapeva ormai da tempo. Questo voto ha solo finito
per confermarlo. E anche i media che avevano sostenuto la Clinton, a partire
dal New York Times (vedi qui) ne stanno ora prendendo le distanze.

Pennsylvania

Mancano 3 giorni a un altro passaggio nodale di queste
infinite primarie democratiche. Un passaggio decisivo se in Pennsylvania Obama vince o perde di misura. La
gran parte dei sondaggi e delle previsioni danno però Hillary Clinton avanti con
margini che variano tra i 3 e i 14 punti (Rasmussen, tra i più affidabili
finora, dice tre punti; LA Times/Bloomberg cinque; Quinnipiac sei). Margini
insufficienti per riaprire una contesa che è, matematicamente, chiusa, ma bastanti
per trascinarla per altre settimane, in attesa della prossima tornata importante,
nella quale voteranno Indiana e North Carolina (il 6 maggio). A dispetto delle
recenti gaffe e leggerezze di Obama, il numero di superdelegati schierati al
suo fianco continua a crescere. Alcuni seniores del partito (Robert Reich e l’ex
senatore della Georgia Sam Nunn) hanno dato il loro endorsement a Obama,
denunciando la campagna, sempre più negativa e scorretta, della Clinton (si
veda ad esempio questo ad televisivo che circola in Pennsylvania). Molti esperti (Judis, Teixeira, Cost, VandenHei, et al.) sottolineano invece come Obama sia vulnerabile presso settori importanti
del partito democratico (blue-collar bianchi, ebrei, ispanici), che saranno
fondamentali in alcuni swing states di novembre, tra i quali Florida, Ohio,
Pennsylvania e New Mexico. La grande coalizione costruita da Obama, e centrata
sui giovani, gli afro-americani e una parte maggioritaria dell’elettorato con
istruzione universitaria –  affermano – non ha i numeri per vincere ed è assai
meno nuova di quanto non si dica: alcuni commentatori la presentano addirittura
come una replica del 1972. Vi è un elemento di verità in tutto ciò. Ma è una
verità parziale, che omette alcuni altri importanti elementi, su tutti la
dimostrata capacità di Obama di intercettare una parte rilevante del voto
indipendente, di aumentare la base potenziale del voto e di rimettere potenzialmente
in gioco alcuni stati del sud che i democratici hanno perso nettamente sia nel
2000 sia nel 2004 (e rendere competitivi nuovi stati obbliga comunque l’avversario
a destinarvi tempo, energie e risorse, sottratti così ad altri teatri). Come ho
scritto più volte, l’auspicio sarebbe che la contesa si chiudesse il prima
possibile con la vittoria di Obama. Ciò permetterebbe di concentrarsi
finalmente sulle presidenziali e di sfruttare le tante debolezze di McCain, che
giusto ieri, davanti a un’America sfiduciata e impaurita, ha dato un giudizio
positivo delle politiche economiche di Bush. E chiuderla con le primarie, permetterebbe,
tra le altre cose, di non dover più vedere Hillary Clinton trangugiare un
bicchiere di whisky, in uno show di supposta virilità che rimarrà tra i momenti più
imbarazzanti di questa campagna elettorale.

Bitter America Part II

Se qualcuno si chiede perché la Clinton, a dispetto di
programmi e preparazione, si è resa insopportabile a molti elettori democratici
consiglio di guardare qui.

Se qualcuno non si spiega ancora il fascino che i sermoni di
Obama riescono a esercitare si guardi qui.

Se qualcuno ancora s’interroga su quanto il prolungamento delle
primarie stia nocendo ai democratici, li guardi entrambi.